La scuola dimenticata: una vera tragedia italiana

Per rilevare la temperatura che indichi lo stato di benessere o malessere di un paese non sempre è sufficiente servirsi dei termometri del mercato e della finanza che si basano sui dati del PIL, sul volume degli acquisti e sull’indice dei consumi. Talvolta, sarebbe più interessante muovere da indicatori di natura culturale. Il primo e più importante riferimento in questo senso è lo stato dell’arte della scuola. Teoricamente la prima e più importante istituzione di un paese che ambisce a definirsi democratico. In Italia, di fatto, la più marginalizzata. Lo stato di malessere della scuola italiana non è certamente una patologia acuta, recente. Il cancro che la paralizza è un male cronico che si trascina da moltissimo tempo. Venti, forse trent’anni, nei quali il paziente che più di tutti dovrebbe essere stato accudito e curato è stato invece completamente dimenticato e fiaccato da riforme esito di incompetenza e incapacità di lungimiranza. Il messaggio che emerge, da diverso tempo a questa parte, è quello di una scuola che non conta più nulla.

Non considerata dai politici e dal legislatore, finisce per perdere di valore e riconoscimento nei più diversi strati sociali. L’edilizia scolastica pressoché stagnante ci regala edifici vetusti e in molti frangenti fatiscenti. Gli insegnanti – un tempo professione ampiamente riconosciuta e rispettata – sono umiliati e frustrati per remunerazioni inadeguate e per l’impossibilità di accedere in maniera chiara e lineare al loro ruolo, spendendo le proprie competenze e capitalizzando i sacrifici economici e di studio di una parte considerevole della loro vita. I rilevamenti statistici ritraggono un crescente abbandono scolastico e un sensibile calo nelle iscrizioni alle più diverse facoltà universitarie. Non v’è da stupirsi. Il tutto è la logica conseguenza di una mala gestione dell’intero apparato dell’istruzione e della formazione che ha segnato la propria rovina anni addietro e, diabolicamente, continua a perseverare con riforme pasticciate e interventi più propagandistici che funzionali. In un siffatto scenario, dove gli insegnanti si trovano a lavorare sempre più spesso in un contesto precario, umiliante e decadente, gli studenti appaiono sempre più svogliati e demotivati. Fra questi, i più fragili sono quelli che ne pagano il prezzo più alto. Tutto questo è il riflesso di un discorso sociale e politico che, bistrattando la scuola da decenni, misconosce il valore imprescindibile dell’educazione e della cultura. È l’esito, infausto, di una comunicazione di massa che premia veline, soubrette, calciatori, influencer e youtuber, piuttosto che valorizzare, remunerare adeguatamente e così riconoscere coloro che con dedizione e sacrificio hanno dedicato e magari, eroicamente (sic!) continuano a dedicare la loro vita allo studio e alla ricerca, non tanto per loro esclusivo interesse personale, ma in vista dell’interesse collettivo.

La scuola presenta lesioni profonde, decisamente preoccupanti, in tutto il suo immenso e articolato corpo. Viene da chiedersi quale possa essere non solo il presente ma piuttosto il destino di un corpo così malato. Che ne può essere di una istituzione alla quale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, sono stati appesi legacci burocratici soffocanti e limitanti il suo movimento e le sue espressioni? Che ne è di un corpo al quale sono state cinicamente tagliate le risorse? Forse, se non è già morta, la scuola sopravvive, tira a campare. Se l’attenzione nei confronti dell’istruzione emerge solo per opportunismo propagandistico nelle stagioni elettorali e, una volta girato l’angolo dei seggi, ci se ne dimentica, allora il messaggio è chiaro: non curarsi seriamente dell’istituzione scolastica significa che i governanti non credono nell’importanza della cultura che, principalmente a scuola, deve essere trasmessa, incentivata e difesa.

I motivi per argomentare in favore dell’importanza di un’istituzione scolastica che funzioni al meglio sono molteplici e molti affondano le proprie radici nelle straordinarie civiltà che ci hanno preceduti, quella ellenistica su tutte, e ai periodi storici, l’Umanesimo e il Rinascimento in particolare, che hanno inondato di cultura, genialità, innovazione, pensiero e bellezza soprattutto il nostro bel Paese. Senza scomodare ulteriormente questi presupposti e ricollocandoci nel presente dobbiamo sottolineare, privi di ogni retorica, che dalla scuola passa il futuro del Paese poiché ragazzi e ragazze saranno uomini e donne che avranno a loro volta la responsabilità adulta di operare scelte individuali e collettive tese al bene comune, nella direzione dell’interesse, della crescita e della promozione umana. In un mondo che cambia repentinamente, la scuola è necessaria per fornire competenze che permettano di orientarsi nella complessità della conoscenza e dell’informazione. In una civiltà che sembra sgretolarsi sotto i colpi dell’assenza di etica è ancora una volta essenziale la scuola che, a partire dalle fondamenta poste dalle famiglie, educhi ai principi primi del rispetto sacro della vita dell’altro nella sua unicità e irripetibilità e al valore della conoscenza. Una scuola che, proprio in una società assuefatta di informazioni e verità a buon mercato, educhi all’esercizio del pensiero critico, che diviene esercizio di libertà interiore che si riverbera anche nelle scelte esteriori.

Trascurare la scuola significa cedere il passo ad un abissale vuoto culturale. Lo aveva denunciato con lucidità Pier Paolo Pasolini, ormai quarantacinque anni or sono, riflettendo sul fenomeno dilagante della droga consumata dai giovani e intuendo quanto essa fosse un vero e proprio surrogato della cultura1. Il vuoto lascia spazio alla disgregazione, alla distruzione, alla pulsione di morte. Gli esiti sono infausti e disfunzionali per il singolo e per la collettività. È il crepuscolo di una nazione.

Se vogliamo tutelare il presente del nostro paese e il suo futuro dobbiamo iniziare occupandoci della formazione culturale dei più giovani e questo può avverarsi in primis attraverso la scuola, agenzia culturale ed educativa per eccellenza. Istituzione che preserva l’incontro umano, le relazioni, l’importanza del libro, della lettura e dello studio per l’apertura di nuovi mondi e più ampi orizzonti, nonché l’abitudine al pensiero autonomo. Per questi e molti altri motivi, non dobbiamo forse salvaguardare la scuola, ridonarle l’attenzione che merita se vogliamo tutelare la nostra civiltà aiutandola a progredire, anziché rimanere spettatori inermi dinanzi alla regressione antropologica tragicamente testimoniata dalle cronache quotidiane?

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., P. P. PASOLINI, La droga: una vera tragedia italiana. In Lettere luterane, Garzanti, Milano, 2009, pp. 97-104.

 

[Photo credit Ben White su unsplash.com]

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Sillogismi in officina

In ogni officina che si rispetti si ripara o si costruisce qualcosa e può sempre capitare di creare qualcosa di nuovo accostando pezzi che mai, prima, avremmo pensato che potessero trovare un legame. Ogni luogo delle invenzioni e delle scoperte è un’officina. Ma servono strumenti adatti e funzionanti alla perfezione!

Cosa si può costruire con le frecce di cartoncino colorato che animano il gioco durante l’ultimo incontro dell’Officina delle idee?1 Sono grandi ma leggere, non sembrano strumenti adatti per lavorare su oggetti pesanti. E ciascuna porta con sé una scritta. Che siano istruzioni? Non esattamente, o forse sì: “CONTRADDITTORIETÀ. Di due proposizioni contraddittorie, esattamente una è vera mentre l’altra è falsa”. Oppure: “SUBCONTRARIETÀ. Due proposizioni subcontrarie non possono essere entrambe false.2 Al termine del gioco i ragazzi hanno attaccato le frecce alla parete della classe, in modo tale da ricostruire correttamente il “quadrato delle opposizioni”. Viste così, le frecce si rivelano strumenti efficaci per imparare a costruire buoni ragionamenti. Collocate all’interno del “quadrato delle opposizioni”, indicano i rapporti logici che intercorrono tra due enunciati categorici3 di tipo diverso, che hanno lo stesso soggetto e lo stesso predicato. Durante la riflessione che accompagna il gioco, iniziamo a prendere confidenza con alcuni tipi ragionamento immediato. Dario, per rendere più chiaro ai compagni il concetto di contraddittorietà, afferma: «se è vero che tutti i gatti sono pigri, allora non è vero che qualche gatto non è pigro». Per subcontrarietà, invece, i due  enunciati “Qualche gatto è pigro” e “qualche gatto non è pigro” non possono essere entrambi falsi, pur potendo essere entrambi veri. 

Ma quando un ragionamento può essere considerato un buon ragionamento? Dal nostro punto di vista, rispondere a questa domanda presuppone avviare la riflessione sulla differenza tra la forma logica del ragionamento e i significati degli enunciati che lo compongono, con i loro valori di verità. Acquisire familiarità con quei particolari tipi di ragionamenti chiamati da Aristotele sillogismi permette ai ragazzi di mettere a fuoco proprio questa differenza. 

Un sillogismo è un’inferenza mediata in cui, dati due enunciati categorici (la premessa maggiore e la premessa minore), è possibile derivarne un terzo (la conclusione). Un sillogismo è un processo argomentativo valido soltanto se la verità delle premesse implica necessariamente la verità della conclusione. 

Scriviamo alla lavagna alcuni esempi di sillogismi pensati dai ragazzi nel modo classico, seguendo lo schema in stampatello: 

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Quando lo spazio della lavagna è quasi del tutto riempito, Alice esprime un dubbio: «in generale ho capito come funziona, ma c’è qualcosa che mi sfugge. Come posso concludere che tutte le rose sono profumate partendo dal fatto che tutti i fiori sono profumati, se questo non è vero? Esistono molti fiori che non sono profumati!» I ragionamenti che appaiono più solidi, quelli che tutti sono pronti a definire buoni ragionamenti, sono solo due: quelli che portano alla conclusione a partire da premesse indubitabilmente vere. I ragazzi, confrontando  le loro idee, iniziano a tracciare in modo autonomo una distinzione tra i sillogismi che è carica di significato e che deve soltanto essere precisata. 

Allora questo pensare senza preoccuparci della verità degli enunciati di partenza è stato inutile? Tutti i sillogismi che prendono avvio da premesse false o di cui non possiamo conoscere il valore di verità sono sbagliati? Assolutamente no! La validità del sillogismo consiste unicamente nella sua correttezza formale; affinché tale correttezza sussista poco importa se, di fatto, le premesse da cui il sillogismo prende avvio sono vere o false. Se un sillogismo è valido soltanto se la verità delle premesse implica necessariamente la verità della conclusione, possiamo sempre assumere che le premesse siano vere. E non è un imbroglio! D’altra parte, basta immergerci nella lettura di una storia di fantasia per credere alla verità di enunciati che nel mondo reale riterremmo falsi, senza che, per questo motivo, sia modificata la nostra capacità di distinguere nel racconto i ragionamenti corretti da quelli sbagliati.

Il dubbio di Alice nasceva dalla necessità di avviare il ragionamento a partire da enunciati veri e i compagni non trascurano il suo valore. Al termine di questo breve viaggio nella teoria dell’argomentazione i ragazzi definiscono buoni ragionamenti soltanto i processi argomentativi validi, costruiti a partire da premesse vere. 

 

La valigia del filosofo

 

NOTE:
1. L’Officina delle idee è il percorso didattico da La valigia del filosofo dedicato ai ragazzi della Scuola secondaria di primo grado.
2. Cantini, P. Minari, Introduzione alla logica, Le Monnier Università, 2009, p.70 – 71.
3. Gli enunciati categorici sono enunciati della forma “S è P”, dove S ha la funzione di soggetto e P di predicato. Cfr. Gatti pigri, gatti contraddittori, La Chiave di Sophia n. 11 Anno V. 

[Tutte le immagini sono realizzate da La valigia del filosofo]

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte II)

Nel mio precedente articolo, si è introdotta, seppur per sommi capi, la questione storica della differenza di genere, che, come abbiamo già detto, è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e ineluttabile dal punto di vista biologico. In questo articolo il focus viene posto sulla cultura greca e sull’immagine della donna da essa plasmata, sull’onda di quella che si era già in parte delineata nelle società precedenti.

La donna nella Grecia antica La donna greca, soprattutto quella Ateniese e salvo alcune eccezioni, era relegata agli spazi della casa, subordinata all’uomo e dedita alla vita domestica; era sconveniente che le donne facessero vita pubblica, salvo nelle occasioni dei rituali di culto e nelle celebrazioni di feste.

La Grecia portò le polis alla più alta forma grazie alle vittorie in guerra, rafforzando così la classe militare che poté mettere in discussione i poteri dell’aristocrazia. Questo era ovviamente fuori discussione per le donne, che non godevano di una situazione istituzionalizzata di vita in comune e di condivisione di interessi con le loro coeve. La vita militare e la guerra hanno certamente rafforzato la coesione maschile e fornito le basi fondamentali alla costruzione della vita politica. Eccezione in ciò la faceva Sparta: fin dal VII sec. la legge prevedeva l’addestramento militare anche per le donne, affinché fossero forti per partorire e crescessero figli vigorosi. L’iscrizione dei nomi dei morti sulle lapidi spartane era vietata, fatta eccezione per i morti in battaglia e per le morte di parto, due condizioni che ricevevano la medesima gloria. È interessante aggiungere che il governo spartano era oligarchico, mentre la democrazia fu inventata ad Atene, dove le donne erano totalmente escluse dalla vita pubblica.

Erodoto, nel VII sec. a.C. riscrive nelle “Opere e i giorni” il mito di Pandora, narrazione in cui è una donna, Pandora appunto, a essere causa di tutti i mali, mentre nella “Teogonia” racconta l’ascesa di Zeus al pantheon divino. Lo sfondo mitico è congruente con il panorama sociale: per il femminile non c’è più alcuna forma di potere. Un ultimo urlo di nostalgia del passato arriva dalla tragedia greca, le cui opere furono scritte nel V sec. a.C. principalmente da 3 grandi autori: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutti e tre hanno dato un po’ di voce al cosmo femminile legato alla passione, al mondo irrazionale, al primato della morale famigliare e all’antico culto ormai sull’orlo della rimozione: quello fondato su una teogonia al femminile. È possibile, grazie ad alcune tragedie, vedere i resti dell’antico scontro tra il sistema patriarcale e quello delle Dee Madri.

Quando la tragedia termina la sua stagione, muore anche Socrate. Platone ha 30 anni ed è il primo filosofo che fa della filosofia una materia non più esclusivamente orale, ma anche scritta, elaborata sia dall’insegnamento del maestro, ma anche grazie al contatto con altri sapienti. Particolarmente importante è il suo contatto con i Pitagorici, che avevano comunità di adepti costituita da maschi e femmine, cosa eccezionale per la società greca.

Sicuramente Platone si ispirò ai Pitagorici per la sua elaborazione del concetto di anima immortale e, dato che nella Repubblica prevedeva che il governo della città fosse affidato a dei guardiani, sia maschi che femmine, possiamo immaginare che Platone abbia avuto una visione positiva dell’esperienza pitagorica (anche se le donne pitagoriche non erano comunque uguali agli uomini). E’ importante sottolineare che Platone non riteneva la donna uguale all’uomo, semplicemente le destinava alcuni spazi. È interessante anche sottolineare l’attenzione che Platone dedica al mondo dell’irrazionalità, nonostante egli sia uno dei filosofi che ha eretto la ragione a baluardo del sapere, nonché della filosofia. Il mondo irrazionale è presente in ogni individuo e, se represso, può sfociare nelle manifestazioni più mostruose e aberranti, per questo necessita di spazi congrui alle sue manifestazioni. La religione tradizionale è il luogo che, nonostante in antitesi con la razionalità che sta diventando l’istituzione della filosofia, si pone come adatto a contenere l’irrazionalità. Platone è consapevole che la ragione è per pochi eletti, per il resto del popolo il freno sarà la religione con la superstizione. E nel mondo greco trovano ampiamente spazio i fenomeni che contengono l’irrazionale, come ad esempio i santuari degli oracoli, il più famoso e longevo quello di Delfi, in cui la Pizia emanava profezie su richiesta, dopo essere stata posseduta dal dio Apollo attraverso la trance.

Un altro momento catartico era quello del culto dionisiaco delle Baccanti, in cui le donne abbandonavano le case per lasciarsi possedere dal Dio che le portava alle manifestazioni più estreme, attraverso il ballo sfrenato, l’isteria collettiva e l’estasi dionisiaca. Le donne che rispondevano al richiamo di Dioniso erano le menadi, perfettamente narrate da Euripide nella tragedia delle Baccanti. La tragedia, in generale, afferma l’impotenza morale della ragione e dà voce a quella forza potente, misteriosa e paurosa che era in mano agli dei: la passione. Non a caso spesso gli ideali della passione sono incarnati da protagoniste femminili.

Arrivati a questo punto della storia, la dicotomia ragione/passione, è ormai obbligata. Le donne sono state escluse da tutti i campi applicativi della ragione, in particolare dall’istruzione e dalla vita politica. Il loro mondo è per forza quello delle passioni. La loro dimensione legata, per esclusione, esclusivamente alla fisicità accentua l’appartenenza all’irrazionale e alle sue manifestazioni più tipiche, come la medianità e la trance; anche le forze dell’irrazionalità vengono associate a divinità femminili. L’esclusiva fisicità della donna viene ancora più esaltata da Aristotele: la femmina appartiene alla categoria inferiore, che per Aristotele è la materia, mentre il maschio appartiene alla forma, che è la categoria che attribuisce il valore alle cose. Per Aristotele, quando il seme maschile feconda la donna, pone l’intero embrione, mentre la madre è solo substrato materiale che fornisce le risorse per crescere. Con la filosofia aristotelica la donna è definitivamente consegnata all’inferiorità attraverso le argomentazioni della ragione filosofica. La religione cristiana incorpora la metafisica aristotelica, investendo di autorità religiosa solamente i maschi, coerentemente con il pensiero aristotelico ed ebraico.

Nella prossima parte, che sarà conclusiva, si vedrà come le basi di una cultura ormai profondamente patriarcale, confluiranno in un progetto di scienza che ancora oggi pone ancora problemi e incomprensioni all’obiettivo di una cultura di genere più equa.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE

Cfr. N. Loraux, Il femminile e l’uomo greco, Laterza, Bari, 1991.

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Maschi e femmine al tribunale della scienza: errori del passato e buoni propositi per il futuro

Possiamo certamente affermare che la scienza è stata e continua a essere fondamentale per la società e, seppur consapevoli che anch’essa incappa in errori, non siamo mai troppo sospettosi nei suoi confronti, proprio perché non sappiamo vivere senza i suoi risultati. La storia della scienza è per lo più la storia delle domande e delle risposte formulate dagli uomini. Dagli uomini, appunto, perché alle donne è stata a lungo preclusa la partecipazione alla costruzione del sapere, scientifico in particolar modo (ci sono poche eccezioni).

Vediamo un esempio di teoria scientifica e prendiamo Darwin, che è stato uno scienziato veramente brillante, una delle menti che ha sconvolto il panorama del sapere umano, in mezzo alle due altre grandi rivoluzioni: quella copernicana e quella freudiana. La prima ha spostato il nostro pianeta dal centro del sistema solare alla periferia, la seconda ci ha rivelato che l’io cosciente è solo una punta dell’iceberg sommerso dell’inconscio. Darwin ha smentito le nostre origini divine, mediandole quantomeno con milioni di anni di evoluzione a partire dal mondo animale, facendoci parenti stretti con le scimmie. Ma nel tracciare l’evoluzione Darwin ha osservato che i maschi delle varie specie sono più stimolati, grazie alla competizione per le femmine, a perfezionarsi sotto vari punti di vista. I pavoni maschi si sono sfidati, e continuano tuttora, sulle code più belle, ad esempio. I maschi umani invece, oltre alla competizione dei muscoli, hanno ingaggiato la sfida anche sul piano intellettuale, perché gli strumenti cognitivi di cui è dotata la specie umana hanno consentito loro di affinare, grazie a un circolo virtuoso, le loro menti. E le femmine? Beh, non hanno fatto granché, al massimo traggono profitto mutuando i successi evolutivi dei maschi grazie al fatto che si riproducono con loro. In sostanza Darwin, in qualità di scienziato, affermava che la disuguaglianza tra i due generi che oggi riscontriamo è frutto di differenze biologiche, perfettamente in linea di continuità con quella che era la tradizione di pensiero alle sue spalle e dei suoi contemporanei1.

Dopo Eva plasmata dalla costola di Adamo, anche la versione scientifica, addirittura la stessa che smentisce Adamo e Eva, conferma la donna come prodotto sub-evoluto subordinato all’uomo.

Se arrivati a questo punto vi siete un po’ indignate, ma anche indignati, mi auguro, allora vi interesserà sicuramente capire qualcosa di più intorno a domande del tipo: quali ragioni sottendono la diversità sociale maschio-femmina? Si tratta di una questione enorme, non si può rispondere certo qui in poche righe, occorre andare molto indietro nel tempo, addirittura fino al Neolitico, quando sembra che le differenze abbiano iniziato a essere giocate a sfavore delle donne. Anche la portata nella dimensione dello spazio è interessante, perché ad oggi, in angoli remoti del nostro pianeta, ci sono comunità umane intatte da millenni che talora ci raccontano una storia diversa sul ruolo delle donne. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, che passa attraverso molti fonti bibliografiche, ma una delle risposte che facilmente emerge è la questione dell’istruzione. Alle donne è ripetutamente stato proibito di istruirsi lungo tutto il corso della storia della civiltà.

Questo permette di rispondere alla prossima domanda. Perché scienziati, filosofi, letterati e intellettuali vari sono quasi sempre maschi? In realtà, seppur in minoranza, le donne compaiono qua e là lungo tutto il corso della storia, sono quelle che sono riuscite a emergere, con sforzi disumani e talenti straordinari proprio perché da sempre stigmatizzate non appena si accingevano a varcare l’uscio di casa. Tuttavia, sebbene in minoranza, quelle donne prodigiose sono spesso state trascurate dai libri di storia, anche se oggi, grazie alla recente e fruttuosa tendenza editoriale di narrare i contributi delle donne al mondo del sapere, scopriamo che ce ne sono parecchie di donne eccezionali. Occorre però puntare la luce su di loro, perché, si sa, la storia non è solo la storia dei fatti, ma anche di chi li racconta e decide come farlo.

Se il sapere è stato prerogativa maschile per lungo tempo, questo ha sicuramente dato una tonalità piuttosto che un’altra ai contenuti del sapere stesso. Darwin, tra gli altri, non può che aver consolidato tale atteggiamento. Pensate a come sarebbe stata l’impresa della conoscenza se avesse ricevuto uguali contributi da entrambi i sessi. Anche la salute ne avrebbe risentito. La medicina infatti è stata, come tutte le branche del sapere, prerogativa maschile. Ancora oggi la ricerca medica soffre di una distorsione enorme, questo perché i modelli di studio di farmaci e malattie sono realizzati su campioni maschili, animali o umani. Le cavie animali e i volontari umani sono quasi sempre maschi e molti farmaci sono tarati sul metabolismo maschile. In alcuni casi ciò si è rivelato deleterio per le donne, basti pensare che un famoso farmaco per l’insonnia, Zolpidem, è stato ritirato dal mercato quando si realizzò che procurava grave sonnolenza diurna alle donne che lo assumevano, aumentando il rischio di incidenti stradali. È solo la punta dell’iceberg, perché la ricerca si sta adeguando a una metodologia più equa tra i sessi troppo lentamente.

La rivista Nature si è occupata più volte di questo argomento; nel 20102 e nel 20173 diversi autori riportavano che, se i medicinali pongono sempre qualche rischio per chi li assume, questo rischio è molto più alto per le donne, inoltre, sottolineavano che una stessa malattia non colpisce in ugual modo maschi e femmine.

È allora fondamentale prendere consapevolezza di come la scienza in passato sia stata ingiusta nei confronti delle femmine, privandole di tutti i meriti evolutivi della nostra specie e di come continui a essere faziosa nella ricerca medica. Per fortuna, oramai l’accesso all’istruzione non è più una ostacolo, almeno da noi, anche se è possibile che gli stereotipi di genere continuino a essere una barriera all’emancipazione del genere femminile. E qui si apre uno spazio per i contributi di chiunque, perché, se non è possibile che ciascuno/a di noi diventi scienziato/a, è assolutamente possibile che ognuno/a di noi cominci almeno a cambiare la cultura iniziando a riflettere sui propri stereotipi di genere, ovvero le più subdole delle barriere.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Cfr. C. Darwin, The Descent of Man: Selection in Relation to Sex, London, John Murray, 1871.
2. Zucker et al., Males still dominates animal studies, Nature vol. 465, 10 Jun 2010.
3. A. Nowogrodzki, Clinical research: Inequality in medicine, in “Nature” vol. 550, S18–S19, 05 October 2017.

 

 

 

[Photo credits: Charles Deluvio via Unsplash.com]

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All’origine della crisi della scuola: sul caso Galli della Loggia

«Marco, dimmi un po’. Ora ti è venuta voglia di leggere un libro?». Il ragazzo è al terzo anno di un istituto tecnico, vive in un quartierino di provincia come tanti altri, con mamma infermiera e papà impiegato. Ci vediamo una volta la settimana, a ridosso delle verifiche più imminenti. Matematica, inglese, italiano: qualche problema con la grammatica, rifiuto totale per la lettura. Avanzo la domanda dopo aver studiato assieme un paio di poesie siculo-toscane del XIII secolo, d’uno specialismo linguistico da laureato magistrale in Lettere. «Neanche per sogno» risponde lui schietto, mentre con le mani chiude l’antologia di mezzo migliaio di pagine. La copertina tutta stropicciata.

Che ci sia qualcosa di sbagliato nel funzionamento della scuola lo capisco dalla risposta di Marco, e da quell’antologia pesante e autoreferenziale che dovrebbe creare affezione crescente per il libro come tecnologia della conoscenza, non certo rigetto! Un paradosso sconfortante, forse all’origine delle tante proposte di rinnovamento che scuotono oggi l’istituzione scolastica.

L’ultima in ordine di tempo è quella firmata dallo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia nella sua Lettera sulla scuola, apparsa online il 4 giugno scorso, sezione Opinioni del Corriere della Sera1. Cattedre più alte per i professori, gite scolastiche solo in terre nostrane, abrogazione definitiva della rappresentanza parentale negli istituti: un decalogo polemico e saccente, destinatario simbolico il neo Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Per lui dieci semplici misure da adottare «già dal prossimo settembre», così da dare l’idea «che qualcosa stia veramente per cambiare nella scuola italiana».

Impensabile passasse inosservato, il vademecum per programmatori scolastici messo a punto da Galli della Loggia piove sul dibattito pubblico a pochi mesi di distanza da una serie sconcertante di episodi di bullismo perpetrato da giovani studenti – o, peggio ancora, dai loro genitori – a insegnanti di mezza Italia, in un’escalation di violenza che nell’era delle reti sociali e degli smartphone perennemente a portata di mano si propaga velocissima fuori dalle mura scolastiche.

In un clima di tensione accesa sul nervo scoperto della scuola, il decalogo di Galli della Loggia ha restituito, secondo molti, l’immagine stucchevole di una filosofia dell’educazione paternalistica, retrograda, deteriore. Un’idea logora di scuola che non ha certo trovato d’accordo il fisico e professore universitario Carlo Rovelli: «Non dobbiamo avere nostalgia di un mondo passato che non era migliore del nostro, non si educano i giovani con autoritarismo ottocentesco», commenterà acido e sessantottino nel suo contro-editoriale2.

Ennesimo screzio di una frizione pregressa, quella tra Galli della Loggia e Rovelli, con botta e risposta consumati sulle pagine della stessa testata, divenuta terreno di scontro virtuale tra le due forme della conoscenza che regolano la nostra civiltà: da una parte la cultura scientifica, interessata al movimento, alla trasformazione e all’innovazione permanente; dall’altra quella umanistica, che celebra invece l’estetica del fermo, della resistenza tradizionale alla distruzione creatrice del progresso (non sono forse cambiamenti retrogradi e anti-progressisti, quelli proposti da Galli della Loggia per contenere all’odierna deriva dei costumi culturali?).

Oltre il conflitto dialettico tra la cultura scientifica e quella umanistica, articolate nelle rispettive ragioni dai due editorialisti del Corriere, le proposte contemporanee per salvare la scuola non tengono in minimo conto una riflessione filosofica sulla crisi del discorso educativo lunga quasi due secoli, e capace di andare al di là del manicheismo partigiano di chi difende il sistema educativo tradizionale e di chi vorrebbe invece rovesciarlo.

Sarebbe infantile – scrive Theodor Adorno in Theorie der Halbbildung (1959) – pensare che basti riformare i programmi didattici per sanare le lacune melmose su cui poggia il sistema educativo. Dibattere la reintroduzione del predellino nelle aule scolastiche non ha alcun senso se nulla facciamo per neutralizzare l’avanzata inesorabile del «potere extra-pedagogico», la presa asfissiante alla gola dell’educativo da parte di ciò che a esso dovrebbe rimanere esterno. Un esempio? Il mercato, che vuole l’educazione prona alle sue esigenze strutturali – profitto, competenza, produzione, innovazione – ma anche la politica, che della scuola tende sempre a fare strumento d’indottrinamento di massa, dispositivo disciplinare nelle mani di un preciso progetto d’obbedienza morale.

Ecco che il compito della filosofia dell’educazione, come scritto da Mino Conte ne La forma impossibile (2016), dovrebbe essere quello di sottrarre la scuola a ogni forma di «riduzionismo (o tentazione) tecnicistico-amministrativo-commerciale». Una presa di posizione netta e necessaria contro la mano invadente e molesta del mercato (e della politica), anche a costo di tenere la scuola all’oscuro di ciò che accade nel mondo: è dall’oscurità che sgorgano le forme di vita, non solo vegetativa.

Sottrarre la scuola al richiamo suadente dei poteri extra-pedagogici vuol dire anche superare il «falso principio» su cui essa si fonda, ovvero l’idea che il sapere abbia natura accessoria, bagaglio cognitivo da amministrare e trasmettere attraverso una burocrazia didattica che ha perso ogni rapporto erotico la conoscenza. Un sapere che non espande il raggio d’azione e di vita di chi vi s’immerge, un sapere che non diventa personalità cosciente.

Necessario che gli insegnanti, scrive Massimo Recalcati ne L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014), tornino a trasformare i corpi teorici – libri, teoremi, quadri, poesie (anche quelle siculo-toscane del XIII secolo) – in corpi erotici, capaci di accedere il desiderio della conoscenza. Questa la condizione prima per pensare la scuola oltre la sua crisi.

 

Alessio Giacometti

 

NOTE
1. E. Galli della Loggia, Lettera sulla scuola, in “Corriere della sera”, 4 giugno 2018
2. C. Rovelli, Il predellino? No, ai docenti serve dignità, in “Corriere della sera, 6 giugno 2018

 

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Libri selezionati per voi: maggio 2018!

Puntuali come la primavera che ha dato nuova vita alle nostre campagne, ecco le nostre proposte di lettura per il mese di maggio. Se il caldo inaspettato dell’ultimo periodo vi fa fremere per la gita della domenica o addirittura per le vacanze estive, noi vi consigliamo di darvi alla lettura perché con una storia nei pensieri l’attesa sarà indubbiamente più lieta!

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

chiave-di-sophia-auto-da-feAuto da fé – Elias Canetti

Si tratta del primo ed unico romanzo mai scritto dal Premio Nobel per la Letteratura Canetti. Anno 1935. Bandito dai nazisti, venne riscoperto e apprezzato solo negli anni Sessanta. Nelle due parti in cui si compone troviamo il sinologo Peter Kien che vive in una condizione di isolamento e di apparente sicurezza con miriadi di libri a formare una vera e propria fortezza. Ha così in odio la vita che solo la convinzione di essere un “carattere” lo sostiene. Ma un “carattere” è anche la sua governante Therese, la cui bassezza è rigorosa. Nell’essere agli antipodi, sono accumunati dal rifiuto di ammettere l’esistenza di qualcos’altro nel mondo.

chiave di sophia il-mondo-nuovo-ritorno-al-mondo-nuovo-libro-79433Il mondo nuovo – Aldous Huxley

Uno dei più famosi romanzi distopici esistenti, il libro più bello ed inquietante uscito dalla penna di Huxley che anticipa temi quali l’eugenetica, lo sviluppo delle tecnologie di riproduzione ed il controllo mentale. Ambientato nell’anno di Ford 632, corrispondente all’anno 2540 della nostra era, il romanzo descrive una società strettamente classista il cui motto è “Comunità, Identità, Stabilità” e dove la vita è un’esistenza in serie. Una società tecnologicamente avanzata, priva di povertà e guerra, che ha però sacrificato in un’ironia negativa ciò che rende umano l’umano.

 

UN CLASSICO

chiave-di-sophia-svevo-senilitaSenilità – Italo Svevo (1898)

La figura dell’inetto, sempre al centro del linguaggio sveviano, ritorna in un classico poco conosciuto che, all’epoca della pubblicazione, suscitò non pochi malumori. Emilio Brentani, alter-ego di Zeno Cosini,  è un giovane impiegato di una compagnia assicurativa, incapace di vivere un’esistenza piena, adagiato su una quotidianità mediocre e grigia. La scoperta di una relazione avventurosa sembra poter salvare il “giovane impiegatuccio”, ma ben presto si scopre vecchio dentro, privato dell’energia vitale e della forza di sperimentare il vero amore. Un romanzo dall’acuta caratterizzazione psicologica, focalizzato sul protagonista e sulle menzogne che egli si crea per non dover affrontare le difficoltà del reale. Consigliato a tutti coloro che amano lo sguardo introspettivo, ricco di auto-critica e auto-ironia, nei confronti di un presente e di una condizione a volte poco soddisfacente.

 

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-sono-puri-i-loro-sogni_bussolaSono puri i loro sogni – Matteo Bussola

Una lettera semplice e diretta scritta da Matteo Bussola, padre di tre bambine, diretta agli altri suoi “colleghi” genitori. La sua testimonianza ed esperienza personale fanno luce sui cambiamenti e i disagi tipici di questo tempo per quanto riguarda il sistema educativo e chi ne è coinvolto. Alunni, insegnanti, genitori. Una triade che fin dal primo giorno di scuola porta una buona dose di difficoltà da affrontare con una consapevolezza nuova e con uno spirito da costruire secondo valori e priorità da riscoprire.

 

JUNIOR

chiave-di-sophia-da-mary-taglio-e-piegaDa Mary taglio e piega – Eoin Colfer

Il rapporto delle ragazze con i loro capelli non è sempre roseo. La povera Mary ce li ha un po’ ricci, un po’ lisci, un po’ neri, un po’ marroni. Così decide di prendere provvedimenti, trasformandosi nella parrucchiera di se stessa. Vi lascio immaginare i malanni che farà! Se siete curiosi non perdetevi questo libricino adatto tanto alle femminucce quanto ai maschietti, di sei e sette anni circa. Il piccolo formato del libro lo rende ideale per essere tenuto in mano proprio dai lettori più piccoli. Inoltre, questo libro è un testo ad alta leggibilità: lo possono leggere tutti i bambini, anche quelli che con la lettura hanno qualche difficoltà!

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Alvise Gasparini, Federica Bonisiol

 

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Se la primavera non tornasse… Intervista a Luigi Emmolo

L’acqua alta non è più solo un problema di Venezia, né di tutti i pendolari che la frequentano con gli stivali sempre a portata di mano. L’innalzamento del livello dell’acqua sta diventando una realtà che riguarda il mondo intero, o, se non vi piace osservare ciò che succede a troppi chilometri di distanza, riguarderà quasi tutta la pianura padana. Probabilmente tutti abbiamo sentito parlare della situazione problematica del clima, dello scioglimento dei ghiacciai, ma nessuno di noi ha mai sentito come personale questo problema, né l’ha mai tastato con mano.

Per capire qual è la situazione in cui si trova effettivamente il nostro territorio, abbiamo parlato con Luigi Emmolo, professore di Biologia e Chimica e autore del romanzo “Se la primavera non tornasse…”.

  • Luigi, parlaci in breve del tuo racconto, di cosa tratta?

Si tratta di un libro di sensibilizzazione sulle problematiche ambientali e sociali che caratterizzano i nostri tempi. Racconta la storia d’amore e d’avventura di un’ape e una farfalla che nascono nella Foresta Amazonica e che, scoperta una triste verità, decidono di affrontare l’oceano per raggiungere la Terra degli umani e parlare all’uomo per cercare di convincerlo a cambiare il suo stile di vita così impattante sull’ambiente e sulla sua stessa salute. È il racconto di un viaggio, di un sogno, di una commovente e indimenticabile storia d’amore che ha per protagonisti Noan e Flò, un’ape e una farfalla che decidono di affrontare l’oceano con l’intento di parlare agli umani, informarli delle conseguenze che potrebbero derivare dagli abusi nei confronti della Natura.

  • Come è nata la tua opera? Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Ho scritto questo libro per lo stesso motivo per cui ho deciso di fare l’insegnante, rinunciando tra l’altro alla possibilità di realizzare un sogno che coltivo sin da ragazzino: il sogno di diventare ricercatore. Il motivo è questo bisogno, questa necessità che sento di parlare a chiunque della natura, delle sue bellezze e dei rischi che essa corre a causa dei nostri comportamenti incuranti che sempre più stiamo portando avanti in un’ottica inconsapevolmente autodistruttiva. Notava Nicolas Georgescu-Rogen, padre fondatore della bioeconomia: “Mai, in tutta la sua storia, l’umanità si è trovata in una situazione più difficile. Parliamo di questa o quella specie in pericolo, ma evidentemente non ci si rende conto che forse quella in maggior pericolo è proprio la razza umana.”  Ecco, questo pensiero riassume perfettamente la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo racconto: svegliare le coscienze umane, rendere la gente consapevole dei rischi che corriamo e del ruolo che ognuno di noi gioca, nel bene e nel male, rispetto a quanto sta accadendo a livello sociale e ambientale.

  • In che modo cerchi di svegliare le coscienze umane?

Mi dedico attivamente a campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai giovani, al fine di educare le persone a un corretto stile di vita e al rispetto dell’ambiente: punti di partenza per condurre una vita sana e felice. Con questo racconto, per quanto triste e realistico sia, cerco soprattutto di dare un segnale di speranza. Vorrei, infatti, che il mio messaggio arrivasse il più lontano possibile, che cambiasse il cuore della gente, per generare consapevolezze e cambiamenti capaci di migliorare il mondo.

  • “Se la primavera non tornasse…” è una favola che racchiude in ogni sua parte un livello simbolico-metaforico, raccontacene qualcuno!

51Fmxz2wxCL._SX355_BO1,204,203,200_Flò, la farfalla, simboleggia la “Natura”; bella, elegante nelle sue forme e colori, ma anche e soprattutto fragile, proprio come i delicati equilibri che tengono in vita il Pianeta.

Noan, l’ape, è invece il simbolo della “Speranza”; le api ricoprono infatti un ruolo importantissimo nella biosfera: esse impollinano i fiori consentendone la riproduzione e la diffusione sulla terraferma, garantendo così, a tutti gli animali del Pianeta, il cibo e l’ossigeno di cui hanno bisogno per vivere. Anche i luoghi descritti sono densi di significato: la Foresta Amazzonica simboleggia infatti il mondo puro e incontaminato, incantevole, com’era una volta.

  • La situazione del nostro pianeta è così grave?

Ci rimane meno del 20% delle Foreste, l’80% delle riserve ittiche viene oggi sfruttato al limite o oltre la massima capacità di rigenerazione, entro il 2025 il 50% della popolazione mondiale potrebbe sperimentare delle gravi carenze idriche, e infatti è già stato lanciato l’allarme per una migrazione planetaria che potrebbe interessare dai 250 milioni a 1 miliardo di individui, produciamo più di 4 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, la temperatura del Pianeta è in aumento e potrebbe salire di 4-5 gradi nei prossimi decenni, la produttività dei terreni sta diminuendo per tutta una serie di concause e la barriera corallina sta scomparendo ad una velocità spaventosa.

  • Nel libro affronti tantissimi problemi ambientali e sociali, però ce n’è uno che riguarda ancor più da vicino le zone della provincia di Treviso, ricche di vigneti e di coltivazioni

Sì, è il delicato ed attualissimo problema dei pesticidi: sostanze utilizzate in agricoltura per combattere i parassiti delle piante ma che hanno degli effetti gravissimi anche sull’uomo. È stato infatti dimostrato essere sostanze cancerogene, mutagene, teratogene, reprotossiche e neurotossiche. Dobbiamo quindi cercare di ridurre l’esposizione a queste sostanze, tutelando soprattutto le persone più vulnerabili, quali sono ad esempio le donne in gravidanza, in allattamento e i bambini.

  • Possiamo definire questo racconto una sorta di attacco al sistema capitalistico-consumistico; un sistema che ha portato alla distruzione degli equilibri naturali ma anche di quei valori che danno un senso all’esistenza: il valore della famiglia, dell’amicizia, dell’alterità, della libertà, della sana alimentazione e quindi della salute. Dico bene?

Sì. È un attacco a un sistema che è riuscito a trasformare la società in una mega-macchina il cui unico fine è quello di produrre. In un sistema del genere l’uomo è quindi visto come un semplice ingranaggio al servizio di chi, dotato di capitale da investire, può accrescere il proprio profitto a scapito della salute e della felicità della gente comune. Un sistema del genere deve essere quindi abbandonato al più presto, anche perché non può che portare alla distruzione del Pianeta. Non è possibili infatti accrescere i consumi all’infinito in un sistema dalle dimensioni finite qual è la Terra!

  • La filosofia può aiutare le persone a contrastare il sistema capitalistico, i cui effetti stanno rovinando il pianeta?

Sicuramente, perché può indurre ogni singola persona alla riflessione sulla vita. Risalendo alle cause degli eventi che ci circondano, possiamo comprendere da dove sia partita la deriva ambientale che stiamo vivendo. Con il mio libro infatti vorrei stimolare ogni persona a capire che la concatenazione degli episodi dannosi del pianeta include anche una responsabilità personale. Sensibilizzando ragazzi e bambini si può costruire una base per una società che viva in simbiosi con il proprio territorio, rispettandolo e capendo di cosa ha bisogno.

  • Ma esiste secondo te un’alternativa a questo sistema, alla società della crescita?

Certo! È il suo esatto opposto: un sistema che insegue l’ideologia della decrescita. Una società in grado di vivere all’insegna della frugalità, in cui ognuno si autoproduce quante più cose possibile, una società basata sul dono, sullo scambio di beni, che consuma soprattutto prodotti locali, che mette al primo posto la sana alimentazione, l’istruzione, la salute, l’amore e la libertà.

  • Il tuo libro è uscito da poco ma sta avendo grande risonanza: molte scuole lo stanno utilizzando per la realizzazione di progetti di sensibilizzazione, ha ricevuto importanti sponsorizzazioni e si è classificato al primo posto nella fase web del prestigioso Concorso Nazionale “Casa Sanremo writers 2016”. Qual è, secondo te, il motivo di tale successo?

Credo siano due i punti di forza di questo libro. Il primo è rappresentato dal tema affrontato. Un tema delicatissimo, attuale e che spinge ogni giorno milioni di cittadini, consapevoli dei gravissimi rischi che stiamo correndo, a cambiare il proprio stile di vita per renderlo più ecosostenibile. Per queste persone che credono e sperano in un mondo più salubre e giusto, il mio libro rappresenta un ottimo strumento per veicolare ad amici e parenti i valori in cui tanto credono, per questo lo stanno comprando e ne stanno favorendo la diffusione.

L’altro punto di forza è rappresentato dallo stile narrativo adottato, il quale mi ha permesso di affrontare questi temi così importanti senza però stancare il lettore, anzi, emozionandolo attraverso la dolcezza degli scenari descritti, dei personaggi, e le storie d’amore e d’amicizia che avrà la possibilità di vivere attraverso la lettura.

  • Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensi della filosofia?

La filosofia è una disciplina completa, che si può occupare di aspetti molto diversi tra loro, tutti affrontati con un metodo rigoroso di riflessione, argomentazione, ragionamento. Se potesse diventare un campo di indagine fruibile a tutti, non rimanendo isolata a una materia di studio, potremmo avere risultati stravolgenti nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità di ognuno di noi. Riflettendo sul senso delle cose, sulla loro naturalità, staremmo sicuramente più attenti a preservare il pianeta in cui viviamo, l’ambiente che ci dà il necessario per vivere e che ha bisogno del nostro aiuto.

Giacomo Dall’Ava

[immagini concesse da Luigi Emmolo]

Gli uomini del fare

Politici (di tutti gli schieramenti) e opinione (sempre più) comune, concordano: con la cultura non si mangia, leggere non serve a niente, meglio laurearsi presto anche se male anziché tardi anche se bene (o forse non laurearsi affatto, tanto oggi per trovare un posto, che so, da ministro, basta saper usare i social), ecc., e ogni qualvolta che qualcuno se ne esce con qualche esternazione del genere, ne consegue un profluvio di articoli e commenti indignati, un coro in difesa della cultura, e la cosa si riduce così ad uno scontro binario fra guelfi e ghibellini.

Come piccola e ovvia premessa, va da sé che quando gli uomini del fare criticano il sapere, si riferiscono alla cultura, quindi al sapere umanistico, e certamente non al sapere tecnico, pratico, operativo, quello delle scienze applicate (le scienze “pure” sono tollerate solo perché servono per arrivare a quelle applicate), quello del know-how, che è già una forma di fare. È (dovrebbe essere) infatti ormai chiaro anche ai sassi che è in corso una risignificazione di termini, e delle relative pratiche, quali sapere, conoscenza, istruzione, educazione, facendoli coincidere con l’acquisizione di competenze dettate dalle esigenze del mercato (a loro volta, dettate dalle esigenze della tecnica, ma qui il discorso diventa lungo). Scuole e università si trasformano così in nuovi centri di avviamento al lavoro, che differiscono da quelli del passato solo per l’iperspecializzazione dei nuovi operai che producono – sarebbero queste la “Buona Scuola” e la “Buona Università”? E la cultura – en passant, una cultura alla quale ormai non prepara più nessuno, se scuole e università sono impegnate solo nella produzione di futura manodopera – è tollerata al massimo come ornamento del fare, come divertissement nelle pause del fare. Ora, so che è utopistico e obsoleto pensare oggi che dovrebbe essere il lavoro ad essere subordinato ai princìpi della cultura, ma sarebbe già un risultato (oggi impossibile, lo so) se almeno la si smettesse di ritenere che dovrebbe essere la seconda a sottomettersi al primo.

Ad ogni modo, in queste brevi righe, per quanto mi senta distante anni luce dagli “uomini del fare”, non voglio però unirmi al coro degli “uomini del sapere”. Innanzitutto per una mia personale allergia all’appartenenza ad un qualsiasi schieramento, ma soprattutto perché mi sembra che la cosa sia ormai alquanto inutile (o forse utile solo per alimentare il circo mediatico e quindi, appunto, inutile). Vorrei invece qui prendere seriamente in considerazione il punto di vista degli uomini del fare, ammettere che possano aver ragione e vedere che cosa deriverebbe da un’applicazione sociale di questa ragione.

Quindi, gli uomini del sapere pensano, cosa inutile perché equivale a fare niente, mentre gli uomini del fare fanno, ovvero fanno il mondo. È per questo che gli uomini del fare supportano, e sopportano, gli uomini del pensare. Bene, ma nel loro fare, gli uomini del fare, che cosa fanno? Indipendentemente dalla cosa specifica che fanno, il punto è che fanno sempre la stessa cosa. Per fare qualcosa di diverso, infatti, bisogna saper iniziare qualcosa di nuovo, ma per mettere al mondo un nuovo inizio bisogna prima pensarlo – non a caso la Arendt pensava che l’iniziare qualcosa di nuovo fosse la cifra dello stare al mondo.

Un esempio elementare (accessibile così anche agli uomini del fare). Oggi si parla tanto del passaggio dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili. Benché il passaggio dalle une alle altre, in termini teoretici, sia un piccolo passo, è però pur sempre un nuovo inizio, un incominciare, la messa al mondo di una nuova possibilità, una differenza, uno scarto rispetto a ciò che vi era, che si faceva, prima. Insomma, è un pensiero. Invece, semplicemente seguendo il fare, si continuerebbe a fare, sempre nella stessa maniera, fino all’inevitabile esaurimento per consumazione di quello che si fa. Si moltiplichi questo esempio banale su scale di eventi più raffinati, e si vedrà la differenza tra l’autismo mortifero del fare e l’apertura vitalizzante del pensare.

Il fare quindi non può che rifare sempre la stessa cosa, poiché per introdurvi uno scarto qualitativo servirebbe il pensare, fino a consumarla del tutto, tanto idealmente quanto materialisticamente. Il fare, senza il pensare, senza la cultura, è destinato e destina all’estinzione.

E allora, esattamente al contrario di quel che dice il mantra della vulgata del fare, sono gli uomini del sapere, inteso come cultura e come pensare, a supportare (e sopportare?) gli uomini del fare. E se, come sembriamo ben avviati, prima o poi arriveremo all’autoestinzione, da non intendersi necessariamente solo come una possibilità fisica, un attimo prima guardiamoci intorno per vedere quanti uomini del fare e del sapere ci sono, e quindi la presenza di quale dei due sta portando tutti e tutto verso la fine.

Federico Sollazzo

[Immagine: Google Immagini]

Un insegnante ha le ali se…

 

Abbiamo bisogno di almeno mille persone in Italia innamorate della scuola che ci affianchino con il loro entusiasmo e il loro amore per la scuola per portare fino in fondo questa riforma.

Questa è un’affermazione fatta dal Premier Matteo Renzi a Dicembre dello scorso anno.

Non voglio soffermarmi sul contesto che circondava tale frase ma sul senso delle parole.

Vorrei parlare dell’insegnante, di colui che ogni giorno si siede alla cattedra e cerca di trasmettere conoscenze ma soprattutto passione.

Vorrei parlare dell’insegnate, di colui che non lavora solo a scuola ma continua a casa, senza fermarsi per essere pronto per la lezione del giorno dopo.

Vorrei parlare dell’insegnante, di colui che ogni anno insegna sempre le stesse cose ma non si stanca di ripeterle.

Vorrei parlare dell’insegnante, di colui innamorato della scuola, nonostante tutto.

In Italia il lavoro dell’insegnante è spesso bistrattato, sottovalutato e reso difficile da un sistema burocratico infernale, da una società che non riconosce la giusta importanza della scuola e dalle famiglie che troppe volte difendono i figli a spada tratta ripetendo senza fine “Perché ce l’ha con mio figlio?”

Il lavoro dell’insegnante è da considerarsi una missione da svolgere con passione, dedizione e sacrificio; l’insegnante deve riuscire a trasmettere informazioni e conoscenze contornate da parole quali rispetto, educazione, sogno, fiducia, talento, perseveranza.

L”insegnante non deve solo sedersi alla cattedra e parlare, deve, prima di tutto, osservare e ascoltare chi ha di fronte, comprendere ed incoraggiare, rispettare e dare fiducia ai suoi allievi.

L’instaurarsi di un rapporto di fiducia solido può avvenire solo attraverso il “riconoscimento” dell’Altro come Altro ma soprattutto come Persona.

Cosa significa?
Significa che l’insegnante deve considerare la classe come composta da elementi diversi ed eterogenei, riconoscendo le diverse indoli e la continua influenza della società che porta spesso al conformismo, senza puntare all’omologazione: solo in questo modo l’allievo riuscirà a non smarrirsi, liberandosi dalle imposizioni della società esprimendo al meglio il suo talento.
Valeria Genova
[Immagini tratte da Google Immagini]