La “Lettera sulla tolleranza” di John Locke e i limiti del giudizio dell’uomo

A presentare il classico della Lettera sulla tolleranza di John Locke, come microscopio per analizzare meglio i tempi d’oggi, si rischia di far storcere un po’ il naso. E la Lettera sulla tolleranza sembrerebbe davvero inadeguata, se si pensa che essa fu scritta dal filosofo inglese in un momento storico in cui si era minacciati da faide religiose e animati da intolleranza religiosa. Questo come conseguenza del proliferare della diversità di culti in Europa, tanto da far scatenare guerre decennali. Oggi non si teme che in Europa scoppi una guerra per differenze di fede; eppure la Lettera sulla tolleranza è ancora attuale, perché, secondo Locke, la tolleranza è il fondamento della politica. Poiché è ormai sotto gli occhi di tutti che l’intolleranza è invece la forza propulsiva della politica di oggi, è bene che la Lettera sulla tolleranza sia fra quei classici utili per comprendere le fratture nella società.

Che sia religiosa, come nella Lettera di Locke, o di qualsiasi altro genere, ciò che scatena l’intolleranza è sempre la stessa cosa: il timore e la repulsione per la diversità.
Nel caso della Lettera, indirizzata ad un anonimo, le differenze religiose all’interno del Cristianesimo determinano scandalo e disordine pubblico, ma Locke pone una tesi fondamentale: il magistrato pubblico non ha alcun potere sulla cura dell’anima. In sostanza, se «lo stato è […] una società umana costituita unicamente al fine della conservazione e della promozione dei beni civile», allora il compito del magistrato, e dunque del politico, è quello di mantenere l’ordine pubblico e allontanare tutto ciò che lo minaccia (J. Locke, Lettera sulla tolleranza, Edizione Laterza, 2018).
Locke afferma perciò che se la diversità di culti non minaccia l’ordine pubblico, essi devono essere tollerati.

Sebbene con presupposti ben diversi, la diversità e l’intolleranza in Europa sono ancora il cuore della politica e del potere incarnato dagli uomini. La diversità degli orientamenti sessuali, del modo di vivere la femminilità, o le differenze culturali sono alla base di una politica che nutre l’intolleranza (e se ne nutre), e che dunque detta omogenei modi di vivere. Tuttavia, se trasponiamo quanto imparato da Locke, il magistrato, e quindi il politico, non possono legiferare su ciò che non riguarda il pubblico:

«[…] noi chiediamo i diritti che sono concessi ad altri cittadini. […] Che a nessuno sia rovinata la vita o il corpo per colpa di quelle cose (di culto), che nessuna casa e nessun patrimonio sia distrutto» (Ivi).

In altre parole, Locke mette in campo la distinzione fra il pubblico e il privato. Ciò che egli definisce la cura dell’anima è lo spazio privato, in cui l’essere umano si prende cura di sé, e in cui il pubblico, incarnato dal politico, non può aver potere decisionale.

La politica deve così basarsi sulla tolleranza, perché, secondo Locke, garantire i diritti significa garantire la possibilità per gli individui di prendersi cura della propria anima, in senso religioso o meno. «Ciò posto, è facile comprendere quali fini determinano la prerogativa del magistrato di legiferare: e cioè il bene pubblico terreno o mondano che dir si voglia, che è insieme l’unica ragione per cui si entra in società e l’unico fine dello stato che si costituisce; e d’altra parte è facile capire che libertà rimane ai privati in ciò che riguarda la vita futura» (Ivi).

Finché infatti la pace pubblica non è minacciata, lo spazio privato di comunità o individui singoli non deve essere allontanato o represso per il solo fatto di esistere.
Oggi viviamo una fase della storia umana in cui il pubblico ingloba sempre più il privato e dunque quest’ultimo viene fagocitato dal giudizio, da occhi indiscreti e dalla continua pretesa di essere additato.
Tuttavia, la Lettera insegna che il giudizio e il potere degli uomini ha e deve avere un limite per garantire quella stessa pace, che è l’obiettivo della politica.

 

Fabiana Castellino

 

[Photo credit Christian Wiediger via Unsplash]

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