Comunità di ricerca filosofica: come allenare le nostre emozioni

Negli ultimi anni si è rivelato quantomai necessario investire energie e risorse nell’Educazione Emotiva: educazione, cioè, al riconoscimento, all’accettazione, al conferimento di senso e al confronto con le emozioni, da sempre il grande scoglio dove bambini e ragazzi vanno ad incagliarsi. La Philosophy for Children di M. Lipman, come pratica educativa fondata sul dialogo e la ricerca, si pone in prima linea con una metodologia per una messa in discussione di questi “scuotimenti”1 antichi quanto l’uomo stesso. Lipman, nella propria opera Educare al pensiero (Thinking in education, 2002) affronta il tema delle emozioni scartando l’idea di un concetto puro e inserendole direttamente nelle dinamiche gnoseologico-comunicative-relazionali tra il Soggetto e Mondo. Le emozioni, dunque, vengono concepite come veri e propri registi del nostro “teatro mentale”. Non a caso l’emozione viene definita come una relazione ecologica tra l’organismo e il mondo2ed il corpo come teatro di ciò che accade intorno.

La psicologia sostiene e chiarisce molto precisamente il ruolo dell’emozione nell’arco delle nostre vicende quotidiane: le teorie più datate che mettevano in primo piano il Q.I. dei soggetti sono state puntualmente smentite dalla comparsa e dallo sviluppo delle teorie di Salovey e Mayer sulla cosiddetta intelligenza emotiva. L’attitudine ad essere in contatto con il nostro mondo interno e sviluppare quella che viene definita ‘consapevolezza di sé’ rappresenta la chiave per sviluppare la ‘consapevolezza sociale’, quell’abilità assolutamente fondamentale per la gestione dei rapporti col Mondo. Lipman descrive minuziosamente le relazioni che le emozioni creano con l’esterno: 1) le emozioni genuine si fondano su credenze (es. avere paura perché si crede di essere in pericolo); 2) l’emozione è strutturata; 3) le emozioni focalizzano la nostra attenzione; 4) le emozioni danno risalto alle cose. La forma paradigmatica del pensiero emotivo viene identificata nella Cura, generata da quella tensione angosciosa propria dello stare al mondo che sta ‘prima’ di ogni comportamento e situazione effettivi3: non è concepibile, infatti, pensare emotivamente a qualcosa senza che questo oggetto non abbia alcun valore o importanza. L’attaccamento, il valore, l’emozione, sono le tracce sulle quali camminiamo creando e plasmando pensieri. L’educazione alle emozioni, quindi, non può non implicare un contesto sociale e l’ambito della moralità: le emozioni vengono insegnate sulla base dell’adeguatezza alla situazione ma non è possibile richiamarle a comando; e provare un’ emozione solo perché già si crede di doverla pensare è una soluzione semplicistica e disfunzionale (es. i maschi non devono essere tristi e piangere, le femmine non devono arrabbiarsi e reagire).

Invece di creare un format educativo fondato unicamente su un opinabile background culturale o dalle mode del momento, si dovrebbe piuttosto cercare di spingere le persone a manipolare le proprie strutture entro le quali sono rinchiuse tali emozioni, mettendo in primo piano le buone ragioni che ne stanno alla base. La ragionevolezzatermine molto generico, acquisisce una grande importanza nel dare assetto alla sfera emotiva: si tratta di un processo assai complesso che serve ad affrontare una realtà altrettanto complessa, piena di pregiudizi e interazioni tra diversi personaggi. La P4C e più in particolare il setting della Comunità di Ricerca Filosofica (CdRF), quindi, rappresentano un banco di prova privilegiato dove il pensiero caring fonde l’educazione emotiva a quella critica, promuovendo un dialogo teso all’approfondimento e alla descrizione di questa Ragione “a due facce”. I ragazzi hanno la possibilità di imparare a identificare linguisticamente le proprie emozioni – potremmo citare la nota affermazione di Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio Mondo” – creando associazioni di senso4: la stessa Martha Nussbaum chiarisce  quanto sia importante mettere al servizio dei ragazzi un linguaggio idoneo a scoprire e svelare la nostra esperienza emozionale.

Le emozioni, dunque, prendono la forma dei giudizi impliciti nei nostri atti: ogni nostra emozione in reazione ad un fatto e un contesto precisi scaturisce dunque da una valutazione. Noi giudichiamo una situazione in base a innumerevoli sfumature più o meno evidenti, che si manifestano inevitabilmente all’interno della nostra reazione emotiva.

Le emozioni, dunque, non sono appropriate perché seguono le prescrizioni di un “foglietto informativo”, e nemmeno può dirsi che siano un qualcosa che accompagna il pensiero: sono piuttosto una manifestazione di esso, una vera e propria comunicazione di informazioni che non può e non deve essere ignorata, ma al contrario deve essere saputa leggere.

Il pensiero caring quale paradigma del pensiero emotivo suggerisce una certa visione della personalità soggettiva e di un setting di natura sociale5. Nella Comunità di Ricerca e nell’indagine filosofica le emozioni possono essere ‘testate’ dai ragazzi secondo quell’idea deweyana per la quale la scuola, e per analogia la Comunità di Ricerca, dovrebbe porsi come uno spaccato della vita sociale nel quale il bagaglio soggettivo può essere messa alla prova, discusso e forgiato costantemente allo scopo di evolversi e affinarsi. Il valore educativo della P4C risiede nella ri-strutturazione costante di un confronto trasversale che, con con un pretesto di discussione, mira all’approfondimento dei diversi aspetti della relazione umana, nel quale l’emotività gioca un ruolo fondamentale.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. Emozione, dal latino emotus, participio passato del verbo emovere (smuovere, scuotere, tirar fuori).
2. Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano 2000, p. 70.
3. Essere e Tempo, Longanesi & C., Milano 2001, p. 235-236
4. in La “comunità di ricerca” educazione delle emozioni e prevenzione della violenza
5. A.M. Sharp, The other dimension of caring thinking, The journal of philosophy in school

[Photo credits Ryan Wallace su Unsplash.com]

Trapianto e donazione d’organi: dialogo aperto sull’anonimato

Marco Galbiati è il papà di Riccardo, un ragazzo di 15 anni, morto per un arresto cardiaco nel gennaio 2017. Da allora questo padre, assieme a tanti altri genitori, mariti, mogli, figli, fratelli e sorelle di donatori d’organi, si batte per derogare all’obbligo di anonimato del donatore o del ricevente qualora entrambe le parti lo desiderino, nonostante il divieto delle norme in vigore nel nostro Paese.

Infatti, in Italia, la legge n. 91 dell’1 aprile 1999 (art.18, comma 2) sancisce che “il personale sanitario e amministrativo impegnato nelle attività di prelievo e di trapianto è tenuto a garantire l’anonimato dei dati relativi al donatore ed al ricevente”.

Tale norma, in linea con la deontologia medica, sancisce un divieto che fa riferimento solo al personale sanitario, ma non si esprime circa eventuali contatti tra i familiari dei donatori e i riceventi.

Chi ha ricevuto gli organi, da chi li ha ricevuti? Si tratta di una domanda legittima e comprensibile tipica sia di chi acconsente alla donazione dopo la perdita di un familiare, sia di chi grazie a quell’organo donato torna a vivere.

A questo livello la medicina, la psicologia e la bioetica, però si dividono: chi ritiene che la condivisione tra familiari del donatore e trapiantato possa essere un aiuto per le persone che lo hanno vissuto, e chi ritiene che in realtà quello che accade nella psicologia delle famiglie coinvolte sia molto più complesso e problematico.

A tal proposito, il Centro Nazionale Trapianti di fronte alle richieste di deroga dell’anonimato insiste sul fatto che quest’ultimo sia, invece, elemento necessario tanto per la tutela dei familiari del donatore, soprattutto per evitare la comparsa di proiezioni distorte nei confronti di chi ha ricevuto gli organi del proprio caro, quanto per chi ha ricevuto l’organo.

Infatti, il trapiantato è una persona che ha la possibilità di ritornare al vita e che inevitabilmente sviluppa un profondo sentimento di gratitudine nei confronti del donatore che gli psicologi chiamano vincolo di riconoscenza. Ecco perché il principio dell’anonimato si pone a tutela del ricevente, il quale potrebbe sviluppare dipendenze nei confronti di chi gli ha permesso di continuare a vivere oppure subire pressioni di diversa natura (relazionali, economiche ecc).

Di conseguenza la rete trapiantologica italiana, ad oggi, si “limita” a mettere a disposizione un’equipe di psicologi a sostegno nell’elaborazione del lutto e un servizio informativo per rendere noto ai familiari del donatore quali organi sono funzionanti e, nei casi in cui lo si richieda, le caratteristiche generali del ricevente (età e sesso).

In ogni caso, a fronte delle petizioni lanciate sul tema, il Centro Nazionale Trapianti ha ritenuto necessario analizzare la questione non solo dal punto di vista strettamente medico-psicologico, formulando un quesito al Comitato Nazionale di Bioetica circa l’opportunità di superare l’anonimato delle famiglie di chi dona e chi riceve gli organi. 

A tale riguardo, infatti, lo stesso Comitato il 27 settembre 2018 ha pubblicato un nuovo parere dedicato al tema della “Conservazione dell’anonimato del donatore e del ricevente nel trapianto di organi”. Il Comitato ritiene necessario mantenere il principio dell’anonimato nella fase precedente al trapianto degli organi al fine di conservare i requisiti di equità basati su: criteri clinici, priorità nella lista d’attesa ecc, e nell’intento di impedire eventuali ricatti, manipolazioni o coercizioni.

Nelle fasi successive alla donazione, a differenza di quanto previsto dalla legge 91/1999, il  Comitato si esprime positivamente rispetto alla possibilità di eliminare l’obbligatorietà dell’anonimato, a condizione però che entrambe le parti siano d’accordo, che sia stato firmato un consenso informato valido e che sia passato un tempo sufficiente per compiere delle scelte ponderate da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Il Comitato individua inoltre la necessità di una struttura terza, nell’ambito del sistema sanitario, responsabile della valutazione e della gestione del contatto tra donatore e ricevente in modo tale che sia assicurato il rispetto dei principi cardine della medicina dei trapianti (privacy, gratuità, giustizia).

Successivamente e in conseguenza al parere formulato dal Comitato Nazionale di Bioetica, il Centro Nazionale Trapianti ha fornito disponibilità e supporto tecnico nell’intraprendere un eventuale iter legislativo volto alla modifica della Legge 91/1999.

Personalmente ritengo che la rimozione dell’anonimato sia una possibilità eticamente giustificata. Reputo inoltre che la conoscenza dell’identità dei donatori e dei trapiantati debba avvenire in presenza di determinate condizioni, la condizione fondamentale essendo quella relativa al riscontro di un equilibrio psicologico degli interessati tale da permettere loro di interpretare ed assimilare in maniera obiettiva il significato che il trapianto può acquisire dal punto di vista della continuità dell’identità personale.

Infatti, nel caso specifico della donazione di organi, può risultare complesso discernere in modo netto l’identità di un “tutto” (inteso come “persona” o “corpo”) da quella di una sua “parte” (nel caso specifico un “organo”). Si consideri, ad esempio, il caso in cui il cuore appartenuto a un ragazzo morto venga trapiantato in un’altra persona, salvandole la vita: è plausibile che la famiglia del donatore ritenga che una “parte” del proprio figlio continui a vivere in un’altra persona.

Allo stesso modo, la persona che ha ricevuto l’organo in dono potrebbe pensare che, in seguito al trapianto, la sua identità (biologica) sia stata “modificata”, in quanto “integrata” da una parte (organo) precedentemente appartenuta a qualcun altro.

Detto ciò, dunque, credo che debba essere possibile talvolta fare in modo che il desiderio da parte della famiglia di un donatore di incontrare la persona in cui, in qualche modo, continua a vivere una parte della propria persona cara, possa essere perseguito. Ritengo tuttavia indispensabile gestire e prevenire, all’interno della pratica clinica di sostegno psicologico, il rischio di sviluppare, dall’una o dall’altra parte, da donatori e da riceventi, aspettative e proiezioni deviate così come logiche identitarie distorte o patologiche.

 

Silvia Pennisi

 

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“Elogio della pazzia”: filosofia e felicità secondo Erasmo da Rotterdam

Viviamo in un momento storico in cui la filosofia sembra non avere valore. Non importa che essa sia stata la fonte di ogni conoscenza, o che vengano redatti centinaia di articoli a sua difesa. La filosofia è considerata inutile e la si allontana. Si possono annoverare diversi motivi che hanno scatenato tanta ostilità nei confronti di questa disciplina ma, in questa sede, ce ne servono solo due.

Il primo è molto semplice: la filosofia è una disciplina troppo seria, con le sue domande sulla morte e sull’anima e, soprattutto, con le sue risposte a volte inquietanti.
Il secondo elemento è ancor più semplice del primo: la filosofia è una materia difficile, con i suoi termini altisonanti e i suoi tomi voluminosi, tanto da scoraggiare la maggior parte di chi tenti di avvicinarsi. Esiste, tuttavia, un altro modo di intendere la filosofia; è un modo nascosto e quasi proibito, che minaccia l’austerità della filosofia ma di cui tutti noi abbiamo bisogno: lo scherzo.

Erasmo da Rotterdam pubblica nel 1509 un libriccino intitolato Elogio della Pazzia, in cui si spiegano tutti i benefici della pazzia raccontati da essa stessa.
L’Elogio è un libretto fresco, scherzoso, in cui la Pazzia prende in giro tutti, e si difende da chi la maltratta. Perché Erasmo da Rotterdam, erudito e filosofo, dovrebbe fare della filosofia uno scherzo?

«Siccome non volevo sprecare il tempo che dovevo passare a cavallo in chiacchiere senza intelligenza e senza sugo, decisi di dedicare un po’ della mia attenzione a qualche argomento […]»1. Erasmo scrive questa frase nella dedica dell’opera all’amico Tommaso Moro: in sostanza, Erasmo scrive questo libretto perché si annoia ma non vuole sprecare il suo tempo in futilità o stupidaggini. Gli scherzi non sono mai una perdita di tempo. Oltre a ciò, vi è un motivo ben più profondo, che ci aspettiamo da un filosofo come Erasmo. La filosofia si occupa dell’unica cosa, probabilmente, di cui valga davvero la pena occuparsi: come essere felici in questa vita.

Non è forse qualcosa che abbiamo tutti a cuore? La filosofia cerca continuamente un modo di vivere che sia sempre migliore, e che scacci ogni paura, per essere davvero felici. Erasmo afferma che, per essere felici, bisogna essere pazzi.
La pazzia è trasparente in se stessa, non si nasconde, e quando c’è, subito si rivela. Che cos’è in fondo la pazzia? La gioia di vivere. Abbandonarsi alla vita, in sostanza, non è da saggi. Se si fosse davvero saggi, faremmo tutto come Montaigne, che all’età di 25 anni si ritirò a vita privata e non uscì mai più di casa.

La pazzia è dimenticare la morte, gli affanni, ed è solo godimento della bellezza. «E quanto più si avanza lontano da me, nell’uomo gradualmente la vita si perde»2, fa dire Erasmo alla Pazzia.
Per secoli, i grandi sapienti hanno insegnato a mortificare il corpo, i sensi, per fregiarsi di saggezza e saper vivere, senza mai abbandonarsi alla gioia.

Eppure, scrive Erasmo, se la vita si diffonde è solo merito della follia, e non perché la vita si genera solo attraverso gli organi del piacere, tenuti ben nascosti, ma anche perché innamorarsi, affidarsi all’altro, amare i figli prima ancora di conoscerli non è frutto di sapienza, ma di pazzia, appunto.

La vita è un dono della follia e non è quest’ultima a mortificarla. Se la filosofia cerca continuamente una maniera per vivere bene, la saggezza rischia di trasformarla nella maniera per non vivere.

«Viceversa io istillo negli uomini l’ignoranza e li distolgo dal riflettere, talora li induco a dimenticare i mali e ad illudersi con speranze di felicità, qualche volta gli ungo le labbra col miele dei piaceri e insomma in tutte le loro miserie io li assisto»3.

La pazzia è l’audacia di vivere, senza alcuna protezione. E cos’è dunque la felicità?

«[…] la regola essenziale della felicità è voler essere come si è»4.

La felicità non è una scienza. Sarebbe molto più conveniente se esistesse una formula o un teorema da seguire per assicurarsi la felicità. La nostra non sarebbe più una vita, bensì un ingranaggio, e chi ha voglia di essere una vite o un bullone?

Per essere felici occorre essere pazzi, per amare chi si vuole, lavorare dove si vuole, progettare ciò che si vuole non importa cosa dicano i saggi. «In effetti han davvero pochissimo senno quanti giudicano che la felicità umana è riposta nelle cose come sono. Al contrario essa dipende dall’opinione che se ne ha»5.

La domanda che Erasmo si pone è se vale la pena sacrificare la propria felicità in nome della ragionevolezza.
Questo articolo è un invito a leggere l’Elogio della Pazzia di Erasmo per scoprire la filosofia sotto un’altra veste e capire che di essa non si può fare a meno. Dietro al lavoro, alla crescita economica e tutto quello che oggi riteniamo importante c’è infatti il tentativo di essere felici. Dietro al successo si nasconde sempre la domanda se la vita che stiamo vivendo è degna di essere vissuta.

«Ma che importa il giorno della morte ad uno che non è mai vissuto?»6.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Erasmo da Rotterdam, Elogio della Pazzia, Biblioteca Ideale Tascabile, Milano 1995, p.13.

2. Ivi, p. 23.
3. Ivi, p. 39.
4. Ivi, p. 32.
5. Ivi, p. 53.
6. Ivi, p. 45.

[Photo credit Pixabay]

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Amore e morte: don Claude Frollo in Notre-Dame de Paris

L’amore può uccidere: è questo il giudizio che si va formulando percorrendo le pagine di Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo, questo il giudizio come impresso a lettere di fuoco nella mente non appena si è voltata l’ultima pagina. L’amore può ottenebrare l’intelletto e avvelenare il cuore, infrangendo quell’equilibrio armonico nella sua disarmonia, di razionalità ed emotività che ogni persona è, conducendo quest’ultima, come una candela, ad una lenta consunzione: proprio ciò che accade al personaggio di Claude Frollo, del quale in questo articolo si ripercorrerà l’amara vicissitudine, il ruolo di vittima e carnefice che Hugo gli assegna nella storia che racconta.

Claude Frollo è, innanzitutto, un religioso, un diacono – più precisamente un arcidiacono. Le cui mansioni, tuttavia, egli non svolge a Josas (oggi Jouy-en-Josas, un piccolo comune dell’Ilê-de-France), perché risiede nella cattedrale di Notre-Dame, nella quale, però, l’arcidiacono si dedica anche e senza sosta ad un particolare compito, nel suo piccolo studio: la ricerca intellettuale. Lo scrittore francese lo descrive per l’appunto come una mente avida di conoscenze, la quale ha divorato tutte le nozioni che il sapere del tempo – il romanzo è ambientato nel 1482 – poteva offrirgli, pervenendo infine alle discipline occulte, all’alchimia. Proprio ai misteri alchemici egli si dedica nel suo studiolo, dotato com’è quest’ultimo di fornelletto, di ampolle e di alambicchi per tutti i suoi esperimenti con le sostanze chimiche. E proprio dalle sommità di Notre-Dame, infine, egli scorge una zingara danzare al ritmo di un cembalo, nei pressi di un grande falò allestito nella piazza antistante la cattedrale, uno spettacolo che, sebbene gli fosse familiare in quanto spesso ripetuto, un giorno apparentemente come ogni altro sparge le sementi dell’amore in lui.

In un climax ascendente, nel quale la ragione del religioso, e appunto quella stessa ragione disciplinata da lunghi anni di intensi studi, manifesta progressivamente la sua incapacità a circoscrivere l’esplosione emotiva in lui, un’esplosione emotiva dalla quale si dipartono schegge di amore e sensualità, ma anche di odio, di frustrazione e di molto, moltissimo, tormento, in un climax ascendente appunto l’arcidiacono tenta dapprima di far pedinare e rapire dal proprio figlio adottivo e campanaro di Notre-Dame Quasimodo la zingara, Esmeralda; poi di incastrarla come colpevole di stregoneria e di tentato omicidio in un processo farsa – l’arcidiacono, per ottenere questo scopo, giunge, sotto mentite spoglie, perfino a macchiare le sue mani di sangue, pugnalando alle spalle l’uomo d’armi Phœbus de Châteaupers, amato dalla zingara e quindi ritenuto suo rivale in amore dal religioso; infine, dopo una rocambolesca fuga, dopo averle confessato un’ultima, disperata, volta il suo amore miserevole, di consegnarla nelle mani degli emissari del re di Francia Luigi XI perché la issino sulla forca.

Ma qual è l’epilogo della vicenda di Frollo? In merito, l’adattamento cinematografico targato Disney segue Hugo: l’arcidiacono muore cadendo dalle sommità della cattedrale di Notre-Dame.

L’amore può uccidere, quindi. L’amore può arrivare ad intossicare perfino una mente acuta come quella di Frollo, la cui vastità di conoscenze è oggetto di ammirazione da parte degli altri uomini di scienza che appaiono nel romanzo. E può inquinarla al punto da condurre l’arcidiacono alla scelta deliberata non solo di reificare colei che afferma di amare – reificata perché solamente desiderata per la sua corporeità – ma di servirsi di ogni mezzo, anche non moralmente giustificabile, per il proprio scopo, ossia, appunto, possedere Esmeralda. Così come l’amore può giungere, d’altro canto, a corrompere il cuore, che nel religioso diventa il ricettacolo delle più oscure passioni: acre invidia, grande tormento, nero odio. Ecco, in altre parole, in che modo l’amore uccide Frollo: infrangendo quella disarmonica armonia che ogni essere umano, di carta o di carne che sia, è, rendendolo altro da se stesso al punto da provare il desiderio di vedere impiccata la zingara che rifiuta il suo amore, al punto di scegliere di consegnarla in mano ai suoi carnefici. In breve, l’amore uccide Frollo distruggendo la sua identità ed umanità.

Ma l’amore autentico non ferisce, lenisce; l’amore autentico non condanna, redime.

 

Riccardo Coppola

 

[Credits: @bethanybeck via Unsplash.com]

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Ritorna il Titanic! Sintomo d’egocentrismo o dell’incapacità di abbandonare il passato?

Il RMS Titanic fu un transatlantico britannico, diventato famoso per la collisione con un iceberg nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 e il conseguente naufragio avvenuto nelle prime ore del 15 aprile 1912. Era secondo di un trio di transatlantici, progettati per offrire un collegamento settimanale di linea con l’America e per garantire il dominio sulle rotte oceaniche alla White Star Line. Il Titanic rappresentava la massima espressione della tecnologia navale del tempo. James Cameron fece di questa storia un successo cinematografico nel 1997 con un giovanissimo Leonardo di Caprio e ricevendo 14 candidature agli Oscar, tra cui 11 vinti.

Agli inizi del Novecento la corsa al transatlantico può essere paragonata alla corsa per lo spazio degli anni ‘50/60. Chi ci fosse riuscito al meglio avrebbe ottenuto prestigio e gloria – insieme a ingenti ricchezze. Sono i decenni dello sviluppo tecnico e delle “magnifiche sorti e progressive” leopardiane e pochi potevano tirarsi indietro. Spostamenti più rapiti comportavano infatti una maggiore mobilità e lavoro: una piccola globalizzazione che interessò il campo nautico, come l’aviazione.

Il Titanic II tenta di riprodurre tutto ciò. In seguito ad un primo studio di fattibilità dell’opera, sono state fatte due proposte: la prima proposta nel 2000 e abbandonata nel 2006; la seconda rilanciata nel 2012 dal magnate australiano dell’industria mineraria Clive Palmer. Dopo mesi di stallo, nel settembre 2018 Palmer ha rilanciato il progetto, parlando di un possibile varo della nave a Dubai entro il 2022. Non certamente un lavoro facile da realizzare.

Stesso nome, stesso numero di passeggeri e itinerario, ma con una differenza: ci saranno scialuppe per tutti. Il Titanic II avrà 2.400 posti passeggeri, su tre piani per un totale di 840 cabine. Sarà una copia dell’originale dagli arredi alla famosa scalinata. Il sogno di Clive Palmer si sta realizzando e c’è da chiedersi: sarà causa dello smodato senso di potenza umana o effetto dell’incapacità dell’uomo di lasciarsi dietro il passato?

Adattando al problema il pensiero di Henri Bergson, filosofo francese a cavallo tra Ottocento e Novecento, la causa allo smodato desiderio di ripresentare un simbolo d’epoca come il Titanic, si va intrecciando tra memoria e pensiero, svelando l’uomo come un essere caduco e perennemente intrappolato nel proprio tempo passato.

Il pensatore francese viene ricordato infatti per aver indagato sul concetto di tempo spazializzato. Dalla confusione tra intuizione e intelligenza nell’era positivista, è nata secondo Bergson l’incomprensione sulla natura del tempo. L’intelligenza che da sempre mira a fini pratici, concepisce il tempo come una serie di istanti concatenati e misurabili. Così per il tempo non esistono singoli istanti ma un loro continuo fluire non scomponibile. Però nella durata reale della coscienza di ognuno, dove gli stati psichici non si succedono ma convivono, il tempo della scienza da quello reale diverge. Ciascuno vive nella propria coscienza, ed è impossibilitato ad uscirne.

Su questa concezione del tempo Bergson procede con l’interpretazione sulla memoria. Ci deve essere necessariamente un diverso rapporto anche tra percezione e memoria. Egli ritiene infatti che la percezione sia l’atto di ritagliare un’immagine parziale della realtà percepita, che dura per l’istante della percezione e che poi viene superata da altre percezioni, a loro volta ritagli della realtà. La memoria invece è l’accumularsi, lo stratificarsi dei ricordi, duraturo e sempre tutt’intero presente, indipendentemente dalla coscienza che si ha, e la cui dimensione temporale non è l’istante, come per le percezioni, ma la durata reale.

La teoria è complessa e il fine vorrebbe essere una identificazione tra spirito e materia come un tutt’uno. Ma ritornando al Titanic potremmo affermare che: l’idea di volerlo ripresentare di nuovo non è frutto di libertà o di piena scelta egoistica, ma della nostra incapacità di abbandonare il passato. È insito infatti nella nostra memoria la nave come accumulazione di percezioni diverse immaginative e simboliche. Il passato che in questo caso può essere identificato nel transatlantico che si dirige a New York, non può essere ignorato. È diventata una immagine storica talmente ancorata nella cultura occidentale, che ignorarla sarebbe come rinnegare sé stessi.

Involontariamente siamo imbrigliati nella dimensione temporale passata, che ci proiettiamo e che ne costituisce la memoria a discapito del presente e del futuro. Come lo stesso Bergson scrive nel Saggio sulla relazione del corpo allo spirito:

«Se invece pensate il presente concreto e realmente vissuto dalla coscienza, si può dire che esso consiste, in gran parte, nell’immediato passato. Nella frazione di secondo in cui dura la piú corta percezione possibile di luce, hanno avuto luogo trilioni di vibrazioni la prima delle quali è separata dall’ultima da un enorme intervallo. La vostra percezione, per quanto istantanea, consiste dunque in un’incalcolabile moltitudine di elementi ricordati e, a dire il vero, ogni percezione è già memoria. Noi non percepiamo, praticamente, che il passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro».1

I tre stadi del tempo ne diventano uno solo e per altro quasi inafferrabile, se non nei piccoli attimi dell’esistenza. Una sorta di gabbia percettiva ove l’uomo può solo prendere consapevolezza.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE:
1. Saggio sulla relazione del corpo allo spirito, in H. Bergson, Opere, 1889-1896, di F. Sossi, a cura di P. A. Rovatti, A. Mondadori, Milano 1986, pp. 257-258

 

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Apprendere a raccontarsi: scritti di vita condivisi nella pratica clinica

Da quando, con il progressivo affermarsi della bioetica, l’obiettivo della pratica clinica è scivolato dal semplice e diagnostico to cure alla complessità etica del to care, numerosi sono stati i dibattiti circa il come questa cura rivolta alla totale attenzione della complessità della soggettività umana potesse essere efficacemente realizzata non unicamente da parte del medico, ma anche di ciascun operatore e professionista sanitario che, nelle sue mansioni specifiche, ha un ruolo cardine nel percorso di cura del paziente.

Chiaro è che, come la letteratura l’ha ribadito a  più riprese, il curare, inteso nei termini di una guarigione progressiva fino al ripristino dell’equilibrio omeostatico del paziente, minimizza la complessità di quelle attività e di quei gesti di cura che, giorno per giorno, vengono rivolti al malato. Non si tratta, tuttavia, di minimizzare l’importanza del fenomeno del curare “tecnico” del medico, le cui competenze sono pertanto imprescindibili per lo svolgimento di una buona pratica clinica, quanto più di ammettere l’integrazione di questa sfera con quella di una presa in carico che, all’interno della logica della diagnosi e della prognosi, presenta un valore aggiunto nella direzione del miglior interesse del paziente.

Con la nozione di cura si spiana il sentiero descritto dalla vulnerabilità umana, dalla disabilità, da quella fragilità che, in un momento o nell’altro, ci segneranno, rendendoci un po’ più consapevoli della nostra dipendenza all’altro e agli altri. Lo strumento che più permette alla cura di dispiegarsi è, senza dubbio, la narrazione.

Da principio, il modello narrativo è nato e cresciuto in seno al diffondersi, negli Stati Uniti e poi in Europa, dell’etica della cura. Un’etica volta alla valorizzazione di ogni dipendenza e vulnerabilità umana, non unicamente un’etica femminile, bensì una pratica che trova le proprie radici nella struttura ontologica dell’essere umano: nella sua finitudine e inevitabile mortalità.

Siamo tutte e tutti, fin da subito, ovvero fin dalla nascita, spezzati. Nel corso di alcuni momenti della vita, sono questi pezzi di sé a dover essere raccolti e dispiegati, narrati e ascoltati.

La medicina narrativa, di cui Rita Charon è uno dei principali rappresentanti, nasce da questo bisogno: il bisogno di dar voce a quelle parti di sé da ricostruire e che, durante il decorso della malattia, appaiono indecifrabili. Quello che Charon propone è un metodo fondato sulle medical humanities avente l’obiettivo di stimolare la narrazione e la ricostruzione autobiografica del paziente attraverso l’intervento di una diversità di discipline quali la letteratura, la psicoanalisi, la filosofia, e l’arte. L’inserimento di un approccio multidisciplinare nella classica pratica clinica evidence based, aiuterebbe il paziente a narrarsi, attraverso stimoli di diversa natura, e a raccontare la propria sofferenza integrandola nel percorso di rielaborazione del Sé.

È tuttavia sufficiente una pratica multidisciplinare per aiutare l’Io a ricostruirsi a partire dalle ferite della malattia? Oppure esiste, all’interno della pratica clinica, un aspetto più profondo che la narrazione potrebbe indagare?

Lo abbiamo già anticipato, ma ripetiamolo: il racconto assume, all’interno della dinamica medico-paziente, un ruolo chiave. È importante, tuttavia, soffermarsi sulla natura e sulla direzione del racconto che, nato all’interno della dialettica curante-malato, porterebbe le due soggettività sullo stesso piano ontologico, quello della loro stessa condizione di partenza definente l’essere umano nella sua natura: dipendenza e vulnerabilità.

Paul Ricoeur è il filosofo che più ha approfondito l’importanza del “racconto di vita”, nonché l’orizzonte etico di senso che la dinamica narrativa, attivandosi, porta con sé. L’identità narrativa è la dimensione profonda in cui l’Io si dispiega attraverso lo scorrere del tempo, pur lasciando una permanente traccia di sé. Dispiegandosi, l’Io apre le porte dei propri confini identitari e si impegna responsabilmente nei confronti dell’Altro da sé.

Con l’altro, ci si racconta. Ci si espone al mondo e si lascia la propria traccia. E così, vice versa. L’altro si racconta a noi. Si espone al mondo. Ci lascia una propria traccia. Si costruisce così un piano dialettico in cui le storie di vita non possono che intrecciarsi l’una con l’altra, in cui le ipseité, riprendendo una al nozione del filosofo francese, si costruiscono le une attraverso le altre.

La dimensione dialogica, così come la intende Ricoeur, nasce quindi in ragione di un percorso che, come il filosofo lo definisce in una delle sue ultime opere, è un percorso di riconoscimento. Un riconoscimento che avviene tra pari, pari componenti dell’enorme puzzle che è l’umanità.

È sul piano della mutualità e della “sollecitudine” caratterizzante la condizione di ciascuno a partire dal proprio stare al mondo, che il riconoscimento si traduce nell’accettazione dell’alterità attraverso quella storia raccontata che è la sua, sciogliendo conflitti e superando le contraddizioni.

Nella pratica clinica è noto come spesso i dilemmi morali emergano da conflitti valoriali tra soggettività che, nella loro diversità, diventano testimoni della propria storia di vita. Pertanto, in tali circostanze, ciò che richiede di essere ascoltato è uno spazio di mutevole comprensione che permette a ciascun Altro di dispiegarsi. Non esistono ricette, o regole d’oro. “Solo” lo sforzo di apprendere dall’altro, mettersi in discussione e ricostruire. E, inevitabilmente questo lavoro di decostruzione e ricostruzione non può che avvenire nel momento in cui si dà la libertà all’altro di accedere nella propria vita, contribuendo per la scrittura di un suo nuovo capitolo.

La comprensione e infine lo scioglimento di conflitti etico-clinici non può dunque avere inizio laddove manca un terreno fertile per la crescita di un apprendimento condiviso, rivolto alla continua scrittura della propria storia in relazione a quelle alterità che, necessariamente, incidono sul nostro io.

Talvolta, l’assenza della temporalità necessaria per riscoprire tale narratività relazionale fa sì che quella alleanza terapeutica venga meno, insieme alla perdita di fiducia.

 

Sara Roggi

 

[Photo credits Debby Hudson su Unsplash.com]

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Una parola per voi: grandezza. Maggio 2019!

“Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
nè sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.”

Alessandro Manzoni, Il Cinque Maggio

Manzoni dedica una poesia piena di fervore e movimento al quinto giorno del mese di maggio, giornata che, nel 1821, vede la fine di un personaggio che Hegel avrebbe definito cosmico-storico: Napoleone Bonaparte. Si dice che Manzoni scrisse la poesia di getto, sconvolto e ispirato dalla notizia della morte del grande (nel bene e nel male, ma lo sappiamo: “ai posteri l’ardua sentenza”) condottiero e imperatore francese. Manzoni lo definisce romanticamente “uom fatale”, l’uomo del destino, che ha cambiato il fato non solo della Francia ma dell’Europa intera. In quel “Ei fu” iniziale c’è il profondo rispetto per un personaggio che ha incarnato la storia. Attonita è la terra nell’apprendere della sua morte, non profferisce parola e medita sugli ultimi attimi di vita di Napoleone. Il suolo si domanda quando “una simil orma di piè mortale” calpesterà la sua violenta polvere. Se ne va a maggio, Napoleone, in un mese irruento come lui, spesso caratterizzato da una temperatura calda e passionale e da uno slancio in avanti, verso l’estate che arriva, verso il futuro. Maggio, come Napoleone nell’elogio manzoniano, è grandezza e pienezza, è la gloria della primavera che si erge e prende piede.

Ricordando questa imprescindibile figura storica, riuscite a pensare a dei libri, a un film, a una canzone o a un’opera d’arte, che celebrino la grandezza di un personaggio, reale o immaginario, di cotale portata? Un “uom fatale”, che fa e disfà, che impugna le redini e cambia il suo destino e quello altrui? La parola per voi di questo mese è “grandezza”.

 

UN LIBRO

gatsby-la-chiave-di-sophiaIl grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Manifesto degli Stati Uniti della cosiddetta Jazz Age e dei Roarin’ Twenties, The Great Gatsby (1925) è un disilluso e impietoso ritratto a specchio della upper class americana degli anni che precedono la crisi del ’29 e di molti aspetti della tumultuosa vita di Fitzgerald: l’alcol, pervasivo e onnipresente, simbolo di benessere e di trasgressione al proibizionismo, la sfrenata e patinata vita alto-borghese, l’ascesa sociale, l’amore e l’incomunicabilità con la moglie, Zelda Sayre, trasposta nella ricca e viziata Daisy. Long Island, 1922: Nick Carraway, agente di borsa, si stabilisce dalla provincia vicino alla sfarzosa villa dell’eccentrico e misterioso Jay Gatsby, con cui stringe una singolare amicizia. Gatsby è più grande dell’umano: sin da ragazzo organizza le sue giornate con una precisa scansione oraria impegnandosi in buoni propositi; ambizioso, conquista per vie lecite e illecite ricchezza e prestigio, e culla il sogno impossibile, perché «non si può ripetere il passato», di rivivere la passione di un tempo con la cugina di Nick, Daisy, di cui è immensamente innamorato.

UN FILM

imitation-game-chiave-di-sophiaThe imitation game – Morten Tyldum

Tratto dalla storia vera del leggendario criptoanalista Alan Turing, il film racconta la serrata lotta contro il tempo condotta dal matematico e dalla sua squadra durante la Seconda Guerra Mondiale per decifrare il codice segreto nazista denominato “Enigma”. Il film è un ritratto onesto del geniale Alan Touring, personaggio decisamente complesso che l’attore Benedict Cumberbatch interpreta magnificamente. Senza dubbio uno dei migliori film del 2014 e restituisce in maniera contemporaneamente cruda e poetica la storia della drammatica e toccante vita del genio britannico.

UN’OPERA D’ARTE

tiziano-la-chiave-di-sophiaCarlo V a cavallo – Tiziano

Il grande artista cadorino Tiziano Vecellio venne chiamato nel 1548, all’apice della sua carriera e della sua fama, a recarsi nella città di Augusta per eseguire alcuni importanti ritratti dell’imperatore Carlo V. Lo scopo era quello di celebrare la grandezza umana e militare dell’imperatore asburgico, colui che, per la prima e unica volta nella storia, ha potuto governare un territorio così vasto da essere definito “impero su cui non tramonta mai il sole”, esteso dall’Europa alle colonie spagnole dell’America Latina. Questo monumentale dipinto su tela, alto oltre tre metri e oggi conservato al museo del Prado a Madrid, raffigura Carlo V seduto a cavallo all’indomani della sua storica vittoria contro i protestanti nella battaglia di Muhlberg. Esso è certamente il più importante tra i ritratti che Tiziano dedicò all’imperatore, poiché è l’unico ad avere la forma di ritratto equestre (celebrativo per antonomasia) ed è quello che meglio di tutti comunica la grandezza, politica e morale, del grande imperatore, strenuo difensore del Cristianesimo contro il luteranesimo allora dilagante tra le popolazioni tedesche.

UNA CANZONE

viva-la-vida-la-chiave-di-sophiaViva la vida – Coldplay

“I used to rule the world / Seas would rise when I gave the word / Now in the morning I sleep alone / Sweep the streets I used to own” (“Governavo il mondo intero / i mari si alzavano al mio comando / Adesso mi sveglio e sono solo la mattina / spazzo le strade che erano mia proprietà”). Il re fittizio del grande successo dei Coldplay (correva l’anno 2008) ha vissuto momenti di grande gloria ma è caduto in disgrazia: qualcosa della sua storia ci richiama al Napoleone con cui abbiamo iniziato la nostra ricerca artistica nella grandezza. Il ricordo del potere e la miseria del presente si alternano in una canzone ricca e coinvolgente che nasconde un messaggio di critica ad ogni autoritarismo, cui segue sempre una ricerca di libertà da parte del popolo (del resto, in copertina all’album troviamo proprio La libertà che guida il popolo, opera di Delacroix in riferimento alla rivoluzione francese). Ma qui si entra nella psicologia del personaggio, che dopo essersi apparentemente goduto il suo potere arriva alla comprensione di come tutto sia fuggevole: “One minute I held the key / Next the walls were closed on me / And I discovered that my castles stand / Upon pillars of salt and pillars of sand” (“Un attimo prima avevo in mano le chiavi / quello dopo le mura mi si chiudevano addosso / e ho capito che i miei castelli si reggevano / su pilastri di sale, pilastri di sabbia”). La canzone si chiude con un momento quasi silenzioso dopo i fasti e le campane del ritornello, alcuni lunghi secondi di calma e di compianto, che sono come un abbandono, quasi un “mortal sospiro”.

 

Francesca Plesnizer, Rossella Farnese, Martina Notari, Luca Sperandio, Giorgia Favero

 

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