Riflessioni stirneriane: è possibile ripensare il reale?

Max Stirner, malgrado spesso dimenticato dalla tradizione occidentale oppure ricordato come il pensatore del nichilismo, dell’annientamento dei valori o di qualsiasi assetto sociale, è invece in grado di aiutarci a rivalutare la contemporaneità. La pervasiva critica stirneriana, infatti, è volta non tanto a lasciare l’uomo in balìa del nulla ma scoprire cosa sia l’uomo e proprio per questo, per quanto L’Unico e la sua proprietà inviti a diffidare e liberarsi della maggior parte dei concetti con cui giudichiamo il mondo, in virtù di ciò invita a riconsiderare e ricostruire l’esistente. Critica, quindi, intesa come strumento di rivalutazione del mondo e suo riorientamento per evitare di fissare in concetti sclerotici un mondo in continuo mutamento.

Quello che può sembrare un discorso prettamente teorico ha, invece, un valore eminentemente pratico. Ciò che Stirner esige da noi, infatti, non è tanto una speculazione intorno a ciò che ci circonda, ma mettere attivamente in discussione le categorie che utilizziamo per giudicare il mondo. Siamo davvero sicuri di sapere, ad esempio, cosa significhi per noi, nel nostro momento storico e nelle nostre particolari condizioni sfruttamento? Siamo davvero certi di saperlo effettivamente riconoscere e, quindi, combattere? L’idea di bambini sfruttati, di condizioni di lavoro disumane, fa trasalire tutti noi e – giustamente – ci disgusta. Abbiamo condotto battaglie per eliminare lo sfruttamento dal nostro mondo, crediamo persino di averle vinte, non vedendo più quello spettacolo raccapricciante attorno a noi. Come ci poniamo, allora, nei confronti dei nostri acquisti presso note catene di fast fashion che propongono proprio quei modelli di sfruttamento che troviamo atroci? Sembriamo non considerarli sfruttamento, anche complice il fatto che, si sa, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Pertanto. l’operazione teorica che Stirner ci suggerisce – e che diventa poi pratica incessante – è quella di cercare liberare l’uomo dal di più che lo copre. Proprio come per scoprire cosa si trovi sotto uno strato di polvere dobbiamo rimuovere ciò che nasconde ai nostri occhi l’oggetto, la critica cerca di rimuovere tutto ciò che copre e soffoca l’uomo, vincolandolo a modelli ideali che non gli permettono di esprimere la propria reale individualità. Nella prospettiva stirneriana infatti tanto lo Stato, quanto la maggior parte delle relazioni interpersonali sono costruite a partire da modelli con cui l’uomo si misura, senza rendersi conto che, però, non gli appartengono, perché sono modulati su concetti astratti che non vengono di volta in volta elaborati su quanto ci viene offerto.

Lo Stato, la religione, quindi in questa prospettiva, non sono conquiste che l’uomo singolo fa e che può sentire realmente come proprie, ma vincoli in cui si trova incatenato a priori, senza che gli appartengano, e che lo frenano dal riscrivere il reale. E’ importante precisare che, più che rifiutati acriticamente, questi concetti vanno vagliati continuamente, rivalutati, in modo tale da essere vere e proprie acquisizioni, non solo modelli stereotipati. Ciò implica quindi accettare le sfaccettature attraverso cui il mondo si presenta, rivalutando persino dei comunissimi termini – famiglia ad esempio – che siamo piuttosto certi abbiano un significato piuttosto univoco. Perché non ripensarli, per poi poter agire di conseguenza? Quante volte, sentiamo che è non famiglia ciò che rigorosamente risponde al modello astratto che ne abbiamo, ma che per noi sono famiglia persone a cui non siamo vincolati tramite nessun legame di sangue?

Liberato, quindi, da tutto ciò che non gli appartiene, cosa rimane all’uomo – o come lo chiama Stirner per liberarlo da qualunque eredità ideologica – all’Unico? Nient’altro che sé stesso, inteso come ciò che ogni individuo è, ciò di cui dispone nello stato presente delle cose. «Il vero uomo non sta nel futuro, quale oggetto a cui anelare, ma è esistente e reale nel presente. Comunque e chiunque io sia, felice o infelice, bambino o anziano, sicuro o dubbioso, desto o addormentato, io lo sono già: sono l’uomo vero»1. Il vero uomo è il singolo, con le sue caratteristiche e debolezze, come unico ed inevitabile punto di partenza da cui non è possibile allontanarsi.

Ciò, è interessante osservare, non conduce alla solitudine, all’isolamento degli uomini. Se, infatti, la maggior parte delle relazioni – inteso il termine relazione nel modo più ampio possibile – è fondato su presupposti ideali, è anche vero che il riconoscimento della dimensione originaria dell’uomo come Unico, permette all’unione di far riposare il proprio fondamento sul riconoscimento dell’altro in quanto individuo particolare, non come astrazione. In questo modo ognuno trova lo spazio per poter essere sé stesso istante dopo istante, non trovandosi imbrigliato in giudizi vincolanti.

Questa sospensione e rivalutazione dei rapporti, permette di ricalibrare le proprie relazioni e di considerarle al di là dell’etichetta con cui le classifichiamo. Se si decide, così, di prendersi cura di un altro, ciò non accade in virtù di un generale ed imposto sentimento di amore nei confronti dell’umanità, ma perché «a me fa male il suo dolore»2. Perché, in modo originario, sento che la sua sofferenza – su cui mi soffermo senza pregiudizi – è anche la mia.

«Forse non devo provare mai un vivo interesse per la persona di un altro? […] Al contrario, io posso sacrificargli con gioia innumerevoli piaceri miei, posso rinunciare ad innumerevoli cose pur di veder fiorire il suo sorriso e posso mettere a repentaglio per lui quello che, se lui non ci fosse, sarebbe la cosa più cara al mondo: la mia vita, o il mio benessere o la libertà»3.

 

Lisa Bin

 

Lisa Bin, dottore in filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste, ora frequenta il corso di laurea magistrale in filosofia presso l’Ateneo Pavese ed è alunna del Collegio Ghislieri. Tra i suoi interessi principali troviamo il pensiero anarchico e la filosofia del diritto.

 

NOTE:
1. Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano, 2017, p.342.
2. Ibidem, p.305.
3. Ibidem, p. 304.

[Photo credit Camilla Fassina]

banner 2019

Un robot si aggira per l’Europa: la nuova dialettica servo-padrone

Delle migliaia di concetti introdotti da Hegel nella sua Fenomenologia dello Spirito, la dialettica servo-padrone (Herrschaft und Knechtschaft) è tra quelle che ha avuto maggior successo tra i pensatori successivi, tanto che sono in molti a collegarla a uno dei filosofi che l’ha riutilizzato con maggiore incisività, Karl Marx. Spogliando il rapporto tra signore e schiavo di ogni aspetto morale o trascendentale, sorvolando sul ruolo della paura della morte e della coscienza religiosa nel modello originale, Marx rielabora il pensiero hegeliano in modo che definisca le origini e le dinamiche della lotta di classe, presentandola come un rapporto dialettico non solo logico ma necessario.

Riassumendo il paradigma di Marx, si hanno un Padrone e un Servo: il Padrone fornisce sostentamento al Servo, che però rinuncia alla propria libertà per compiere determinati lavori. Il ribaltamento (logico-dialettico, ma anche storico) dei ruoli avviene al momento in cui il Servo realizza che il lavoro da lui compiuto è assolutamente necessario al Padrone, che però non è in grado di compierlo in prima persona: se prima il Servo pensava di dipendere dal Padrone per la propria vita, si accorge che è invece quest’ultimo a dipendere da lui. La consapevolezza porta alla ribellione, il Servo usa le proprie competenze per spodestare il Padrone e prendere il suo posto, così che i due invertano i ruoli. Al momento in cui l’ex-Servo ora Padrone dimentica come compiere i lavori che affida all’ex-Padrone ora Servo, il processo ricomincia.

Marx aveva pensato questa alternanza dialettica come potenzialmente infinita, proprio in quanto descrivente rapporti tra classi sociali diverse nel corso delle epoche ma sostanzialmente analoghe; il primo punto fermo era comprensibilmente una relazione-scontro tra esseri umani in carne ed ossa. I progressi della tecnica e dell’informatica, invece, paiono aver aperto un terreno anche filosoficamente inesplorato nell’ambito della dialettica servo-padrone, una prospettiva introdotta dall’irrompere sulla scena della possibilità reale dello sviluppo di un’intelligenza artificiale quasi umana.

Non è certo un caso che la cultura popolare, dalla letteratura fantascientifica di Isaac Asimov alla saga cinematografica di Terminator, dagli incubi televisivi di Black Mirror agli orrori su tela di H.R. Giger, abbiano visto nell’evoluzione del rapporto tra umani creatori e macchine intelligenti ma “schiave” le premesse di un conflitto “di classe” con ingredienti al contempo antichi e inediti. Quel che accomuna i replicanti di Blade Runner a Skynet, o l’HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio all’Ultron dei fumetti Marvel, o ancora i pistoleri-robot di Westworld al V’ger di Stark Trek, è proprio la prosecuzione dello scontro dialettico, che vede la bassa manovalanza cibernetica ribellarsi a un’intelligenza umana ormai percepita come inferiore e ingiustamente predominante. Appare quindi emblematico che la parola robot derivi proprio dal ceco robota, “lavoro pesante”.

Con buona pace di Asimov e delle sue tre leggi della robotica, la prospettiva di una prossima ribellione della macchina ha preso piede come ansia collettiva, che si riflette nei dilemmi etici legati ai robot usati in chirurgia, ai droni da guerra, alle auto a guida autonoma, ai software di selezione del personale. Le reali prospettive, non solo di una guerra tra uomini e macchine in stile Matrix ma semplicemente della creazione di un sistema software che possieda coscienza oltre che intelligenza, sono però fattualmente scarsissime. L’elemento più spaventoso, e più ignorato, è invece la fase preliminare al conflitto di classe all’interno del processo dialettico: la delega del lavoro.

Nella visione di Hegel e Marx, il Padrone diventa dipendente dal Servo perché non è più in grado di fare ciò che a lui delega, rinunciando a tutta la propria inventiva e alle proprie capacità per vivere di rendita sul lavoro altrui. Prima ancora che pensare a cyborg assassini o software senzienti, sarebbe forse il caso di preoccuparsi del fatto che, dati alla mano, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale non sia più capace di scrivere correttamente nella propria lingua senza l’ausilio di un correttore automatico, non sappia fare anche semplici operazioni matematiche senza ricorrere a una calcolatrice, non riesca a orientarsi neanche all’interno del proprio quartiere senza un navigatore satellitare.

È più che probabile che l’intelligenza artificiale non si traduca mai in una coscienza artificiale, che le macchine non diventino mai senzienti, che le capacità di apprendimento e di adattabilità non si evolvano in autodeterminazione, che i miliardi di sinapsi sintetiche non lavorino mai tutte assieme per elaborare il pensiero “Io”. Anche in assenza di un Robot-Schiavo vero e proprio, però, l’Uomo-Padrone ha già cominciato da tempo a delegare a terzi una parte sempre più consistente delle proprie capacità, e l’assenza di una controparte reale e attiva che possa avviare lo scontro storico-dialettico non è affatto positiva: il conflitto, quantomeno, avrebbe il merito di riaffidare ora all’una, ora all’altra parte quelle capacità che, nella versione “in solitaria” della dialettica servo-padrone, rischiano di andare semplicemente perdute.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Franck V. via Unsplash]

banner 2019

Estate con Sophia: i nostri consigli di lettura brevi ma ben pensati

Alcuni di noi stanno per partire per le vacanze e in questi giorni si è avviato un gran bel dibattito nelle nostre chat per suggerirci a vicenda dei libri da mettere in valigia. Convinti che anche voi state affrontando o affronterete gli stessi dilemmi, abbiamo pensato di condividere con voi alcune selezioni di lettura su cui siamo stati tutti d’accordo. I criteri fondamentali sono stati questi: riflessione, brevità, godibilità.
Ogni membro della Redazione ha scelto due titoli a sua opinione fondamentali, selezionati accuratamente in base alle proprie inclinazioni e i propri interessi. Ottimi per essere letti o riletti, scoperti o finalmente scelti, dopo averli puntati da diverso tempo, per il vostro tempo libero, ecco a voi i libri con cui trascorrere le vostre vacanze!

 

sara-foto_la-chiave-di-sophia

 

SARA

 

sara-libri_la-chiave-di-sophiaSara sta affrontando un dottorato di ricerca in etica clinica, infatti la sua specialità sono le tematiche legate alla bioetica. Per questo vi consiglia L’intruso del filosofo francese Jean-Luc Nancy: si tratta di un testo autobiografico sull’esperienza di trapianto di cuore che l’ha indotto ad una riflessione identitaria che ha molto da raccontare anche sul nostro rapporto con l’alterità. In alternativa, da inguaribile romantica, Sara vi consiglia il Simposio di Platone: un testo famosissimo anche perché accessibilissimo che condensa attraverso la forma incalzante del dialogo le prime riflessioni filosofiche occidentali sul tema più grande di tutti. Se ve l’hanno consigliato già in tanti e non l’avete letto, forse è l’ora di farlo!

 

alessandro-tonon_la-chiave-di-sophia

 

ALESSANDRO

 

alessandro-tonon-libri_la-chiave-di-sophiaLa riflessione sull’esistenza e la ricerca di senso sono due tra i temi più cari ad Alessandro, che non a caso lavora anche come counsellor. Proprio grazie al suo lavoro sa bene come la felicità e la sua ricerca costituiscano una vera e propria costante per l’essere umano. A tutti coloro che si ritrovano in questa affermazione, lui consiglia L’arte di essere felici esposta in 50 massime di Schopenhauer perché proprio l’elaborazione di questi pensieri ha aiutato il filosofo a superare alcuni momenti difficili della propria vita. Una chiave importante per la felicità tuttavia è conoscere sé stessi: in questo trova essere illuminante un breve scritto del filosofo austriaco Martin Buber dal titolo Il cammino dell’uomo. Si tratta di un libro che parla direttamente al cuore del lettore e lo esorta a tornare in sé stesso perché questo è il vero inizio del cammino umano.

 

anna-tieppo-foto_la-chiave-di-sophia

 

ANNA

 

anna-tieppo-libri_la-chiave-di-sophiaPer questa selezione Anna ha cercato tra i suoi autori preferiti risalendo fino agli anni del corso di laurea in Letteratura contemporanea e ha scelto uno dei testi più intimi e intensi di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato. La forza di questa raccolta di lettere sta anche nella definizione generica della protagonista, che permette a chiunque legge (se donna) di ritrovarsi nelle sue parole; esso ha origine dalla vicenda personale della scrittrice ed è una riflessione non solo sulla maternità e sull’essere donna ma anche sul concetto di identità. Sull’identità/alterità e sulla vita vissuta come su un palcoscenico vi propone invece Nebbia dello spagnolo Miguel de Unamuno, per molti un degno anticipatore di Pirandello.

 

massimiliano-mattiuzzo-foto_la-chiave-di-sophia

 

MASSIMILIANO

 

massimiliano-mattiuzzo-libri_la-chiave-di-sophiaAnche Massimiliano come Sara suggerisce qualcosa dal sapore antico, qualcosa che ci riporta nelle profondità, alle origini della nostra cosiddetta cultura occidentale.  L’angolazione da lui privilegiata è quella di Nietzsche, che nel corso dell’Ottocento grazie alla sua opera La nascita della tragedia ci introduce con chiarezza e in modo magistrale nell’universo tragico greco, del quale oggi dovremmo riscoprire alcuni elementi. Molto più dura per lui è stata la scelta tra gli scritti del suo autore preferito, Dostoevskij. Il consiglio è questo: prima di tentare la scalata a mattoni come I fratelli Karamazov o I demoni, lasciatevi sedurre da Memorie dal sottosuolo. Si tratta di un viaggio introspettivo tra i migliori mai scritti che (lo promette) cambierà completamente nel lettore il suo approccio nei confronti di sé stesso e delle proprie riflessioni. Sembra convincente, non trovate?

 

federica-bonisiol-foto_la-chiave-di-sophia

 

FEDERICA

 

federica-libri_la-chiave-di-sophiaFederica non ha dubbi: la lettura migliore sotto l’ombrellone sono i Pensieri di Blaise Pascal, il quale con la sua scrittura intuitiva e veloce ma allo stesso tempo profonda confeziona un testo aperto a molteplici riflessioni sui grandi temi dell’esistenza, come la felicità, il tempo, la giustizia. Ugualmente scorrevole e denso di riflessione è Il viandante della filosofia, scritto da Umberto Galimberti con Marco Alloni, lettura ideale per approcciarsi all’opera di Galimberti ma anche alla filosofia stessa, intesa qui come disciplina che può aiutare ad analizzare meglio la contemporaneità e dunque a comprenderla. Del resto Galimberti resta giustamente nel cuore di tutti coloro che si sono laureati in filosofia a Ca’ Foscari.

 

elena-casagrande-foto_la-chiave-di-sophia

 

ELENA

 

elena-casagrande-libri_la-chiave-di-sophiaUna persona come lei che, oltre alla filosofia, ama il trekking e la montagna non può non consigliare Camminare di Henry David Thoreau, un libro che diventa un inno alla libertà dell’uomo che vede nel camminare un moto di elevazione spirituale, un itinerario interiore verso la purezza infinita e divina. Camminare è un modo per recuperare la dimensione della natura, un rimedio all’incontrastato progresso tecnico e industriale già nell’epoca in cui è stato scritto e valido forse ancora di più nel mondo odierno. Le montagne e il paesaggio ritornano anche in Barnabo delle montagne del grande Dino Buzzati, sua prima opera che apre ai suoi grandi temi, come quello dell’attesa e del tempo in sospensione. Il rapporto tra paesaggio e singolo diventano metafora della relazione anima-natura che si ritrovano proprio nel personaggio della guardia forestale Barnabo. L’ideale lettura ad alta quota!

 

giorgia-favero-foto_la-chiave-di-sophia

 

GIORGIA

 

libri-giorgia-favero_la-chiave-di-sophiaVenendo da studi legati all’arte, l’architettura e il design, Giorgia si è avvicinata alla filosofia attraverso l’estetica e niente, dal suo punto di vista, può equiparare la delicatezza e completezza di quella giapponese. A chi volesse aprire una porticina in quel mondo consiglia uno dei must, The book of tea (tradotto in vari modi) di Kakuzo Okakura. In meno di cento pagine il lettore potrà cominciare a capire che cosa sia lo zen di cui tutti parlano attraverso il rituale del tè ma non solo. La filosofia tuttavia serve anche a far luce sulle grandi problematiche della modernità, per questo consiglia Lettera aperta agli animali del filosofo francese contemporaneo Fréderic Lenoir: libro per “coloro che li amano” (come suggerisce il sottotitolo) ma soprattutto per coloro che si stanno ancora chiedendo se quella vegana e vegetariana possa essere davvero soltanto una moda.

 

giacomo-dallava-foto_la-chiave-di-sophia

 

GIACOMO

 

giacomo-dallava-libri_la-chiave-di-sophiaLe neuroscienze sono la specialità di Giacomo: danno quel tocco di praticità che può dare un aiuto concreto alla riflessione e soprattutto all’azione che ne consegue. Ecco allora che vi consiglia Il piccolo principe si mette la cravatta di Borja Vilaseca: una favola di come la promozione dello sviluppo personale e dell’intelligenza emotiva delle persone possono essere strumenti reali per migliorare la vita all’interno dell’ambito lavorativo. Restringendo invece il campo alla dualità tra tu ed io, un libro assolutamente consigliato è quello scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia, il migliore per comprendere i neuroni specchio: So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Libro alla portata di tutti che ci illumina sul modo in cui riusciamo a comprendere le azioni altrui, dando anche spiegazione ai nostri comportamenti sociali e individuali.

alessandro-basso-foto_la-chiave-di-sophia

 

ALESSANDRO

 

alessandro-basso-libri_la-chiave-di-sophiaAnche grazie ai suoi studi in Storia e Antropologia, Alessandro è un acuto osservatore della realtà e dei fatti di attualità che ci coinvolgono giornalmente. Anche per questo consiglia a chi non l’ha ancora letto un grande classico, La fattoria degli animali di George Orwell: con disarmante semplicità infatti lo scrittore britannico scrive un testo dalle innumerevoli chiavi di lettura con cui accedere a grandi temi della nostra attualissima realtà, tra cui per esempio la manipolazione delle parole, dei concetti, delle frasi. In alternativa, per tutti coloro che sono alla ricerca di un percorso nel proprio profondo, un testo molto accessibile ma denso di significato è Il profeta di Khalil Gibran, poeta libanese naturalizzato statunitense. Ricorda vagamente uno Zarathustra nietzschiano, ambientato in un contesto orientaleggiante e misterioso, e porta dritto all’interno di un viaggio interiore.

 

luca-mauceri-foto_la-chiave-di-sophia

 

LUCA

 

selezione-libri-lucaLa scelta di Luca ricade su un libro che racconta la realtà nuda e cruda, piena di paradossi, oscenità, eventi inspiegabili ma ordinari. Con una realtà del genere non c’è bisogno di fantasticare e sforzare l’immaginazione! Così ci viene raccontata da Franz Kafka nella sua opera Il processo: capolavoro dell’assurdo raccontato dal punto di vista del suo protagonista, K. Concludiamo infine le nostre selezioni estive con un magnifico libro sui libri, scritto da un autore noto soprattutto come romanziere ma in realtà grande saggista. Il titolo è La memoria vegetale e l’autore è Umberto Eco. Un libro dallo stile coinvolgente e ironico, un viaggio nella storia della carta stampata sia per chi ne è già appassionato ma anche per chi legge occasionalmente.

Tutti dovremmo stare con i ragazzi del Cinema America

Prima della politica e della passione per il cinema c’è un grande insegnamento che pulsa sotto le magliette dei ragazzi del Cinema America. È la voglia di vivere con estrema consapevolezza il nostro presente senza smettere mai di provare a rendere migliore il piccolo angolo di mondo in cui ci troviamo. La loro storia, dunque, non deve riguardare solo chi ama il cinema ma ognuno di noi, senza alcuna distinzione.

Una breve premessa è doverosa: tutto ha avuto inizio nel 2012, grazie all’occupazione di una sala simbolo del centro di Roma. Con grande caparbietà, tenacia e un po’ di follia, i ragazzi sono riusciti a mettere in piedi in pochi anni uno degli eventi culturali più importanti e popolari della Capitale. Dopo aver occupato abusivamente il cinema America nel quartiere di Trastevere, hanno iniziato ad organizzare incontri e proiezioni autonome per tenere viva la sala, salvandola, per un periodo, dal fallimento della gestione Cecchi Gori. L’intento iniziale non era legato necessariamente ai film ma a creare incontri e occasioni di dibattito che potessero unire e far riflettere chi viveva nei dintorni della sala. Sgomberati nel 2014 dalle forze dell’ordine, i ragazzi sono riusciti ad allestire una loro personale rassegna cinematografica nella vicina piazza San Cosimato, coinvolgendo ancora una volta i residenti del quartiere e mettendo di fatto in piedi una rassegna estiva di cinema all’aperto in cui è il pubblico a essere il vero protagonista dell’evento, partecipando attivamente e riappropriandosi di fatto degli spazi pubblici grazie al potere aggregativo del grande schermo. Li hanno chiamati “giovani supereroi della cultura”, hanno portato nelle piazze il buon cinema nonostante l’opposizione delle istituzioni e le mille difficoltà burocratiche che non gli hanno impedito di far dialogare con il pubblico i più grandi registi e protagonisti del cinema internazionale. Partendo dall’idea che si può lasciare un luogo migliore di come lo si è trovato, dal 2018 il loro progetto “Cinema in Piazza” ha visto coinvolti anche il parco del Casale della Cervelletta a Tor Sapienza e il Porto Turistico di Roma, ad Ostia. Circa 150mila gli spettatori coinvolti nella restituzione, a Roma e dintorni, di autentici “polmoni” per la cultura in città.

Pochi giorni fa la loro storia è finita sotto i riflettori della cronaca internazionale per due ignobili aggressioni ai danni di un gruppo di giovani la cui unica “colpa” è stata quella di essere vestiti con la maglietta dell’associazione. Sono stati chiamati “antifascisti” e sono stati picchiati perché si sono rifiutati di togliere la maglia del cinema America. Due episodi di questo genere devono essere condannati senza esitazioni e necessitano di tutta la solidarietà possibile nei confronti di chi porta ancora avanti il progetto del “Cinema in Piazza”. Quello su cui dobbiamo riflettere però è il fatto che oggi, in tutta Italia, i ragazzi del cinema America non sono soli. Persone di ogni età provano ogni giorno, con tutti i mezzi a loro disposizione, a diffondere cultura in modo costruttivo, mettendo in pratica lo stesso insegnamento che muove da sempre i ragazzi del Cinema America: renderci consapevoli che, con la partecipazione di tutti, le cose possono cambiare per davvero. La lotta contro l’immobilismo e l’indifferenza che stanno facendo scomparire sempre più sale cinematografiche nel nostro Paese si può combattere seguendo il modello del Cinema America. Come già detto però, questa non è solo una storia di ragazzi che amano il cinema. È il racconto di chi, traboccante di sogni, lotta ogni giorno per unire le persone attraverso la cultura per dirci che l’unione e la condivisione di determinati valori sono il motore unico che può condurci verso una consapevolezza civica più attiva e ragionata sia nelle piazze delle nostre città che davanti alla magia di uno schermo cinematografico.

 

Alvise Wollner

 

[immagine tratta da Facebook]

 

banner 2019

 

Una parola per voi: conquista. Luglio 2019

«Questo è un piccolo passo per un uomo ma un grande balzo per l’umanità».

Neil Armstrong, 21 luglio 1969
 
Cinquant’anni fa l’umanità intera, incollata davanti agli schermi televisivi o ipnotizzata dalla radiocronaca, balzò sulla Luna insieme a Neil Armstrong e a Buzz Aldrin. «If you believed they put a man on the moon…» cantavano i R.E.M. nel 1992, ossia «Se hai creduto che hanno portato un uomo sulla Luna…», alludendo, naturalmente, all’eccezionalità dell’evento, avvenuto in un’epoca ancora scarsamente tecnologica.
 
Eppure, checché ne dicano i complottisti o gli scettici, lo sbarco sulla Luna fu a tutti gli effetti un momento storico e lo fu perché sancì la conquista, da parte dell’essere umano, d’un territorio extra-terrestre. Quel giorno di luglio del 1969 l’uomo travalicò i suoi stessi limiti, approdando a un luogo estraneo, non concepito per lui. Un’avventura fantascientifica, una missione indimenticabile. Indelebile nelle nostre menti resterà per sempre la celebre frase pronunciata da Armstrong: con essa l’astronauta volle sottolineare che le grandi conquiste si fanno poco alla volta, tramite piccoli passi che fanno guadagnare terreno e conducono alla meta finale. Quel giorno lui fece una “semplice” passeggiata, che tuttavia simboleggiò il raggiungimento di un risultato epocale e grandioso per la razza umana.
 
In questo luglio bollente, noi de La Chiave di Sophia volgiamo uno sguardo alla Luna, riflettendo sulle grandi e sulle piccole conquiste. La parola per voi di questo mese è appunto conquista. Essa a volte è assoggettamento, prevaricazione, violenza – basti pensare alle prime scoperte geografiche e al colonialismo – ma può rappresentare anche un balzo in avanti, un miglioramento, un’evoluzione – si pensi ad esempio alla conquista di diritti civili, sociali e politici.
A quali film, libri, canzoni o opere d’arte vi fa pensare la parola conquista? Ecco ciò a cui abbiamo pensato noi!
 
 

UN LIBRO

chiave-di-sophia-una-stanza-tutta-per-seUna stanza tutta per sé Virginia Woolf

Opera dal contenuto rivoluzionario. La Woolf parte da un’esperienza biografica, il rigetto della società patriarcale sentita come una prigione, per analizzare il rapporto storico tra il mondo femminile e la letteratura. Testo cardine della lotta femminista, in esso l’autrice riflette su come fino al Settecento, una donna, per quanto dotata di talento, non avrebbe mai potuto avere uno spazio in una società maschilista. Perché una donna conquisti il proprio posto nel mondo, diviene necessario non equiparare i due sessi, i quali presentano essenziali differenze, ma identica dignità. Da qui un appassionato appello alle donne affinché siano curiose, intraprendenti e non smettano di combattere per sé.

 

UN LIBRO JUNIOR

chiave-di-sophia-che-noia-il-ciuccioChe noia il ciuccio che noia! – Alessandra Goria, Serena Riffaldi

Il vostro bambino non ne vuole sapere di abbandonare il suo fedele ciuccio? Questa allegra storiella fa al caso vostro! Immagini colorate, rime e filastrocche forse lo convinceranno a realizzare questa piccola-grande conquista e a diventare grande per davvero! I più affezionati saranno contenti di trovare, nella seconda di copertina, un riquadro su cui incollare una propria foto con il ciuccio, per poi conservare il libro come un dolce ricordo d’infanzia.

 

UN FILM

chiave-di-sophia-diritto-di-contareIl diritto di contare – Theodore Melfi

Tre donne afro-americane, calcolatrici nel campus aereospaziale della NASA a Langley, Virginia, con il loro talento, le loro capacità e l’ardente desiderio di riscatto hanno posto le basi per la vittoria americana della competizione per lo spazio contro l’allora Unione Sovietica. Si tratta della matematica Katherine Johnson, l’ingegnera Mary Jackson e la responsabile del settore IBM Dorothy Vaughn, magistralmente interpretate da Taraji P. Henson, Janelle Monáe e Octavia Spencer nel film “Il diritto di contare”, pellicola del 2016 del regista Theodore Melfi. Le tre calcolatrici lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò completamente la “corsa allo Spazio”. Due grandi conquiste: non solo quella spaziale, ma quella del diritto al riconoscimento delle proprie capacità e del proprio talento per tre donne di colore in uno dei momenti più difficili della segregazione razziale in America.

 

UNA CANZONE

parola-del-mese-conquista-queenWe Are the Champions – Queen

Il suo ritornello è un must di ogni vittoria, così noto da apparire scontato, ma quanti oltre a “Weeeee are the chaaampions my frieeeeeeeeends” hanno provato ad ascoltare (o leggere con calma) il testo? Perché il testo non parla di una vittoria qualunque ma di una vittoria conquistata con fatica e dolore. “And bad mistakes / I’ve made a few / I’ve had my share of sand kicked in my face / But I’ve come through” (“Di brutti errori / ne ho fatti un bel po’ / ho avuto la mia parte di sabbia buttata in faccia / ma ne sono venuto fuori”) canta Farrokh Bulsara in arte Freddie Mercury, e probabilmente lo fa con cognizione di causa. I Queen hanno raggiunto un successo stratosferico e infatti, a quasi trent’anni dalla morte del loro leader, troviamo i loro pezzi insinuarsi ancora negli spot commerciali, nei programmi televisivi, nei video. Sicuramente ognuno di noi ha raggiunto un successo, una piccola grande conquista, che lo può far sentire in assoluta sintonia alla canzone quando Freddie canta “But it’s been no bed of roses / no pleasure cruise / I consider it a challenge before the whole human race / and I ain’t gonna lose” (“Non è stato un letto di rose / né una crociera di lusso / La considero una sfida di fronte all’intera razza umana / e io non la perderò”): del resto è proprio grazie alla fatica che si può trarre un grande godimento dalla propria conquista.

 

UN’OPERA D’ARTE

juditta-klimt-conquistaGiuditta – Gustav Klimt

Quest’opera del 1901 è tra le più famose in assoluto non solo di Klimt ma di tutta la Secessione Viennese. Il riferimento biblico è un pretesto per dipingere una donna forte, come quelle che stavano cominciando ad emergere all’inizio del Novecento e che in ogni Paese iniziavano a conquistare uno dei riconoscimenti civili più importanti: il diritto al voto. Klimt spinge questa donna all’estremo, ad una fredda crudeltà che però le consente di vincere l’oppressore (l’uomo, Oloferne) e di conquistare la propria libertà. Insieme al soggetto, anche lo stile si rende partecipe di questa volontà di conquista del proprio diritto ad essere ciò che si è e di conseguenza ad esprimersi in tal modo. Come espresso infatti dal motto scritto a chiare lettere dorate sulla facciata del Palazzo della Secessione a Vienna (“Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà“) anche l’arte stessa in quel periodo cerca di liberarsi dal peso dell’accademia e degli stili del passato per potersi esprimere al proprio meglio e con le proprie modalità. Una delle più grandi conquiste dell’arte del Novecento.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Martina Notari, Giorgia Favero

 

banner 2019