Quando il paesaggio diventa espressione dell’io: i romanzi di Paola Drigo

L’ambiente in un romanzo, il “setting”, come viene definito nella letteratura inglese, assume un’importanza capitale nelle opere letterarie, tanto da divenire frequentemente parte integrante della storia, principio cardine nel quale si snodano le realtà, espressione dei sentimenti che caratterizzano i personaggi. Paesaggi freddi, interni ombrosi si accordano spesso con coscienze travagliate o riproducono le sensazioni interiori dei protagonisti.

Un esempio tangibile di questo processo appare evidente se si considerano i romanzi di Paola Drigo, autrice veneta della prima metà del Novecento, nei quali si arriva a raffigurare spazi di una grandezza desolante, ambienti che si configurano come la proiezione interiore delle emozioni dei protagonisti. L’autrice afferma ad esempio il personaggio femminile di Fine D’anno descrivendo l’ambiente interno della villa di campagna nella quale vive:

«E, nella villa, le stufe accese solo in qualche stanza, con vaste zone gelide da attraversare; l’acqua del serbatoio gelata, − impossibile fare il bagno; − la scala così alta e fredda che per transitare da un piano all’altro Alberta doveva infagottarsi in scialli, mantelli e golfs, e per poco non si metteva in testa il passamontagna»1.

L’interno della villa appare gelido, pungente, così come gelida verrà descritta la protagonista, costretta a compiere l’oneroso ruolo di ricostituire le finanze della famiglia dopo la morte del marito. Il vuoto si accampa nella sua vita, la solitudine apre una voragine nell’anima che viene proiettata all’esterno in un ambiente che appare allora desolato, privo di attrattiva. Anche le strade, nelle quali la donna si trova a camminare, sono deserte, ravvivate in maniera troppo sporadica da qualche passante che non riesce ad attenuare quel senso di isolamento, di estrema rigidità che le caratterizza. Il tutto inserito in una stagione quale l’inverno che diventa più che altro espressione dell’inverno dell’anima, di un cuore irrigidito per la freddezza delle mansioni da compiere. Non c’è gioia nella vita della donna e il paesaggio esterno esprime questo senso di impotenza, di inerzia, che soltanto una figura profondamente malinconica è in grado di creare attraverso la propria soggettiva percezione.

Così in Maria Zef Paola Drigo mette in scena una ragazzina costretta a crescere troppo presto, privata della sua fanciullezza in maniera precoce, dovendo accudire la sorella dopo la morte della madre. Anche qui l’ambiente in cui Maria si trova catapultata diviene ben presto l’espressione del grande silenzio interiore che si apre nella vita della protagonista:

«La facciata dell’Ospedale le si stendeva dinnanzi bianca e regolare, colle grandi finestre senza tende. […] Mariutine percorreva ansiosamente collo sguardo una per una tutte quelle finestre, coll’ingenua speranza di veder affacciarsi, chissà?  la sua Rosute, o almeno di udirne la voce. Ma nessuno si affacciava, e non una voce usciva dall’edificio pur così pieno di gente, come se fosse completamente disabitato»2.

L’estrema solitudine di Mariutine si esprime in un luogo che viene percepito come solitario pur nel suo affollato esistere. L’ospedale appare deformato, si trasforma agli occhi della piccola in un grande contenitore di figure ostili, estranee, a lei nemiche. Gli occhi di Mariutine non riescono infatti a trovare un’ immagine confortante, non una persona amica che possa alleviare la sua malinconia. Ancora una volta, dunque, l’ambiente diventa proiezione di un sentimento, la realtà viene trasfigurata e resa tale perché vissuta da un personaggio.

In fondo le descrizioni proposte da Paola Drigo permettono di riflettere su un processo frequente, condiviso dagli uomini anche nella vita reale. Spesso un ambiente, specialmente un interno d’abitazione, lascia trapelare molto di chi lo ha arredato, traspira l’essenza di chi gli ha dato vita, il quale in un certo senso lascia “la propria scia, la propria impronta” in un luogo. Da un interno è possibile comprendere molto della personalità di chi ci vive: uno studio colmo di libri di viaggio fa pensare alla figura di un uomo dedito al lavoro e alla progettazione di mondi, un ambiente ricco di divani raffinati ad una figura che ama la comodità e così via. Analogamente anche i paesaggi esterni vengono percepiti, vissuti e talvolta “creati” dalla sensibilità di chi sta loro di fronte.

In definitiva la realtà d’ambiente e quella paesaggistica è intrisa di noi, delle nostre emozioni e sentimenti, tanto che in un certo senso siamo noi a “crearla”. L’arte così come la letteratura permette in fondo di concretizzare questa creazione, di dar vita reale a quel processo che ognuno realizza in sé e di cui spesso si rende partecipe: l’espressione di noi stessi in ambienti, la costituzione di paesaggi fatti di immagini, che lasciano trapelare essi stessi un’emozione, una suggestione.

Per dirla con Fernando Pessoa:

«È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo».

Anna Tieppo

NOTE:
[1] Paola Drigo, Fine D’Anno, a cura di Patrizia Zambon, Padova, Rocco Carabba, 2005 p. 102.
[2] Paola Drigo, Maria Zef, a cura di Paola Azzolini e Patrizia Zambon, Padova, Il Poligrafo, 2001, p. 118.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Longyearbyen, (quasi) al Polo Nord

Ci prepariamo per partire alla volta della vetta di Sarkofagen, io e Olaf, la mia guida finlandese, entrambi spettinati dal vento impetuoso e intenti a masticare un inglese del tutto sgrammaticato. Mosh, il suo cane groenlandese, si assopisce disteso vicino al suo zaino stracolmo, in attesa di partire. “Non puoi immaginare quanto sia spaventoso un orso polare”, inizia a raccontarmi, “Una forza e una ferocia sanguinaria racchiusa in una stazza portentosa che non lascia scampo a nessuno. Proprio un anno fa, lassù, su quella montagna, a poche centinaia di metri dal tuo ostello, una ragazza è stata sbranata da uno di questi formidabili predatori, e solo perché non aveva seguito l’esempio dell’amica che pur di salvarsi la vita si era gettata giù dal dirupo. Loro sono state molto sfortunate certo, perché la possibilità di incontrare un orso polare appena fuori dalla città è remota, isolata, a tratti impensabile, ma la vita è abbastanza lunga perché si possa essere sfortunati almeno una volta e noi non vogliamo esserlo, giusto?”, conclude sorridendo, un poco ironico, caricando l’ultima cartuccia nel fucile.

Se si è capaci di far fronte alle aspre intemperie artiche, le isole Svalbard diventano la concretizzazione della vita più prossima al più vero significato della libertà. La si ottiene pagandone lo scotto che pretende. Per godere della fedeltà di una muta di cani groenlandesi bisogna sopportare l’eternità della notte polare, per vagabondare tra gli anfratti abbandonati di Pyramiden occorre procacciarsi la carne per sopravvivere all’inverno. È una terra che lascia l’universo a disposizione a patto che lo si sappia affrontare, che gli si sappia resistere, perché cercherà sempre di riprendersi il maltolto. Non mi voglio soffermare sulla maestosità dei paesaggi che hanno riempito i miei occhi, sarebbe tautologico oltre che dispersivo, ma intendo piuttosto pormi contro la filosofia della vile inazione che freme di terrore ancor prima di vedere cosa produce quell’ombra sulla parete: quando si pensava che fosse qualcosa di assolutamente infattibile e invece bastava muovere un piede in avanti, uno solo, per tastare il terreno e vedere che in realtà non frana sotto il nostro peso come invece ci era stato presagito. È l’educazione alla paura, alla salvaguardia di sé spinta sino al ridicolo. Non bisogna temere i problemi perché anche se li prevediamo qualcuno sfuggirà alle nostre attenzioni, sempre, per ripresentarsi quando meno ce lo aspettiamo. Bisogna piuttosto imparare ad affrontarli con lucida coscienza perché dove c’è un problema c’è la soluzione, dove non c’è la soluzione, non c’è il problema.

Questo viaggio è stato come una cerimonia, un’iniziazione a qualcosa di indefinito che ha smosso la diga che arrestava il fluire dei miei passi, un passaggio oltre un’esistenza di indecisioni che si è finalmente tradotta in una chiara consapevolezza di quel che deve essere il mio destino. Come se avessi deliberatamente cercato il suicidio più spettacolare, la fossa più sperduta in cui gettare le mie reliquie malconce, sotto i ghiacci, nel fango, disperse come nevischio negli impetuosi venti del nord più estremo, solo per calzare finalmente la pelle coriacea di un esploratore dell’Artico. La scelta è indifferente, gli estremi portano entrambi alla stessa conclusione: bene, male, nord, sud, il traguardo è sempre una tetra landa buia e innevata perché i poli del mondo e i poli dell’uomo sono identici, frastagliati, avvolti in un azzurro lugubre e onnipresente, relegati nel bianco più assoluto che tutto cancella. E in uno di questi devo tornare per mettermi alla prova, devo, e basta, perché di questo piccolo pianeta blu ormai non c’è più nulla da dire.

E il ritorno a Oslo non ha fatto che accentuare questa certezza forse irrealizzabile. Scrivo dopo essere rientrato da una passeggiata alla cieca tra le vie inquiete che costeggiano l’argine del fiordo. È una città che concentra il suo formicolare, la sua pubblicizzazione, il suo aspetto europeo in unico punto, dal quale basta allontanarsi per pochi minuti per sprofondare immediatamente in un imo buio grigiastro. La gente qui sembra aver lo spirito stanco, satollo, e di non desiderare altro che appagare un consumante bisogno fittizio rimbalzando da un negozio all’altro per accaparrarsi il capo più mondano, come se per valorizzare la loro giornata non avessero altra scelta se non quella di arricchire il loro personale patrimonio. Tutti tacciono, tutti sfilano come fantasmi sui bus saettanti, si chiudono nel loro intimo, e quando parlano sussurrano come intimoriti dall’interazione con l’altro. È una serenità apparente che tradisce la letargia della vitalità, l’accidia imperante che non vuole affrontare quel che la natura qui comunica e urla continuamente a gran voce, che come manifestazione di vita siamo ospiti invadenti, parassiti, ribelli al mutismo del cosmo. Questa è un’alienazione che non posso sostenere, che nessuno dovrebbe sostenere, bisogna vagare sperduti, riflettere, perdere tempo, quel tempo che non esiste, lasciare che i lampioni di Oslo intaglino le nostre espressioni con quelle stesse, tormentate sfumature arancioni che tanto avevano angustiato il vecchio Munch più di cent’anni fa. La storia che si ripete, la vita e l’illusione del tempo, l’eterno ritorno, e così sempre, con le ovvietà disarmanti.

E nonostante questo errare alla rinfusa in una bolgia come un’altra nel vasto e piccolo viso del mondo, nonostante non abbia ancora raggiunto davvero il polo della mia vita e mi sia buscato il peggior raffreddore che io ricordi, è lì, in quel glaciale, gelido, buio, inospitale, vendicativo, fangoso, crudele, sperduto luogo desolato e dimenticato da dio, che ho lasciato tutto il mio cuore.

Leonardo Albano