In lapsus veritas

La scuola freudiana, e la psicanalisi in generale, con i lapsus va a nozze. Un bambino che chiama la maestra “Mamma”, suscitando le risate dei ben poco compassionevoli compagni di classe, tradisce un’identificazione delle due figure femminili autorevoli della sua vita. Un uomo che sbaglia il nome della compagna con quello di un’amica o di una ex avrà modo, se sopravvive all’errore, di pensare a quali siano effettivamente i suoi sentimenti nei confronti della seconda. Il lapsus linguae, in sintesi, sarebbe un barlume di schiettezza e verità sfuggito al controllo rigoroso del Super-Io, un errore che tradisce il vero pensiero, sentimento, umore di chi parla, rivelandolo contro quanto imposto dalle norme sociali, dalla buona educazione o, come nel caso del nome della ex, dalla pura e semplice autoconservazione.

Andrebbe quindi dato il giusto peso anche a lapsus più illustri, come quello dell’ex Presidente USA George W. Bush che, in occasione di una conferenza stampa dello scorso 18 maggio, si è lasciato sfuggire una gaffe non da poco. Parlando del conflitto in corso in Ucraina, Bush ha rimarcato con convinzione: «Condanneremo sempre e senza mezzi termini la brutale e totalmente ingiustificata invasione dell’Iraq!» – momento di imbarazzato silenzio degli astanti, attimo di realizzazione, correzione – «Volevo dire, dell’Ucraina».

«Scusatemi, ho 75 anni», si è giustificato l’ex Presidente, ma Freud e i suoi allievi non si berrebbero una simile giustificazione. A distanza di vent’anni dal conflitto che ha definitivamente destabilizzato buona parte dell’area mediorientale, con il pretesto delle armi di distruzione di massa nascoste dal dittatore Saddam Hussein definitivamente rivelato come una spudorata menzogna, con tutti i documenti desecretati durante lo scandalo WikiLeaks, i parallelismi tra l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e quella dell’Ucraina da parte della Russia sono lampanti, e il subconscio di Bush dev’esserci arrivato prima del suo Ego cosciente.

In entrambi i casi, assistiamo alla soverchiante prepotenza di un super-stato troppo forte per poter essere fermato, che si beffa perciò del diritto internazionale, che accampa scuse insostenibili alla prova dei fatti per la propria condotta, che schiaccia beatamente sotto i cingoli dei propri tank civili non combattenti in nome di sicurezza, giustizia, democrazia. In entrambi i casi, i movimenti pacifisti sono stati messi a tacere, l’opinione pubblica è stata ignorata, gli interessi nazionali sono diventati l’unica norma da seguire in spregio a qualsiasi mediazione, le responsabilità delle conseguenze dell’attacco neanche troppo velatamente scansate.

Un lapsus del genere non dovrebbe essere ignorato, anche perché rivela qualcosa che buona parte del resto del mondo già sa da tempo. Non è un caso che siano pochissimi gli stati che hanno accettato di imporre sanzioni alla Russia, con un grandissimo numero di rifiuti soprattutto tra i paesi del cosiddetto terzo mondo. Prima ancora che motivazioni ideologiche, quel che spinge i neutrali o addirittura i filorussi a rifiutare il supporto all’Ucraina è l’ipocrisia delle potenze occidentali, che adoprano due pesi e due misure per giudicare condotte assolutamente analoghe a seconda di chi le fa proprie, che divinizzano democrazia e volontà popolare solo quando non sono i loro interessi ad essere in ballo, che ignorano il diritto internazionale ogni qualvolta si prospettano profitti, salvo poi ribadire di appartenere al “blocco delle regole” se a fare lo stesso sono paesi al di fuori della propria cerchia ristretta.

Chi ci rimette, in questo gioco di verità taciute e rivelate, è al solito la vittima designata, il cui fato interessa poco agli attaccanti quanto ai difensori. La popolazione ucraina soffre e muore sotto le bombe, i civili vengono violentati, torturati e uccisi, i campi devastati, le città distrutte, le strade minate. Il supporto manca (anche) perché buona parte del mondo si è stancata dei soprusi, dei giochini neocoloniali e delle imposizioni di USA ed Europa. Si è stancata di un’ipocrisia che ha vissuto sulla propria pelle e che è chiara da anni. Da ben prima che a George W. Bush “scivolasse la lingua”.

 

Giacomo Mininni

[Photo credit Levi Meir Clancy via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Zaha Hadid e la fluidità della forma

Quando ero allo scuola di architettura, tra noi ragazzi di Zaha Hadid citavamo più spesso queste parole significative: «L’architetto è una professione terribile, esigente, dolorosa. Ma anche entusiasmante e gratificante». Nelle infinite e buie ore notturne alle prese con i nostri progetti era più semplice sposare la prima parte della frase, guardando tuttavia con ammirazione il faro di luce impersonato da quella figura, l’immagine di una persona come noi che ce l’ha fatta.

Non voglio soffermarmi molto su ciò che invece in questi giorni (ma in realtà sempre) su di lei è stato sottolineato: un architetto donna. L’associazione di queste due parole può risultare certamente di gran conforto a tutti gli aspiranti architetti donne (la maggior parte, nelle scuole di architettura) e alle donne in generale, e il messaggio è: si può abbattere l’idea del “mestiere da uomo”. Lei l’ha fatto nel 2004 vincendo l’ambitissimo premio Pritzker (il massimo riconoscimento per un architetto) e molti altri sono stati i premi ed i riconoscimenti, risultando sia per Forbes che per Time nella classifica delle donne più influenti del mondo. Tutto questo è importante, ma a mio giudizio relativamente importante.

Bisogna soltanto guardare il suo lavoro. Hadid è nata in una fortunata famiglia di Baghdad (Iraq) nel 1950 e la sua prima laurea è stata in Matematica: dettaglio ben poco marginale dato che ha fatto di questa disciplina fondamento per la sua architettura. Con il suo trasferimento a Londra nel 1972 inizia la sua avventura nel mondo dell’architettura e sotto l’ala di un maestro come Rem Koolhaas una carriera dirompente, come architetto ma anche come designer: nel corso degli anni ha progettato sedute, vasi, lampadari, ha collaborato con firme come Adidas, Karl Lagerfeld, Swarovski. La sua poetica artistica trae ispirazione dall’avanguardia storica del costruttivismo russo per la sua voglia di infrangere i canoni della composizione classica: da qui il movimento architettonico di cui Hadid (insieme, in particolare, a Koolhaas, Gehry e Libeskind) è rappresentante ai massimi livelli e che risalta la plasticità dei volumi. Plasticità dunque che coinvolge ogni sue produzione artistica, design compreso, come stile proprio: si tratta di guizzanti forme fluide, scultoree, armoniose, curvilinee, vitali – chi ha visitato l’arsenale della Biennale nel 2012 potrebbe ricordarsele. La stessa armonia la ritroviamo nella sua architettura: indimenticabile il London Acquatics Center progettato per le Olimpiadi 2012, nulla di meglio dell’acqua per raccontare un’intera poetica artistica.

Mettendo d’accordo stimatori e critici, non si può non notare la sua capacità di sposare il nostro tempo, di cui è stata magistrale interprete. La ricercatezza e la cura per i materiali utilizzati riflettono il dominio odierno della tecnica mentre l’inseguimento della grandezza e dello stupore negli altri sono necessari in questo secolo in cui difficilmente ci si stupisce ancora di qualcosa. Basti osservare l’accattivante aspetto avanguardistico del Galaxy SOHO, centro polifunzionale attualmente in costruzione a Pechino, oppure quello della Central Bank of Iraq, un enorme vaso vetrato su di un gigantesco podio, anch’esso ancora in costruzione.

Fluidi slanci impossibili verso il cielo, morbidi strascichi di forma al suolo. Bianco, cristallo, stilettate d’acciaio che cadono armonicamente storte e disordinate nel terreno. Qui da noi si direbbe uno stile che non attecchisce facilmente: come lo stesso architetto ha sottolineato, l’Italia sembra spaventata dal cambiamento e dal nuovo e per questo “lo allontana”. Eppure città italiane come Salerno, Milano, Jesolo, Napoli, Roma, Reggio Calabria e Cagliari sono state dunque più coraggiose; solo per citarne alcune, a Milano possiamo ammirare più o meno da lontano i lussuosissimi complessi residenziali di City Life e il cantiere della torre “avvitata” che un giorno sarà completa, mentre nella capitale potrete immergervi nell’architettura del MAXXI (Museo d’Arte del XXI secolo), ennesimo moderno esempio del museo celebrativo di se stesso in cui possiamo vivere lo stile morbido e violentemente bianco di Hadid, quello spazio che ci avvolge e ci trascina, gli improvvisi contrasti creati dalle scalinate d’inchiostro, le inattese vetrate che ci proiettano nel vuoto.

In definitiva, il vero ingrediente per essere un bravo architetto donna è lo stesso ingrediente che serve per essere un bravo architetto e in generale un bravo (qualsiasi) professionista: credere in se stessi. Ma anche essere degli incrollabili ottimisti. «I really believe in the idea of the future»: una grande lezione per tutti quanti.

Giorgia Favero

“Se ti distrai, rischi grosso”. Intervista ad un incursore

Intervista tratta dalla tesi di laurea “Il tempo nella sofferenza” di Valeria Genova [acquistabile qui o su Amazon]

Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo […]. 1

Questa frase proviene dalla lettera che il caporalmaggiore Matteo Miotto aveva inviato, due mesi prima di morire, dall’Afghanistan, al Gazzettino, per descrivere l’esperienza della Brigata Julia cui apparteneva; qui si intuisce subito che il presente è lo stato temporale in cui si svolge l’intera missione di questi soldati. Non ci pensi è la frase che ho più sentito pronunciare anche durante l’intervista con il Maggiore M., un incursore dell’Aeronautica Militare che ha svolto più volte missioni all’estero, in Afghanistan e in Iraq. Dalle sue parole ci arriva il messaggio forte di uomini che svolgono il loro dovere per la Patria e riescono comunque ad avere il tempo da dedicare alle famiglie; un tempo scandito dall’attesa del ritorno, dall’ansia per quello che si è lasciato in Italia e dalla speranza di compiere il loro dovere nel migliore dei modi.

Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo…2

– M., cosa succede quando qualcuno dall’alto vi dice ‘tra un mese devi partire’?

Ci prepariamo. Il nostro motto è ‘addestrati duro combatti facile’: si cerca di ricreare in territorio Nazionale le condizioni della realtà Internazionale, cosa, oggi come oggi, difficile da realizzare, perché alcune simulazioni non sono simili alla realtà che poi troveremo nelle zone ‘calde’.
Vedi, quando arrivi in teatro operativo dovresti essere già pronto, ma soprattutto devi riuscire a non perdere l’obiettivo ed essere sicuro di quello che fai: ecco perché occorre arrivare con il massimo addestramento, ma non capita spesso e questo è dovuto ai tempi di recupero, tra una missione e un’altra, che sono sempre troppo brevi, lasciando così le persone spaesate poiché non riescono a trovare un equilibrio nel tempo da dedicare a tutte le cose, lavoro e famiglia.

– Ecco, hai introdotto tu stesso il concetto di ‘tempo’: come riuscite a gestirlo?

La gestione tempo per noi è divisa: vi è l’attesa di partire, quindi sai che devi partire e cominci a sintonizzare tutti i tempi della vita quotidiana, per cercare di non lasciare nulla in sospeso, cioè devi ottemperare gli impegni per il lavoro e lasciare una condizione di tranquillità emotiva alla tua famiglia e di conseguenza a te stesso. È proprio nella fase di pre- deployment, infatti, che la gestione del tempo è complessa: per esempio, se non hai pagato una bolletta in tempo e sai che chi rimane potrebbe non essere in grado di farlo, parti con una preoccupazione che si può ripercuotere poi in teatro operativo.

– Quali sensazioni avete in questa fase di pre-deployment, periodo in cui tutto si sottomette all’attesa della partenza?

Questa concezione del tempo così particolare ti crea uno stato emotivo di ansia, ma poi, una volta partito, paradossalmente ti tranquillizzi. Ansia perché stai andando in un territorio difficile, stai lasciando la tua famiglia per dei mesi, e stranamente non vedi l’ora di partire, forse per limitare la sofferenza tua e dei parenti…proprio per questo quando sto partendo sono in attesa, in ‘muta attesa’ 3, un tempo infinito e indeterminato che scaturisce dalla mia voglia di andarmene il prima possibile. Ecco perché non appena metto i piedi sull’aereo che mi porterà in missione mi tranquillizzo: ormai ci sono, me ne sto andando e non resta che impegnarsi a sopravvivere.

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– Come si vive l’esperienza nei teatri operativi?

Ogni turno che ho fatto è stato di non più di quattro mesi e mezzo e in quel periodo ero completamente concentrato solo nella mia attività e, paradossalmente, nonostante il rischio avevo tutto il tempo per riuscire a gestire al meglio l’operazione non avendo gli input continui della società che sono tantissimi, dagli obblighi legali a quelli morali: è proprio questo il vantaggio e, se vogliamo, il paradosso, perché chi pensa che una volta in teatro operativo non abbiamo più il tempo di fare nulla o non c’è la libertà di pensare alle cose proprie, sbaglia; infatti, è vero che prima di un’operazione la fase di pianificazione è lunga e l’operazione reale dura solo una frazione del tempo totale, ma è proprio questo che ci permette di gestire bene il nostro tempo in ogni sua fase e ci rende tranquilli. Quindi, quando arrivi al target devi solo mettere insieme i tasselli che hai studiato perfettamente prima. Inoltre, essendo ripartiti in team di dodici operatori l’addestramento intenso, fatto in Patria, ti consente di sapere esattamente cosa farà ogni operatore: questi, infatti, deve fare una cosa specifica nelle modalità previste dalla pianificazione.

La gestione tempi, dunque, in teatro operativo, consiste nel pianificare alla perfezione ogni cosa, stando sicuri che tutti abbiano capito quello che devono fare.

– Quando uscite dalla base e andate in missione, come avvertite il tempo? Cosa provate?

Quando andiamo in missione e stiamo fuori una settimana la pianificazione deve essere non solo finalizzata all’esecuzione dell’obiettivo, ma anche completa di tutta la parte logistica, cioè sai che sei con dodici persone e magari tre mezzi e per una settimana devi essere autonomo per cibo, acqua, tenda ecc.; è tutto tempo avvertito come attesa, dell’arrivo del rifornimento, dell’ok per spostarsi da un posto ad un altro, del completamento della missione: anche in questo caso noi viviamo ‘appesi’, il tempo non dipende solo da noi, ma si blocca e aspetta che qualcosa accada. In queste situazioni lo stato d’animo possiamo dire si trovi in una bassa frequenza, cioè tutti i ritmi si abbassano e paradossalmente -ripeto sempre paradossalmente perché alle persone che non svolgono questo lavoro può apparire strano quello che dico!- quando sei costretto ad attendere qualcosa ti rilassi: non so se è una forma di autodifesa ma trovi il tempo di riflettere, cominci a pensare, la tua mente vaga, nei ricordi, nella nostalgia di quello che hai lasciato ma soprattutto pensi a quello che ti fa stare meglio, quando rientrerai -ok sto facendo questa esperienza, ma ha un termine, magari non bene definito, ma in linea di massima devono passare 4-5 mesi, e alla fine tornerò.-. Ognuno, in questo modo, si crea uno spazio mentale e passa, dunque, il tempo cercando di pensare a quello che è stato e a quello che sarà: oscilliamo dal passato al futuro, vediamo il primo come appiglio per trovare il sorriso anche nelle difficoltà più estreme e il secondo come ancora di salvezza dall’angoscia che in alcuni momenti si può provare. Passato-futuro ti danno la forza giusta e la tranquillità emotiva per proseguire al meglio la missione. Chi, invece, ha fretta di tornare a casa e pensa esclusivamente ai giorni che mancano, non è ben predisposto per espletare questo compito; chi si trova in difficoltà, infatti, non parte proprio perché in una situazione del genere in cui si sta una settimana intera senza contatti telefonici con la famiglia, lo stato emotivo non è idoneo a sopportare un’eventuale operazione delicata

in cui si deve pensare solo a quello.
Certo che nel futuro riponiamo, però, anche tanti interrogativi, perché noi tutti sappiamo che dopo 4-5 mesi di lontananza troveremo cambiati i nostri affetti, le persone a cui vogliamo bene, è fisiologico.

– In che senso dici che trovate i vostri famigliari cambiati una volta rientrati in Patria?

Devi pensare che quello che ci rende tranquilli, anche se abbiamo lasciato una famiglia a casa, è il fatto di svolgere missioni con altre persone in una piccola cellula di dodici persone: ciò ti fa rendere conto che vivi con un’altra famiglia il cui scopo non è crescere i figli ma ha il compito di portare la pelle a casa, quindi ognuno svolge il suo lavoro per raggiungere l’obiettivo e difendersi a vicenda. Questo ti rende tranquillo.
Mentre, l’unica mia preoccupazione è quella di non poter telefonare a casa per una settimana, ma non per il fatto di sentire quella persona, che comunque fa sempre bene, ma ho la preoccupazione che quella persona non sentendomi stia male: io vivo con le persone con cui lavoro anche in operazione, quindi c’è una continuità tra territorio Nazionale e l’estero, la mia vita si riempie e rimane sempre piena; la persona, invece, che lascio e che è abituata a starmi vicino e a condividere tutto con me poi all’improvviso mi vede partire per sei mesi, quando torno la trovo inevitabilmente cambiata e poi ci vuole del tempo per recuperare. Questo accade perché quella persona passa dalla routine, da un tempo quasi monotono, sempre uguale a se stesso, statico, ad una vita in cui la velocità del tempo viene raddoppiata perché deve pensare a compiere quegli obblighi che magari prima divideva con me. È quasi un trauma per la persona che resta perché, anche se abituata, anche se consapevole del mio lavoro, si ritrova improvvisamente sola. Infatti, credo che per noi che lavoriamo in territori operativi il tempo passi molto più velocemente rispetto alla persona che attende il nostro ritorno; perché noi sappiamo che oggi dobbiamo fare questo, domani quello ecc., le nostre giornate sono continuamente scandite dagli impegni ed ogni obiettivo raggiunto diminuisce la distanza dal ritorno. Mentre chi aspetta a casa non ha la minima percezione di quello che noi facciamo e abbiamo da fare, risulta pertanto difficile avere un punto di riferimento per contare i giorni che restano…certo c’è il calendario e il solito ‘conto alla rovescia’, ma è una cosa che sconsiglio perché rallenta in modo impressionante lo scorrere del tempo.

– Il pericolo, tu, l’hai mai incontrato? Come ci si sente davanti a ciò che minaccia la tua vita?

Ciò che è considerato pericolo per noi è diverso per voi.

Capita a volte che ci si trovi a passare per delle località in Afghanistan e magari dal tetto di una casa ti tirano due colpi: per voi è pericolo, per noi significa reagire tempestivamente. Per voi il tempo si blocca nell’istante dello scoccare del primo colpo, per noi il tempo non esiste, o meglio è frazionato in millesimi di millesimi di secondo con una precisione che pare impossibile: il millesimo prima che arrivi il colpo noi sappiamo già che sta per arrivare. Non è prevedere, è il sapere dettato dall’addestramento. Infatti noi, mentre andiamo in missione, non pensiamo ‘e se adesso esce un cecchino e ci spara? E se troviamo una mina e saltiamo in aria?’ perché sono eventualità che noi abbiamo già considerato prima di partire e cerchiamo, dunque, solo di raggirare. Giochiamo in anticipo. Il tempo per noi è previsto, è ‘conosciuto’.

– L’operazione più complessa è per voi, forse, quella in cui dovete andare a catturare qualcuno: il tempo in questo caso è sempre previsto o può anche succedere che l’imprevisto mandi all’aria tutto e subentrino così l’angoscia, il panico perché per un attimo non sapete come giostrarvi?

Quando dobbiamo fare operazioni più complesse, in cui dobbiamo andare a prendere un personaggio, la preoccupazione sta solo nel cercare di rispettare la tempistica prevista: sarò in grado di entrare simultaneamente ad altri operatori che entrano dalla parte opposta? La risposta per noi è scontata: sono addestrato per questo.

Certo che non tutto va sempre come previsto, ecco perché in queste situazioni c’è l’agitazione perché tutti hanno l’adrenalina al massimo per il fatto della sincronizzazione dei tempi e, come si sa, non tutti hanno gli stessi tempi di reazione, ma, ripeto, noi ci addestriamo per questo, ed è difficile che capiti di non sapere cosa fare, perché in noi è ormai radicato l’automatismo che è ciò che spesso ci salva la vita quando non c’è tempo per pensare e agire -RAID: reazioni automatiche immediate-.

– Ti è mai capitato di dover soccorrere, durante un agguato, dei colleghi feriti? In quest’occasione, il tempo come ti è parso, veloce o lento?

A volte capitano le situazioni in cui oltre a tutelare noi stessi abbiamo dovuto assistere persone già ferite: in questo caso ci si deve allontanare dal punto di contatto e, contemporaneamente, si devono mettere in salvo delle persone. Quello che dobbiamo

81 sempre ricordarci è che quando dobbiamo portare via un ferito, lui non potrà contribuire al fuoco: ma è strano, anche in questa fase tu non pensi, perché anche qui viene tutto prima: se tu sai ciò che devi fare perché l’hai pianificato ti sale il livello di adrenalina e puoi reagire e anche quando non pianifichi qualcosa che poi però si verifica, se sei addestrato non hai proprio il tempo di avere paura intesa come panico che ti blocca! Questo lavoro ci tempra al punto che anche la gestione della paura è una gestione di qualcosa che sì è più forte di te ma che se sai gestire vai alla grande: quando tu fai qualcosa e non provi un minimo di timore è il momento più giusto che ci rimetti la pelle, mentre se hai paura e la sai gestire hai l’adrenalina a mille che è ciò che ti permette di stare tranquillo perché sai di poterti regolare. Quindi, anche se sei accanto al compagno ferito non c’è paura perché in quel momento il tuo unico obiettivo è di portarlo in salvo. Certo, poi magari a mente fredda ci pensi: se ci fossi stato io chissà…ma è un pensiero ipotetico che subito ti abbandona perché la tua mente si può concentrare solo sull’adesso. Quindi risponderei né veloce né lento mi pare il tempo in queste situazioni: non ci penso!

– Allora proprio per il fatto che non ci pensi il tempo vola via, quindi pare velocissimo…

Forse sì, sarà come dici tu, ma una cosa te la posso dire: per noi soldati in missione oggi, esiste certamente un passato, fatto di ricordi, a cui pensiamo con nostalgia, esiste assolutamente un futuro, fatto di certezze e di dubbi, ma vi è solo il presente. Noi viviamo solo il presente. Solo in questo modo possiamo sopravvivere e riuscire a ricucire il nostro passato con l’avvenire. Il presente è quello che ci salva la pelle, perché in quel determinato giorno, a quella precisa ora noi dobbiamo agire in un certo modo e la nostra mente pensa esclusivamente a quel preciso istante.
Se ti distrai rischi grosso.

Come ho potuto notare dopo questa intervista, i tempi sono decisamente cambiati rispetto a quelli delle guerre mondiali: il soldato in trincea viveva giustamente la guerra con maggiore paura, perché spesso non c’erano gli addestramenti che ci sono invece oggi, e comunque la vita in trincea era decisamente più pericolosa. Le due guerre mondiali hanno causato più vittime tra i soldati rispetto alle missioni di oggi, e questo ha reso la concezione del tempo molto diversa: per i primi c’era l’attesa estenuante del ritorno, accompagnata dalla speranza quindi di sopravvivere, il futuro era allora incerto; oggi i nostri soldati vivono il presente senza tornare troppo al passato e senza pensare al futuro, per motivi di concentrazione da cui dipende la loro salvezza. I soldati di allora vivevano il presente con l’angoscia di quello che sarebbe potuto succedere e si proiettavano verso l’avvenire per poter dire ‘sono ancora vivo’ o si rifugiavano nel passato per sconfiggere la malinconia: il presente era solo un passaggio, ma talmente lento che

sembrava eterno e da cui ci si voleva allontanare il prima possibile.

Valeria Genova

1-2: Caporalmaggiore Matteo Miotto, lettera inviata dall’Afghanistan al Gazzettino, Giovedì 11 Novembre 2010

3: Cfr. Turoldo David Maria, In muta attesa, in Ultime poesie, Garzanti, Milano, 1999, p. 13

[Immagini tratte da Google Immagini]