All’essere speciale che mi ha fatto conoscere la vulnerabilità

Nonno mi ha fatto esplorare la vita, facendomi sentire speciale ogni giorno.

Nonno mi portava in panificio su un Ciao bianco e voleva che mi tenessi stretta ai suoi fianchi fragili affinché potessi sentirmi protetta, anche se ero io a volerlo proteggere da tutta quella sofferenza che l’avrebbe risucchiato e che stava logorando piano piano il suo fisico, le sue emozioni, così come stava spegnendo la sua voglia di prendersi cura dell’orto di casa e di giocare a carte, raccontarmi une storia e seguirmi da una piscina all’altra, ogni settimana.

Nonno mi ha fatto conoscere e toccare con mano il corpo sterile e freddo della morte, quel respiro sussurrato quando il cuore non ce la faceva davvero più, le mani gelide e giallognole, gli occhi incavati di una persona che, a suo malgrado, ha appeso l’armatura della vita al muro perché era diventato tutto troppo faticoso, troppo doloroso. Come i suoi respiri, quei respiri pesanti che talvolta diventavano sospiri senza più alcuna traccia di speranza, sospiri di non-desiderio, sospiri di un lasciatemi-andare.

È con nonno che ho imparato a conoscere la più profonda delicatezza del corpo umano, quella vulnerabilità che, come sostiene Habermas, costituisce “l’estrema fragilità della condizione umana”. Una fragilità che si descrive attraverso il corpo, ma che si inscrive al contempo nella dimensione più profonda del nostro essere-al-mondo.

La vulnerabilità incrementa in noi il timore rispetto a quei pericoli che potrebbero sconvolgere e mettere in pericolo le nostre vite. Pericoli imprevedibili, eppure così vicini. Talvolta silenziosi.

A tutto ciò è possibile tuttavia contrapporre il sublime, descritto bene dal filosofo Emmanuel Kant[1] come quell’esperienza che proviamo di fronte a degli avvenimenti naturali molto violenti ed intensi ad esempio, “frane, il frantumarsi delle pareti rocciose, la minaccia dei temporali, i vulcani in tutta la loro potenza devastatrice, gli uragani cui segue la desolazione, l’immenso oceano nel suo furore, le cascate di un fiume etc.”, in seguito ai quali dovremmo sentirci perduti, impauriti.

Al contrario, nella nostra piccolezza, fragilità e finitudine, siamo coscienti dell’esistenza di una realtà esperibile unicamente sul piano emotivo, in quanto rivolta ad una realtà altra, superiore.

Una tale descrizione, paradossalmente, invece di far nascere in noi il sentimento di paura e di smarrimento, incrementa una sorta di superiorità, di dominio sulla natura, nonostante la forza inarrestabile di questi episodi[2].Infatti, a tale proposito, Kant sostiene che, rispetto a questi accadimenti, “ci sentiamo protetti”: tale esperienza del sublime, che ha origine dalle diverse manifestazioni dalla natura, contribuisce ad alimentare in noi una sensazione di sicurezza, quasi di controllo rispetto a ciò che è più grande di noi e che potrebbe perfino distruggerci.

La vulnerabilità umana, invece, ci intimorisce poiché ci costituisce profondamente dall’interno. Una vulnerabilità che annienta, se non accettata.

Ed è per proteggersi da essa che usufruiamo della corazza dell’autonomia e dell’iper-controllo, così come quella del distacco emotivo e dell’isolamento, permettendo a ciascuno di sentirsi al sicuro rispetto ai rischi del lasciarsi andare a quelle crepe che, inevitabilmente, ci apparterranno sempre. Una vulnerabilità dunque non sempre accolta, abbracciata. Piuttosto, una vulnerabilità ostile, negata.

Fin tanto che la vulnerabilità continuerà a sembrarci una dimensione a noi lontana, quasi straniera, un orizzonte inesistente, sarà la paura a incrementare e a costituire quella salda barriera tra noi e noi, tra noi e il mondo, separandoci da esso, allontanandoci da quella verità che vogliamo a tutti i costi nascondere e che solo all’interno di noi possiamo far risorgere, trasformandola in un punto di forza.

La pretesa di essere indistruttibili segna il terreno della paura. La paura delle ferite. Delle debolezze. Delle fragilità. Del vuoto e delle perdite.

La paura può paralizzare, bloccare la parola. Ma può anche dare la possibilità di raccogliere le risorse interiori necessarie per reagire, per non subire passivamente la vita.

La paura, dunque, «tantôt elle nous donne des ailes aux talons, tantôt elle nous cloue les pieds et les entrave[3] » (« tanto ci da delle ali ai talloni, tanto inchioda i piedi a terra e li ostacola »), scrisse Michel de Montaigne nei suoi Essais.

Quando il nonno ci lasciò, conobbi al contempo la vulnerabilità e la paura.

Entrambe, tuttavia, liberatrici perché attraverso di esse ho iniziato a capire che cosa significa esplorarsi e conoscersi. Osservare dall’alto quelle contraddizioni che però rendono ognuno speciale e unico. Accompaganta dalla mia vulnerabilità e dalla mia paura.

La vulnerabilità, in quanto manifestazione di quel segreto che mi porto dentro, e la paura, in quanto emozione che mi ha dato quelle ali ai piedi, indispensabili per esprimere ogni giorno la libertà di essere me stessa, abbandonando la corazza, contemplando quel sublime in cui un giorno vorrei trovare una casa.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

NOTE

[1] KANT E., Critique de la faculté de juger, trad. fr. A Philonenko, Paris, Virin, 1989.

[2] GALLIE M., “Vulnérabilité”, p. 1440, in M. MARZANO (dir)Dictionnaire de la violence, PUF, 2011, p. 1546.

[3] MONTAIGNE. M., Les essais, “De la Peur”, p. 214,tanto Paris, FOLIO Classique, Editions Gallimard, 2009.

Nietzsche e Mann: una rottura tra epoche, una rottura dell’artista

La florida stagione del Romanticismo tedesco, da Goethe in poi, aveva visto formarsi un’unità tra pubblico letterato e borghesia. Alla metà dell’Ottocento l’arrivo della modernità e il tramonto dei vecchi movimenti artistici portrono alla fine di questa armonica unicità. In Germania lo stacco fu particolarmente sentito, e s’individuò come punto di rottura la fondazione dell’Impero Tedesco nel 1871, cui seguì un grande sviluppo economico ed una cultura di massa.

Il filosofo tedesco Friederich Nietzsche (1844-1900) fu autore di una delle più influenti critiche al mondo culturale a lui contemporaneo. Egli descrisse la cultura moderna come una décadence in cui l’arte si è separata dalla vita e il pubblico dallo scrittore. La modernità ha portato all’eclettismo, al predominio dei principi di utilità e di guadagno, al legame tra opera d’arte e pubblico di massa. L’arte era stata una più che degna occupazione degli spiriti elevati, ora diventava uno svago cui potevano dedicarsi solo gli uomini laboriosi con l’energia rimasta dal lavoro vero e proprio o individui pigri e oziosi senza scrupoli di coscienza per l’improduttività della loro vita. Per sopravvivere, la grande arte dovette camuffarsi da mezzo consumo e di intrattenimento: l’artista si trovò trasformato in demagogo, l’arte in strumento di seduzione delle masse. Nietzsche individuò come elementi chiave di questo nuovo corso il ruolo di spicco che ricoprivano gli attori, le cui pretese artistiche erano considerate vanesie e infantili dal filosofo tedesco, e l’enorme successo del compositore Richard Wagner (1813-1883), precedentemente ammirato dal giovane Nietzsche e poi ridimensionato a presuntuoso affabulatore di masse. Questa era la visione nietzschiana della società moderna: artisti sviliti e masse bisognose di piccola arte per evadere dal malessere della vita come un drogato in cerca di droga.

Thomas Mann (1875-1955), premio Nobel per la letteratura nel 1929, fu uno degli infiniti eredi del pensiero di Nietzsche, elaborandolo in maniera originale nella sua opera giovanile. Scrittore di estrazione borghese, Mann si vedeva come un artista che non concedeva nulla alla demagogia ma che allo stesso tempo aveva la consapevolezza di essere, come lo era stato Wagner, sedotto dal bisogno di attrarre a sé anche “la grande massa dei semplici” e non solo un ristretto pubblico colto. Mann si sentiva dunque diviso tra due mondi senza appartenere intimamente a nessuno di essi. Se nel suo monumentale romanzo I Buddenbrook (1901) la figura del borghese veniva utilizzata in un’ottica realistica e critica, nel breve (ma non meno importante) racconto Tonio Kröger (1903) il protagonista, dai forti connotati autobiografici, a partire dall’estrazione sociale, ammira una figura ideale e utopica di borghesia. Egli avrà sempre ammirazione per Hans Hansen, amico d’infanzia appassionato di libri illustrati sui cavalli e indifferente di fronte al Don Carlos di Schiller, e per la bionda Ingeborg Holm, amore di gioventù che si era accorta dell’esistenza di Tonio solo nel momento in cui il ragazzo, presente controvoglia a una lezione di danza, commise un ridicolo errore di fronte a tutta la classe. Il Kröger di Mann è nell’animo un escluso, ma egli ama coloro cui sente di non appartenere. Mann e il suo Kröger infatti non sono artisti decadenti attirati dall’eccezionale e dallo straordinario come poteva esserlo un D’Annunzio: essi amano la vita normale e le cose semplici. Il poeta Tonio Kröger è la figura di artista con scrupoli di coscienza per la propria vita improduttiva di cui parlava Nietzsche, la persona che “non ha bisogno dello spirito”, non viene additata altezzosamente come mente semplice bensì rimpianto come un “paradiso perduto”.

Tonio Kröger non è solo un racconto struggente, è anche l’istantanea di un periodo storico di cui siamo tutti figli.

Umberto Mistruzzi