Brevi storie di comportamenti altri: un ricordo

Le storie che leggerete nelle prossime righe e nei prossimi paragrafi meritano di venir qui raccolte e ricordate affinché non si creda che in una società totalitaria, come quella che si ebbe in Germania negli anni Trenta e nei primi anni Quaranta del Novecento, l’unico comportamento possibile fosse quello massificante. Un comportamento altro fu talora possibile. E si trattò di un comportamento umano.

Non credo di essermi mai soffermata sull’utilità sociale e politica che delle cartoline, o qualunque altra cosa simile, possano assumere in particolari circostanze storiche. Nella Berlino del 1940, dipinta nel film Alone in Berlin (tratto da una storia vera), delle cartoline riportanti ora il Fürher ora la città divengono lo strumento con il quale è possibile condurre una resistenza silenziosa ma incrollabile. All’indomani dell’occupazione nazista di Parigi, una lettera della Wehrmacht notifica a Otto e Anna Quangel la morte del loro unico figlio sul fronte francese. Munito di guanti per non lasciare traccia, Otto decide di scrivere dei messaggi contro il regime nazista sul retro di svariate cartoline, depositandole in luoghi strategici della città con la speranza di ridestare quella capacità di pensare criticamente che i suoi concittadini sembravano avere ormai perduto. Delle duecentoottantacinque cartoline scritte, diciotto non verranno mai consegnate all’ispettore della Gestapo Escherich; un dato tutt’altro che insignificante. Nonostante lo spettatore venga messo a conoscenza di tale dato solo nelle battute finali del film, esso è il cuore stesso dell’intera storia. Diciotto persone dimostrarono che la loro umanità non era stata schiacciata dal peso della macchina totalitaria, così impegnata a massificare e atomizzare l’essere umano.

Vorremmo leggere di più di questi “qualcuno” che si comportarono in maniera così banale, così disarmante, in un universo in cui la banalità poteva diventare ciò che propriamente è umano. La storia di Otto e Anna, per quanto rara, non è la sola ad esserci stata tramandata, seppur con tono sommesso e scarso pubblico.

Ne è un esempio la storia di Anton Schmidt, sergente della Wehrmacht, il quale comandava in Polonia una pattuglia che si occupava dei soldati tedeschi staccati dalle loro unità di appartenenza. Costui, la cui figura nel dopoguerra venne citata in molti documenti in lingua yiddish, si imbatté in partigiani ebrei cui fornì documenti falsi e camion militari senza alcuna richiesta di denaro in cambio. Ai tempi si parlò anche di un artigiano che preferì lasciar distruggere la sua attività indipendente e impiegarsi in una fabbrica come operaio piuttosto che iscriversi al partito nazista. Senza contare chi preferì rinunciare alla carriera accademica piuttosto che prestare giuramento a Hitler, o i molti operai, soprattutto berlinesi, e alcuni intellettuali socialisti, che aiutarono come poterono i loro conoscenti ebrei. Poi ci furono due ragazzi, figli di contadini, arruolati a forza nelle SS alla fine della guerra che si rifiutarono di firmare; furono condannati a morte e in un’ultima lettera ai genitori confessarono di preferire questo amaro destino piuttosto che partecipare alle azioni delle SS, ormai ben note.

Molto più conosciuta è la storia degli Scholl, Hans e Sophie, due studenti dell’Università di Monaco che, ispirati dal loro insegnante Kurt Huber, distribuirono dei manifesti in cui Hitler veniva definito un assassino di massa. Essi facevano parte di un gruppo, denominato La Rosa Bianca, che operò dal giugno 1942 al febbraio 1943, opponendosi in modo non violento alla Germania nazista. Del gruppo facevano parte anche Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. Scrissero sei opuscoli prima di venire arrestati, all’interno dei quali si rivolgevano all’intelligentia tedesca, sperando di farle aprire gli occhi sugli orrori perpetrati dai nazisti ed esprimendo il loro desiderio di un’Europa a regime federalista improntata a valori cristiani di giustizia e tolleranza.

Sul piano pratico le azioni e le resistenze di queste persone non ebbero alcun valore. Non poterono niente, ma dimostrarono di aver sempre saputo distinguere il bene dal male. Un pensiero inquietante invade la mente e si fa strada l’impraticabile idea del cosa sarebbe successo, dell’aspetto che la Germania avrebbe assunto, se ci fossero state più persone simili a queste e più storie da raccontare. Ma la macchina totalitaria è progettata per colmare quello che è il suo tallone d’Achille, la più vera natura umana, o almeno per escogitare raffinate strategie con cui indebolirlo e affamarlo. Di una di queste ci dà ragione un medico della Wehrmacht, Peter Bamm. Assistette senza far nulla insieme ad altri commilitoni all’omicidio di un gruppo di ebrei di Sebastopoli nei locali contigui a quelli in cui costoro vennero prelevati e collocati a forza sui furgoni a gas. Riferisce che chiunque si fosse opposto agli Einsatzgrouppen, ovvero alle unità addette allo sterminio nell’Europa dell’Est, sarebbe scomparso in poche ore senza alcuna traccia. Un regime totalitario, se ben costruito, è consapevole di dover togliere agli esseri umani la possibilità di una morte degna, eroica e tragica1. Ogni tipo di oppositore scompare nel nulla, la sua figura cade in un limbo da cui non c’è memoria o redenzione. La macchina totalitaria priva l’atto della morte della possibilità di acquisire un carattere grandioso e tragico rendendola un gesto privo di senso, impraticabile perché inutile.

Eppure, come potrebbe essere insignificante un gesto ispirato e profondamente mosso dalla propria capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male e dal rifiuto di venir schiacciati e resi pallide ombre di se stessi. Dalla confessione di Bamm emerge un senso di facile resa, che nasconde la vuotezza di quella maggioranza di tedeschi che si sottomise. Ma alcuni no, non lo fecero. A loro vanno queste parole colme di gratitudine:

«È vero che il regime hitleriano cercava di creare vuoti di oblio ove scomparisse ogni differenza tra il bene e il male, ma come i febbrili tentativi compiuti dai nazisti dal giugno 1942 in poi per cancellare ogni traccia dei massacri […] furono condannati al fallimento, così anche tutti i loro sforzi di far scomparire gli oppositori “di nascosto, nell’anonimo”, furono vani. I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano; qualcuno resterà sempre in vita per raccontare». 

E perciò nulla può mai essere “praticamente inutile”, almeno non a lunga scadenza2.

Sonia Cominassi

 

NOTE:
1. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2013, p. 239.
2. Ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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I competenti

Non si può fare politica senza pronunciarsi su questioni che nessun uomo sensato può dire di conoscere. Si deve essere infinitamente stupido o infinitamente ignorante per avere un’opinione sulla maggior parte dei problemi posti dalla politica.

P. Valéry, Des partis

Sono molti i luoghi in cui Galimberti mette in evidenza come, sotto la spinta dell’iperspecializzazione che lo sviluppo della tecnica (mi permetto di specificare, questo sviluppo di questa tecnica) ci richiede, la democrazia sia destinata ad estinguersi per mancanza delle competenze tecniche necessarie per prendere una decisione su uno specifico tema – sicché, le decisioni vengono poi prese con la “pancia” e i politici diventano affabulatori di masse incompetenti (su questo, una scorrevole e affascinante lettura può essere il suo La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica).

Le implicazioni etiche di un simile scenario sono state individuate dalla Arendt nel suo dirompente La banalità del male dove identifica nella specializzazione, e quindi nello specialista (in quel caso, della “soluzione finale”, amministrata come un qualsiasi indifferente atto specialistico: Eichmann), la fine non solo della possibilità di pensare ma anche della facoltà di giudicare, quindi della responsabilità – tema già anticipato nel’44 da Camus (Eichmann in Jerusalem è del ’63), quando nel suo articolo Non tutto si sistema (pubblicato su Lettres françaises, giornale clandestino del Comité national des écrivains, con un certo imbarazzo), imputa al membro del Governo Vichy, Pucheu, un torto che definisce come “mancanza di immaginazione”; tipica, oggi lo si può constatare ancor più di ieri, dello specialista.

Stando così le cose, il problema non risulta superabile né trasformandoci in “tuttologi”, né diventando claustrofobici iperspecialisti. La prima cosa non è, per fortuna, realizzabile. La seconda è antidialettica, perché circoscrive il pensare all’interno di parametri predefiniti, rendendolo quindi nient’altro che una funzione di quei parametri (con tutte le implicazioni e conseguenze culturali, sociali, politiche ed etiche che molti pensatori contemporanei hanno già evidenziato).

Sia chiaro, con questo non voglio dire che lo specialista non abbia diritto di cittadinanza in società: se devo essere operato voglio esserlo da un chirurgo professionista. Sto dicendo invece che non si può assumere il pensiero specialistico come se fosse quello migliore, se non addirittura l’unico, per prendere decisioni – peraltro, senza neanche chiedersi quali siano i fondamenti culturali dello stesso. In parole povere: al mio computer chiedo di navigare su internet, ma non chiedo di dirmi il significato di internet.

Ecco allora la chiave di volta, che stiamo sempre più dimenticando: il significato.

Quando siamo interrogati su questioni su cui non siamo tecnicamente competenti (dalle centrali nucleari, alla ricerca medica, alle trivellazioni petrolifere…), non siamo necessariamente destinati al silenzio, o a dire la prima cosa che ci passa per la testa (questa è la democrazia oggi) o ad una rapida acquisizione di competenze tecniche (cosa impossibile; inoltre l’ostentazione di qualche superficiale competenza ci fa diventare ancor più grotteschi di chi parla senza competenza alcuna). C’è invece un’ulteriore possibilità, a mio modo di vedere, quella sensata: porci un problema di significato. Ovvero, non soffermarsi su misurazioni e calcoli tecnici relativi ad un evento, ma sul significato di quell’evento nel mondo.

Sul significato nessuna misurazione o calcolo può dire qualcosa, dato che un significato non è quantificabile. Le competenze tecniche sono incompetenti in materia di senso. L’incompetente par excellence, dunque, è l’ipercompetente su qualcosa.

Ma in quale luogo del mondo si può oggi apprezzare non una calcolazione tecnica degli eventi ma un’interrogazione del loro significato, se anche l’attività del pensare è nelle università sempre più ridotta ad una misurazione che ne attesti la competenza?

Federico Sollazzo

[Immagine tratta da Google Immagini]

La disumanizzazione ieri e oggi

Lunedì sono andato al cinema: “Race – il colore della vittoria”. Parla delle vicende di J. Owens, corridore afroamericano che partecipò ai giochi olimpici del 1936 a Berlino sotto il regime Nazista. Vinse quattro medaglie d’oro e diventò un simbolo della lotta alle ideologie razziste dell’Hitlerismo ma anche interne agli USA. La storia è molto curiosa e ricca di spunti interessanti; tra questi, uno che mi ha colpito e fatto riflettere è il processo di disumanizzazione perpetrato dal Nazismo che tanto sconvolge e del quale non si parlerà mai abbastanza.

La riflessione di H. Arendt nell’opera “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme” punta l’attenzione anche su questo aspetto. È una delle possibilità più spaventose che l’uomo possa produrre: com’è possibile che si possa considerare un’altra persona non umana? Perché è proprio questo che permetteva ai nazisti di compiere i loro crimini. Non stavano uccidendo una persona, ma un animale. Non stavano eliminando delle vite, ma liberando il Paese da un’infestazione. Non stavano compiendo sperimentazioni contro qualsiasi etica o diritto, perché i pazienti non erano degli uomini.

Cosa avremmo fatto noi in quegli anni se ci fossimo trovati immersi in quel clima?

Avremmo osato morire per difendere una persona che magari neanche conoscevamo e che sarebbe comunque stata uccisa dopo di noi?

Avremmo rischiato la morte per proteggere degli sconosciuti invece di incassare una ricompensa per la loro denuncia?

Insomma: ci saremmo fatti anche noi contagiare dalla banalità del male, che permette di mettersi il cuore in pace spegnendo il cervello?

Eichmann, infatti, ha introdotto il pericolo dell’irriflessività: una massa di uomini normali – la stessa Arendt definisce così Eichmann quando lo vede e lo ascolta a Gerusalemme – che compivano azioni mostruose. È il trionfo della follia, spacciata per legge e “giustizia”. Il contesto ideologico all’interno del quali si era inseriti conferiva agli uomini nuove categorie di interpretazione del reale. Un gesto che prima poteva ripugnare diventava semplice e normale – anzi – forse addirittura doveroso.

Non è un discorso astratto, perché la situazione si sta ricreando – per alcuni già ha preso il sopravvento – proprio qui, in Italia. Certo, magari sono cambiati i toni (basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che non è proprio così); forse il risultato che si vuole ottenere è diverso (idem); potrebbe darsi che questa volta si risparmino almeno i bambini (l’immagine di quel corpicino disteso inerme sulla spiaggia dovrebbe essere ancora fresca nelle nostre menti), ma il bersaglio rimane sempre lo stesso: un capro espiatorio che incarni tutti i problemi del Paese e contro il quale scagliarsi sottraendogli lo statuto di persona. La crisi migratoria ha messo in luce le reali difficoltà dell’Unione Europea nel corso degli anni, e l’accordo con la Turchia entrato in vigore il 4 Aprile ne ha sancito il fallimento. Come si può pensare che il rimpatrio in Turchia sia una scelta corretta e soprattutto etica nei confronti dei profughi? In ogni caso, la chiusura della rotta Balcanica ha riportato l’Italia a meta privilegiata di chi fugge, complicando ancora di più la nostra già precaria situazione.

I numeri dell’ondata sono impressionanti: secondo l’Unhcr – l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – nei primi tre mesi del 2016 in Italia sono arrivate 18.400 persone. Nel 2014 l’Is ha incassato circa trecento milioni di dollari dal traffico di esseri umani secondo un rapporto della Global iniziative against trasnational organized crime. Tom Keatinge del Royal united services institute afferma – però – che “non è l’Is a gestire il traffico, ma tassa chi lo fa”. «Più che la minaccia del gruppo Stato islamico, l’impegno del governo italiano è dovuto all’urgenza di fermare i migranti e tutelare l’interesse dell’Eni» queste le parole di Alberto Mucci, ripreso dal settimanale “Internazionale” riguardo all’impegno italiano in Libia. Il petrolio. Sembra inconcepibile che di fronte alla tragedia che si sta compiendo anche in questo preciso istante l’interesse sia rivolto a quel maledetto liquido nero. Eppure «[…] in Libia l’Italia ha già grandi interessi. L’Eni ha quasi un monopolio sul settore petrolifero libico: è presente nel paese dal 1959 ed è l’unica azienda internazionale a operare a pieno regime. La sua presenza in Libia ha un’importanza strategica vitale per l’Italia e, nonostante gli enormi costi per la sicurezza, è forse il principale motivo degli sforzi di Roma per pacificare il paese nordafricano, con o senza alleati. […]»: sempre parole di Mucci.

Finché l’Europa non vorrà prendere a cuore la questione in modo serio, le morti in mare continueranno e gli sbarchi aumenteranno. Ma se gli interessi principali rimangono il petrolio ed il denaro proveniente dal traffico di esseri umani invece che salvaguardare le loro vite mi viene da pensare che questo non costituisca un problema. Dobbiamo renderci conto che la disumanizzazione dei profughi è già in atto. Una differenza rispetto al passato però è individuabile: per non vedere ciò che sta succedendo non li identifichiamo come animali senza diritti come facevano i Nazisti, semplicemente facciamo finta che il loro sangue in mare sia azzurro, in modo che non ci guasti il panorama.

Massimiliano Mattiuzzo

 

Aprile in Filosofia!

Aprile il mese dei primi tepori e delle prime uscite all’aria aperta. Mentre le giornate si allungano e aumenta il desiderio di trascorrere il proprio tempo all’aperto la cultura e la Filosofia continuano la loro attività.

Come sempre vi proponiamo una selezione degli eventi nel mese di Aprile:

Con grande orgoglio vi segnaliamo una lettura filosofica tenuta dalla nostra Sara Roggi

  • Giovedì 23 aprile 2015 – ore 16.00 – Venezia

Presso Palazzo Malcanton Marcorà Sala Valent IV piano – Dorsoduro 3484/D

SENECA, da Epistulae morales ad Lucilium, legge Emanuele Lepore
ARENDT, da La banalità del male, legge Sara Roggi

 

 

  • Mercoledì 22 aprile 2015 – ore 15.00 – Milano

 

Cripta Aula Magna, Largo A. Gemelli, 1 – Milano

Convegno Seconda Navigazione. Un omaggio a Giovanni Reale

Introduzione
Roberto RADICE, Ordinario di Storia della Filosofia Antica nell’Università Cattolica del Sacro Cuore
Intervengono
GlaucoTIENGO, Curatore del volume “Seconda navigazione. Un omaggio a Giovanni Reale”, Vita e Pensiero 2015
MaurizioMIGLIORI, Ordinario di Storia della Filosofia Antica nell’Università degli Studi di Macerata
Thomas A.SZLEZÁK, già Ordinario di Filologia Classicanella Eberhard Karls Universität Tübingen
Coordina 
Armando TORNO, Giornalista e scrittore
Per la locandina clicca qui

 

  • Seminari di Studio:  Mercoledì 29 aprile 2015, ore 14.30-18.00

Aula NI.110 Via Nirone, 15 – 20123 Milano

 

Vite da scarto. identità e relazione nel tempo della tecnica

Relatori:
professori Rossella BONITO OLIVA, Chiara GIACCARDI, Adriano PESSINA

Per la locandina clicca qui

 

Questi gli eventi da noi selezionati per Aprile!

Buona cultura a tutti!

Elena Casagrande

[Immagini tratte da Google Immagini]