Inglesismo selvaggio

L’inglesismo selvaggio è ormai un dato di fatto nella quotidianità di molti contesti lavorativi e universitari, nei quali le persone utilizzano termini e acronimi che molto spesso non sanno cosa vogliano effettivamente dire. All’interno della loro nicchia linguistica ciò appare loro come dotato di un significato e di una intrinseca coerenza. Tale fenomeno prolifera nel linguaggio comune e deve il suo successo all’alto livello di contagiosità; capita così che il termine impresso nella memoria balzi fuori al bar mentre si sta bevendo un aperitivo con gli amici, i quali rimangono sbigottiti o ancora peggio annuiscono anche se non stanno capendo assolutamente nulla di ciò che viene detto.

Spezzerò tuttavia una lancia a favore degli inglesismi, come premessa necessaria a riflettere criticamente su questa tematica. Le parole sono come organismi viventi: alcune migrano da un contesto linguistico all’altro, possono nascerne di nuove, è possibile generare parole da altre parole etc… Una lingua esiste propriamente quando c’è qualcuno a parlarla ed evolve insieme a coloro che la scrivono e la proferiscono. Spesso l’Italia è tacciata di esterofilia, ma c’è da dire che oggi nessuno metterebbe in discussione parole come computer, mouse o driver di installazione, in altri paesi tali termini non hanno passato il vaglio di una analisi critica ed è così che in Francia driver è diventato operator o in Spagna il mouse è diventato ratón. La contaminazione linguistica non è un male assoluto, può essere sensato, soprattutto in campi funzionali, mantenere il valore di quelle parole nella lingua originaria, e l’inglese è una lingua decisamente molto sintetica e immediata, quindi effettivamente riesce ad esprimere alcuni concetti in modo molto esaustivo e diretto.

Da un approccio potenzialmente corretto gli italiani sono poi incorsi nell’abuso dell’inglesismo, introducendolo in maniera acritica nel linguaggio comune, il che finisce per essere una patologia linguistica estremamente virale.

Perché chiamiamo il cartellino badge? Perché i giornali titolano killer e non assassino? Perché sono termini semplici e intuitivi, altri giustamente direbbero che è così perché vengono utilizzati di più e più le parole più si usano più si rinforzano. Personalmente credo che le ragioni vadano ricercate più in profondità e in particolare in una tempesta linguistica che abbiamo preparato noi come popolo.

Da un lato abbiamo gli italiani, un popolo che è stato unificato in tempi relativamente recenti e che per sua stessa natura ha mantenuto forti i propri legami e le proprie radici territoriali e dialettali. A questo aggiungiamo come conseguenza una scarsa predisposizione verso la lingua italiana, a tale proposito pensate alla trasmissione televisiva dal titolo Non è mai troppo tardi del maestro Manzi che negli anni sessanta insegnava l’italiano per superare il diffuso analfabetismo.

Gli italiani avendo, in generale, meno strumenti identitari nazionali hanno facilmente seguito la moda o il suono suadente di certe parole inglesi. A questo si aggiunge che, nonostante il doppiaggio in lingua italiana di film e altri prodotti audiovisivi abbia costituito una forma di difesa strutturale, la continua importazione di format televisivi nelle reti nazionali ha indubbiamente favorito la proliferazione di termini stranieri.

Dall’altro lato ci sono invece alcuni ambienti accademici che hanno avviato una crociata linguistica contro questi nuovi modi di dire, teorizzando a più riprese una vera e propria epurazione, un ritorno alle origini, giocando sulla nostalgia per i bei tempi in cui la lingua era “nostra” e ci connotava come popolo. Talvolta queste teorie sono state accompagnate da un forte sentimento nazionalistico: non dobbiamo infatti dimenticare che nell’inconscio collettivo degli italiani c’è il retaggio del fascismo, anche se spesso lo rimuoviamo acriticamente o con una condanna solo formale, che non aiuta a rielaborare quel periodo che ha investito ideologicamente il nostro Paese in modo negativo. La lingua è diventata allora un modo per rilanciare un certo sentimento di dignità nazionale che, cosa tipica del pensiero totalitario nelle sue molte formulazioni, può sussistere solo nell’identificazione di un “nemico”, molto spesso più immaginario che reale. In quest’ottica, la lotta alla proliferazione degli inglesismi si presta perfettamente a tale tipo di retorica.

Una parte del mondo accademico e in generale alcuni “presunti” intellettuali italiani, molto spesso troppo autoreferenziali, hanno tacciato l’italiano medio di limitarsi a scimmiottare gli americani, rinunciando a distinguersi dagli altri per conformarsi agli stili di vita dettati da marchi internazionali.

Gli intellettuali anziché instillare una analisi critica, e setacciare dove davvero le parole inglesi portavano un valore aggiunto in termini di funzionalità, si sono arroccati in cima alla “torre d’avorio” del sapere accademico dalla quale hanno solo saputo giudicare tutti gli altri.

A questi richiami gli italiani hanno risposto sostanzialmente infischiandosene della “purezza” della lingua nel parlare quotidiano e nel relazionarsi.

Scrive bene Wilhelm von Humboldt: «La lingua è la manifestazione fenomenica dello spirito dei popoli: la loro lingua è il loro spirito e il loro spirito è la loro lingua»1. E aggiunge: «L’uomo vive principalmente con gli oggetti, e quel che è più, poiché in lui patire e agire dipendono dalle sue rappresentazioni, egli vive con gli oggetti percepiti esclusivamente nel modo in cui glieli porge la lingua»2.

Il vero problema dell’inglesismo, linguaggio che si diffonde ogni giorno nell’uso comune, è che parliamo pensando di sapere cosa diciamo senza però riuscire nemmeno in molti casi a riportare quei concetti nella nostra lingua. In qualche modo siamo asserviti dalle stesse parole che usiamo perché non le padroneggiamo.

Anziché arroccarsi nella “torre d’avorio” gli intellettuali e la classe dirigente di questo Paese dovrebbero educare e educarsi come popolo all’analisi critica, alla chiarezza e alla limpidezza del linguaggio, senza rinchiudersi nella dimensione dell’ideologia, ed anzi recuperando un sano approccio genealogico come ci ha ben indicato Nietzsche. Pertanto dobbiamo tutti interrogarci non solo in merito a ciò che diciamo, ma soprattutto a perché lo diciamo, così da scegliere davvero consapevolmente come esprimerci.

Quindi proviamo a porci qualche domanda di consapevolezza su cosa stiamo ascoltando o dicendo quando magari affrontiamo con leggerezza termini come spread o spending review, e cerchiamo di esprimerci con parole di cui conosciamo effettivamente il significato e che non usiamo “a pappagallo” solo perché le utilizzano tutti.

 

Matteo Montagner

 

NOTE:
1. W.Von Humboldt, La diversità delle lingue, Roma-Bari, Laterza, tra. It. Di D. Di Cesare, 1991, p. 33.
2. Ivi, p. 47.

 

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La banda dei buonisti inconsapevoli

Si aggira indisturbata ormai da anni, inerpicandosi e infiltrandosi nelle più nascoste intercapedini dell’informazione. Si mostra quotidianamente, in modo beffardo, sfidando la piazza – quella del web – con tutte le sue contraddizioni.
È una banda di profili dietro i quali vi sono persone che vivono in mezzo a noi, compiono le normalissime mansioni che la vita richiede, sono irriconoscibili a prima vista… si manifestano solo da ciò che seminano: commenti, ingiurie, grandi e inconcludenti sermoni.
La banda dei buonisti inconsapevoli non ha un’organizzazione alle spalle, non ha una struttura definita, gli affiliati non sempre sanno di appartenervi.

Avete presente il proverbio del bue che dà del cornuto all’asino? Ebbene, modificandone gli elementi e mantenendone intatta la forma loro sono i buonisti che danno del buonista al prossimo.
Com’è possibile, direte voi, che tante persone cadano in un paradosso simile?

Occorre entrare nel delicato mondo della cronaca nera, quello che piomba nelle nostre case attraverso telegiornali e social, in particolar modo quella cronaca nera legata alle violenze sessuali e agli omicidi in cui sono vittime le donne.
Occorre anche assistere all’epilogo di una notizia data in pasto all’opinione pubblica per veder materializzarsi la famigerata banda al completo.

Indignazione, rabbia, sentenze di morte, palchi di tribunale improvvisati, cataste di legna pronte per un nuovo rogo a Giordano Bruno, urla in formato scritto riassumibili con: crucifige crucifige!1
Tralasciando l’inopportuno volersi sostituire alla legge, sarebbe altrettanto ipocrita affermare di non provare rabbia davanti a fatti del genere e lo sfogo, entro certi limiti, è comprensibile.
Il problema sorge quando il giudizio della massa sconfina in ambiti non propriamente legati al fatto criminoso, poiché diretti ad altre persone nella ‘piazza’, quelle che inizialmente scelgono di tacere, di non esprimere un’opinione a loro avviso troppo frettolosa, coloro che attendono dettagli più consistenti rispetto ad una freschissima breaking news.
Persone che prima di sentenziare si chiedono perché, scavando alle origini sociali del male per trovare, forse invano, una possibile verità.

Questa attesa, questo voler scavare più a fondo, è visto con sospetto.
Viviamo in un mondo che vuole tutto e subito; molti poi, nutrendosi di assoluti, pongono la gente davanti a bivi: o sei con noi o contro di noi / o condanni il gesto, oppure sei amico dell’assassino.
Un buonista insomma.
Complicità, sostegno, addirittura sadico piacere nelle disgrazie altrui, queste sono le accuse mosse a chi stona dal coro delle ingiurie… se il colpevole del fatto criminoso è straniero. Se è italiano, beh, le cose cambiano e parecchio.

Gli assetati di giustizia “fai da te”, davanti ai crimini di un italiano, diventano spesso i veri buonisti di questa triste storia. Le accuse mosse ai prudenti, diventano improvvisamente virtù: l’attesa, il capire meglio, la presunzione di innocenza fino-a-prova-contraria nei confronti del reo.

«Era… rimasto senza benzina. Aveva una gomma a terra. Non aveva i soldi per prendere il taxi. La tintoria non gli aveva portato il tight. C’era il funerale di sua madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa sua!»2.

E lo stupro di un homo italicus ai danni di una donna? Il «se l’è cercata» balza agli occhi in molti commenti, ferisce e dilania – per due volte – la dignità della vittima e anche di chi legge, di chi è madre, di chi è donna, di chi crede nel rispetto reciproco.
Il reato cade, cade la sua efferatezza, cade la malattia che lo provoca, rimane il giudizio impietoso del colore della pelle. «Si può sapere la nazionalità?» precede di gran lunga il «come sta la ragazza?».
Le accuse al giornale che cela inizialmente le generalità del criminale sembrano voler chiedere indicazioni sul comportamento: dicci in fretta che dobbiamo sapere se giustificare o reclamare la testa.

La banda dei buonisti inconsapevoli ha fame, vive aspettando il macabro spettacolo degli orrori, arroccata ai suoi leader eletti a rappresentanza le cui autorevoli voci legittimano tutte le altre.
I pessimi esempi crescono, si fanno forza e vomitano tutta la loro inconfondibile assurda contraddizione.

 

Alessandro Basso

 

NOTE: 
Jacopone da Todi, Donna de Paradiso, verso 28, XIII sec.
Citazione modificata presa in prestito dal film “The Blues Brothers”, USA 1980.

[immagine tratta da google immagini:
Antonio Ciseri “Ecce homo”, (pre 1891), dettaglio, Galleria di Arte Moderna Palazzo Pitti, Firenze.]

 

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Amore in assenza: Tornatore e La corrispondenza

Costruendo un immaginario controcampo narrativo al suo ultimo film (La migliore offerta), Giuseppe Tornatore ritorna alla regia per raccontare una storia d’amore e mistero incentrata su due concetti molto affascinanti: la tecnologia e l’assenza. Se nell’opera precedente infatti, la figura sfuggente e misteriosa era la donna, in La corrispondenza è il protagonista maschile a interpretare il ruolo di grande assente nella storia.

Sullo sfondo grigio di due Paesi come l’Inghilterra e la Scozia, si amano e si cercano Jeremy Irons e Olga Kurylenko. Innamorati divisi nella realtà, ma uniti dal sottile e ambiguo filo della tecnologia. Sottotraccia c’è un mistero tutto da svelare che rischia, ancora una volta, di compromettere un amore che avrebbe potuto essere idilliaco. Il concetto più interessante dell’opera è proprio quello di voler raccontare una storia d’amore per assenza. Una relazione a distanza che si nutre necessariamente dell’ausilio tecnologico, dando vita a una riflessione tutt’altro che banale. E’ davvero possibile amare qualcuno senza mai vederlo in carne e ossa? E soprattutto: l’immagine dell’innamorato filtrata attraverso lo schermo di un computer  può restare sempre vivida e concreta o rischia di trasformarsi in un simulacro idealizzato e ingannevole? In questi quesiti l’undicesimo film del regista siciliano sfiora la riflessione filosofica d’attualità, ma a livello stilistico il cinema di Tornatore non progredisce. Messo a confronto con La migliore offerta, suo ideale contrappunto, La corrispondenza non regge neanche lontanamente il paragone. In primis, a livello attoriale, la performance di Jeremy Irons non è paragonabile a quella dello straordinario battitore d’asta interpretato da Geoffrey Rush, ma anche a livello tecnico e stilistico il film lascia insoddisfatto lo spettatore più esigente.  Ciò che nel lavoro precedente era un punto di forza, rischia qui di trasformarsi in una serie di elementi godibili ma, in qualche modo, già visti. Dalla passione nostalgica di Nuovo cinema Paradiso al ritmo raffinato di La leggenda del pianista sull’oceano, Tornatore ci ha insegnato che il cinema italiano può ambire a livelli artistici internazionali. Ne La corrispondenza la sua vis poetica si affievolisce, confezionando un buon prodotto privo però di quel sentimento che ha permeato molte sue opere precedenti. Come i due protagonisti del film si amano senza vedersi, anche Tornatore sembra dirigere senza immedesimarsi fino in fondo nella storia. E’ un’occasione sprecata ma si sa, il cinema come l’amore è fatto da un continuo alternarsi di alti e bassi, presenze e mancanze, allontanamenti che ambiscono in continuazione a ritorni ancor più intensi.

Alvise Wollner

La scomparsa di Majorana

Non sempre i narratori inventano storie di personaggi inesistenti: è possibile raccontare la storia di un personaggio reale inventando i dettagli; si può naturalmente affidarsi a una documentazione precisa per tracciare la biografia di un personaggio reale: i rapporti tra invenzione e realtà si declinano in modi diversi, che si determinano volta per volta con le rispettive regole. Leonardo Sciascia (1921-1989), nel suo breve romanzo (ma già la definizione di genere sarebbe da discutere) La scomparsa di Majorana (1975) sceglie una via ancora diversa: ricostruisce, a partire da precisi documenti, un fatto realmente avvenuto, e alterna liberamente il racconto a pagine di riflessione. Al centro dell’opera non ci sono tanto la vicenda o i personaggi, quanto il costruirsi stesso del racconto, i molti interrogativi suggeriti dai documenti e ai quali l’autore cerca di dare risposta.

Ettore Majorana era un brillante fisico nucleare siciliano, che nel 1938, a poco più di trent’anni, lasciò un biglietto nel quale sembra alludere all’intenzione di suicidarsi; poi si imbarcò su un traghetto in servizio tra Palermo e Napoli e durante il viaggio scomparve nel nulla. Forse si uccise gettandosi in mare (fu la conclusione della polizia, che abbandonò presto le indagini), forse arrivò a destinazione; ma non si poté trovare né il corpo né qualunque altra sua traccia.
Questo mistero è il centro dell’opera, l’oggetto su cui l’autore vuole indagare; e Sciascia – dopo aver raccontato i fatti – cerca di delineare la personalità del protagonista, in cerca di indizi. Conosciamo così il curriculum di studi di Majorana e la sua frequentazione dell’istituto di fisica di Roma diretto da Enrico Fermi; ma anche il suo carattere difficile: uno scienziato di straordinario talento, ma disinteressato a far conoscere i risultati della sua ricerca, come se cercasse di trattenersi.
Nel 1933 Majorana trascorre un lungo periodo di studio in Germania, dove conosce importanti studiosi come Werner Heisembeg; sono gli anni in cui prende piede il nazismo, al quale accenna in alcune delle sue lettere alla famiglia.
Tornato in Italia, il protagonista si ritira per qualche tempo, abbandonando l’istituto di fisica e forse continuando le ricerche per proprio conto. Solo quattro anni dopo viene chiamato a insegnare fisica teorica a Napoli “per chiara fama” (è un artificio per evitare che vincesse un concorso i cui risultati erano già definiti in partenza); ma insegna solo per un breve periodo, fino al momento della scomparsa. image

Questi sono i termini del mistero. L’autore ha a disposizione solo degli indizi, può solo formulare delle ipotesi impossibili da dimostrare, ma non si sottrae alla necessità di dare un senso a questa storia: a suo parere Majorana sarebbe scomparso perché aveva intuito le spaventose possibilità dell’energia nucleare in campo bellico (come è noto lo scoppio della guerra diede impulso a queste ricerche, tanto che Hiroshima e Nagasaki vennero distrutte pochi anni dopo). È il tema della responsabilità degli scienziati verso gli uomini: è giusto, è sempre necessario portare a termine una ricerca, quando questa potrebbe avere conseguenze gravissime? Una discussione molto sentita nei primi anni Settanta, quando l’autore scrive il suo libro.
Una tesi forte, che – l’autore lo sa bene – non può essere dimostrata. Nel suggestivo finale, Sciascia allude a questo scacco: dopo aver visitato un convento nel quale si dice che Majorana visse per anni, “sulla soglia, salutandoci, il certosino domanda: Ho dato risposta a tutti i vostri quesiti? (…) Ne abbiamo posti pochi, lui ne ha indovinati molti ed elusi. Ma rispondiamo di sì. Ed è vero”.

Ma il vero senso nel racconto sta nell’indagine, nella ricerca di qualunque possibile indizio. La ricostruzione dei fatti passa attraverso l’analisi del linguaggio dei verbali di polizia, oppure attraverso suggestioni letterarie (Proust, Stendhal e molti altri autori) che forniscono quadri di riferimento, modelli di interpretazione.
E il linguaggio dell’opera risulta denso, severo, lucido, con quel gusto razionalista di stampo illuministico che caratterizza l’autore; dappertutto si avverte l’omaggio all’opera capostipite di questo genere di racconto: la Storia della colonna infame di Manzoni.
Un lavoro lontano dall’oggettività di una ricostruzione storica, e che al tempo stesso rinuncia alle facili scappatoie dell’invenzione; e che si rivela un’indagine sulle possibilità conoscitive della letteratura.

LEONARDO SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi, 2004.

Giuliano Galletti

[immagini tratte da: ritratto di Majorana
http://it.blastingnews.com/cronaca/2015/02/photo/photogallery-la-scomparsa-di-majorana-non-e-piu-in-mistero-era-in-venezuela-174829.html ]

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Scansione della prima edizione del romanzo.

Pierluigi e Ettore Erizzo, Il regalo del Mandrogno

Ci occupiamo oggi di un romanzo poco noto, pressoché estraneo al percorso della letteratura italiana del secondo Novecento. Un romanzo dalla storia editoriale anomala: pubblicato nel 1947, poi nel 1964, alla fine degli anni Settanta e infine nel 2002 (questa edizione è tuttora in commercio), ma sempre da piccoli editori locali. Il regalo del Mandrogno è opera di due fratelli, Pierluigi (1884-1962) e Ettore (1895-1979) Erizzo: due avvocati piemontesi (ma di origine nobile veneziana) che lo scrissero per passatempo mentre la guerra ostacolava la loro attività professionale.

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Un’opera minore, certo, ma che nei decenni si è costruita un pubblico partecipe quanto appartato. E un romanzo di ampie dimensioni (oltre 800 pagine nell’ultima edizione), ben giustificate dalla trama: la storia di una famiglia della provincia alessandrina da Napoleone ai primi del Novecento.
La vicenda inizia con la morte, intorno al 1930, del vecchissimo Policleto Montecucco: un personaggio di rara antipatia, egoista e pieno di astio verso tutti i componenti della sua famiglia. Col suo testamento non si smentisce: sceglie infatti di lasciare ai figli solo la legittima, dividendo tutto il resto del patrimonio fra quattro persone apparentemente prive di rapporti tra loro: “è, più che lecito, giusto che il Testatore del suo peculio disponga a favore di quanti conservino in sé, sia pure per vie ascose, la miglior linfa della imporrita pianta”. Due nipoti di Montecucco, gli avvocati Polo e Alvise (evidenti alter ego degli autori, che raccontano la vicenda in una curiosa prima persona plurale) indagano su questi personaggi ricostruendo la storia di un ramo nascosto – eppure forte e vitale – di una famiglia ormai decaduta.
Tutto comincia il giorno della battaglia di Marengo (14 giugno 1800), quando nella tenuta dei Montecucco arriva un ufficiale napoleonico ferito, Isidoro Chénousset: un uomo forte, appassionato, dai rozzi lineamenti e dai capelli rossi. Lo accompagna il “mandrogno” del titolo: è questo un termine popolare locale che indica gli abitanti delle campagne di Alessandria. I mandrogni tornano spesso nel romanzo: carrettieri dalla vita zingaresca e un po’ ai margini della legge, impegnati in traffici non sempre chiari ma mossi da un forte senso dell’onore.
Di Chénousset si innamora perdutamente Rosina, moglie spenta e intristita di Giovacchino Montecucco: da questo breve amore nasce un figlio, Napoleone, destinato a trasmettere una discendenza irregolare (e il particolare aspetto fisico di Chénousset) a vari personaggi le cui vicende si intrecciano con quelle della famiglia “ufficiale”.
Il romanzo ha una struttura complessa, le parti raccontate in prima persona plurale fanno da cornice e intermezzo a tre “romanzi” , ognuno dedicato a un personaggio di una diversa generazione: l’infelice Rosina, suo figlio Napoleone, patriota e sacerdote, e Paoletta, figlia di Policleto obbligata dal padre a un matrimonio sbagliato. I tre romanzi appaiono intonati con l’epoca in cui si svolgono: una storia d’amore di stampo romantico (Rosina), una biografia in forma di romanzo storico (Napoleone), un dramma borghese (Paoletta). A unificare i fili della vicenda è l’ambiente: la tenuta del Cucco, con la sua atmosfera antiquata, i suoi oggetti polverosi che ricordano tanto le “buone cose di pessimo gusto” care a Gozzano, i rapporti sociali tra proprietari e contadini; e tutto intorno le pettegole città di provincia, l’affettuosa descrizione dei personaggi minori, la monotona vita borghese.
Ma a colpire il lettore è il semplice piacere di raccontare, con un linguaggio piano, elegante, discreto, un po’ agé e piacevolmente prolisso; con una costruzione impeccabile, un piglio narrativo ottocentesco e un abile uso dei luoghi comuni della narrativa. In fondo una storia del genere è un bell’esempio di un possibile romanzo italiano “popolare”, assente sia nella tradizione “alta” come nell’attuale letteratura di genere che di solito si limita a riproporre modelli elaborati in altri contesti. Qui ci si abbandona con piacere a una vicenda nella quale ci riconosciamo facilmente: per l’ambiente provinciale, per la presenza ingombrante della famiglia, per il contesto storico che bene o male ci è familiare; ci si fa accompagnare da una voce di narratore distaccato e insieme partecipe, sorridente e capace di ironia. E affezionato a ciò che narra: “ma se la verità è stata diversa da quella che noi abbiamo ricostruita, non ce ne importa assolutamente nulla. Per noi è così, anzitutto perché riteniamo che la nostra ricostruzione sia fedele, ma soprattutto perché, così com’è, a noi piace moltissimo”.

PIERLUIGI e ETTORE ERIZZO, Il regalo del mandrogno, Boves (CN) Araba Fenice Libri, 2002.

Giuliano Galletti

Luigi Meneghello, Fiori italiani

“Che cos’è un’educazione?” La domanda con cui si apre Fiori italiani (1976) potrebbe riassumere il tema che Luigi Meneghello (1922-2007) sviluppa in tutta la sua opera: la formazione e le esperienze di un giovane nell’epoca fascista e nel dopoguerra. In Libera nos a Malo (1963) interrogandosi sul ruolo dell’ambiente rurale vicentino e della vita di paese; in Pomo pero (1974) approfondendo l’esperienza del linguaggio (dialetto, italiano letterario e inglese compongono l’originale impasto linguistico di molte sue opere). E poi, tra altre opere, I piccoli maestri (1964) racconta la Resistenza e Il dispatrio (1993) il trapianto in Inghilterra, dove l’autore ha trascorso gran parte della sua vita insegnando letteratura italiana all’università di Reading.

In questa ricerca, Fiori italiani è il tassello dedicato alla scuola, e riassume la carriera scolastica di un ragazzo brillante, S. (l’iniziale sta per “studente” o “soggetto”: è l’alter ego dell’autore). Ma non aspettiamoci un racconto nostalgico, una collezione di ricordi: l’autore analizza, intreccia il racconto con la riflessione sul senso della sua esperienza; e soprattutto istituisce un confronto serrato tra il sé stesso che viene formato dalla scuola fascista e ciò che diventerà successivamente.
Il primo trauma che S. affronta uscendo dal paese è la lingua italiana, e soprattutto il suo uso mistificatorio; i libri di testo, col loro linguaggio artefatto, cercano infatti di sminuire la realtà e di proporre un mondo ideale modellato sugli ideali fascisti: “Il fatto è che per questo casello non passavano treni, neanche uno! Un racconto di ventiquattro pagine intitolato Casello ferroviario N.793 e non ci si trova la parola “treno”! Per quanto ne sapevamo noi, il termine giusto in italiano potrebbe anche essere truogolo”.
Al ginnasio e poi al liceo classico – col passaggio all’ambiente cittadino – si approfondisce una lingua “alta”, depositaria di un’idea di cultura e di tradizione: “Era parte dello statuto della cultura che essa venisse esposta come la Sindone, non trattata come un servizio pubblico. La cultura vive, splende e minaccia per conto suo: in senso stretto non c’entra con la gente”. Lo studente viene solo addestrato a esercitarsi su temi dati, a ripetere con eleganza le idee ricevute.
All’università (Padova, prima lettere poi filosofia) S. cerca un senso generale della sua cultura (senza possedere, vista l’educazione ricevuta, la capacità di compiere un’operazione così complessa), e cerca un ruolo “ufficiale” come intellettuale riconosciuto, attraverso strutture sostenute dal regime, come il GUF o i Littoriali.
Ma proprio qui – sono gli anni della guerra – avviene finalmente la svolta: S. – dopo tanti insegnanti – incontra un vero maestro, Antonio Giuriolo. È un intellettuale brillante, da sempre oppositore del regime, che sopravvive dando lezioni private e si circonda di giovani ai quali apre per la prima volta la mente: una figura maieutica, che non offre soluzioni ma pone domande, che mette i suoi “allievi” a contatto con idee nuove e li lascia liberi di decidere… È un’esperienza decisiva, un cambiamento di paradigma da cui deriverà il gruppo partigiano che Meneghello racconta nello splendido I piccoli maestri.
Fiori italiani si svolge tutto nell’interiorità del protagonista, segue con passione lo sviluppo di una consapevolezza; e lo fa con un linguaggio straordinariamente preciso, duttile, capace di rendere qualunque sfumatura con piccoli tocchi, rinunciando all’impasto linguistico tipico di altre opere dell’autore a favore di forme più lineari. L’autore si rivela uno straordinario ritrattista (“Quanto a Tapanez, certo parlava nel naso. Era piccolino, nervoso, arcigno, introverso, stridulo. Ma era tagliente quella vocetta; stringata la figuretta; e (ora lo so) onesta la sua concezione del proprio mestiere”), e ricorre molto all’ironia – sulla scuola come su sé stesso – e spesso al sarcasmo, specie quando analizza le forme più sfacciate di indottrinamento. Solo nell’ultimo capitolo, la rievocazione di Giuriolo, il tono cambia: e diventa alto, solenne, commosso e severo, passando dalla terza alla prima persona.
E siamo costretti a notare che quest’opera dice molto su noi, sulla nostra mentalità di italiani, sulla nostra scuola: per la lungimiranza dell’autore, ma forse – purtroppo – anche per l’immobilità della nostra cultura.

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Luigi Meneghello, Fiori italiani, Milano, Rizzoli, 2006 (nella collana “BUR – scrittori contemporanei”)

Giuliano Galletti

[immagini tratte da Google Immagini]

 

Giotto di Bondone (Colle di Vespignano 1267 circa – Firenze 1337)

Nei suoi settant’anni di vita Giotto fu uno dei maggiori protagonisti della scena pittorica italiana, divenendo di fatto il punto di riferimento per la grande evoluzione artistica partita dalla Toscana e che portò alla nascita del Rinascimento, sebbene i suoi inizi e la cronologia delle prime opere sono ancora frutto di discussione e di revisione.

Dopo un periodo ad Assisi, dove dipinse insieme a Pietro Cavallini il grande ciclo di ventotto affreschi dedicati alla vita di San Francesco nella Basilica Superiore, Giotto si trasferì a Roma per partecipare ai lavori di rinnovamento artistico promossi da papa Bonifacio VIII per il Giubileo del 1300. Subito dopo si dedicò alla sua opera maggiore, a noi giunta nelle migliori condizioni: gli affreschi per la cappella degli Scrovegni di Padova, realizzati tra il 1303 e il 1305. Read more