Libri selezionati per voi: aprile 2018!

Finalmente la primavera è arrivata: il sole comincia ad alzarsi deciso, la natura si risveglia e i nostri occhi si riempiono di mille colori. Se state programmando le pulizie di primavera non dimenticate di spolverare i libri che decorano il vostro salotto… E concedetevi una pausa letteraria con uno di loro, o con una della nostre proposte.

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

sveva-casati-modignani_la-chiave-di-sophiaVaniglia e cioccolato – Sveva Casati Modignani (2013)

Due gusti diversi che si legano bene insieme. Così anche Penelope e Andrea, sposati da diciotto anni e con tre figli. Tuttavia, la magica alchimia si spezza e lei, delusa e umiliata dalle scappatelle del marito, decide di andarsene con una lettera volta a spiegare il suo desiderio di fuga. Penelope dà così inizio ad un cambiamento esistenziale che lascia Andrea ad occuparsi della famiglia e ad affrontare le sue inadempienze coniugali. Per entrambi diviene l’occasione di scavare profondamente dentro loro stessi, con spietata sincerità.

 

a-parigi-con-colette_la-chiave-di-sophiaA Parigi con Colette – Angelo Molica Franco (2018)

Come ogni persona che dalla provincia si trasferisce in città, anche il rapporto di Sidonie-Gabrielle Colette con Parigi è profondo, quasi viscerale. La ville Lumière, insieme con la scrittrice Colette, è la protagonista del romanzo stesso. Una città affascinante in un periodo, quello della Belle Époque, in cui tutto sembrava possibile da realizzare. Una città in cui tutto inizia e tutto si compie. Qui Colette diverrà la scrittrice più apprezzata del suo tempo, amante della libertà e dei salotti della capitale.

 

UN CLASSICO

Schiave-di-sophia-sei-personaggi-in-cerca-dautore-pirandelloei personaggi in cerca d’autore – Luigi Pirandello (1921)

Chi ama le pièce teatrali ricche di ironia, morale e riflessione non può dimenticare di leggere i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, un racconto che coniuga gli elementi linguistici di carattere dialogico ad una narrazione vivace e sbarazzina. In un’ambientazione che ha il sapore dell’indeterminato sei personaggi rifiutati cercano disperatamente un capocomico che voglia inscenare la loro vicenda: una storia ricca di drammi, amore, dolore, come potrebbe essere quella vissuta da ognuno di noi. Un’opera che sperimenta la tecnica del teatro nel teatro e che mette a nudo l’essenza della vita quotidiana secondo l’autore: un’inspiegabile commedia nel quale il singolo è chiamato a recitare una parte.

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-misure-dellanima-perche-disuguaglianze-rendono-societa-infeliciLa misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici – Kate Pickett, Richard Wilkinson

Una ricerca complessa e profonda di Kate Pickett e Richard Wilkinson in merito alle diseguaglianze. Il testo è frutto di studi condotti attraverso gli anni riguardo le cause e le implicazioni che la sperequazione dei redditi porta alle varie società. Il dato di diseguaglianza, in particolare quella economica, si riscopre essere alla base di molteplici disagi sociali quali stress, obesità, devianza riproponendo il binomio weberiano di economia e società secondo una stretta relazione dialettica. Un saggio prezioso, ricco di riferimenti e dati che possono far risvegliare la coscienza collettiva.

JUNIOR

chiave-di-sophia-consigli-alle-bambineConsigli alle bambine – Mark Twain, Vladimir Radunsky

Il titolo parla da solo: all’interno di questo libro veloce da leggere troverete una serie di consigli per ottenere delle ragazze a modo. E che modo! Scritto dal conosciutissimo Mark Twain più di un secolo fa, il testo è spassoso e talvolta irriverente. Ideale per un momento di lettura animata, quest’album illustrato è adatto a tutti, maschietti e femminucce, dai tre ai cinque anni. Se ben interpretato, il divertimento è assicurato!

chiave-di-sophia-topo-uccello-serpente-lupoTopo uccello serpente lupo – David Almond, Dave McKean

Un fumetto per i ragazzi della seconda fascia d’età della scuola primaria. In questa storia troverete degli Dei fannulloni che non creano più nulla poiché sono troppo impegnati a banchettare e a contemplare ciò a cui hanno già dato vita. E conoscerete tre ragazzi, che invece considerano il mondo incompleto e che auspicano l’esistenza di nuove forme di vita, come un topo, un uccello, un serpente e un lupo.

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Alvise Gasparini, Federica Bonisiol

 

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La vocazione per la totalità (e per il riso)

“Mio nonno ridendo si confessava”, dice un noto detto. Di certo, anche le riflessioni più complesse, tribolate, approfondite e serie, spesso scaturiscono meglio da una sana e dissacrante frecciatina che da un polveroso volume filosofico. Sulla filosofia e sui filosofi esistono caterve di battute geniali e che effettivamente riescono in modo efficace a “catturare l’essenza” meglio dei cosiddetti metodi tradizionali. Una delle ultime che mi è capitato di sentire è:

“Perché studiare filosofia?
Grecia: per vivere una buona vita
Inghilterra: per capire il mondo
Germania: per cambiare il mondo
America: sapevate che i laureati in filosofia hanno il salario medio più alto di tutti gli umanisti?”

Impossibile che non sopraggiunga alla mente, a chi mastichi da un po’ la filosofia, una qualche altra battuta sulla filosofia americana o sull’approccio culturale in cui la filosofia è inserita specialmente oltreoceano (certo, pur sempre nell’immagine mentale che abbiamo di essa). Non è certo questo il luogo per disquisire sulle differenze tra la filosofia europea (cosiddetta “continentale”) e quella americana/anglosassone (cosiddetta “analitica”), che nel corso del ‘900 sono andate separandosi in modo, secondo me, al limite dell’irreparabile. Però possiamo capire cosa ci viene trasmesso di serio da una battuta del genere. 

Oggi si sente un gran dire che la filosofia sia un beneficio, una “marcia in più”, se inserita in modo trasversale in un contesto più ampio e diverso da essa. Studiare un po’ di filosofia all’interno di un percorso diverso può infatti far comprendere in modo diverso quanto appreso, vederlo da un altro punto di vista, arricchire quanto si sa. Ma appunto questo significa relegare la filosofia a mero potenziometro disciplinare: non si tratta più di intenderla come sguardo per la comprensione delle cose nella loro totalità (nella battuta sopra “la vita”, “il mondo”) ma di metterla come optional d’oro inquadrato in una situazione in cui la totalità, quanto compresa, è compresa da altro (scienza, economia, credenze popolari, interdisciplinarietà). E magari, come nella battuta, suggerire tra le righe anche una supposta legittimità e una tentata valorizzazione data dal tono preciso e statistico della domanda. Non si tratta di screditare tale tendenza, tra l’altro ricca di benefici, ma di criticare il posto che oggi si pensi debba occupare la filosofia.

Ho tirato in ballo la denominazione di filosofia analitica in questo contesto non a caso. La filosofia analitica già alla sua nascita ha voluto escludere che ci fosse un qualcosa come “la totalità” di cui occuparsi: la totalità sarebbe un concetto metafisico come tutti quelli di cui è necessario sbarazzarsi per guadagnare terreno invece nella realtà del mondo interpretato scientificamente. La filosofia diviene dunque strumento (solitamente logico) per la lubrificazione dei meccanismi che altre discipline utilizzano ed escogitano per il mondo, dimenticando invece il ruolo tutto proprio e soprattutto la sua natura di vera e propria vocazione e non di strumento utilizzabile a convenienza.

Non siamo troppo seriosi però! L’ironia è da sempre ottima compagna della conoscenza e se c’è chi ne ride, c’è chi sente e comprende la situazione appena descritta. Si torni ad avere quindi meno marce per correre e più occhi. E si sappia anche riderne.

Al grido americano, “Make philosophy great again”!

 

Luca Mauceri

 

[Photo credits: Fabio Rose su Unsplash]

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Rai, quanto sei triste

Riflessione sulla televisione di oggi a partire dalla nuova mostra di Francesco Vezzoli alla Fondazione Prada

Negli ultimi mesi la scena artistica italiana è stata giustamente dominata dal dibattito sulla Biennale di Venezia, ma nel frattempo alla Fondazione Prada di Milano è iniziata l’interessante mostra TV 70: Vezzoli guarda la Rai, a cura di Francesco Vezzoli.
La mostra si snoda in 4 spazi: nel primo sono esposte alcune opere di artisti contemporanei, accompagnate da un piccolo video andato in onda sulla Rai. Troviamo una divertente intervista in cui Giorgio De Chirico, impegnato a dipingere un sole, dichiara tuttavia di preferire le uggiose giornate invernali; oppure un affascinante video in cui Alberto Burri, in silenzio, plasma le sue creazioni fondendo la plastica con il suo “pennello di fuoco”. La seconda sala ospita degli spezzoni di programmi televisivi sugli attentati degli anni ‘70, mentre la terza parte si concentra sul varietà, raccogliendo divertenti video con Raffaella Carrà e Mina. Infine nell’ultima sala è presente un filmato, realizzato dallo stesso Vezzoli, in cui l’artista monta come un blob spezzoni dei film di Rossellini e Pasolini alternati a canzoni della Carrà.
Già nel suo passato artistico Vezzoli ha dimostrato di essere molto affascinato dalla televisione, soprattutto dal suo lato pop e di saper giocare con il trash nazionalpopolare, tirando fuori il suo aspetto più divertente e in fondo tenero. Perché il trash in Vezzoli si coniuga sempre con il divismo, con un desiderio infantile di apparire, di esagerare.
In un’intervista lo stesso Vezzoli ci offre una chiave di lettura della mostra, definendola «un tentativo urgente, psicanalitico, di trovare un compromesso storico», un compromesso tra l’Italia intellettuale di Pasolini e quella patinata che con la Carrà «fa l’amore da Trieste in giù», tra il paese scosso dagli anni di piombo e al tempo stesso incollato al televisore per Canzonissima. Una sintesi anche tra i due lati dell’artista, che racconta di essere cresciuto tra i concerti di De Gregori insieme ai genitori e il divano della nonna a vedere le gemelle Kessler in tv.

Rai_ChiavediSophiaOltre che ricercare, con ironia ma tutto sommato senza risposte definitive, una sintesi tra questi due momenti, la mostra di Vezzoli fa nascere anche un confronto, spontaneo quanto impietoso, tra questa tv e quella attuale. I programmi con Mina e la Carrà, anche a distanza di anni, sono divertenti e vitali, percorsi da una vena provocatoria un po’ naif. E in certi casi quella tv di intrattenimento appare quasi pionieristica, come i video psichedelici di Patty Pravo nel programma Stryx che sembrano anticipare la prima Lady Gaga.

L’intrattenimento attuale della Rai è invece soporifero, senile come il pubblico a cui si rivolge, popolato dai sorrisi finti di Carlo Conti, dal buonismo nazionalpopolare e ipocrita di Flavio Insinna.
E forse ancora peggio è andata al settore culturale. Nella mostra della Fondazione Prada fa quasi effetto vedere Michelangelo Pistoletto che spiega il concetto dietro i suoi famosi specchi, senza timore di usare un linguaggio complesso. Certo ancora oggi sulla Rai esistono documentari di qualità o repliche di Philippe Daverio che si avventura in sperduti monasteri tedeschi, ma sono a orari improbabili sui Rai 5, ancora più sperduti dei monasteri tedeschi. La cultura in prima serata è Fabio Fazio che elogia Fabio Rovazzi come se fosse un genio contemporaneo e che presenta Fabio Volo come scrittore di qualità.
La Rai di oggi ha perso quasi completamente il desiderio di provocare o far conoscere qualcosa di nuovo, è animata da un buonismo che dà al pubblico quello che già vuole e conosce, che affoga nel politicamente corretto qualsiasi tentativo di innovazione. Enzo Biagi diceva: «la Rai è lo specchio del paese». Speriamo si sbagliasse.

Lorenzo Gineprini

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Je suis Charlie, moi non plus

Il terremoto che ha colpito il centro Italia i giorni scorsi non ha mancato di attirare gli usuali sciacalli mediatici, e non si è certo tirata indietro la controversa rivista francese Charlie Hebdo, fino a poco fa considerata da molti italiani il simbolo della libertà di pensiero e di espressione. Stavolta, però, la reazione al disegno firmato Felix è stato di indignazione quasi unanime e, salvo una schiera di strenui difensori che insiste a leggere nella vignetta una “fine satira sociale e politica” penalizzata da “giochi di parole intraducibili dal francese”, i corpi di morti e feriti trattati con la solita, dissacrante ironia ha provocato stavolta un’alzata di scudi generale, anche a livello istituzionale.

Curioso, visto e considerato come anche la vignetta che ironizzava sull’attacco al Bataclan o quella sulla strage di Nizza erano state accolte come esempi di “autoironia”. Il pubblico sdegno, che non si era scomodato neanche per i vergognosi disegni sul piccolo Aylan Kurdi, interviene solo quando nel bersaglio dei vignettisti finisce in prima persona chi legge. Forse, finalmente, si è in grado di capire oggi quali sentimenti suscitino normalmente i disegni “satirici” della rivista francese, gli stessi che avevano fatto commentare perfino a Papa Francesco: «Se il dottor Gasbarri, che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, gli aspetta un pugno [sic]. È normale».

Anche il regista premio Oscar Hayao Miyazaki, non certo un leader religioso, aveva dichiarato che a suo avviso la satira dovrebbe occuparsi di politica, possibilmente la propria, mentre quella a danno di credenze e culture altrui non ha ragione di esistere; la redazione rispose con un raffinatissimo «Cabu, qui détestait le manga, et qui a passé sa vie à caricaturer les hommes politiques, te dit merde!».

Sia Bergoglio che Miyazaki hanno messo in luce quella che è la pietra della discordia delle polemiche di ieri e di oggi (e che si traducono sempre e comunque in pubblicità per il giornale), un dibattito intorno alla definizione stessa di “satira”. Basta che una cosa sia scioccante per essere considerata satira, come molti hanno sostenuto in questi giorni? Allora Charlie Hebdo è un campione del genere, così come lo sono di diritto anche gli snuff movie o i reality sugli incidenti stradali. La satira deve veicolare un messaggio, farsi portavoce di una critica mirata a un dato sistema ideologico o sociopolitico? Ecco allora che le opinioni divergono.

Una vignetta su Benedetto XVI o Papa Francesco che mette in ridicolo parole o atteggiamenti può essere satirica, una che raffigura la Trinità impegnata in sesso di gruppo no; un disegno che mette in ridicolo al-Baghdadi può essere satirico, uno che ritrae il Profeta Muhammad in posa per un servizio fotografico porno no. Esiste un confine neanche troppo sottile tra il deridere una persona per le sue convinzioni e ridicolizzare le convinzioni stesse. Nel caso delle religioni, poi, il discorso si fa ancora più delicato, perché si va a toccare una sfera estremamente intima della vita personale; una fede non è un’ideologia politica, una regola di condotta morale, un sistema di credenze: rientra piuttosto nella categoria delle relazioni personali, nel caso specifico una relazione tra il credente e Dio. Il paragone usato da Bergoglio nel 2015 tocca precisamente il cuore della questione: si può parlare ancora di satira quando non si cerca di criticare o correggere, ma semplicemente di indignare, offendere, scioccare, senza alcun riguardo per la sensibilità altrui e senza curarsi minimamente di ciò che per altri è il sacer?

Se la risposta è negativa, allora non è possibile non indignarsi per ogni singola provocazione da parte di Charlie Hebdo e colleghi, ma piuttosto che fornire pubblicità gratuita con dibattiti infiniti, sarebbe bene seppellire la fonte del malcontento sotto una coltre di indifferente silenzio. Se la risposta invece è positiva, e la libertà non deve avere come limite neanche quella altrui, allora si lasci passare tutto: l’idea di rispetto della vita umana rimanda direttamente al sacro, ed eliminato questo, è solo ipocrisia indignarsi per uno sbeffeggiamento di troppo alle vittime di qualsivoglia tragedia.

Giacomo Mininni

[Immagine tratta da Google Immagini]

Per Anna Marchesini, attrice dalla vita “obesa di vita”

Nel 2014, rivolgendosi a Fabio Fazio che le chiese quale fosse per lei il senso della vita (una domanda facile, vero?!), Anna Marchesini, ormai straziata dall’artrite reumatoide, con una parlata strascicata ma dignitosa, quella di una grande persona e di una grande donna – una di quelle creature che non si arrende, e non vuole farlo, che vive di futuro come chiunque altro vivrebbe di ossigeno – rispose con una di quelle frasi che, se ascoltate, non può che cambiare il tuo modo di vedere le cose: «Sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, obesa di vita che mi interessa pure la morte, che di essa è il finale e non è detto».
Da allora, questo divenne il mio motto – e mi risultava anche facile applicarlo, essendo io un ciccione. Ecco Anna, sono stato autoironico, sei fiera di me? Lo so che, da dietro quel sipario di broccato che chiamano “morte”, mi hai sentito.

Fu da quell’intervista che chi scrive capì che Anna Marchesini andava conosciuta appieno, e non solo come (pur eccezionale) attrice di varietà, di teatro, di televisione.
Comprai il suo romanzo Il terrazzino dei gerani timidi e lo lessi d’un fiato. Lo feci per curiosità, perché mi torturava una domanda, riguardo questa donna, che allora ricordavo “solo” per quei video che trovi su YouTube vestita da sessuologa o da Lollobrigida, da cartomante o da cameriera-secca-dei-signori-Montagnè: come può Anna, trovare la serenità nella sofferenza fisica? Dopo una vita che le ha dato così tanto, la malattia non l’ha forse infiacchita per sempre?
La risposta mi venne leggendo questa frase: «Respiravo profondamente l’aria della sera, si trascinava dietro un tiepido profumo di gerani, mi assalì il timore che tutto sarebbe rimasto identico e immutabile come quei vasi indifferenti, nulla era certo – mi dissi – ero stanca, quel difficile esercizio di equilibrio, in bilico tra l’infanzia, il presente e il futuro remoto, aveva incredibilmente moltiplicato il tempo […]. Ecco – mi dissi – questo preciso attimo, è gioia. Il silenzio là fuori era così dolce che mi pareva di sentirne il canto; da qualche parte avevo letto che tutto è armonia se solo riusciamo a sentirla, così rimasi in ascolto ed ebbi cura di muovermi, senza spostarlo».

Sono le piccole cose. Ecco il segreto per la felicità. Non lamentarsi per quello che non si ha più – o di quello che non s’avrà mai – ma gioire di quello che c’è. Fu la prima lezione di esistenzialismo della mia vita. E non m’era giunta da un grande filosofo, ma da una divertente attrice e delicata scrittrice.
La protagonista del romanzo non è Anna Marchesini, ma è una donna che le somiglia molto, indubbiamente, e per sua stessa ammissione; la grande attrice sublimava sé stessa, ultimo glorioso esercizio di metodo Stanislavskji, nelle vite degli altri; perché questo era per lei essere-Anna-Marchesini: vivere la propria vita per (e con) la vita-degli-altri. Ed ecco perché Anna non poteva che essere un’attrice, la più grande, la migliore.

Parlando con i ragazzi del Liceo Artistico “Ripetta” di Roma, nel 2008, la Marchesini disse: «Mi ero iscritta a psicologia, ma divenni attrice perché andando all’università in treno, vedevo sempre una finestrella accesa. Madonna, avevo una curiosità e mandavo una sfoglia di me a guardare. Mi immaginavo una donna che faceva il caffè, una camera da letto dopo che due persone avevano finito di stringersi, una ragazza che rincasava tardi, oppure uno che era in bagno a spingere e basta! Io mi immaginavo cose meravigliose. Avevo una passione per la vita-degli-altri, e io ci volevo guardare dentro. Avevo un voyeurismo ginecologico per la vita degli altri».
È così che nascono le grandi passioni, da grandi curiosità personali… che poi, nel progredire della storia dell’Universo, non sono che piccole meraviglie quotidiane. La giovane orvietana Anna, che ogni mattina si recava a La Sapienza per seguire le lezioni di Psicometria, si meravigliò di una lampadina accesa, e divenne Anna Marchesini – non è ironico? Lo è, e lei, anche raccontandolo, faceva di tutto perché apparisse tale.

Indipendentemente dal valore filosofico delle sue parole (valore di cui la Marchesini era perfettamente consapevole, e in cui si crogiolava: «D’altronde da bambina volevo essere il Messia donna!» disse nel 2008), Anna aveva una missione, e una volontà precisa: essere ironica – sempre e comunque. Sentiva come suo il compito di strappare un sorriso, un momento di gioia, di esilio dall’abisso dell’anima quotidiana: e per far ciò, lo aveva capito ben prima del grande successo con Il Trio, occorre necessariamente prendere in giro l’ordinario, ridicolizzare (con eleganza e intelligenza, però) la grande mitologia, portare all’estremo i tabù di una società, quella italiana in particolare.
Ed ecco spiegati la sublimità della parodia dei Promessi Sposi e personaggi immortali come la Signorina Carlo, inviata – con tanto di cofana à là Moira Orfei – da Quelli che il calcio… a commentare improbabilmente partite di pallone, di cui a malapena capiva regole; o come la sessuologa Merope Generosa che, al momento di pronunciare le parole più “sconce” tipiche della sua professione, si imborghesisce a tal punto da sostituire il termine “pene” con “malloppetto ciccioso e pendulo” e “ragazze che hanno rapporti pre-matrimoniali” con “zozzone sporcaccione”; o come la cartomante Amalia che – con esagerato accento romanaccio – invitava i suoi ascoltatori a telefonare e a “non porcastinare inoltre il tempo perché le linee ponno ésse ingorgate, ma la regia mi trasloca un buzzicone ch’ha acchiappato aa linea”.

Maestra di meta-teatro, Anna era fieramente donna, e donne erano i suoi personaggi, sempre e comunque: donne che si rapportano all’uomo, ridendo e prendendolo (e prendendosi) in giro, perché la vita è esattamente questo: autoironia, umiltà, abbandono. Maschera di sé stessa – perché la sua vera lei erano appunto le maschere – ci lascia cosa, se non un sorriso, una risata, forse una piccola lacrimuccia?

Ma forse no!, lei non vorrebbe che piangessimo: la morte è la fine, ma non è detto… perché, anche nel dolore e nella malattia, da vera maestra di esistenzialismo teatrale, Anna sapeva perfettamente che la situazione è grave, ma non è seria.
Solo che se in politica questa frase è un’accusa esplicita ad atteggiamenti vergognosi, nella vita di tutti giorni, sul palco della nostra storia particolare, e dietro le quinte dell’esistenza, è un valore, e si chiama leggerezza.

David Casagrande

[Immagine tratta da Google Immagini]

Gli 8 grandi perché della moda. (Roba che Obama non ci dorme la notte)

 

 

 

Floreale? In primavera? Avanguardia pura.

 

1) Perché le fashion blogger hanno sempre la faccia seria come se stessero risolvendo il teorema di Fermat? 1bis) E perché si fanno fotografare coi piedi storti?

2) Perché le commesse di negozi di marche di lusso ti trattano come se per decidere di comprare una borsa da 2000 euro fosse increscioso impiegarci più di 1 minuto, mettendoti un certo disagio, una discreta ansia da prestazione e facendoti sentire una tirchia,  quando loro 2000 euro non le vedono neanche in tre mesi di lavoro?

3) Perché il caschetto “magari ecco, se me lo fai giusto un po’ più lungo” ora si chiama  LONG BOB, che vallo a spiegare che non è una disciplina delle olimpiadi invernali? O a Giggino, il parrucchiere unisex taglio e piega euro 20 nel vicolo sotto casa che ha anche la seduta Little Italy anni’40 col cavalluccio per tagliare i capelli ai bambini?

4) Perché a quella tonalità di biondo che piace a me cambiate nome ogni 6 mesi?

5) Perché Carrie l’abbiamo ritenuta un’icona di moda anche quando gli sceneggiatori pretendevano di farla sposare con un piccione punk imbalsamato in testa?

6) Perché più ti avvicini ad assomigliare ad una contadina dell’entroterra estone e più sei cool?

7) Perché quando giri da Zara vedi solo facce schifate nei confronti del prossimo, naso all’insù e falcata a ritmo di una musica dal genere indecifrabile ogni tanto intervallata da “Samantha in cassa niGNo” quando sei, se il senso dell’orientamento e della realtà non mi ingannano, in un grande magazzino a ravanare tra pezze made in Bangladesh e non a scegliere diamanti neri in una gioelleria dell’Upper East Side?

7) Perché Charlotte Casiraghi se mette una t- shirt bianca e pantaloncini deformi altrettanto bianchi  è di una eleganza divina e noi sembriamo delle massaggiatrici o, nella migliore delle ipotesi, l’equipaggio dello yacht di Charlotte Casiraghi?

8) E perché in inglese non sapete dire “book”, ma sapete dire OUTFIT?

La frase “la vera bellezza è quella interiore” fa troppo Suor Cristina di The Voice.
La frase “la moda rimane lo stile passa” mi pare l’abbia già detta una tale Coco Chanel.
Io posso solo aggiungere che quel qualcosa in più non si compra da nessuna parte. Che nel vostro OUTFIT l’unico accessorio che non deve mai mancare è il sorriso. Vero. Che quando ci si sente in passerella, basta un attimo e si inciampa proprio in quella scarpa da 1000 euro. Che l’importante è rialzarsi, appoggiarsi a chi con noi di questa caduta piangerà dalle risate, e magari comprare delle converse.Che siamo belle lo stesso. Che siamo brutte lo stesso. Di cadute ne faremo tante. Che almeno non siano di stile.

Donatella Di Lieto

Ps: ora scappo che devo andarmi a fare un long bob con riflessi sun kissed ed il mio sunday outfit non è ancora abbastanza  cromaticamente insensato.

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

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