Facebook, dati personali e privacy: siamo all’altezza?

Nel marzo 2018, Cambridge Analytica, compagnia fino a quel momento pressoché sconosciuta, diventa tristemente famosa per aver raccolto informazioni personali identificative di almeno 87 milioni di persone tramite Facebook. Secondo l’informatore Christopher Wylie, ex-dipendente di Cambridge Analytica, la compagnia avrebbe raccolto dati che poi sarebbero stati usati per influenzare le elezioni americane e il referendum inglese sulla Brexit. La compagnia era già nell’occhio investigativo dell’Observer almeno da un anno1, ed era stata oggetto di un articolo del The Guardian nel 20152. Il primo articolo dell’Observer nel febbraio 2017 portò all’apertura di due inchieste ancora in corso, mentre nel 2015 l’Observer accusò il senatore americano Ted Cruz di usare dati definiti “psicologici” raccolti da Cambridge Analytica tramite Facebook, per influenzare i suoi utenti ritenuti potenziali sostenitori. Le interviste all’informatore Wylie del marzo 2018 hanno causato sdegno pubblico a livello internazionale: le inchieste che ne sono derivate hanno portato la compagnia a dichiararsi fallita, a causa delle spese legali sostenute e della pubblicità negativa, il 2 maggio 2018.
Il caso Cambridge Analytica dimostra che le informazioni personali che definiamo sensibili, sono effettivamente molto sensibili, perché possono essere usate in modi che superano la nostra immediata comprensione. Nell’immediatezza dello scandalo, molte persone hanno cancellato i loro profili Facebook, nel tentativo di proteggere i propri dati da futuri utilizzi illeciti.

Ma a ben vedere, il caso Cambridge Analytica dimostra qualcos’altro, altrettanto preoccupante: ovvero, quanto siamo diventati influenzabili in balia dei social media e quanto profondamente essi possano modificare i nostri pensieri e le nostre convinzioni, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto. Lo scandalo del caso Cambridge Analytica non risiede tanto nella scoperta che i dati personali sono preziosi e possono essere usati e venduti per vantaggi commerciali (e politici): questo, in teoria, lo sapevamo già, come dimostrato dal proliferare di legislazioni sempre più restrittive a protezione dei dati personali degli ultimi anni. Cambridge Analytica dimostra una verità scomoda, per la prima volta proiettata senza filtri su larga scala: Facebook è uno strumento potente, su tutti i fronti, e noi probabilmente non ne siamo all’altezza. Siamo sufficientemente capaci di usare Facebook con le necessarie considerazioni ed attenzioni che esso richiede? Come è possibile poter influenzare il nostro voto tramite pubblicità o fake news mirate? Della violazione dei nostri dati, se ne occuperà chi di dovere, perseguendo chi ha violato le legislazioni in materia ed emanando nuove politiche per la loro protezione. Ma è sufficiente questo per proteggerci da noi stessi?

La necessità di esistere ed essere visibile, essere quindi social, è più forte nella maggior parte delle persone della preoccupazione per i propri dati e, in molti casi, della possibilità che essi siano sfruttati per influenzarci. Inoltre, l’uomo è un essere (più o meno) influenzabile per natura: la capacità di essere influenzato sta alla base della pubblicità. Eppure, nei confronti della pubblicità che passa in televisione, comunque meno effettiva perché non mirata verso uno specifico individuo, siamo più critici perché sappiamo che per vendere un prodotto bisogna, banalmente, mostrare le sue qualità piuttosto che i suoi difetti e, con ogni probabilità, anche gonfiarle facendo attenzione al linguaggio usato, alle immagini, ai colori, a qualsiasi dettaglio necessario per attrarre l’attenzione prima, ed influenzare poi. Non si tratta solo di pubblicità: siamo influenzabili anche offline. Se un nostro amico, collega o conoscente fa qualcosa che ci sembra particolarmente cool, con ogni probabilità influenzerà il nostro comportamento verso quella stessa cosa e nel caso più estremo faremo lo stesso. Un esempio sono le destinazioni turistiche: paesi precedentemente esplorati solo da viaggiatori avventurosi che nel giro di pochi anni vedono duplicare o triplicare il numero di visitatori.
Partendo da questo presupposto, Facebook non ha reso gli individui influenzabili. Esso ha piuttosto moltiplicato potenzialmente all’infinito questa nostra influenzabilità, non fosse altro perché passiamo molto tempo scorrendo una news feed che nella migliore delle ipotesi ci mostra quello che fanno i nostri amici e, nella peggiore, ci presenta notizie o pubblicità mirate ad influenzarci.

Tuttavia, questo non significa che non dovremmo più usare Facebook, come alcuni hanno pensato in preda all’isteria del momento. Non è il male di tutti i mali, ma un facile capro espiatorio. È uno strumento molto potente, con funzionalità potenzialmente positive. Tuttavia, esattamente perché potente, va saputo usare: è necessario aver ben chiaro come funziona, conoscerne i meccanismi (reali) che vi sono dietro, essere consapevoli dei rischi (potenziali) e delle vulnerabilità associate. Serve usare Facebook consapevolmente, nello stesso modo in cui dovremmo bere alcool e fumare consapevolmente, guidare solo con una patente di guida e sparare solo con un porto d’armi. In fondo, nessuna di queste quattro cose, la lasceremmo fare ad un bambino, perché non ha raggiunto la maturità intellettuale, cognitiva e critica per comprenderne a pieno conseguenze e rischi associati a tali azioni. In conclusione, più di tutto è necessario stimolare negli utenti quella criticità perduta (o forse mai veramente sviluppata), la cui assenza rischia effettivamente di essere il male di tutti i mali poiché ci rende influenzabili ad un livello pericoloso, non solo per un utilizzo consapevole di Facebook ma anche nella vita quotidiana.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Revealed: 50 million Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, The Guardian
2. Harry Davies, Ted Cruz using firm that harvested data on millions of unwitting Facebook users, The Guardian, 11 Dicembre 2015

[Immagine tratta da pexels.com]

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Filosofia: l’invisibile perduto

«[…] Se è vero che gli uomini si diedero a filosofare per sfuggire all’ignoranza, è
evidente che facevano scienza per sapere e non per utilità pratica
»1.

Queste parole di Aristotele sono note ormai a chiunque abbia solo un’infarinatura della cultura classica. L’attività del pensiero e la totale dedizione ad esso sono ciò che possono far sprofondare l’essere umano nell’inquietudine della propria vita interiore, ma innalzarlo anche al di sopra dei mostri dell’esistenza, per riderci su. Dallo stoicismo alla psicoanalisi, la filosofia ha spinto l’uomo verso la semina di nuovi mondi, come il cavallo traina l’aratro.

Tuttavia, nella celebre frase di Aristotele si nasconde un elemento desolante e scoraggiante: sin dai suoi albori, la filosofia ha avuto bisogno di una giustificazione. Persino il maestro di Stagira ha sentito la necessità di sottolineare l’importanza della filosofia e della sua coltivazione.

Massime come «l’utilità dell’inutile», o illazioni ironiche come quella di Voltaire, secondo il quale «per filosofare servono pancia piena e piedi caldi» hanno, in realtà, segretamente degradato questo sapere sin dal suo interno.

Scorrendo velocemente la spirale del tempo, arrivando così ai nostri giorni, vedremo allora che si è giunti al nodo di svolta di questo processo di autosvilimento della filosofia: essa è l’inutile per eccellenza, il Sogno ridicolo di Dostoevskij; eppure, mai come adesso, il nostro tempo grida disperato per la sua mancanza. È un grido
silenzioso, con la bocca spalancata rivolta al cielo, e lo sguardo attonito perché nessun suono trabocca.
L’uomo di oggi ha più che mai bisogno di filosofia, perché non ha solo perso la strada, ma ha dimenticato come trovare nuove indicazioni.

Filosofia non ha bisogno di giustificazione, come non ne ha bisogno il primo albero che ha dato ossigeno alla terra. Essa è l’attività più spontanea della mente e del cuore umani. Filosofia non è solo la ricerca dell’invisibile, ma è anche e soprattutto la cura della possibilità che l’esistenza umana non si riduca alla sola realtà esperibile, ma che essa abbia uno spessore, una profondità, delle ombre. Per questo, la filosofia è un sapere profondo e a volte difficile, ma necessario perché l’uomo si ricongiunga al suo mistero.

L’essere umano di questo secolo ha dimenticato tutto ciò, e non riesce così a dare un nome al suo disorientamento. Egli ha perso la sua ombra, il suo spessore; la sua figura rischia di sparire fra le cose del mondo.

La filosofia dovrà così sganciarsi dal processo di deterioramento interiore, e riappropriarsi del suo compito di ricerca dell’invisibile: dell’amore, della vita, dell’infinito.

Prima l’uomo smetterà di giustificare la necessità della filosofia, prima egli recupererà le sue origini, e, soprattutto, una direzione verso cui slanciarsi.

Solo quando riavrà la sua ombra, la filosofia potrà indicargli una nuova luce.

Fabiana Castellino

Fabiana Castellino è nata nel 1990 in Sicilia.
Si è laureata in Scienze filosofiche con lode, all’Università di RomaTre, con una tesi su Arthur Schopenhauer.
Ha maturato diverse esperienze nell’educazione dei bambini, prima con disabilità, e adesso svolge un progetto di volontariato europeo presso una scuola Steineriana in Belgio.
La lettura e la scrittura le sono state compagne sin da bambina, e l’hanno sempre guidata nelle sue scelte, professionali e di vita.

NOTE:
1. Aristotele, Metafisica, I, 982b, 15-20

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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L’aria scolpita_Un pensiero di architettura

“- Potendo, passerei tutto il tempo a riflettere, riflettere, riflettere. Vorrei seguire liberamente i miei pensieri. Ecco cosa vorrei fare. Ma il puro ragionamento, forse è qualcosa che serve soltanto a costruire il vuoto, non trovi?
– Al mondo ci vuole anche qualcuno che costruisca il vuoto.”

[ dialogo tratto dal libro L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki ]
Non c’è nulla di più difficile da precisare del vuoto, nulla di più ambiguo da rappresentare dell’immateriale, nulla di più utopico da materializzare di un’assenza. A meno che, quella che sembra essere un’immateriale assenza, sia in realtà, materiale presenza.
Il vuoto, contenuto e definito dalla materia costruita, si presenta come un’assenza perché manca di quell’oggettualità che è propria della forma che viene associata all’esperienza dell’architettura. Pensare al vuoto nei termini dell’assenza, ci porta inesorabilmente verso un’unica direzione dove il vuoto viene ridotto ad una mancanza, ad una conseguenza, ad un risultato.
La direzione che potremmo prendere sarebbe diversa se ci trovassimo nel Jardin des Tuileries a Parigi, tra due lame di acciaio corten conficcate nel terreno; modellate, alte e vicine a tal punto da costringere l’occhio a rimbalzare da una all’altra, da spingerlo a scorrere lungo la sinuosità delle loro curve fino a prendere il volo verso l’unica porzione del mondo visibile, il cielo. Percorrendo questo vuoto ne sentiremmo la presenza. La pesantezza della materia si dissolverebbe nella potenza dello spazio da essa generato, e tutto ciò che credevamo immateriale diventa materiale, tutto ciò che fisicamente si presentava come un’assenza arriva ai nostri sensi come una presenza. Il vuoto diventa aria scolpita.
Passo dopo passo, respiro dopo respiro, quel vuoto che stiamo attraversando si fa denso e presente, caricandosi di tensioni e vibrazioni a tal punto da diventare ai nostri occhi la sola e vera materia plasmata dallo scultore: è come se Richard Serra avesse costruito quel vuoto tra le lame prima ancora delle lame stesse.
Percorro quel vuoto compresso, sento la compressione, sento la spinta delle due pareti che mi schiacciano e mi spingono avanti e in alto fino a svelare al mio sguardo ciò che prima era negato. Sento la vibrazione tra le due lame ruvide, brunite, dove la luce si increspa e le ombre si liberano; quella vibrazione che il vuoto accoglie facendo da cassa di risonanza ad una melodia che solo io posso sentire.
Lo sento sulla pelle quel vuoto, e lo sento dentro.

2_INSTALLAZIONE - Richard Serra
Costruire il vuoto significa costruire percezioni. Costruire percezioni significa costruire esperienze. E quando questo accade, i vuoti fisici diventano luoghi mentali, scrigni dove custodiamo le esperienze più profonde e dove nascono i pensieri più preziosi e liberi.
Pensare e costruire il vuoto significa dare forma ad uno spazio che riesca ad entrarci dentro con una forza tale da elevarsi a luogo mentale divenendo il terreno fertile dove coltivare la nostra anima. Perché il vuoto è l’unica condizione fisica e mentale dove tutto è libero, dove tutto accade, dove tutto cambia: “il luogo dove il pensiero può generare parole nuove” 1.
Il mio amore per l’architettura nasce dalla convinzione che essa abbia il potere di fare tutto questo.
Non c’è nulla di più entusiasmante che dare forma ai propri pensieri e alle proprie fantasie progettando qualcosa che le possa contenere: l’architettura.
Se l’architettura trova la sua consistenza e la sua staticità nella forma, essa prende vita nel vuoto che questa forma contiene. Il vuoto immaginato e costruito diventa uno spazio carico, la cui immaterialità si concretizza nelle tensioni, nelle vibrazioni e nelle relazioni che si creano al suo interno.
Il vuoto contenuto dalla materia si fa contenitore di vita: il vuoto si fa presenza. Una presenza che viene percepita in relazione al fluire del tempo accompagnato al fluire del movimento, dello sguardo, del pensiero. Una presenza che viene sentita, misurata, distillata.
L’architettura è vuoto e pieno che si generano l’un l’altro, è contemporaneamente lo spazio e il volume che lo contiene, la distanza tra le cose e le cose stesse. E’ contemporaneamente spazio e tempo, un’unità che il concetto giapponese del ma pone a principio di tutte le cose.
A me piace pensare che l’architettura sia questa unità, e per questo debba sempre incondizionatamente porsi il nobile obiettivo di tendere ad essa.
In Giappone tutte le cose dipendono sempre dal ma. L’arte del combattimento, l’architettura, la musica, l’arte stessa di vivere, l’estetica, il senso delle proporzioni, la disposizione delle piante in un giardino dipendono sempre da un insieme di significati collegati tra loro e risultanti dal ma (…) Dietro ogni cosa esiste il ma, lo spazio indefinibile che è come l’accordo musicale di ogni cosa, l’intervallo giusto e la sua migliore risonanza2.
Se il ma viene definito in termini spaziali come la distanza naturale tra due o più cose che si trovano in continuità, e in termini temporali come la pausa naturale, l’intervallo tra due o più fenomeni che si succedono in continuità, mi è inevitabile pensare alla contaminazione a cui l’architettura e la musica sono soggette nel loro processo espressivo, dal momento che modellano la stessa materia: il vuoto e il pieno la prima, il silenzio e il suono la seconda.
Ho sempre pensato che la contaminazione di queste due discipline potesse dare origine a qualcosa di puro e mistico, e che nessuno meglio di Kengo Kuma potesse raggiungerlo. L’architetto giapponese, nel suo Padiglione del Tè, spingendosi oltre i confini dell’architettura e facendo propri gli strumenti della musica, celebra la sublime unione tra queste due arti in quello che Rothko definisce lo spazio del silenzio: “Lo spazio del silenzio è luogo del pensiero. Lo spazio del silenzio è luogo dell’emozione”.
Se il vuoto in musica è l’intervallo tra due note, il silenzio necessario alla loro esistenza; il vuoto in architettura è la distanza tra due elementi, lo spazio necessario affinchè ogni singola forma viva del proprio respiro e dell’eco dell’altra, il luogo sacro dove ascoltare il nostro respiro e l’eco dei nostri pensieri.
Sì, “al mondo ci vuole anche qualcuno che costruisca il vuoto”, perché scolpendo il vuoto scolpiamo tutto ciò che al suo interno prende vita: scolpiamo i suoni e i silenzi che lo attraversano, le emozioni che lo investono, le relazioni che lo abitano, i pensieri che lo contemplano.
E’ l’esperienza del vuoto che fa di esso una presenza. Ed è nella costruzione di quel vuoto che l’architettura si fa poesia.
1 Parafrasando Adolf Loos in Il vuoto, riflessioni sullo spazio in architettura, di Fernando Espuelas
2 Michael Random, Giappone, la strategia dell’invisibile

Lisa De Chirico

www.lisadechirico.it

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Maturità artistica presso il Liceo Artistico Statale di Treviso e laurea in Architettura presso lo IUAV di Venezia. In ambito lavorativo mi occupo di progettazione architettonica e grafica, interior design e architettura del paesaggio. La mia trasversale passione per il mondo della creatività nelle sue diverse forme, dall’arte all’architettura, dalla scrittura alla fotografia, risponde ad una necessità di espressione che attinge ai diversi strumenti che questa dimensione mi offre. Un segno tracciato su un foglio, il progetto di uno spazio, l’illustrazione di un concetto, un frammento di realtà rubato da uno scatto, sono l’espressione di una ricerca continua che trova nella filosofia, nella letteratura e nella musica il suo punto di partenza.

Ogni mia espressione è una condensazione di ciò che sono, di ciò che vivo e immagino; dove ciò che viene definito arte, architettura, fotografia e scrittura, perde i propri limiti e si mescola.

[Immagine copertina: Padiglione del tè di Kengo Kuma; Immagine articolo: Installazione di Richard Serra]