Entrare in crisi. Quel cammino dall’io al noi

Da qualche giorno si sente nuovamente parlare, nel panorama politico italiano, di una “crisi di governo”, la cui importanza dipende fortemente dal punto di vista secondo cui ciascuno, sulla base delle proprie idee e dei propri valori, osserva la realtà in cui ci si trova.

Ma cosa si intende, propriamente, con il concetto di crisi? Solitamente l’etimologia di questa parola viene ricondotta al termine greco krisis, dal verbo krino, con cui si indica il saper distinguere, prendere una scelta o, più in generale, una situazione di cambiamento.

Spesso temiamo la crisi, specie a livello personale, perché ci rimanda ad una percezione di instabilità, di sconvolgimento che implica il passaggio da ciò che è a ciò che sarà. Psicologicamente parlando, alcuni autori, delineando lo sviluppo psico-cognitivo della persona, sono soliti indicare la crescita come un continuo passaggio tra età stabili ed età critiche, dove si apprende e si consolida tutto il percorso personale.

Se nessuno è esule dallo sperimentare una crisi, tanti invece risultano inadatti ad accompagnare e sostenere colui che la vive. Alcuni per mancanza di strumenti professionali – in situazioni di particolare fragilità -, altri per personalità o per carattere, molti poiché pretendono di dover necessariamente fare, agire, intervenire, quando spesso il modo migliore per restare accanto a chi è in crisi è semplicemente esserci. Magari anche in silenzio, puntando tutto su quella presenza che non sempre ha bisogno di parole per esprimersi.

La crisi a volte capita, a volte è voluta, premeditata, provocata. A volte la subiamo, altre volte la inneschiamo e, in questo caso, forse bisognerebbe fare particolare attenzione, pensando prima agli eventuali effetti che essa possa provocare, poiché se da un lato essa racchiude in se stessa sempre l’opportunità di crescere, di prendere decisioni che ci rendano migliori, dall’altro lato se non si riesce a gestirla può trasformarsi in una sorta di boomerang che, tornando indietro, può soltanto provocare molti danni.

Karl Popper, ad esempio, nella propria visione epistemologica, ha sostenuto che la validità di una teoria scientifica dipende da quanto essa possa essere falsificabile, confutabile. Quanto più essa viene messa in discussione, analizzata, verificata di continuo, tanto più essa si avvicinerà ad assumere una validità quasi assoluta. Per Popper, la crisi è non solo necessaria, ma addirittura indispensabile per determinare quanto la teoria sia valida e, di conseguenza, poter segnare il confine tra il metafisico e lo scientifico. Parafrasando le idee di Popper e tentando di applicare lo stesso principio alla realtà, ogni vera crisi può allora essere anche l’occasione di rendere sempre più autentico ciò che essa stessa coinvolge, che sia un individuo, una comunità, una teoria, un concetto.

A livello sociale e politico, il concetto di “crisi di governo” indica certamente una situazione di cambiamento in quello che è da sempre indicato come il punto fermo di ogni Stato durante una determinata legislatura. Il ruolo cruciale che determina tale tipologia di crisi è fortemente legato al venir meno di quella che è la fiducia tra gli organi di Stato ed i relativi membri. Anche nei rapporti umani accade. In coppia, tra amici, in famiglia, se manca la fiducia inevitabilmente si incorre in una forma di crisi che può facilmente determinare una rottura nella relazione. Una ferita, la cui profondità è direttamente proporzionale all’affetto messo in questione.

Cosa accomuna tutte queste tipologie di crisi? La soluzione. Perché nessuna crisi può essere affrontata e risolta in quell’individualismo che ci caratterizza negli ultimi tempi, in quella solitudine che il lockdown rende sempre più arida. La crisi ha bisogno del noi per salvare l’io. E se questo vale a livello personale, relazionale, professionale, vale anche a livello politico e sociale.

Ci farà bene allora ideare una sorta di teleologia della crisi, ovvero la ricerca del fine, dello scopo, di ogni evento critico. Da dove parte questa crisi? Dove può condurmi?

Che ben venga l’atteggiamento critico, di indagine, di ricerca, di riflessione andando in profondità di ciò che accade. Ma attenzione a non cadere in quella che i filosofi definirebbero la doxa, l’opinione distaccata che ha come unico interesse quello di gettare sentenze, di dare soluzioni del tutto improvvisate e inadeguate, specie quando si pretende di invadere con forza l’intimità personale e la sofferenza degli individui. Perché la fine ed il fine di ogni crisi dipendono molto da come essa viene affrontata. Se alla fase iniziale di smarrimento ed immobilismo non segue un sano discernimento, nonché una scelta, una decisione, un passo per uscire dall’ipotetico stallo, si sarà probabilmente persa l’occasione di crescere. Di diventare una persona migliore, una comunità migliore, uno Stato migliore.

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit unsplash.com]

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Libertà di espressione in ambito accademico

Il professor Ezra Ovadia dell’Università di Tel Aviv ha redatto nel 2006 un articolo partendo da un dibattito tenutosi all’università ebraica di Gerusalemme. Il dibattito ruotava intorno ad un controverso corso, dal titolo Feminism Rejected, tenuto nel 2000 da Martin Van Creveld, esperto di Storia militare. Il professore aveva espresso le proprie opinioni riguardo la superiorità dell’uomo sulla donna e aveva spiegato le ragioni per cui il movimento femminista non avesse ottenuto risultati significativi e fosse quindi da ritenersi fallimentare. Ovadia ha evidenziato come il contenuto del corso potesse essere considerato fonte di denigrazione e incitamento all’odio. Il corso violava, inoltre, il principio di dignità umana, un principio che per la sua stessa natura deve essere riconosciuto ad ogni uomo in quanto parte costituente dell’umanità a prescindere da ogni differenza. È doveroso a questo punto analizzare l’eventuale legittimità di un corso di questo genere partendo dalla libertà di espressione in ambito accademico: la libertà deve essere assoluta, arrivando a comprendere la possibilità di tenere corsi discriminatori ed offensivi, oppure è opportuno limitarla con accorgimenti e restrizioni nel rispetto della dignità della persona al fine di salvaguardare e garantire la civile convivenza? Nel suo articolo Ovadia riporta opinioni opposte sul tema della libertà di espressione. Da una parte l’opinione del filosofo britannico John Stuart Mill, favorevole ad una totale libertà di espressione poiché le posizioni dominanti al momento o politicamente corrette potrebbero essere errate e l’esclusione di altre teorie potrebbe portarci a non riconoscere l’opinione corretta. Sempre secondo Mill, inoltre, l’opinione comune e quella divergente potrebbero non essere abbastanza persuasive e potrebbe diventare necessario fare una sintesi tra le due posizioni. Inoltre, il dibattito con coloro che sostengono posizioni palesemente sbagliate serve a rafforzare le nostre opinioni: potremmo esserci dimenticati il perché avevamo originariamente sostenuto quella posizione e lo scontro con un’opinione divergente ci aiuterebbe a confermare la nostra scelta.

All’opposto di tale posizione, riporta Ovadia, si schiera la ricercatrice australiana Katherine Gelber, esperta nel campo della libertà di parola e della regolamentazione del discorso pubblico. Secondo la Gelber è necessario limitare la libertà di espressione in ambito universitario dato che lo status di accademico conferisce un prestigio e un’autorevolezza che non possono essere appannaggio di opinioni troppo controverse.

Tenuto conto del dibattito riportato da Ovadia, l’ipotesi di censurare a priori il corso rischierebbe di ledere la libertà di insegnamento e con essa la libertà di espressione. Nell’intento di eliminare dall’approfondimento scientifico ogni argomento considerato scomodo e urticante si correrebbe il rischio di commettere gli stessi errori perpetrati a suo tempo da sistemi dittatoriali, come ad esempio quello dell’Italia fascista quando ai professori universitari fu chiesto di giurare fedeltà al regime.

Una soluzione immediata potrebbe concretizzarsi nella possibilità – da parte dello studente – di rinunciare a priori alla frequenza del corso rivendicando così la propria libertà di scelta e di ascolto. Sarebbe invece più auspicabile considerare la necessità di organizzare corsi accademici sotto forma di lezioni interattive che da un lato contribuirebbero ad impedire intenzioni o azioni propagandistiche a sostegno di una qualche ideologia, dall’altro permetterebbero punti di vista divergenti utili allo studente e al docente per esprimere il proprio pensiero nella più totale sicurezza e nel più indiscusso rispetto.

A prescindere dall’esito della questione trattata, il dibattito è molto attuale in particolare nella società occidentale che ha fatto della tolleranza, almeno formale, la sua cifra distintiva. Ogni giorno i media offrono idee sempre più controverse e politically incorrect da parte di politici e opinionisti desiderosi di imporsi nel saturo mercato dell’informazione. Solo posizioni particolarmente esagerate e caricaturali riescono ad emergere dal continuo flusso informativo indifferenziato. Questi problemi interessavano già l’epistemologo Karl Popper, che nel 1945 proponeva il cosiddetto paradosso della tolleranza: una società estremamente tollerante a tutte le idee è destinata a collassare poiché le idee intolleranti finiranno per trionfare e porre fine alla tolleranza stessa. Per Popper è quindi necessario un certo margine di intolleranza contro coloro che si proclamano apertamente intolleranti e discriminatori. Facile è segnare come intolleranti posizioni esplicitamente eversive o violente, mentre ben più complesso è definire il raffinato e argomentato maschilismo del professor Van Creveld. Come evidenziato da Ezra Ovadia, al docente è offerto un ben remunerato posto in una università pubblica, la più antica dello Stato di Israele. In tal modo lo Stato stesso finisce per legittimare posizioni contrarie alle più elementari norme del diritto contemporaneo. Il problema, quindi, è anche quello di dare una definizione ontologica del concetto di intolleranza, rapportandola al contesto socio-culturale occidentale e vederne i presupposti e gli effetti.

Costruire un mondo dove le differenze biologiche sono fonte di discriminazione è effettivamente pericoloso poiché potrebbe giustificare ogni sorta di discriminazione di qualsiasi tipo, ad esempio nei confronti dei calvi, bassi, sordi, ovvero dell’intero genere umano. Al fine di impedire un simile accadimento è auspicabile un agire collettivo che prenda forma e acquisti progressivamente forza entro la collettività stessa.

 

Ilaria Billeri, Daniela Lucatelli, Pierluigi Bolioli

 

Ilaria Billeri, 22/05/1972 Pontedera, laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Pisa, docente di Lingua e Letteratura Inglese e francese, attualmente allieva magistrale del Corso di Laurea in Filosofia e Forme del Sapere, autrice di componimenti poetici editi in riviste e collane di poesia e narrativa.
 
Daniela Lucatelli, Viareggio. Laurea in Lettere presso l’Università di Pisa. Insegnante di Lettere. Attualmente iscritta al corso di laurea in filosofia e forme del sapere a Pisa.
 
Pierluigi Bolioli, dottore magistrale in storia, studente della laurea magistrale in filosofia.
 
[Photo credits: unsplash.com]
 
Sul tema dell’informazione si è confrontato anche un altro gruppo di studenti dell’Università di Pisa in questo articolo.

Falsità cosciente e sincerità incosciente

La filosofia e l’indagine filosofica ad essa collegata si prefiggono di giungere, mediante dialogo, ragionamento e logica, ad aletheia, ovverosia verità. Si può pensare a ciò come un traguardo oltre le nostre umane capacità, magari neanche possibile poiché una verità epistemica ultima capace di racchiuderne ogni altra si potrebbe non dare a noi.

Per verità si richiama inevitabilmente al concetto di indubitabilità, ad una dimensione ontologicamente completa e quindi al massimo grado di perfezione, non mancando di nessun attributo. Se fosse manchevole di anche solo una particolarità verrebbe a mancare la pienezza del tutto, si toglierebbe il tutto perché non più fedele al suo nome e sarebbe un tutto senza davvero tutto, privo di qualcosa. Quel qualcosa è un dato non da poco che fa acquisire indeterminatezza e imprecisione all’analisi filosofica volta ad una conoscenza epistemica, dunque rigorosa e incontrovertibile. In tale logica probabilistica ci si può avvicinare con un variabile grado d’approssimazione ad una conclusione, ad una tesi convincente ma falsificabile in futuro. Popper diceva che una teoria scientifica per essere tale deve correre il rischio di essere falsificata. Anche la filosofia, a mio modesto parere, compie questo processo in una successione di tesi approssimative che indagano l’animo umano, inseguendo un senso rappresentato come una continua tendenza alla verità senza mai raggiungerla. Più accurata sarà l’argomentazione più la tesi sarà solida, o meglio tenderà alla solidità e convincerà nel tempo. La convinzione, la persuasione sono elementi che contraddistinguono il dialogo umano, lo scambio di opinioni e tesi tra interlocutori che vogliono giungere ad un risultato dialettico. Cercare la verità mediante il confronto, dire la verità potrebbe essere il mezzo eppure un dialogo non sempre è composto dalla veridicità delle proposizioni degli interlocutori. Il presupposto, spesso, è già permeato da falsità, da intenti diversi da quelli che potrebbero essere quelli della ricerca di cui stiamo parlando.

I sofisti tanto condannati da Socrate sono ancora tra noi e nel loro argomentare per ottenere ragione ad ogni costo sacrificano una base veritativa fondamentale per la ricerca stessa. Viviamo in una società in cui l’inganno è una base piacevole e favorevole per il singolo che vuole emergere, avere la meglio su altre soggettività – magari annientandole – per potersi garantire il proprio benessere. L’inganno è sui volti illusori che abitano il mondo, un fiume di maschere pirandelliane che inonda le strade, le scuole, i ristoranti, le banche, gli uffici. La menzogna parte dal singolo a beneficio del singolo ma contemporaneamente preclude il benessere dei molti. Il paradosso di siffatta società consiste nell’essere composta da individui che pensano a loro stessi e la decostruiscono togliendosi, togliendo la loro funzionalità sociale, annichilendo la forma complessiva che il castello di sabbia dovrebbe avere nel suo essere realizzato dagli svariati granellini.

Se ne conviene che forse Pirandello aveva ragione quando scriveva «imparerai a tue spese che nella vita incontrerai tante maschere e pochi volti»1. Ebbene è in un volto che si può insediare la verità, o almeno il presupposto sincero per favorire il dialogo. Far cadere la maschera svela il vero volto di un individuo, ne mostra gli occhi, lo sguardo che attua già una comunicazione, fa trasparire emozioni e pensieri. La falsità cosciente della maschera può essere combattuta e abolita anche solo da uno scambio di sguardi, un’azione di riconoscimento tra soggettività che non si ignorano, bensì si scoprono, si cercano senza cedere a piegarsi all’altro. L’occhio umano è sottovalutato, è uno specchio che riflette l’interiorità dell’osservatore e svela, anzi disvela l’aletheia personale, quasi inconsciamente. Proprio l’inconscio, come ampiamente studiato e teorizzato dalla psicoanalisi da Freud in poi, pare proporsi come unica via veritativa, come espressione ed esplosione irrazionale di ciò che durante il giorno è velato da un super-io capace di diffondere e incentivare la menzogna.

In tal senso il sogno, la dimensione onirica si fa maestra ed ente esplicito dell’interiorità celata, di quello sguardo che ogni tanto desidera porsi una maschera per la vergogna, per l’imbarazzo e il conformismo sociale o adeguamento alla massa. Solo in quel momento, in quella vita notturna troviamo conforto e libera espressione, riscoprendo l’inconsistenza della libertà che tanto professiamo d’avere nella vita diurna. Anche in questo caso siamo i coscienti fautori della menzogna che in tal dimensione diviene una bugia riguardo la libertà, un’autonegazione posta da noi stessi e con altrettanta ed ingenua maestria puntiamo l’indice accusatorio verso altro da noi, verso un ente che dovrà essere colpevole di un nostro e solo nostro atto…

…quello di avere mentito.

 

Alvise Gasparini

NOTE:
1. L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, Einaudi 2005

 

 

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Sulla tv aveva ragione Popper?

Tra le opere più studiate di Karl Popper spicca il testo Una patente per fare tv (1994) meglio conosciuto come Cattiva maestra televisione, un saggio che mira alla messa al bando della neonata televisione, considerata nociva addirittura ai fini della realizzazione della democrazia. La tesi portante dello scritto identifica la televisione come un mezzo di comunicazione che educa alla violenza. Questa considerazione non deve apparire esagerata: Popper si avvale della testimonianza di alcuni responsabili di atti criminali, i quali hanno ammesso di aver agito ispirati da scene e situazioni viste in tv.

Al di là di questa considerazione, centrale nell’opera ma allo stesso tempo molto specifica, le osservazioni del filosofo si fanno più ampie, e giungono a riflettere sulla qualità della programmazione televisiva, che come può essere intuito, a sua detta è scadente. La causa individuata da Popper è molto vicina a quello che è anche il mio pensiero: il sensazionalismo. Ovvero, per mantenere l’audience, le reti televisive cercano di catturare la nostra attenzione facendo leva sul nostro coinvolgimento emotivo. E in effetti, sempre più di frequente, si può assistere a scene di commozione collettiva che coinvolgono anche i conduttori stessi dei programmi, i quali non troppi anni fa si mantenevano invece composti e distaccati. Probabilmente in pochi anni, a causa anche dell’avvento delle pay-tv, sono cambiate le dinamiche dell’intrattenimento e attraverso questi piccoli accorgimenti ai limiti del patetico forse si ottengono migliori risultati nelle analisi auditel.

Una questione importante su cui vorrei soffermarmi è la famosa fascia protetta. Mi sembra infatti che non venga sempre rispettata. Certi programmi, che talvolta ammetto di guardare per curiosità e per “interesse antropologico”, possono essere ben più fastidiosi (oltre che mal fatti) di qualche scena di intimità fisica e risultare dunque poco appropriati agli occhi di un pubblico di telespettatori inesperti lasciati da soli con il telecomando in mano. Ma in fin dei conti, siamo nel terzo millennio, il millennio che ha elevato a moda l’eliminazione di ogni tipo di tabù, sulla scia della libertà di espressione e della libertà di parola, che erano però state concepite e sbandierate in maniera decisamente diversa. Oggi si può e si deve parlare di tutto, corpo, affetti, religione. Non importa in quale sede. Chi si scandalizza più? Che poi… Possiamo ancora considerarci in grado di scandalizzarci o l’indifferenza e il pensare per sé la fanno da padrone? Riservatezza, pudore e timidezza sono caratteristiche da outsiders?

Ma il mezzo televisivo non è sempre da spegnere! Un esempio tra tutti risale agli anni ’60, quando in Italia la tv stava svolgendo un’importantissima opera di vera educazione di massa. Grazie alle lezioni di italiano della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, il maestro Manzi, con l’appoggio del Governo, istruiva nel vero senso della parola decine di migliaia di telespettatori analfabeti e contribuiva in maniera esemplare all’unificazione linguistica della realtà italiana, di fatto esistente ancora soltanto da punto di vista geopolitico.

Tornando al testo di Popper bisogna dire che, letto al giorno d’oggi, chiaramente non riesce ad essere efficace nel suggerire il rifiuto o l’inutilizzo della televisione o degli altri mezzi di comunicazione di massa. Primo perché la loro comodità ed accessibilità sono indiscusse; secondo perché altrimenti potremmo apparire di fatto mal inseriti in questo gigantesco-piccolo mondo dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce.

La sua attualità consiste dunque nell’essere un promemoria per l’essere umano: ci ricorda di utilizzare la tv e gli altri mezzi in modo consapevole. Ho in mente un utilizzo che sia prolungamento e arricchimento della vita, che non la sostituisca. Penso ad un utilizzo che non degeneri ad essere inteso, come a volte accade, come dimensione unica della vita. Penso ad un utilizzo della tv che non ci abbruttisca, che non ci rinchiuda in noi stessi, nelle nostre case, con i nostri display di fronte a mo’ di Fahrenheit 451, magari a commentare instancabilmente i nostri programmi preferiti a suon di app ufficiali o hashtag preconfezionati. Penso ad un utilizzo che non sia inteso come passatempo a cui scaricare i più piccoli, per sollevare i genitori o gli educatori dai propri compiti e doveri. Penso ad un utilizzo dello smartphone che non ci faccia incorrere in multe o semplici distrazioni perché troppo occupati dalla ricerca di un Pokemon.

Mi pare anche superfluo e banale il ricordarlo, ma l’autenticità del vivere viaggia su ben altro livello!

 

Federica Bonisiol

 

Qui un breve documentario sul Maestro Manzi.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Giustizia della mente: i processi giuridici riletti dalla Filosofia

Tutti gli studiosi del rapporto mente-cervello sostengono che nessun fare umano, per essere compreso, può trascurare gli apporti che offrono le scienze cognitive. Piergiorgio Strata ha evidenziato come «ogni giorno siamo impegnati in una miriade di atti comportamentali che ci sembrano determinati dalle nostre decisioni di uomini liberi e coscienti… Nella realtà la maggior parte delle nostre azioni è eseguita sotto una pesante spinta della quale non siamo consapevoli». La giustizia, le cui decisioni intercettano direttamente la società, non può più esimersi dall’essere letta (o riletta) con la lente delle neuroscienze e delle scienze cognitive. Ancor di più ciò accade per la giustizia penale che, per sua natuta genetica, ha una funzione educativa verso la comunità (funzione general-preventiva) ed è altresì deputata a riparare le lesioni sociali causate dal delitto (Emile Durkheim).

Nonostante questa “sensibilità” sia oramai diffusa in svariate discipline umane, pare che proprio la giustizia applicata fatichi ad accettare incursioni di questo tipo. Come sosterrebbe Thomas Kuhn, sembra di trovarsi in una di quelle condizioni tipiche di cambiamento di paradigma scientifico (nel caso di specie scientifico-giuridico) durante le quali il nuovo viene rifiutato oppure si cerca con tutte le forze intellettuali ed operative di incanalarlo all’interno dei confini tracciati dal vecchio e questo, di fatto, per disinnescarlo. Pare quasi che, all’interno dei tribunali, non si operi come in tutti gli altri ambiti della vita umana: sembra che, una volta entrati nei “palazzi”, la dea bendata sia capace di svuotare i cervelli di tutto ciò che “non è diritto”, le menti vengano ripulite dei loro bias cognitivi, trasformando i protagonisti della vicenda giudiziaria in perfetti robot logici che hanno come unica guida la norma di legge e da quella non possono discostarsi. Il tribunale diviene una sorta di “mondo possibile” (dell’impossibile) capace di trasformare il legno storto di Kant in un legno dritto, l’uomo fallace in un essere perfettamente logico. Forse questa strenua difesa di una irrealistica “torre di avorio”, inattaccabile dalle tortuosità tipiche di ogni decisione umana, è funzionale alla giustizia ed ai suoi risvolti sociali. Certamente però è qualcosa di assai prossimo dall’essere un dogma antistorico.

Justice of Mind nasce nel 2015 proprio al fine di far solcare anche il mondo della giustizia penale applicata dalle novità interpretative portate dalle scienze cognitive, considerando “il tribunale” non un luogo capace di essere immune dalle questioni sulla cognizione ma, al contrario, evidenziandone la funzione decisoria. La giustizia è decisione e, da qualunque dei suoi attori la si voglia analizzare, si basa sulla libertà di scelta come condizione minima di operatività. L’accusato deve essere libero di decidere quando commette il fatto di reato ed anche nel corso del processo (la capacità di stare in giudizio e dunque di decidere e comprendere il processo è sancita dal codice di procedura penale); il giudice, per emettere una sentenza, deve seguire le regole di diritto previste dall’ordinamento (secondo logicità) e ciò in ragione del proprio “libero convincimento” (sono sempre parole del codice). Avvocati ed accusatore debbono, a loro volta, essere in grado di decidere liberamente e non avere cointeressenze che possono compromettere la libertà di “indossare la toga”. Prima ancora, il legislatore deve stabilire con coscienza e libertà le regole che ordinano la società per il futuro. Tutto questo bagaglio di libertà del decidere non può e non deve essere distrutto, ma certamente deve essere compreso alla luce delle nuove scienze. Diversamente, del mondo della giustizia, residuerà solamente il lato “pop” e cioè quella funzione pseudo pubblicitaria e da fiction costituita dalla sua mediaticizzazione, lasciando sempre più indifferente il pubblico (e la società) ai suoi valori, anche tecnici, più importanti (la funzione general-preventiva e quella riparatrice del trauma sociale causato dal delitto). La mente, trampolino delle decisioni, non è più considerabile un’entità staccata dal cervello; il rapporto mente-cervello è inesorabilmente di tipo fisicalista ed il cervello, attraverso l’operare dei neuroni, delle sinapsi e dei neurotrasmettitori, produce i pensieri e questi pensieri (da cui nascono le decisioni) sono il prodotto di tre fattori principali: del codice genetico, delle esperienze e quindi dell’apprendimento e del caso (come insegna Edoardo Boncinelli). Ciascuno di noi traccia il proprio percorso che, poi, lo “farà decidere”. Ciò non vuol dire aderire a tesi deterministiche neolombrosiane ma, piuttosto, tentare di dare delle nuove chiavi di lettura, anche del mondo della giustizia, che non siano vincolate in modo apodittico e preconcetto, ad un vecchio paradigma. Justice of Mind si propone così di spiegare o tentare di capire le ragioni delle scelte del reo, del giudice, del legislatore, dell’avvocato e dell’accusatore. Senza nessun desiderio di censura. Solamente per comprendere e risolvere problemi. Perché, per dirla con Karl Popper, «tutta la vita è risolvere problemi». Capire la giustizia penale ed il processo non è qualcosa che può dirsi esente dai fatti della vita.

Per questa funzione di comprensione è necessario creare una sinergia tra conoscenze giuridiche, filosofiche, cognitive, psicologiche e criminologiche. Questo è Justice of Mind. Per capire e non restare intrappolati nelle inevitabili “trappole mentali”. Edmonds in Uccideresti l’uomo grasso? ritiene che «i tribunali saranno sempre più invitati a prendere in considerazione scusanti ed attenuanti basate su scansioni cerebrali». Non solo: per capire i tribunali bisogna capire i dilemmi etici che Edmonds pone nel suo testo e sono il titolo del libro: come e perché l’essere umano decide in un certo modo; come e perché decide oppure no di uccidere l’uomo grasso per salvarne altri cinque. E qui si va diretti a capire la decisione, il cervello del decisore, il suo libero convincimento, il giudice.

Luca D’Auria