Tra ruolo sociale e intima volontà: il personaggio di Anne Elliot in Persuasione (2007)

Tratto dall’omonimo romanzo di Jane Austen, il film Persuasione (2007), diretto da Adrian Shergold, narra la vicenda di Anne Elliot, giovane figlia di Sir Walter Elliot, baronetto di Bath che ha dilapidato tutte le sue proprietà godendo di una vita troppo dispendiosa. Anne, costretta a lasciare la sua casa, rincontra per una serie di coincidenze un suo vecchio fidanzato, il capitano Wentworth, con cui non è giunta a nozze a causa dell’intromissione della sua famiglia. Otto anni prima, infatti, Anne non ha potuto adempiere al proprio desiderio di sposarsi per amore, perché il padre e la madrina, Lady Russel, non approvavano i natali del giovane. Di fatto l’intera vicenda ruota attorno alla figura della protagonista che, incapace di farsi valere, si lascia sfuggire un’occasione unica per i propri sentimenti, che la condanna a otto anni di pene d’amore. Con il tempo, tuttavia, Anne imparerà ad ascoltare di più il proprio cuore, ad essere risoluta e decisa in quello in cui crede.

Da questo punto di vista Anne diventa un po’ l’emblema della donna che lotta per non essere sottomessa, che, con la maturità, impara a non attenersi alle regole della convenienza sociale ottocentesca, che svalutano il valore femminile. Dolce e buona nei modi, incapace di far soffrire chi le sta attorno, solo alla fine della rappresentazione riesce a rifuggire le convenzioni e le etichette che impongono certi atteggiamenti ad una ragazza di alto lignaggio. Anne diventa così l’eroina di tutte, di coloro che desiderano affermarsi a discapito di un ambiente che le vuole incasellate in certe attività e dedicate alla cura del “focolare”. Vittima lei stessa del mondo in cui è cresciuta, il suo personaggio ci fa riflettere a fondo sulla necessità di non uniformarsi alla strada già segnata, prevista da altri, di seguire la propria intima volontà, anche quando chi è attorno a noi ripete incessante gli schemi precostituiti da generazioni. Come afferma infatti Jane Austen nel suo romanzo:

«Anne, con la sua raffinata intelligenza e la sua dolcezza, virtù che avrebbero dovuto collocarla molto in alto nella stima di chiunque fosse dotato di giudizio, non era nessuno né per il padre né per la sorella. La sua parola non aveva alcun valore, le sue esigenze erano sempre considerate poco importanti; era soltanto Anne»1..

Il suo temperamento remissivo, così come la sua condizione di donna, la portano a non essere tenuta in considerazione, a discapito della sua intelligenza e del suo buon cuore. L’eccessiva buona condotta, così come la dedizione assoluta all’altro, possono nuocere all’individuo, sembrano voler dire il nostro regista e la nostra scrittrice; è auspicabile aiutare la propria famiglia, essere devoti, ma la fermezza di carattere è necessaria per affermare l’io, in definitiva per crescere ed emanciparsi e creare una propria vita.

Se riflettiamo, anche ognuno di noi è in parte vittima di consuetudini che non riesce a soprassedere: dall’immagine banale, ma ancora viva oggi, di una donna che deve comunque interamente occuparsi delle faccende di casa, pur lavorando le stesse ore del partner, a quella di un uomo a cui è richiesta una gran carriera per sentirsi realizzato, alla necessità di coprire dei ruoli ben definiti, a seconda dell’ambiente da cui il singolo deriva.

Ancora oggi, sebbene con evidenti passi avanti rispetto ai secoli scorsi, permane comunque l’idea di una libertà condizionata per quanto concerne il ruolo che abbiamo all’interno di una famiglia, della società, del mondo. Tale ruolo, forse necessario per una definizione dell’io, non dovrebbe suscitare giudizi di valore sul singolo, o non essere così ricco di incrostazioni antiche, da cui l’individuo sente di non potersi in nessun modo liberare. Diamo spazio ai sentimenti e alla libertà di pensiero, dunque, perché ognuno ha il diritto di affermare la propria intima volontà.

 

Anna Tieppo

 

 

NOTE
1. tratto dall’omonimo romanzo di Jane Austen

 

[fermo immagine tratto dal film]

copertina-abbonamento-2020-ultima

Voci e immagini per l’8 marzo

Volevo scrivere qualcosa di significativo e di interessante per la giornata dedicata alle donne, ma più riflettevo, più ricordavo e leggevo, più mi rendevo conto che di parole profonde, incisive, grandi e importanti ne sono state dette davvero tante. Allora ho pensato che la cosa più giusta da fare era diffonderle ancora, trasmetterle, farvele scoprire o ricordare. È vero, di parole nuove ne servono sempre, ma ricordare quelle del passato, forse, può darci più forza e farci sentire meno sole.

Scriveva Oriana Fallaci ne Il sesso inutile (1961): «I problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne. Non alludo solo a una certa differenza anatomica. Alludo ai tabù che accompagnano quella differenza anatomica e condizionano la vita delle donne nel mondo».
E poi ancora: «Per quanto possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire […] un argomento a parte […]. Il padreterno fabbricò uomini e donne perché stessero insieme, e dal momento che ciò può essere molto piacevole, checché ne dicano certi deviazionisti, trattare le donne come se vivessero su un altro pianeta dove si riproducono per partenogenesi mi sembra privo di senso».

Vera e propria pietra miliare del femminismo è il Secondo sesso di Simone de Beauvoir, un tomo di oltre 700 pagine dato alle stampe nel 1949 e dove si legge: «Certamente, se si mantiene una casta in stato d’inferiorità, essa rimane inferiore: ma la libertà può spezzare il cerchio […]; così gli uomini si sentono indotti, nel loro stesso interesse, a emancipare parzialmente le donne: esse non devono fare altro che seguire la loro ascesa, e i successi che ottengono le incoraggiano in questo senso; sembra più o meno certo che prima o poi raggiungeranno una perfetta eguaglianza economica e sociale che porterà con sé una metamorfosi interiore». Questo è ancora vero e va tenuto presente in una società come quella di oggi in cui, contrariamente ai nostri stessi desideri, spesso sono proprio alcune donne (e spesso per ignoranza) le peggiori nemiche della causa delle donne. A questo lego una famosa frase attribuita a Mary Wollstonecraft, filosofa settecentesca, perché stupisce come le cose a volte sembrino non cambiare: «Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse».

Tante parole e pensieri, molto profondi e molto belli, nonché storie e curiosità, le hanno condivise anche le mie colleghe de La chiave di Sophia: Sara, Greta, Pamela, Fabiana, Sonia, Francesca.

Parole sì, ma anche immagini. Forse è scontata e banale ma per me, che ho concluso il mio percorso di studi in architettura arte e design con una tesi sulla cartellonistica italiana degli anni ’50, resta ancora straordinariamente incisivo il ricordo di questo fazzoletto rosso a pois, di questo sguardo serio, di quelle semplici parole: possiamo farlo.
Restando nel mondo delle immagini, mi piace citare le opere di Anne Taintor, di cui ho già parlato anche in questo articolo, per affrontare il tema anche con un po’ di sana ironia.
Una delle immagini più potenti, ma anche un po’ inquietanti, la rilevo nella Giuditta di Gustav Klimt: ci si può vedere un urlo di guerra nei confronti degli uomini in quella testa di Oloferne, ma messa lì nell’angolino buio a me fa pensare che la cosa più importante è lei, quella donna che sfida la società, che si prende finalmente il suo spazio, e che se costretta è in grado di usare anche le maniere forti.

Per minare poi l’oggettivazione della donna nel terreno più adatto, quello del corpo, vi propongo le opere di Jenny Saville, artista classe 1970: niente corpi statuari o bellezze mozzafiato, basta modelli irraggiungibili e largo spazio invece alla totale imperfezione, alla violenza, l’obesità, la gravidanza, la carne nuda e cruda.

Tante poi sono state le donne che nel corso della storia, per quanto ad esse antagonista, sono riuscite a lasciare un segno e ad aprire uno spiraglio sempre più ampio al lavoro, al genio, alla creatività e al potere femminile. Accennerò solo ad alcuni esempi del tutto casuali, andando a cercare in ambiti diversi. Hatshepsut, sovrana (faraona? La faraone? Donna faraone?) tra i più grandi della storia dell’antico Egitto secondo gli storici ma soggetta, per motivi controversi, a damnatio memoriae dai suoi successori. Murasaki Shikibu, pseudonimo di una ignota dama di corte vissuta durante la dinastia Heian e autrice attorno all’anno Mille di uno dei capolavori della letteratura giapponese, il Genji Monogatari. Rosalba Carriera, artista e intellettuale veneziana: nella prima metà del Settecento non c’era viaggiatore che se ne andasse da Venezia senza essersi fatto fare un ritratto a pastello dalle sue mani abili. Freya Stark, viaggiatrice inglese e fondatrice del travel writing novecentesco, che nel 1927 si imbarca da sola verso il Medio Oriente per imparare l’arabo e che racconta più volte di come le persone che incontra non si capacitino del suo essere lì, non maritata, solo per interesse verso la grammatica. Amelia Earhart, aviatrice americana scomparsa nelle acque del Pacifico nel 1937 ma con il primato di prima persona ad aver sorvolato sia sull’Atlantico che sul Pacifico. E poi certo, per fortuna ce ne sono state (relativamente tante), Elisabetta d’Inghilterra, Indira Gandhi, Marie Curie, Malala Yousafzai, Florence Nightingale, Artemisia Gentileschi, Saffo, Benazir Bhutto, Maria Montessori, Emmeline Pankhurst, Anna Politkovskaja e l’elenco continua. Le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, scritto da Elena Favilli e Francesca Cavallo è stata forse una grandissima operazione mediatica ma evidentemente ce n’era il bisogno.

Concludo con piacere con quella che a prima vista può sembrare la meno “femminista” di tutte: Jane Austen. Dal suo mondo di ricami e di carrozze, di chaperon e di matrimoni combinati, di etichetta e di costrizioni, arriva illuminante il suo monito, scivolato in una lettera alla nipote Fanny, aspirante scrittrice: «Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno il voltastomaco».

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits Tomoko Uji su unsplash.com]

copertina-fb

Il coraggio di seguire se stessi: “Va’ dove ti porta il cuore”

«Ogni volta in cui, crescendo, avrai  voglia di cambiare le cose sbagliate in cose giuste, ricordati che la prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi, la prima e la più importante. […] E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. […] Stai ferma, in silenzio e ascolta il tuo cuore, quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta»1.

Così l’anziana signora, protagonista del romanzo di Susanna Tamaro, scrive a conclusione della lunga lettera dedicata alla nipote lontana, una lettera che si fa portavoce di tutto il “non-detto” tra le due protagoniste, scritta con la profondità di chi ha vissuto intensamente, sopportando i pregiudizi e le convenzioni di un’epoca che mostra la propria rigida limitatezza. La nonna, a cui l’autrice dà voce, rende il lungo monologo una sorta di autobiografica descrizione, nella quale si mostra per quello che è, aprendo il proprio cuore alla giovane, rimanendo inerte agli occhi di chi ama, con il coraggio di chi si difende con la sola forza della sincerità del sentimento. Discussioni, litigi, rimorsi lasciano spazio alla più autentica confessione, dove le barriere tra due generazioni vengono superate dall’ immortalità del legame d’amore.

Il romanzo ruota dunque attorno al conflitto tra ragione e cuore, quel cuore tanto disprezzato e relegato a sinonimo di debolezza, deriso dai più perché invocato solo dagli uomini fragili e che la nonna erge invece ad ultimo baluardo di una vita vera. «Il cuore fa ormai pensare a qualcosa di ingenuo, dozzinale. […] è un termine che non usa più nessuno. […] Chi bada al cuore è uno stolto. E se le cose invece non fossero così, se fosse vero proprio il contrario?»2.

Il dubbio viene insinuato dall’anziana ormai al termine della propria esistenza, suscitando una serie di riflessioni correlate che portano a leggere i diversi personaggi, così come le diverse situazioni secondo il binomio ragione-sentimento.

Tale duplicità, caratterizzante l’uomo fin dalle sue più ancestrali origini, a ben vedere ha segnato la storia della letteratura e della filosofia: Catullo cercava di frenare i propri sentimenti non corrisposti sopportando con razionalità e «tenendo duro»3, Jane Austen parlava di “Sense and Sensibility”, Freud dell’eterna contesa tra pulsioni inconsce e la necessità di razionalizzarle, Nietzche di apollineo e dionisiaco, i due principi opposti: quello regolatore e quello caotico.

Si tratta dunque di due aspetti in eterno contrasto tra loro, talvolta integrati quali due facce della stessa medaglia, che in fondo costituiscono l’essenza di ognuno di noi. Quanto ci ascoltiamo in profondità e quanto invece ci lasciamo frenare dalla ragione dominatrice? Quanto riusciamo ad essere in intimo contatto con noi stessi e con i nostri sentimenti? Quanto accettiamo le nostre profonde esigenze e quanto ci lasciamo condizionare dal prossimo?

Oggi, in una realtà che non lascia il tempo di pensare, che ci avvolge e travolge nella necessità del “fare”, abbiamo perso il tempo di ascoltare e ascoltarci, di seguire davvero quello che vogliamo, senza paura di suscitare riprovazione.

Oggi più che in altre epoche storiche abbiamo in un certo senso dimenticato che tutto ciò che serve è dentro di noi e, soltanto con l’umile accettazione della nostra persona possiamo davvero scegliere secondo le nostre propensioni.

«La rinuncia di sé conduce al disprezzo, dal disprezzo alla rabbia il passo è breve»4 dice la protagonista, osservando come rifiutare sé per compiacere chi ci sta di fronte, così come dimenticare la propria intimità, produce un effetto devastante, portando al disagio esistenziale, all’odio e alla rabbia verso se stessi e verso chi imputiamo come responsabile della nostra infelicità. Rifugiandoci tra le alte mura del razionale dimentichiamo spesso di guardare oltre le finestre di queste mura, di apprezzare i diversificati colori che si presentano ai nostri occhi, per abbracciare quelli che più si conformano a noi.

Il coraggio, in controtendenza all’idea comune, sta nell’accettarsi, questo lascia trapelare la protagonista, non nel dimostrare “carattere”, laddove quest’ultimo diventa sinonimo di rigidità, di un pensiero totalitario che offusca la comprensione per seguire idee incontestabili e indiscutibili.

Un invito a non aver paura di se stessi, ad aver coraggio, un coraggio che si misura tutto in una intimità ritrovata, messaggio che dovrebbe essere accolto da tutti, nell’ordine di un’esistenza di comunione con il proprio io.

Anna Tieppo

NOTE
1. Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, Milano, Mondadori, 1994, p. 165.
2. Ivi, pp. 72-73
3. Catullo in Aa. Vv., Opera. L’età di Cesare, Varese, Paravia, 2003,  tomo 1b, p. 160.
4. Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, cit., p. 34.

[L’immagine, tratta da Google Immagini, raffigura un murales del popolare street artist Bansky]

 

banner-pubblicita-rivista2_la-chiave-di-sophia

Selezionati per voi: dicembre 2016!

Dicembre è una parentesi luminosa tra mesi bui. È calore incastonato nel freddo dell’inverno. È la mano di un bambino che stringe la tua. Sono occhi colmi di meraviglia. Dicembre è stupore che diventa magia, pacchetti incartati con mani incerte, un dolce cosparso di zucchero che macchia i pullover di lana. È il solo periodo dell’anno in cui tutto diventa possibile, il cuore si fa leggero e le sere intorno al fuoco assumono un significato diverso, che abbraccia le solitudini e trasfigura le imperfezioni. Dicembre sono desideri che volano in alto, sfiorando il cielo con l’inconsueta certezza di non smarrirsi. Quest’anno poi si chiude in bellezza, anche grazie a un mese pieno di film imperdibili, con diversi titoli destinati a essere inseriti nelle classifiche dei migliori film dell’anno. Dalle commedie brillanti ai blockbuster di fantascienza, passando per i tanti film di animazione dedicati ai più piccoli: se avrete voglia di trascorrere il vostro dicembre all’insegna del cinema di qualità, non resterete certo delusi.
Come sempre, abbiamo selezionato per voi i titoli più interessanti.

LIBRI

miracolo-in-una-notte-dinverno_marko-leino_la-chiave-di-sophiaMiracolo in una notte d’inverno – Marko Leino

Uno scrigno che il mare restituisce alla terra, due fratellini curiosi, un nonno che decide di raccontare loro la leggenda dei Pukki.
Nikolas, appena cinque anni e già solo al mondo. Un piccolo villaggio della Finlandia che deciderà la sua sorte: il bambino sarà affidato ogni anno ad una famiglia diversa, che si occuperà di lui fino al Natale successivo. Inizia così la storia di colui che diverrà l’Uomo del Natale, la storia di Nikolas che troverà nel dolore più assordante la forza per andare avanti, un piccolo uomo che farà dell’altruismo la sua àncora di salvezza, riuscendo a regalare la felicità che a lui era stata negata. Una storia dalle magiche ambientazioni nordiche, che racchiude la vera e preziosa essenza del Natale.

aspettando-il-natale_la-chiave-di-sophiaAspettando il Natale – AA VV

È un’antologia di venticinque racconti narratati da scrittori italiani dell’Ottocento e Novecento tra cui Pirandello, D’Annunzio, Deledda, Verga, Buzzati, Guareschi. Storie brevi ma intrise di significato dove solitudini, riflessioni esistenziali, dolori e affetti si intersecano in un’opera che vuole ricordare al lettore il senso più profondo di questa ricorrenza. Venticinque storie, una al giorno fino a Natale, per un calendario dell’Avvento letterario.

 

 

il-dono_la-chiave-di-sophiaIl dono – Cecelia Ahern

Lou Suffern è un uomo in carriera, totalmente dedito al lavoro, che assorbe ogni attimo del suo tempo. Tempo che toglie a sua moglie e ai suoi due bambini, che bramano dei momenti con quel papà sempre assente. Finché, nella notte più magica dell’anno, un evento inaspettato non sovvertirà ogni cosa.  Lou riceverà un regalo inatteso: del tempo da dedicare alle persone che ama. Solo allora si renderà conto di come stesse sprecando il suo dono più prezioso. Una lettura magica e romantica, che fa riflettere sullo scorrere inesorabile del tempo e su come la frenesia della vita odierna possa travolgerci impedendo di soffermarsi sull’importanza delle piccole cose, dei legami autentici, degli affetti più puri.

Stefania Mangiardi

 

FILM

amore-e-inganni_la-chiave-di-sophiaAmore e Inganni − Whit Stillman

Ispirato a un brillante racconto di Jane Austen, il nuovo film di Whit Stillman si distingue per una piacevole e originale rivisitazione degli stilemi classici del romanticismo, mostrandone l’estrema modernità, pur mantenendo una sontuosa ambientazione d’epoca. Frizzanti e incalzanti i dialoghi, molto curati i costumi, anche se il vero punto di forza di questa pellicola risiede in una straordinaria Kate Beckinsale nei panni di Lady Susan Vernon, una vedova astuta e risoluta che domina la scena dalla prima all’ultima inquadratura. Un film che vi lascerà piacevolmente sorpresi.
USCITA PREVISTA: 1 DICEMBRE 2016.

 

aquarius_la-chiave-di-sophiaAquarius − Kleber Mendonça Filho

Rischiava di non essere nemmeno distribuito nel nostro Paese il film che ha conquistato il pubblico dell’ultima edizione del Festival di Cannes. Aquarius è il nome di un palazzo costruito negli anni ’40 sull’esclusivo lungomare di Avenida Boa Viagem in cui vive la sessantenne Clara che si rifiuta di abbandonare la sua abitazione destinata ad essere demolita da spietati impresari edili. Una storia toccante, girata molto bene e recitata in maniera sublime dalla grande Sonia Braga. Se volete scoprire le meraviglie del cinema brasiliano questo è il titolo che fa per voi.
USCITA PREVISTA: 15 DICEMBRE 2016.

 

paterson_la-chiave-di-sophiaPaterson − Jim Jarmusch

Poche ore prima della fine di questo 2016, le sale italiane ospiteranno un vero e proprio gioiello cinematografico. Un’opera di amore e pura poesia diretta dal maestro Jim Jarmusch. Con un incedere lento e riflessivo, Paterson racconta la vita di Adam Driver, laconico autista di corriere alla ricerca costante della poesia nei piccoli gesti quotidiani. Per tutti gli amanti del cinema d’autore si tratta di uno splendido regalo che chiuderà quest’annata nel migliore dei modi possibili.
USCITA PREVISTA: 29 DICEMBRE 2016.

Alvise Wollner

[Tutte le immagini sono tratte da Google Immagini]

Emma – Jane Austen

Ogni romanziere sa che scrivere un libro è difficile, ma scrivere l’inizio lo è ancora di più; gli incipit dei romanzi di Jane Austen sono invece del tutto naturali e portano subito il lettore al centro della storia perché in realtà racchiudono così tanti indizi del libro da lasciare tutti a bocca aperta.

Bella, intelligente e ricca, con una dimora confortevole e un carattere felice, Emma Woodhouse sembra riunire in sé alcuni dei vantaggi migliori dell’esistenza; e aveva vissuto quasi ventun anni in questo mondo con scarsissime occasioni di dispiacere o dispetto”.

Scopriamo dunque già molto della protagonista –il suo aspetto e carattere, la sua condizione sociale, la sua età- ma soprattutto intuiamo che tutto il libro ruoterà attorno alle piccole beghe di una giovane donna che (probabilmente) si troverà finalmente a dover fare i conti con un po’ di dispiaceri e dispetti. Infatti è proprio così: le vicende si collocano nella tranquilla campagna di inizio Ottocento e nella sua piccola società, all’interno della quale l’autrice stessa viveva, e che è dunque capace di ritrarre con vividezza e grande acume, ma soprattutto con velata ma assai decisa ironia.emma-jane-austen

Ecco dunque che ci troviamo immersi nella vita di Emma e ci vengono via via introdotti tutti i caratteristici personaggi che la animano: da prima il rispettabile ma comicamente lamentoso padre, il signor Knightley, uomo deciso ed impegnato nella missione di smorzare la vanità della protagonista, così continuamente sollecitata dall’ammirazione di tutti, e poi ancora la giovane Harriet Smith, ragazza di ignoti natali e quindi di scarse pretese sociali, la quale però riesce involontariamente a suscitare su di sé l’interesse di Emma. La nostra eroina decide dunque di prenderla sotto la sua ala, ed essendosi congratulata con se stessa per (dubbi) meriti nell’essere riuscita a maritare la sua cara governante, la signorina Taylor (ora signora Weston) è ormai risoluta a combinare un matrimonio per Harriet.

Altri coloratissimi personaggi entrano progressivamente in scena, ciascuno dei quali capaci di strappare al lettore un sorriso e spesso un arricciamento di sopracciglia; molti di loro sono destinati a creare un certo scompiglio nella tranquilla comunità di Highbury, ognuno a modo suo: compare dapprima Jane Fairfax, una giovane da tutti ammirata ma misteriosamente riservata, poi la signora Elton, garbatamente insopportabile, infine il signor Frank Churchill, l’eroe tanto atteso ed universalmente ritenuto amabilissimo, eppure inconsapevolmente osservato con sospetto dal signor Knightley. Emma ha su tutti loro il suo ben deciso parere, una risolutezza che viene sempre messa in dubbio dalla vena ironica di cui la prosa di Jane Austen è pervasa: la protagonista infatti (e spesso insieme a lei anche il lettore) verrà puntualmente costretta a ricredersi, arrossendo ma sempre incapace di ammettere di aver preso vere e proprie cantonate, provocando la serie di equivoci tipica delle trame dell’autrice. Attraverso di essi il lettore può osservare la crescita psicologica di Emma, l’accortezza con cui impara a vedere il mondo e se stessa: il momento in cui decide di smettere di cercare di combinare il matrimonio di Harriet coincide infatti con la rivelazione del suo stesso cuore, da lei sempre trascurato nella sicurezza di essere sempre superiore a tutti i tormenti del comune essere umano.

Con questo libro si riscopre soprattutto il piacere della conversazione: il mondo di Jane Austen consiste infatti di piccole azioni ma di grandi conversazioni, è un mondo dove i dettagli non devono passare inosservati nemmeno al lettore. Nei dialoghi possiamo andare a caccia di verità nascoste, opinioni segrete celate in impercepibili termini e aggettivi scelti con cura, ma anche imparare quanto una conversazione sul niente possa diventare elaborata, quanto possa essere riempita di piccole e cerimoniose accortezze. Senza dubbio un mondo molto distante dal nostro, in cui comunicazione diretta e messaggi chiari vengono maggiormente apprezzati, tuttavia ci ricorda quanto può essere affascinante l’acume che può nascondersi in una normale conversazione.

Il lettore potrebbe scovare in questo romanzo una lunga serie di morali, nascoste tra le righe di brillante ironia uscite dalla penna dell’autrice, ma forse, la vera morale è che non ci sono morali né giudizi: averli è legittimo, ma attaccarsi ciecamente ad essi è presuntuoso, oltre che infinitamente sciocco.

Giorgia Favero

[immagini tratte da Google Immagini]

Intervista a Giovanna Zucca: scrivere per vivere

Eclettica. Dinamica. Sorprendente.

Se esiste una Donna che si possa definire “multitasking” per eccellenza, il riferimento a Giovanna Zucca è inevitabile.

Infermiera di sala operatoria nella quotidianità, diventa filosofa per amore, innamorandosi dei grandi e piccoli nomi di questa materia.

È scrittrice per passione. È scrittrice per vivere e far vivere i suoi personaggi; tra le pagine scritte e le righe che ci colpiscono nel leggerla. Tra le parole che racchiudono un significato sempre intenso, tra l’interesse che nel leggerla cresce sempre di più.

 

– Giovanna Zucca, dal campo scientifico a quello letterario e filosofico! Per molti potrebbe sembrare un salto alquanto ardito, per noi de La chiave di Sophia, un’ulteriore dimostrazione di quanto la Filosofia ci appartenga anche se la nostra professione ci porta altrove. Come è avvenuta questa transizione e da dove è nata la passione per la scrittura e la Filosofia?

La filosofia ci appartiene. Nel mio quotidiano vivo sospesa tra tecnica e metafisica, e devo dire che mi ci trovo benissimo. La tecnica è il mio lavoro in sala operatoria, una professione scelta molti anni fa, dopo che una famosa serie televisiva, aveva avvolto di una patina romantica la figura della strumentista di sala operatoria. E’ stata una buona scelta. Mi piace pensare che anche nel momento dell’iscrizione alla scuola per infermieri la filosofia, mi abbia guidata. Dopo qualche anno, ho deciso di approfondire a livello universitario la passione per la conoscenza, ciò che avevo appreso per mio conto non mi bastava più, sentivo la necessità di una guida, di dare organicità e ordine al mio sapere filosofico. Sono stati anni di crescita. Di consapevolezza e di senso. Sono membro del CISE il centro interuniversitario di studi etici, e partecipo attivamente alle attività seminariali anche come relatore. La filosofia studiata a livello universitario ha agito profondamente sul mio carattere. Ha permesso l’incontro più importante che un essere umano possa fare: quello con se stessi.

– Come è stato tornare sui libri e rimettersi in gioco come studentessa alle prese con una materia da molti considerata obsoleta?

Gli anni a Cà Foscari sono stati impegnativi. Conciliare studio e lavoro non è stato semplice. Eppure…posso dire che sono stati tra i più felici della mia vita.

– Nella sua professione ospedaliera la Filosofia l’ha in qualche modo aiutata? Se sì come?

A volte per lavoro mi trovo ad affrontare situazioni che sono legate a sofferenze indicibili. Ci si domanda spesso il senso di ciò che si vede. Perché quel bambino? Perché quel ragazzo? …Ebbene la filosofia trattando essenzialmente del senso mi ha aiutato a evitare che il pensiero si avvitasse su se stesso senza che la riflessione portasse ad alcun risultato. La filosofia insegna a pensare.

Scrivere: quanta attitudine personale e quanta determinazione sono richieste? 

Credo che l’attitudine sia fondamentale. La tecnica narrativa si può apprendere ma la capacità di vedere storie e creare personaggi è propria del temperamento visionario di chi si nutre di parole. La determinazione è una conseguenza. Se la passione e la voglia di inventare vite è davvero forte la determinazione a portarle nel mondo ne deriva come logica conseguenza.

zucca

 

– La scrittura: mettere su carta una storia appassionante non è facile. Eppure lei con Mani Calde ci è riuscita, andando a toccare corde sensibili e trattando un tema come il coma in modo mai superficiale ma nemmeno con toni cupi, portando alla luce la gioia di vivere tipica dei bambini anche quando non possono esprimersi, come il protagonista del libro. Questa storia deriva dalla sue esperienza professionale? Come si può affrontare psicologicamente una situazione tanto tragica?

Mani calde nasce dalla mia esperienza, sgorga dalla convinzione che l’essere umano utilizza canali diversi per di comunicare. Il logos ha molteplici declinazioni. L’uomo è un rapporto che si rapporta, e quando non può comunicare attraverso la lingua, trova altri livelli espressivi.

– Jane Austen: intramontabile, viva tuttora più che mai. Una grande Autrice, ma anche un’eroina del suo tempo che ha avuto il coraggio di ribellarsi ad una società che imponeva un determinato modo di essere e comportarsi. Quanto ci ha lasciato al giorno d’oggi? Perché può ancora essere considerata un esempio? 

Azzardo due motivi: Uno è prettamente sociologico. La Austen ha voluto narrare le vicende di una classe che conduceva uno stile di vita in marcia verso la propria fine. La rivoluzione industriale era alle porte, l’aristocrazia perdeva il suo primato di classe dominante e le campagne si sarebbero presto spopolate. La scrittrice che era ben consapevole del mutamento che stava giungendo ha, con ironia e ingegno dipinto la società di campagna del suo tempo.

L’altro motivo è più filosofico-letterario: I personaggi dei suoi romanzi sono universali. Possiedono delle caratteristiche che nella loro essenza sono le stesse di oggi. Se spogliamo la signora Bennett del linguaggio lezioso, di certe svenevolezze tipiche del suo tempo, chi può dire di non averne mai incontrata una?

La Austen visse in un periodo nel quale erano di moda i romanzi gotici dove accadevano molte cose. Castelli in rovina, eroine rapite da tenebrosi seduttori, fantasmi nelle torri. Ha sfidato le convenzioni decidendo di narrare vicende nelle quali non accadeva nulla o quasi. Perché? Non ne aveva bisogno. Non necessitava di magnificenze stilistiche o avventure mirabolanti per avvincere il lettore. Ci riusciva comunque, mantenendo viva l’attenzione su argomenti apparentemente banali, come l’arrivo della lettera della signorina Fairfax…con una scrittura inarrivabile per ironia e capacità descrittiva. In tre righe ci mette davanti agli occhi la matrona supponente e conscia della sua importanza che altezzosa batte il bastone a terra per richiamare l’attenzione, e quando con maestria vertiginosa le da’ della sciocca questa senza neppure sospettarlo alza il naso con sussiegosa condiscendenza…Ti ricordi la signora Norris di Mansfield Park?

Romanzi come “orgoglio e pregiudizio” raccontano le più belle storie d’amore. Un amore che si viveva con restrizioni e non liberamente, eppure i personaggi sono estremamente carichi di emotività. Cosa rende questi romanzi così intensi? Perché l’ideale di amore è ancora riferibile a quello, nonostante la nostra società si sia in qualche modo sterilizzata? 

Perché in essi c’è l’autenticità propria del genio. E i lettori lo sentono. Le storie d’amore della Austen sono dei mezzi narrativi che permettevano all’autrice di dire quello che voleva: tracciare dei caratteri universali che trascendono il tempo e arrivano fino a noi con immutata genialità narrativa. A duecento anni di distanza l’opera della Austen è più viva che mai.

– Guarda c’è Platone in TV, il tuo secondo libro che potremmo considerare un libro di etica narrata. Come è nata l’idea di attualizzare filosofi antichi come Platone, Aristotele ed Epicuro accostandoli in modo divertente a filosofi contemporanei?

Guarda c’è Platone in tv è la mia tesi di laurea. Quando l’ho proposta, avevo l’idea di scrivere una tesi creativa, che mi coinvolgesse divertendomi. Mi sono detta che comunque mi ci dovevo impegnare, tanto valeva farlo in maniera divertente. Cosa c’è di più divertente di una puntata di Porta a Porta dove il plastico è l’Acropoli di Atene e gli ospiti sono niente meno che Platone e Aristotele che battibeccano allegramente in una dialettica che vede il sentimento prevalere sulla ragione l’orgoglio e soprattutto sul pregiudizio…

– In UK sono molti i ragazzi che si laureano in Filosofia applicata alla scienza o alla medicina; in Italia anche solo dirlo sembra essere un’eresia. Lei cosa ne pensa? Perché in Italia la Filosofia è così bistrattata?

Perché il pregiudizio che è il fratello scemo del giudizio ancora oggi guida le teste d’uovo che orientano la cultura e la scuola italiane. La filosofia applicata alla medicina dovrebbe essere una disciplina ovvia. I medici nascono soprattutto come filosofi ma poi la techne ha snaturato l’ideale filosofico che sottostava alla scelta del “prendersi cura” in favore di un biologismo esasperato che ha portato alla frammentazione del sapere medico e alla scomparsa della base filosofica dalla quale ha avuto origine.

La filosofia è bistrattata perché forse fa paura. La filosofia insegna a pensare. A essere critici. A dare il giusto valore alle cose. E’ una temibile sciagura che una nazione intera sappia pensare.

“Mani calde”, “Guarda! C’è Platone di TV”, “Una carrozza per Winchester”; tre libri in cui è stata capace di cimentarsi in stili diversi tra loro, pur riuscendo in ogni caso al massimo. Questo denota che lei e una scrittrice eclettica e completa. Cosa ci riserva per il futuro? 

In un tempo in cui sono popolari i romanzi seriali fare una scelta come la mia è considerato controproducente. Non sono d’accordo. Credo che un autore debba misurarsi con narrazioni diverse. Inoltre per quanto mi riguarda, posso scrivere esclusivamente ciò che in quel momento cattura la mia attenzione e scatena la folgore creativa. Dopo Mani calde non avrei potuto scrivere un altro romanzo di ambientazione ospedaliera, anche se me lo consigliavano vivamente.

Il prossimo romanzo sarà un romanzo di relazioni. Un giallo particolare dove le relazioni tra i protagonisti sono più importanti del delitto.

E dopo quattro romanzi tornerò al punto di partenza con un’altra storia che ricorderà in parte Mani calde. La vicenda di due gemellini dal giorno zero al Principio creatore.

 

Un percorso al di fuori di tutto ciò che si potrebbe definire scontato. Un’ironia sagace e brillante.

Un talento che corrisponde a grandi risultati.

Questi gli ingredienti appartenenti a Giovanna Zucca, una Donna che dimostra quanto i propri sogni possano essere realizzati.

 

La Chiave di Sophia

[Immagini concesse da Giovanna Zucca]

 

Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen

LIBRO

Jane Austen è, e non smette mai di essere. Per quanto si leggano e rileggano i suoi libri, per quanto si sfoglino – anche per l’ennesima volta – quelle pagine, si rimane ancora spettatori increduli delle sue storie.

Le campagne inglesi sullo sfondo, le peculiarità della gente in primo piano. È straordinario come i comportamenti umani possano essere plasmati dalla società in cui sono inseriti. Ieri come oggi; i romanzi di Jane Austen non sono per nulla distanti da noi, ma rispecchiano una rigidità di allora che adesso sembra essere diventata, qualche volta, ostentazione.

A me non piace dare una definizione di Amore; non può essercene soltanto una. Non può valere un’unica accezione dell’amore per ogni tempo e luogo. Intorno a noi l’evoluzione delle cose ci investe, ma l’Amore? Quello vero. Quello con la lettera maiuscola, quello che non ti lascia tempo per decidere, per riflettere. Se dovessi pensare ad un romanzo d’amore, proprio in cima alla lista troverei “Orgoglio e Pregiudizio”.

Una lei ed un lui. Una società che non permette di esprimere un sentimento. Una ribellione contro un’etichetta. Il valore di ciò che è giusto contro ciò che si vuole. Voler realizzare i propri sogni che non coincidono con quelli che si dovrebbero avere.

Non cambia molto rispetto a tante storie di oggi, non cambia molto rispetto alla vita che ci passa davanti e abbiamo paura di prendere. Ci manca il coraggio, quello che non manca ad Elizabeth Bennet, quello che non manca a chi desidera essere indipendente già in un’Inghilterra vittoriana.

La diversità e l’indipendenza potrebbero essere definiti “super poteri”; quelli di cui si vestono i personaggi di Jane Austen. Non tutti, per la verità. Soltanto quelli che cataloghiamo come eroi, soltanto quelli che ci trasmettono la capacità di essere loro stessi in una dimensione in cui non avrebbero potuto esserlo.

Proprio per questo si generano miti letterari come “Orgoglio e Pregiudizio”, proprio perché fanno credere possibile ciò che sembra impossibile. La difficoltà dell’amore che diventa linearità. L’incapacità di superare barriere che diventa una costante. La purezza dei sentimenti che li trasforma in dannatamente tossici. I protagonisti che dovrebbero limitarsi a sopravvivere eppure sono bramosi di vivere.

Leggere Jane Austen non è semplicemente sognare, leggerla è riuscire a pensare che si possa essere precursori dei propri tempi, lasciandosi alle spalle l’ordinarietà e dando vita alla più autentica essenza di noi stessi.

Cecilia Coletta

jane_austen_banner_12

FILM

Se c’è una scrittrice che, più di molte altre, è riuscita ad affascinare con le sue storie il mondo del cinema, questa è sicuramente Jane Austen. La dote che ho sempre apprezzato in quest’autrice è quella di esser riuscita a legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’universo femminile. Come raccontato da Virginia Woolf nello splendido saggio breve: “Una stanza tutta per sé”, la Austen fu una delle prime scrittrici che a inizio Ottocento, pur essendo costretta a scrivere in condizioni terribili, nel soggiorno comune e stando sempre attenta a non farsi scoprire dai suoi familiari, riuscì a scrivere una serie di romanzi considerati ancora oggi delle colonne portanti della letteratura mondiale. Storie di donne scritte da una ragazza in cerca d’amore e indipendenza, che hanno segnato una tappa fondamentale nel percorso dell’emancipazione femminile.

Se c’è una storia che più di altre può rappresentare al meglio l’importanza di Jane Austen e il suo rapporto con il mondo delle donne, questa è sicuramente “Orgoglio e pregiudizio”. Per farvi capire l’impatto straordinario di questo romanzo sul mondo del cinema e della televisione, vi basterà sapere che la storia ha avuto finora una dozzina di adattamenti tra miniserie, serie televisive e veri e propri film per il grande schermo. Di quest’ultimi si ricordano il primo storico adattamento del 1940, diretto Robert Z. Leonard, con protagonisti Elizabeth Bennet e Laurence Olivier e il celebre rifacimento del 2005 diretto Joe Wright e interpretato da Keira Knightley e Matthew Macfadyen. Ci soffermeremo proprio su questa seconda versione che ha saputo rileggere con efficacia la storia originale, dimostrando quanto le parole scritte dalla Austen potessero essere attuali e coinvolgenti anche all’inizio degli anni Duemila. Wright, regista al suo esordio cinematografico, conosceva bene l’importanza della sfida e senza rischiare più di tanto ha diretto un adattamento giudicato da pubblico e critica “estremamente fedele al testo scritto”. Un lavoro che traspone in immagini le parole di Jane Austen. Un prodotto che resta in bilico tra il blockbuster raffinato e la pellicola che ricerca pregevoli soluzioni stilistiche (un esempio su tutti: il piano-sequenza del ballo a palazzo)  per raccontare un amore vittoriano che ha conquistato generazioni di lettori e, soprattutto, di lettrici. La rigidità dei costumi ottocenteschi emerge tutta nel film di Wright che dal canto suo riversa un’attenzione estrema per gli elementi della messa in scena: dai costumi alle scenografie passando per i trucchi e la fotografia che ci restituiscono una campagna inglese pregna di suggestioni romantiche. L’amore tra Elizabeth Bennet e l’affascinante signor Darcy dimostra così di non subire per nulla il peso dell’invecchiamento e ci fa capire come il rapporto tra cinema e letteratura sia spesso capace di dar vita a una fusione che invece di schiacciare il libro in favore del film, lo porta a rinnovarsi di una nuova linfa, esaltandone la bellezza e la sua forza nel resistere alle insidie del tempo.

 
Alvise Wollner
 
 
[immagini tratte da Google Immagini]

Fidarsi

“Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sulla incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze”. (Jane Austen)

Cosa spinge l’animo a lasciarsi andare liberamente, senza paure né riserve, senza maschere, senza un finto apparire che cela il vero essere? Chi comprende davvero come una donna possa affidarsi totalmente ad un uomo, ad un estraneo, che fino a pochi attimi prima non era parte del proprio mondo? Cosa porta qualcuno ad abbandonarsi, anima e corpo, ad un viso di cui non si ha memoria così pregressa da poter riflettere ponderatamente prima di consegnare sé stessi?

Non parlo della fiducia nei propri cari, nei propri genitori o fratelli, negli amici di sempre…parlo di quella fiducia scatenata dall’amore improvviso, quell’emozione che ti lega profondamente ad un altro essere, senza spiegarsi, senza chiedere il permesso…e quando si ama, purtroppo, non esiste lungimiranza, non vi è traccia del buon senso, del soppesare le situazioni, le persone, come può avvenire, invece, nella quotidianità delle nostre interazioni più abitudinarie.

L’amore non conosce vincoli, travalica tutti i confini, li dissolve, portando con sé quella sensazione di assoluta libertà di poter essere, di poter posare la maschera, di abbattere il muro che ognuno di noi costruisce in propria difesa.

E quando, la persona che si sentiva più vicina, distrugge questa fiducia? Quando quell’emozione così inebriante viene spazzata via in un solo attimo? Quando il mondo che si è costruito con impegno e fatica è devastato da un tornado che dietro di sé lascia solo macerie?Quando si scopre davvero l’essenza dell’altro? Quando quei contorni del volto, quello sguardo, le smorfie, si rivelano nascondere unicamente un mostro? Allora si prende consapevolezza del mondo, si realizza che quella fiducia non ha mai avuto motivo di essere, ci si colpevolizza, la mente si affolla di “se” e di “ma”….

Mi domando come quella povera ragazza, lei, la cui storia mi ha profondamente colpita sin da subito, reagì nel comprendere chi fosse realmente la persona che sedeva accanto a lei. Mi chiedo quanta bontà doveva essere insita in lei per farle aprire per l’ennesima volta la porta a lui che distrusse quel mondo perfetto che era stato creato insieme, lui che si palesò come un mostro. Cercando di capire qualcosa di inspiegabile, vado a ritroso negli anni, rifletto sulle menzogne, sulla privazione di giustizia, quell’ennesime falsità che sono state riservate ad una ragazza, punita perché a conoscenza di segreti inenarrabili, che l’hanno condotta ad essere “di troppo” nel panorama della perfezione ideato da una mente malata e distruttiva.

Distruttivo secondo il vocabolario è ciò che è atto a devastare, distruggere, annientare, come una bomba.

E Alberto Stasi fu l’ordigno, lo scoppio e l’eliminazione di Chiara Poggi, la quale sapeva troppo, che fu uccisa perché “pericolosa”. Una presenza scomoda, un’ombra che avrebbe oscurato l’immagine di quel giovane bocconiano dai tratti così innocenti.

Alberto Stasi è stato condannato a sedici anni di carcere per aver privato Chiara della propria vita. Stasi sconterà una pena di sedici anni per aver massacrato la propria fidanzata senza riserve, senza scrupolo.

Strappata alla vita per essersi fatta cullare dalla speranza che quel sentimento fosse ben riposto. Speranza disillusa da un uomo che, per aver scritto la parola fine all’esistenza di una persona, non pagherà mai abbastanza.

 Nicole Della Pietà

IODICOBASTA.ETU?