L’evoluzione tra filosofia e scienza. Intervista a Telmo Pievani

L’intervista al noto divulgatore e filosofo della scienza Telmo Pievani è pubblicata in parte all’interno della nostra rivista La chiave di Sophia #13 – Il senso del tempo. In questa parte del dialogo la nostra autrice, Pamela Boldrin, interroga il filosofo in materia di evoluzione e sul rapporto tra filosofia e scienza. Non possiamo che ringraziare il professore per questo interessante scambio di idee.

 

Un altro insegnamento straordinario proveniente dal libro del tempo dell’evoluzione è quello delle continue ondate migratorie che, a partire dall’Africa, hanno portato le varie specie di homo in tutto il pianeta, guadagnandosi il record sul resto del mondo animale come specie più migrante. Il DNA umano può diventare una finestra sul tempo passato, cosa può raccontarci di questa propensione migratoria che ancora oggi caratterizza l’umanità?

Questo è uno degli aspetti forse più nuovi che emergono dal dibattito evoluzionistico ed è legato proprio a quello che dicevo prima, quindi alla scoperta di tante forme umane diverse. Abbiamo scoperto che il cespuglio dell’evoluzione umana era molto più ramificato e più ricco di quanto non pensassimo. Da qualche tempo abbiamo capito anche il perché, ed è proprio legato alle migrazioni: il motivo fondamentale per cui ci sono state così tante specie umane è che un adattamento fondamentale dell’essere umani è lo spostarsi, il migrare. Questo lo si capisce facilmente perché noi deriviamo da una evoluzione in ambienti instabili con una ecologia che cambiava (cambiamenti climatici e così via), quindi è chiaro che il migrare ti rende più flessibile perché ti puoi spostare e quindi inseguire gli habitat e le risorse che ti sono più congeniali, in modo peraltro spontaneo, perché non è stato un processo intenzionale. Sono due milioni di anni che ci spostiamo in tutto il mondo; ciò ha riguardato altre specie umane prima di noi perché ciò di cui ci siamo accorti recentemente è che noi homo sapiens siamo solo l’ultimo migrante, nel senso che noi a partire da 120-130.000 anni fa abbiamo cominciato (pure noi) a uscire dall’Africa (altro elemento suggestivo è che tutte queste migrazioni sono partite dall’Africa, che quindi è stata la culla di tutte queste espansioni) e con molto più successo e rapidità dei nostri predecessori abbiamo colonizzato tutte le terre emerse, tranne l’Antartide, sostanzialmente. Uscendo dall’Africa abbiamo trovato tutti i discendenti di quelli che erano usciti le volte precedenti ed è questo che ci ha colpiti, perché ci si è accorti che homo sapiens ha dovuto convivere con altri uomini incontrati nelle sue espansioni. Molti punti di domanda oggi riguardano proprio questo, ovvero: che cosa è successo quando noi sapiens abbiamo incontrato altri umani? Li abbiamo estinti noi? Ci siamo accoppiati con loro? Tutte domande alle quali oggi si cerca di rispondere, ma la scoperta di fondo è che non eravamo soli. Questo ci riporta un po’ ai discorsi di prima: la purezza, un po’ come il progresso, è uno di quei temi ideologici forti che spesso in biologia trapelano. Homo sapiens, invece, è impuro da sempre e dal punto di vista genetico il nostro DNA è una specie di arlecchino dato dall’incontro con altri umani. Si conferma ancora una volta che in biologia più sei puro e più sei debole, mentre la diversità è una ricchezza.

 

Ad un certo punto della nostra linea del tempo dunque, attorno ai 45.000-38.000 anni fa, troviamo dei reperti di homo sapiens che ci suggeriscono degli elementi di svolta rispetto alle altre specie umane con le quali aveva convissuto, dei quali non abbiamo più notizie a partire da quell’epoca. Siamo rimasti soli e non sappiamo perché. Quali congetture prendono forma da questo grande mistero?

Due sono le cose molto importanti da sottolineare. Una è che è caduto un altro dogma scientifico che valeva fino a qualche anno fa e che era scritto su tutti i manuali, ovvero che homo sapiens fosse l’unica specie ad aver sviluppato l’intelligenza simbolica, dunque non solo nuove abilità di caccia ma anche l’arte rupestre, gli strumenti musicali, oggetti simbolici, sepolture rituali… si era sempre detto che solo noi avevamo fatto questo, perché siamo speciali. Oggi si scopre che anche il Neanderthal era capace di questo, in mezzo a tutta una serie di altre specie umane di cui non abbiamo dati. In altre parole, è caduto un altro elemento del cosiddetto eccezionalismo umano. Noi siamo diversi da tutti gli altri umani oltre che da tutti gli animali ma non c’è nessun elemento di specialità o eccezionalità, e questo ci permette di capire ancora meglio la nostra diversità, ovvero che probabilmente homo sapiens era il più ambivalente di tutti. Ciò significa, da un lato, capace di creazioni artistiche straordinarie, non riscontrate in altre specie umane e oltretutto sistematiche  a partire da 45.000 anni fa; grande creatività quindi, non c’è alcun dubbio. Allo stesso tempo, dall’altro lato, è capace di grande invasività, grande prepotenza: quando arriviamo noi, in qualsiasi punto del globo, dopo un po’ gli altri umani spariscono; vediamo scene di caccia, cooperazione, capacità di sfruttare le risorse in modo nuovo e molto più invasivo; e poi, se lasciamo passare ancora qualche migliaio di anni ancora, homo sapiens arriva in Australia e nelle Americhe e si estinguono decine, centinaia di specie e di grandi mammiferi. Si vede dunque in azione una specie capace di grande cooperazione, con doti creative, belle e positive, ma anche di invasività, prepotenza, sfruttamento. Infondo quell’ambivalenza è ancora qui, sotto i nostri occhi, perché ancora oggi siamo capaci delle cose più meravigliose dal punto di vista dell’ingegno ma abbiamo completamente perso un senso di equilibrio con la natura. Da qui la crisi ambientale di cui soffriamo adesso ma di cui soffriranno soprattutto gli homo sapiens di due o tre generazioni successive alla nostra. Oggi emerge proprio che la nostra espansività, in senso anche buono perché ci ha dato grandi possibilità di progresso e benessere, sta mostrando la corda, nel senso che i limiti sono evidenti,  in termini di riscaldamento climatico, per non parlare delle stesse pandemie.

 

Entrando nel dettaglio del tempo dell’evoluzione umana, l’immagine della scimmia curva che diventa gradualmente un umano – tra l’altro sempre un maschio bianco – è un’immagine sempre in voga ma scientificamente fuorviante e nemmeno tanto corretta eticamente. Ci racconta perché?

Questo è uno di quegli esempi in cui noi sovrapponiamo filosoficamente a una spiegazione scientifica a delle categorie che sono molto radicate nella nostra mente. È stato dimostrato da tanti studi che noi abbiamo una mente che cerca di dare un senso a posteriori a quello che è successo, di renderlo lineare, e abbiamo una forte tentazione, molto consolatoria, a pensare che noi, che siamo adesso qui, ci voltiamo indietro e ricostruiamo un passato che guarda caso  giustifica il presente, cioè giustifica noi, la necessità della nostra presenza qui. Questa è un’operazione ideologica nel vero e proprio senso del termine, perché è una ideologia, contraddice il dettato della spiegazione scientifica evolutiva che invece dice qualcosa di molto diverso, ovvero che noi eravamo una delle tante possibilità di questo processo, non l’unica. Quell’immagine dello scimmione che diventa umana, poi, è sbagliata anche per un’altra ragione importante, perché dà l’impressione che l’evoluzione sia una sorta di catena con tanti anelli, come se ci sia stato un unico grande percorso lineare in cui le varie specie sono degli anelli, alcuni dei quali sono ancora mancanti. Questo è sbagliato perché l’evoluzione non è una scala, una catena di anelli appunto, ma un albero, o un cespuglio, quindi una metafora, ancora una volta, di diversificazione. Ciò significa ad esempio che quando c’eravamo noi, e fino a circa 50.000 anni fa, c’erano anche altre specie umane. Questo ancora una volta presenta sul piano filosofico un tema molto importante: pensiamo a quante riflessioni filosofiche si sono basate sull’assunto che noi fossimo gli unici umani e ci fosse un unico modo di essere umani; invece, scoprire che fino a poco tempo fa c’erano altri modi di essere umani diversi dal nostro vuol dire che ci sono stati letteralmente altri universi umani, altre emozioni, modi di pensare e di guardare il mondo, umani come il nostro ma diversi dal nostro. Questo è un grande messaggio di diversità radicale e se noi davvero capissimo che ci sono stati altri modi di essere umani, come i Neanderthal e così via, forse ci riconosceremmo anche più facilmente come homo sapiens, noi come un’unica grande popolazione umana non divisa in razze o etnie o altro, idee che hanno fatto molto male nel corso della storia.

 

Nel suo ruolo di filosofo della scienza è molto attento a evidenziare come la scienza tenda ad agevolare il passaggio dal piano riduzionistico delle sue spiegazioni al piano delle giustificazioni o addirittura delle prescrizioni. Ad esempio, ogni volta che sia possibile spiegare su basi biologiche l’esistenza di comportamenti moralmente sconvenienti tra gli esseri umani, la tendenza è quella di sostenere l’inevitabilità di tali atteggiamenti. Può spiegare perché è filosoficamente scorretto dedurre da leggi di natura dei criteri normativi e, anzi, dobbiamo diffidare da questi utilizzi della scienza?

Questo è un errore che è stato fatto tante volte, ovvero quello di passare da una spiegazione a una giustificazione. Qualche volta la biologia ti permette di contribuire a spiegare un comportamento umano, e allora quasi intuitivamente chi legge quella spiegazione sembra portato a pensare “beh, allora se è naturale è giusto”. L’errore, come già David Hume ci aveva insegnato, sta proprio lì: il passaggio dall’essere al dover essere è un grosso salto a proposito del quale dobbiamo stare molto bene attenti. È chiaro che i comportamenti umani, come quelli di ogni altro essere vivente, hanno anche una componente biologica, ma quella componente non solo non giustifica ma non è neanche sufficiente di per sé perché c’è anche la componente culturale, quella storica e quella individuale, quindi la complessità della spiegazione è di molti ordini di grandezza sopra quello che dipende da un gene e da una caratteristica meramente biologica. Aggiungo che proprio quell’ambivalenza di cui parlavo prima spiega in fondo questa distinzione, perché se tu scopri che il retaggio evolutivo che ti porti dietro dai tuoi antenati è un retaggio di radicale ambivalenza, significa che tu per natura puoi fare allo stesso tempo le cose più belle e le cose più orribili; cioè se il nostro retaggio è così ambivalente significa che poi il fatto di scegliere un comportamento giusto o sbagliato non lo devi imputare a quella data natura, a quella data biologia, ma ad una scelta culturalmente motivata, personalmente motivata, cioè dalla tua storia personale, non dalla natura. Perché la natura ti rende ambivalente, poi la scelta è legata ad altri fattori appunto culturali e individuali. Chiederci dunque se siamo buoni o cattivi per natura è una domanda priva di senso: siamo buoni e cattivi per natura, dobbiamo piuttosto riflettere sulle ragioni che ci fanno comportare in un determinato modo. La natura, di base, ti dà la possibilità di comportarti in un modo e nell’altro.

 

Se per assurdo l’evoluzione incarnasse i panni di una maestra e la filosofia quelli di una discepola, su quali insegnamenti cruciali la prima incalzerebbe la seconda? 

La natura, secondo me, chiederebbe al filosofo o alla filosofa di ripensare un umanesimo più ecologico, meno centrato sulla solitudine e l’eccezionalità umana e più sull’umano come un divenire, che in fondo era già presente agli inizi dell’umanesimo; Pico della Mirandola e molti avevano questa visione dell’umano come un divenire anche contrastato e problematico. Bisogna tornare a quell’umanesimo perché è quello che ti fa capire che dobbiamo ricostruire un’alleanza con la natura, che non c’è più nessuna contraddizione che abbia senso tra antropocentrismo ed ecocentrismo. Nelle vesti di discepola, penso che la filosofia debba ascoltare di più la natura perché secondo me, ancora oggi, ci sono tante tendenze filosofiche e, appunto, la complessità è un esempio virtuoso da questo punto di vista, che ha saputo dialogare con la scienza. Altre tendenze, invece, vedono ancora un po’ con sospetto la scienza, la confondono con lo scientismo o con la dimensione tecnica. Questo è un peccato perché, invece, la scienza è piena di spunti filosofici ma soprattutto ha bisogno di filosofia, non la si può lasciar andare per conto suo. Bisogna che quelle due comunità si parlino molto di più, anche perché la loro radice è comune.

 

Pamela Boldrin

 

[Fotografia fornita dall’autore]

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Medicina e filosofia nella cura del corpo: intervista a Maria Teresa Russo

La bioetica è una delle applicazioni pratiche della filosofia più note. Il corpo e la sua salute e dignità sono al centro di questa disciplina al fine di evitare, nella pratica medica, la visione del corpo come di un mero oggetto. Ne abbiamo parlato con Maria Teresa Russo, professore associato di Filosofia Morale e Bioetica presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. Dirige la rivista MEDIC. Metodologia didattica e innovazione clinica, che si propone come uno spazio di dialogo tra scienze umane, tecnica e scienze biomediche. La prima parte dell’intervista si trova pubblicata nella nostra rivista La chiave di Sophia #12 – Sentieri del corpo.

 

Platone ha inaugurato l’idea del corpo come luogo delle dicotomie. Forse voleva semplicemente dare voce all’antitesi che la dimensione della materia corporea, per sua natura finita, crea quando si confronta con l’anima, o comunque si voglia denotare quell’altra dimensione, immateriale e protesa verso l’infinito, insofferente ai dettami della materialità. Attraverso più di due millenni di rimaneggiamenti, ci scopriamo ancora oggi intenti a gestire la pesante eredità lasciataci da Platone. A suo parere a che punto ci troviamo?

Non parlerei di “pesante eredità” in riferimento al pensiero platonico, al quale va il merito di aver tematizzato la grandezza della psyché, dell’anima, la dimensione immateriale e quindi immortale dell’uomo, che gli consente di pensare le Idee eterne e che richiede una cura ben più attenta di quella rivolta alle cose materiali. Certamente il dualismo platonico, anche per influenza dell’orfismo, ha svalutato il corporeo e lo ha reso una dimensione accidentale dell’uomo; questa posizione avrà poi un lungo seguito nella storia del pensiero. La ritroviamo, con le debite variazioni, nel dualismo cartesiano, ma oggi vedo più diffusa una tendenza materialista che, anche per l’influenza delle neuroscienze, rischia arbitrariamente di ridurre le operazioni dell’anima a meccanismi cerebrali, come il fisicalismo dell’homme neuronal di Changeux. Francis Crick pretendeva addirittura di aver individuato la sede cerebrale del libero arbitrio “nel solco cingolato anteriore, accanto all’area 24 di Brodmann, in area corticale frontale, o comunque nelle sue vicinanze”! 

 

Ci sono, secondo lei, importanti differenze tra Occidente e Oriente nel decorso che ha avuto la storia della dicotomia corpo-mente e corpo-mondo?

L’espressione “corpo-mente” è squisitamente moderna e ha la sua origine soprattutto a partire dall’ambito anglosassone. Fino alla modernità si parlava della coppia corpo-anima o corpo-spirito, espressione quest’ultima che comunque si conserva anche in filosofi contemporanei, come Bergson, visto che il sottotitolo di Matière et Mémoire (opera del 1896) è Essai sur la relation du corps à l’esprit. Mind o mente segna lo slittamento dall’orizzonte metafisico a quello gnoseologico: non è neppure la res cogitans cartesiana, perché non è una res, ma l’insieme delle sue funzioni. Detto questo, la differenza radicale è tra civiltà permeate dal pensiero ebraico-cristiano e civiltà dove questo è rimasto marginale o del tutto assente. Nelle prime troviamo la valorizzazione del corporeo e di tutto ciò che vi si riferisce. La teologia della creazione con la nozione dell’uomo come “immagine di Dio”, ma soprattutto la religione dell’Incarnazione, hanno apportato una novità rivoluzionaria in merito al valore del corpo. Ne è un esempio il dogma della resurrezione, in corpo e anima, che tanto scandalizzò gli Ateniesi quando Paolo di Tarso parlò all’Areopago. Pensiamo all’importanza del secondo concilio di Nicea, del 787, che pose fine alla lotta iconoclasta, decretando che si poteva rappresentare Dio in immagini, visto che si era reso visibile in un corpo.

 

Il prof. Umberto Galimberti sostiene che la medicina, che nasce come scienza dei cadaveri, necessita di oggettivare, sezionare, ridurre e astrarre per focalizzarsi sulla condizione degli organi malati, perdendo, per forza di cose, il malato come intero e come persona sofferente. Secondo lei è qualcosa di inevitabile o la cultura medica potrebbe essere differente?

Si tratta della nota tesi espressa da Foucault in Nascita della clinica (1963), secondo cui la medicina si caratterizza per la considerazione della vita a partire dalla morte, dato che i suoi progressi si devono allo sviluppo dell’anatomia, ossia alla dissezione e studio dei cadaveri. Visto che in tempi recenti si è rimproverato allo scomparso filosofo francese un uso fin troppo disinvolto delle fonti, forse si potrebbe avanzare qualche riserva a questa tesi, anche riflettendo sul fatto che il grande balzo in avanti della medicina è soprattutto merito della biologia, scienza dei viventi, per l’appunto. Ad ogni modo, è innegabile il rischio che la medicina da arte della cura si possa trasformare in tecnica delle cure, considerate in ottica “tayloristica”, ossia da catena di montaggio. Oggi però assistiamo a un grande movimento di reazione a questa tendenza, che propone un’umanizzazione della medicina, anche attraverso l’introduzione della narrativa nella relazione terapeutica e delle Medical Humanities nella preparazione del personale sanitario.

 

Oggi la tecnica applicata alla medicina è diventata occasione di ulteriori conflitti tra corpi e idee. Le ragioni di un desiderio che si strugge per cessare la vita in un corpo che non funziona più, o piuttosto per procrastinarne la vita, oppure la presenza pressioni al potenziamento indefinito della longevità (dei più abbienti) o alla manipolazione delle caratteristiche dei nascituri, sono tra gli argomenti più scottanti che la bioetica si trova a trattare. A suo parere, la bioetica riceve da parte delle istituzioni e della società l’attenzione che merita o dobbiamo promuovere maggiore considerazione riguardo le sue pratiche?

Nata per rispondere a un problema, la bioetica sembra essere divenuta essa stessa un problema, fonte più di conflitti che di pacificazioni, perché risente dell’eclissi di un éthos condiviso. Quindi la figura del bioeticista si vede assegnati alternativamente due ruoli: il primo, negativo e censorio, di chi intende “mettere paletti” all’avanzata della scienza, un ruolo di guastafeste del progresso che non può senz’altro attirargli delle simpatie. Il secondo è quello giustificazionista, di chi elargisce assoluzioni e distribuisce lasciapassare alle nuove frontiere della scienza, attirandosi il consenso dei più. Si sente quindi la necessità di una metabioetica, ossia di una riflessione critica della bioetica su sé stessa. Non può costituirsi come una disciplina di “pronto intervento”, che si convoca a cose fatte, per correggere o approvare. Deve invece precedere e accompagnare la ricerca scientifica, proporsi come un’etica del ricercatore o del medico, piuttosto che come un giudizio critico sulla frontiera già raggiunta o sul prodotto della ricerca. Il suo compito è fornire un orientamento perché la scienza biomedica si diriga sempre verso la costruzione di un mondo più umano. Ma per farlo ha bisogno di mantenere vivo l’interrogativo sull’uomo e sulla dignità della sua vita: si è umani dal concepimento alla morte, senza se e senza ma.

 

Pamela Boldrin

 

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Il Brasile e le sue “Isole di resistenza”. Intervista a Chiara Tedeschi Hebling

Chiara Tedeschi Hebling è una giovane fotografa girovaga italiana che, da qualche anno, ha trovato la sua casa in Brasile. Nel suo libro Il mio Brasile. Isole di resistenza edito da Nodo Edizioni ci racconta, attraverso il suo diario di parole e di fotografie, bellezza, mistero e contraddizioni di un grande Paese. L’abbiamo intervistata per provare ad entrare un po’ nel suo mondo e per aprirci un po’ alla conoscenza di una nazione dalle molte facce, ultimamente al centro dell’attenzione a causa del Coronavirus. Colgo l’occasione per rivolgere un pensiero ai brasiliani e alle grandi difficoltà che in questo periodo stanno affrontando; tutti loro naturalmente, ma soprattutto coloro che lottano, da sempre, per la salvaguardia non solo di loro stessi ma anche della propria identità.

 

Ciao Chiara, raccontaci un po’! Che cosa ha di speciale per te la fotografia? Quando e come ti sei avvicinata a quest’arte?

Ciao Giorgia, provando a sintetizzare, la fotografia è la mia personale forma di linguaggio, il canale attraverso il quale sento il mondo e ne faccio esperienza.
Fotoamatori sia mio padre che mio zio, la macchina fotografica è sempre stato un oggetto familiare in casa, tanto che inizio a scattare sin dall’età di otto-nove anni. Spinta da un’innata curiosità e sempre alla ricerca di punti di vista diversi, da dietro la lente trovo risposta a una mia esigenza comunicativa fortissima, scoprendola ben presto anche come un potente mezzo di introspezione. Posso infatti serenamente affermare che, negli anni, la fotografia è diventata la mia personale forma di psicoanalisi, offrendomi la possibilità di rielaborare il mio mondo interiore attraverso la ricostruzione del mondo esteriore.

 

Una caratteristica che dici di sentire propria è quella del viaggio, e lo testimoni anche attraverso le tue fotografie. Non a caso hai potuto toccare con mano diversi ambienti, Paesi e culture, oltre naturalmente a quella brasiliana che hai avuto modo di approfondire. Il tema dell’alterità ricorre spesso nella filosofia del secolo scorso e le parole di pensatori come Derrida, Ricoeur e Lévinas meritano di essere riscoperte in una civiltà sempre più globalizzata. Pensi che questo modello di vita globalizzato abbia veramente accorciato la distanza con l’Altro da noi?

Il viaggio è la mia “filosofia di vita”. Mi sono sempre vista non come singolo individuo, ma come parte di un tutto più ampio, globale se vogliamo, una cittadina del mondo.
Dal mio punto di vista esiste una globalizzazione in potenza e una in atto. La prima è la versione idealizzata della libera circolazione delle idee, del superamento dei nazionalismi e della pace condivisa, quella che poi si è tradotta in una strategia per far circolare il più possibile il denaro.
In questo senso, in una società in cui l’essere umano ha peso principalmente in quanto possibile consumatore, non posso che risponderti che no, non solo la globalizzazione non ha accorciato nessuna distanza, ma anzi, ha aumentato il divario tra le classi sociali, tra chi ha il denaro da far circolare e chi, da questi circoli, è escluso.

 

Nella tua vita in Brasile hai potuto sperimentare uno stile di vita molto diverso da quello occidentale attuale. Penso alla tua esperienza a Roseli Nunes, un luogo dove si vive (direi) della terra e con la terra. Perché a tuo parere ci sembra così difficile pensare che non esistano modi di vivere “altri” che siano validi quanto o magari anche più del nostro? Penso anche a quanto successo durante questa quarantena e la smania che abbiamo avuto di tornare “alla vita di prima”.

Il sistema economico capitalistico odierno si basa sulla precarietà, sull’instabilità e sulla flessibilità, sulla filosofia dell’usa e getta. È un sistema in cui il cittadino globale sembra trovare unica consolazione nel piacere del consumo, la caratteristica marcante dell’edonismo neolaico, come lo definiva Pasolini.
È una gabbia dorata quella che imprigiona l’uomo, schiavo di un sistema che lo induce, attraverso la pubblicità, a desiderare cose di cui non ha bisogno e che paga con denaro che non possiede, al reale scopo del controllo totali sui suoi bisogni.
C’è una frase di Silvano Agosti, regista, scrittore e saggista italiano, che dipinge molto bene questa condizione: “Uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché se no anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire.”

 

Il Brasile è una terra profonda e ricca di valore dove alcune comunità resistono alla forza livellatrice del capitalismo di stampo occidentale. Avendo conosciuto diversi contesti di questa grande nazione, dal Movimento dei Sem Terra agli Indiani Pataxò, ma anche le grandi città, pensi che sia possibile un equilibrio che permetta la sopravvivenza di culture e comunità estranee al modello di progresso imperante?

A dire il vero le realtà con cui sono entrata in contatto non sono totalmente estranee al modello economico occidentale, anzi, da tempo si adoperano per una coesistenza virtuosa fondata sulla conoscenza e sul rispetto tra più possibili sistemi. Proprio in questo vedevo la loro forza e purezza: un’interazione con il “moderno” allo scopo di una sana e collaborativa convivenza.
Uso il passato perché purtroppo con l’elezione nel 2018 di Jair Bolsonaro a Presidente della Repubblica, esponente di une delle destre più grette e di stampo fascista e miliziano, sono venuti a mancare i minimi requisiti per mantenere questa resistenza pacifica e democratica: ad essere minacciati non sono soltanto i diritti di comunità, ma sempre più spesso la loro stessa sopravvivenza.

 

Anche se a prima vista può sembrare una domanda scontata, pensi che la fotografia sia in grado di dar giusta voce a tutto questo? Ti aspetti o auspichi che le tue fotografie abbiano anche un ruolo sociale e culturale da assolvere?

Certo, credo che anche la fotografia, come tutte le forme d’arte e come linguaggio, sempre comunichi e si faccia portatrice di un messaggio, a maggior ragione in un’epoca in cui l’immagine ha una valenza così rilevante (a volte anche smodata) come quella in cui viviamo.
Accetto in forma generale la definizione di fotografia sociale, come una forma di racconto-denuncia di storie ai margini, di forte impatto sociale appunto, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica in un tentativo di migliorare le situazioni.
Paul Ricœur, che prima citavi, diceva: «Raccontiamo delle storie perché […] le vite umane hanno bisogno e meritano d’essere raccontate».
Ecco quello che sento di dover fare: raccontare vite.

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Nel tuo libro Il mio Brasile. Isole di resistenza (Nodo Edizioni 2019) racconti il tuo incontro con Dona Jaçanã, un’anziana saggia incontrata in una riserva dei Pataxó. Una sua frase ti rimane impressa: “Siamo solo un semino di zucca nelle mani di Tupã”. Nello spiegarci questa affermazione, vuoi dirci se condividi questa visione del mondo? Sei più per il determinismo o per il fatalismo?

La conoscenza di Dona Jaçanã, la sciamana dell’Aldeia, è una di quelle tappe che marcano a vita. In un momento delicato della mia permanenza a Bahia, ho parlato con lei di Natura, Amore, di storia e tradizione, così come di alcune forze che non possiamo capire con la parte razionale della nostra mente.
Nella lingua Tupi-guarani, Tupã è il dio che controlla il tempo, il clima e i venti e con quella chiosa è come se Dona Jaçanã abbia voluto ricordarmi e che bisogna lasciar andare le cose che non possiamo controllare, regalandomi in quel momento un benefico senso di leggerezza.
Avendo viaggiato anche in Oriente, ho creato negli anni una personale miscellanea di stili di vita e attitudini. Credo in un corredo biologico di predisposizioni che ci vengono forniti alla nascita (che nel Buddismo viene identificato con karma), sulla base del quale però possiamo intervenire, determinando il nostro cammino, secondo la legge di causa-effetto.

 

Per noi la filosofia vive nella quotidianità di tutte le persone e per questo tutte le nostre attività si rivolgono alla sua “smitizzazione” di materia astratta, inutile ed elitaria. Per te che cos’è la filosofia?

Amore per la sapienza è il suo significato letterale, che nella vita di tutti i giorni io sento di declinare in infinite accezioni, come amore per la ricerca di punti di vista differenti, curiosità verso l’Altro, come pure introspezione. Da non filosofa, la intendo come una ricerca nel quotidiano sul mio modo di vita, il pormi domande continue sulla direzione dei miei passi, su cosa sia bene per me stessa e per il prossimo.
Una citazione di Aristotele mi segue dai tempi del Liceo: «Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui», rimarcando come appunto sia una necessità vitale dell’uomo nella quotidianità di tutte le cose.

 

Giorgia Favero

 

[Tutte le immagini sono di proprietà di Chiara Tedeschi Hebling]

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Vita, musica e filosofia: intervista a Paola Maugeri

In una soleggiata mattina d’inverno, con il suo penultimo libro Rock and resilienza (Mondadori 2017) sul comodino, telefono a Paola Maugeri per mettere in luce la filosofia di questo binomio. Probabilmente nessuno meglio di lei, che è giornalista, cantante, esperta musicale e “essere umano di professione”, può raccontare queste storie. Magari molti di voi le ascoltano già ogni mattina dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 11 nel suo programma su Virgin Radio Paola is virgin, o magari seguite il suo podcast PM’s confidential. Nella prima parte di questa intervista, che potete leggere nella nostra rivista La chiave di Sophia N. 11 – Vivere il dolore, ci siamo addentrate molto in queste storie, da Bono Vox a Patty Smith fino a John Lennon, proprio per indagare la radice rock del termine resilienza, che Paola definisce «un invito a trasformare le battute d’arresto in trampolini di lancio, in una serie di possibilità».

Qui prosegue la nostra chiacchierata, interrotta di tanto in tanto dall’irruenza del suo cagnolino di nome Tofu. Cosa che mi permette di spostare la nostra conversazione su altre tematiche.

 

Ho sempre seguito con ammirazione il tuo attivismo nei confronti dell’ambiente e degli animali. Da 22 anni hai scelto uno stile di vita vegano, e tempo fa hai deciso di trascorrere un anno della tua vita a impatto zero; da molto proponi uno stile di vita consapevole e attento alle tematiche ecologiche e animaliste. Al di là delle motivazioni che concernono il benessere e la dignità animale, sembrerebbe stia via via cadendo il grande tabù sul consumo di carne e derivati, che viene sempre più spesso presentato per quello che è, ovvero il principale problema ambientale del nostro pianeta. Come si possono avvicinare al meglio le persone a questi temi?

Noi stessi vegani siamo il limite alla diffusione di questo stile di vita perché laddove non portiamo inclusione, accoglienza, braccia aperte e sorrisi, invitiamo le persone ad allontanarsi. Mi dispiace moltissimo che ci sia una frangia estremista nel gruppo perché solo mio figlio e pochi altri bambini sono vegani di prima generazione e quindi sono cresciuti così, ma tutti noi che siamo adulti no, siamo cresciuti a carne e polpette. È evidente quindi che ci vuole del tempo per arrivare a una certa consapevolezza, come è successo a me, a te, e a tutti noi altri. Se le persone a questa consapevolezza non ci sono arrivate di certo non ci arrivano con gli insulti: l’essere umano cambia nel momento in cui si sente accolto. Noi dobbiamo diventare un esempio piacevole perché facciamo la nostra scelta con amore: solo così possiamo indurre gli altri ad avvicinarsi e a chiedere. Mi dispiace se questa gentilezza che usiamo nei confronti del pianeta e degli animali poi non la usiamo nei confronti del nostro prossimo: sarebbe una grandissima contraddizione in termini. Con la nostra gentilezza e bellezza, intesa come stato d’animo, possiamo essere l’esempio migliore: se sto bene fisicamente, se il mio pensiero è acuto, se le mie riflessioni sono intelligenti, se ho un aspetto sereno… tutte queste sono forme di pubblicità indirette che però funzionano maggiormente, perché tutti abbiamo voglia di stare bene ed essere felici. Senza dimenticare che il nostro amore per gli animali si riflette anche nell’amore per gli animali umani costretti a fare un lavoro riprorevole come quello dentro i macelli. In America sono proprio gli ultimi, quelli senza permessi di soggiorno, quelli che non hanno altra scelta se si trovano a fare un lavoro del genere, che ha anche pesanti ricadute a livello psicologico.

 

C’è questa bellissima frase attribuita a Gandhi: «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo». Cerco di ricordarmela sempre per essere io più gentile quando mi accorgo di pretendere la gentilezza dagli altri – e non perché la voglio per me, questa gentilezza, ma nei confronti del prossimo, animale, animale umano o vegetale che sia. E a proposito di Gandhi, oggi ti troviamo qui di ritorno da un viaggio in India per girare un documentario sul buddhismo tibetano. Dal 1997 infatti sei praticante buddhista, per cui ti chiedo: che cosa hai trovato in questa religione-filosofia che sentivi mancare nella tua educazione e nel tuo modo di pensare e di vivere?

Nel momento in cui sentiamo una mancanza ne andiamo alla ricerca. Io sono buddhista dal 1997, lo confermo, e sono molto soddisfatta di questa mia scelta: continua a darmi tanto, continuo a capire tanto… la sento affine a me. Ciò di cui ero alla ricerca non era di una religione ma della religiosità, che sono cose diverse: non ho bisogno di dogmi ma di cura, gentilezza, attenzione, tensione all’essere umano. Più che altro ho bisogno di esperienze, di esempi, e l’esperienza di vita del Buddha per esempio la trovo interessante, l’ho sentito vicino a me. Ha un sorriso accogliente, che deriva da uno stato contemplativo come il silenzio… sono insegnamenti preziosi. Sono certa che gli insegnamenti di Gesù siano esattamente tanto rivoluzionari come quelli del Buddha, ma per una serie di circostanze nella mia vita quelli non li ho approfonditi. Mi piace la gentilezza e la tranquillità dei monaci buddhisti, il loro sorriso.

 

Dal momento che mi parli di religiosità, una cosa che abbiamo rilevato noi con il nostro progetto de La chiave di Sophia (con la rivista online, con le nostre ricerche per i numeri cartacei, con gli eventi che facciamo sul territorio) è che in realtà, contrariamente a quanto possa sembrare, c’è una certa fame di profondità, di ricerca di senso. Credi che ci sia speranza o siamo condannati a sprofondare sempre di più nel superficiale?

Purtroppo siamo tutti vittime della banalità, della superficialità e di tanti luoghi comuni che non fanno che rinchiudere e restringere piuttosto che aprire e fare espandere. È un problema che ha per esempio il rock, il quale, esattamente come la filosofia e molti altri significati nella nostra vita, si è lasciato imprigionare da questo trinomio sesso droga e rock’n’roll e quindi il rock è la musica del diavolo, degli sballati o di quelli vestiti di nero, proprio come la filosofia è una cosa pallosa e vecchia che non c’entra più niente con la quotidianità. Se si va a conoscere la storia dei grandi musicisti rock, come cerco di fare io, si scoprono persone che hanno veramente cercato un modo di stare al mondo esprimendosi con la musica. L’invito è semplicemente quello di non guardare le cose con la costante superficialità che ormai contraddistingue il nostro tempo, per cui a me piace dire “In un mondo superficiale voglio essere la discepola della profondità”: tutto ciò che è profondità o studio o approfondimento è la mia passione e lo sarà sempre di più. Anche perché mio padre mi ha insegnato che abbiamo due orecchie e una bocca, che è una parte fondamentale di Rock And Resilienza e anche dello spettacolo teatrale.

 

Concludiamo con una domanda che poniamo sempre ai nostri intervistati: che cos’è per te la filosofia?

Come recita Lou Marinoff, autore di Platone è meglio del Prozac, probabilmente nella vita avrei voluto fare la filosofa, perché pur non avendo studiato filosofia sono appassionata dell’essere umano. Lo studio dell’essere umano e di come funziona, pensa, esiste, lo trovo talmente: se la filosofia avvicina a questo penso che tutti dovremmo essere dei filosofi. Però per me anche vivere con attenzione, con cura, in maniera salda e morale fa di te un filosofo, perché se ami la sapienza ami l’attenzione, non il pressappochismo. O forse ami anche il pressappochismo perché l’essere umano sa essere alto e basso, intelligente e banale… in fondo anche per questo amo l’India perché è un posto che può essere bestiale (ed è un termine non approssimativo), ma anche estremamente saggio.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook]

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La comunicazione che cambia e con essa i concetti: due parole con Giulio Azzolini

Partendo della sua pubblicazione La metamorfosi delle oligarchie nell’era globale (Laterza 2017), Giulio Azzolini, professore di filosofia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ci invita a riflettere su temi di carattere storico-politico molto rilevanti nella nostra epoca. Con un occhio di riguardo al fenomeno della globalizzazione, nonché del mutamento nella prassi comunicativa, Azzolini cerca di indagare la genealogia di concetti come élite, oligarchia, leadership, opinione pubblica e democrazia rappresentativa.

Il Professore nel corso dei suoi lunghi studi si è focalizzato soprattutto sulla teoria del sistema mondo, che cercherà nell’intervista di approfondire; sul pensiero politico italiano tra il XIX e XX secolo; sulla globalizzazione e sulla democrazia nel XX secolo. Nulla di più semplice e per questo di alto interesse, considerando la crisi che negli ultimi anni ha investito le maggiori democrazie e i loro sistemi di rappresentanza.

 

Nella sua opera Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale lei sostiene come negli ultimi anni nel dibattito politico contemporaneo si faccia sempre più confusione nel determinare la classe dirigente. La politica, come l’opinione pubblica, confondono i termini categoriali, banalizzando la funzione che esse svolgono. Per quali motivi si è arrivati a questo punto?

Certo non si può pretendere dalla comunicazione di massa il rigore dell’accademia. Ma spesso sono gli stessi studiosi a non andare per il sottile quando si tratta di nominare il potere, impiegando come sinonimi termini che invece dovrebbero tenersi distinti, come ad esempio classe dirigente ed élite. Tuttavia, se oggi il grado di confusione terminologica è cresciuto, a mio avviso, ciò dipende anche dall’effettiva metamorfosi delle realtà di potere che quelle categorie intendevano descrivere.

Riprendendo il discorso dell’ex amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne, in occasione del conferimento della Laurea magistrale honoris causa in Ingegneria gestionale conferita dal Politecnico di Torino nel 2007, Marchionne disse «La realtà di oggi richiede che il concetto di leadership venga ricalibrato. La leadership non è solo questione di processi e di misure; la leadership è una vocazione nobile che arricchisce la vita delle persone. E quello che molti trascurano è che la leadership è privilegio. Le organizzazioni create negli ultimi duecento anni sono state il prodotto di questo: senza regole le persone reagiscono in modo irresponsabile e il miglior metodo di organizzare è ideare semplici lavori in meccanismi complessi. La prima distrugge la fiducia, la seconda ruba la percezione personale. Ciò non è leadership e la percentuale che il futuro sia come il passato è nulla». In riferimento ai suoi studi sulla teoria dell’élite possiamo ritenere questo discorso affidabile?

Il sostantivo leadership deriva dal verbo inglese to lead, che significa guidare. Che alcuni guidino e altri siano guidati è un fatto e, come tale, non va né esaltato né demonizzato. Max Weber, nelle prime pagine del suo saggio su La politica come professione (1919), definisce la politica proprio come «attività direttiva autonoma». Io ho l’impressione che, anche per effetto dei processi di globalizzazione, le leadership politiche attuali risultino sempre più fragili. Sono aumentati coloro che aspirano a guidare, e d’altra parte si è fortemente ridotta la disponibilità a essere guidati.

Ritornando al suo saggio, lei rapporta élite e globalizzazione. Ne parla come due fattori interconnessi, affinché l’uno senza l’altro possano avere possibilità di sopravvivenza pari a zero. La differenza è che l’élite c’è sempre stata, mentre la logica globale è un fenomeno recente quanto destabilizzante. Come è possibile metterle in condizione di una comunicazione e interscambio efficiente, sapendo del ruolo decisivo e avverso allo stesso tempo dell’opinione pubblica?

In un certo senso, dai tempi di Cristoforo Colombo in avanti, la modernità è fin dall’inizio una storia di globalizzazione. Io ho cercato di comprendere come la globalizzazione degli ultimi quarant’anni abbia trasformato le oligarchie. Ho concluso che l’idea di classe dirigente non indica più l’identità collettiva di oligarchie pubbliche e private. Quanto al concetto di élite, ben consapevole che la mia è una difesa delle cause perse, ritengo che quel concetto, se riscoperto come indicatore di una vocazione a migliorare la qualità della rappresentanza, rimane necessario, ancorché naturalmente non sufficiente, per pensare la politica contemporanea in un’ottica democratica e realistica.

Professore, i suoi studi comprendono principalmente il pensiero politico italiano tra il XIX e XX secolo, teorie della globalizzazione, riflessioni critiche contemporanee e l’analisi dei sistemi-mondo. Quest’ultima ha attirato la nostra attenzione. Lei la definisce più che una analisi dei sistemi-mondo, «approccio dei sistemi-mondo». Ci vuole dire qualcosa in più sull’argomento?

L’analisi dei sistemi-mondo non è una dottrina univoca. I suoi principali interpreti – Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Ander Gunder Frank – condividono però un approccio di fondo: guardano alle dinamiche dell’economia-mondo capitalistica in relazione alle logiche di un sistema sociale funzionalmente gerarchizzato. Il risultato, a mio parere, è una delle più penetranti letture della modernità offerte dalle recenti teorie di ispirazione marxista.

Parlando invece di democrazia, è innegabile che negli ultimi anni l’intero sistema democratico rappresentativo, che tanto ha dato all’Europa e al mondo, sia entrato in crisi. Molti intellettuali e politici di diversa estrazione hanno cercato di individuarne le cause e i prossimi effetti. Lei che idea si è fatto di questo? Ritiene che una delle cause principali possa essere identificata nella crisi finanziaria e successivamente economica del 2008?

La cosiddetta crisi della democrazia rappresentativa assume forme diverse a seconda dei tempi e dei paesi: a volte il populismo, altre il sovranismo, altre ancora regimi schiettamente illiberali. In generale si può dire che, in Europa, essa derivi da una complessa molteplicità di fattori, tra i quali: l’aumento delle disuguaglianze; la crescita non governata dei flussi migratori; l’invecchiamento della popolazione; l’irruzione di Internet; la progressiva burocratizzazione e oligarchizzazione dei partiti politici e in generale degli corpi di rappresentanza; il declino delle culture politiche tradizionali; lo scivolamento del potere decisionale dall’arena nazionale a organismi sovranazionali, recepiti come distanti e opachi.

Anche Platone affrontò il tema della democrazia nella sua opera politica principale La Repubblica, usando parole molto dure e considerandola una forma degenerata della politica. Si oppose là dove nacque – nella polis – definendola «quando i poveri, usciti vincitori del conflitto, uccidono alcuni degli avversari, altri ne esiliano, e a chi resta distribuiscono in modo egualitario l’accesso della cittadinanza e alle cariche di potere; queste sono per lo più assegnate per sorteggio». È realmente così?

La storia della democrazia è lunga e complicata. Nell’Atene classica, il termine indica per lo più il potere immediato, violento, esercitato dalla massa rancorosa dei non abbienti. Non bisogna quindi dimenticare come per secoli la democrazia sia stata considerata la forma di governo peggiore. Nell’epoca moderna la democrazia diventa rappresentativa e conosce un progressivo allargamento del suffragio elettorale. Oggi, dopo la crisi dei socialismi, dei comunismi, dei liberalismi, la democrazia indica un valore quasi universalmente riconosciuto, malgrado troppo spesso calpestato nei fatti.

Hannah Arendt sostiene che l’agire è la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini, e corrisponde alla condizione umana della pluralità, «al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo»; la pluralità è la condizione preliminare di ogni vita politica ed è «il presupposto dell’azione umana perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà». Quindi possiamo dire che l’azione politica è l’attività specificamente umana, il luogo dell’esistenza autentica dove all’uomo è dato di realizzarsi come uomo e che scaturisce dalla libertà come potere di intraprendere qualcosa di nuovo. Ritiene che tale visione possa essere oggi recuperata?

La politica ha certamente a che fare con la pluralità e con la capacità di innovazione, ed entrambi questi aspetti sono importanti per intendere l’esperienza umana. Ma non bisogna scordare che la politica implica insieme il conflitto per il potere, la ricerca dell’utile e della gloria, la paura dell’avversario, dinamiche di potenza e corruzione. Arendt presenta una visione a tratti edulcorata, oltre che destoricizzata.

Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta, il motore di ogni nostra azione e quindi di ogni professione, essendo riflessione e ricerca di senso. Che cos’è per lei Filosofia?

Da parte mia, cerco per lo più di affrontare, con metodo storico-critico, questioni che riguardano sia l’orientamento della prassi sia la comprensione della realtà.

 

Simone Pederzolli

 

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La Filosofia degli anni ’80: intervista a Tommaso Ariemma

In occasione della sua ultima pubblicazione Filosofia degli anni ’80 (Melangolo, 2019), Tommaso Ariemma professore di liceo ci invita a riconsiderare il decennio spesso definito “senza pensiero” e “frivolo”. Il metodo non è cambiato: la filosofia e l’insegnamento possono andare sempre più a braccetto nel nome di una pedagogia “pop”. Divulgazione e pensiero non appaiono così distanti, quando con pensiero critico e contemporaneità si cerca di introdurre i maggiori filosofi e le loro idee rivoluzionarie. 

Tommaso Ariemma, già intervistato dal mio collega Giacomo dall’Ava in occasione del volume La filosofia spiegata con le serie tv pubblicato da Mondadori, nonché ospite a Treviso in compagnia di Simone Regazzoni al nostro evento “Pop Filosofia”, cerca con coinvolgimento e immediatezza di esporre idee filosofiche a volte difficili per un pubblico neofita. L’intercomunicazione tra filosofia e cinema occupa una posizione privilegiata e punto d’unione tra grande pubblico e cultura.
In attesa del suo prossimo libro, vi offriamo questo piccolo spaccato di vita quotidiana fatto di incroci, forse, inaspettati ma oggi più chiari che mai. 

 

Professore, in seguito alla pubblicazione nel 2017 del volume La filosofia spiegata con le serie tv pubblicato da Mondadori, cercò con ritrovato interesse di scovare opportune alternative all’insegnamento. Il risultato lo possiamo scrutare nel suo nuovo lavoro Filosofia degli anni ‘80 pubblicato dal Melangolo (2019). È cambiato qualcosa in questi due anni? 

In questi ultimi anni ho cercato di spingere ancora più lontano il progetto di una pedagogia “pop”, scandagliando il più possibile l’immaginario in cui sia i docenti, sia gli studenti sono immersi, e grazie al quale tutti più o meno pensiamo. L’idea di fondo – è strano sentirlo da un filosofo “pop” –  si ispira a una delle tesi più controverse del pensatore medievale Averroé. Secondo quest’ultimo l’intelletto è unico e tutti pensano “connettendosi” a questo intelletto. Basta sostituire “intelletto unico” con “immaginario” ed ecco il principio guida che sta alla base dell’indagine sulle serie tv, prima, e sull’immaginario degli anni 80, dopo.

 

Perché ha sentito l’esigenza di riflettere e scrivere sugli anni Ottanta e qual è l’elemento che l’ha spinta a concentrarsi su questa decade? In che clima culturale ci proietta l’opera?

Proprio “ascoltando” la melodia comune che molte serie tv cult stavano producendo, ho notato che l’immaginario degli anni ‘80 e le categorie storiche alla base della decade emergevano in una misura non semplicemente nostalgica, ma quasi come un vero e proprio imperativo: ricorda! Serie tv come Stranger Things, Dark, Black Mirror e la più recente, di grande successo, Chernobyl indicano questa decade come un punto di origine che non è stato adeguatamente pensato, alla base di tutto quello che ci circonda. Negli anni ’80 – gli anni che in tanti hanno considerato frivoli, se non proprio inutili, e “senza pensiero” – è celato il segreto per affrontare il presente e l’avvenire, perché molte delle categorie fondamentali come quella dell’identità, del mondo, del tempo, vengono ripensate in modo radicale.

 

Partendo da un passo del primo capitolo La morale del giocattolo, relativo alla sua ultima pubblicazione si legge «Gli anni Ottanta sono stati l’incarnazione del Bene sotto forma di merce. Un Bene, tuttavia, separato da qualsiasi forma di verità. Questo “Bene” poteva mentire, e anche molto. Perché il suo unico scopo era fare stare bene. Levi’s, Invicta, Swatch, Nike e tanti altri non erano solo marchi. Sembravano capirti, solo loro, nel momento in cui stavi crescendo, o donarti un “aura”, a te che non l’avevi mai avuta». Sembra quasi che uomo e merce diventino una cosa sola per contribuire a scopi comuni: il profitto nella vendita delle merci e l’identificazione umana con esse. Il risultato è l’edificazione collettiva di un’epoca che mai più può tornare, seppur ci accompagni ancora. Perché, secondo lei, ciò non accade per le precedenti e successive decadi? 

Non credo sia un’epoca che non possa più tornare, anzi. Gli anni ‘80 sono il vero eterno ritorno. Non cessano di ritornare (nella moda, nella riproposizione dei suoi fenomeni cult, etc.) e non cessano di rappresentare loop temporali (in capolavori di genere come Terminator, ad esempio). La merce, la nuova dimensione della merce così come emerge proprio in quegli anni, in quella decade ha un valore “affettivo”, emozionale, identitario, davvero unico, che influenzerà anche gli anni successivi. Un valore che ha a che fare con il tempo: fissa il divenire quando nient’altro sembra più in grado di farlo: un’ideologia, un atto terroristico. E ci permette di ritornarvi, quasi fosse una macchina del tempo, proprio come la merce per eccellenza degli anni ’80: la musicassetta, che non a caso è stata scelta come immagine di copertina del libro.

 

E ancora, «C’era più pensiero nella moda che nella filosofia. Il pensiero sembrava depositarsi sulla materia più leggera, con cui ognuno di noi da sempre si identifica – l’abito – e con l’aspetto a sua volta più superficiale di quest’ultimo: il colore […] La leggerezza come reazione al peso di vivere […] Un togliere (il grasso) che è al tempo stesso un mettere (muscoli)». Forse ciò fece degli anni Ottanta un propulsore fino al giorno d’oggi è stata una leggerezza capace di essere un’alternativa e non frivolezza per nuovi cosmi immaginativi. Lei pensa che il mondo – sempre più tecnologico – possa permettersi un’immaginazione senza conseguenze reali? 

Non esiste, a mio parere, un’immaginazione senza conseguenze reali, perché ciò che chiamiamo “realtà” è costituita in parte anche dal contributo dell’immaginazione. Paradossalmente, anche un’immaginazione che si vuole sganciata del tutto dalla realtà ha conseguenze reali. Gli anni ‘80 hanno creato, da questo punto di vista, un immaginario molto potente, proprio perché ha avuto ripercussioni economiche e politiche. La Guerra Fredda è stata vinta dagli Stati Uniti anche a colpi di immaginario.

 

In un libro sul passato non può mancare un riferimento anche all’antagonista per eccellenza: il futuro. A partire da Agostino gli uomini sono abituati a rapportarsi al tempo con linearità; ora la musica sembra cambiare e riscoprire sotto mentite spoglie grandi pensatori come Parmenide e Nietzsche nella concezione dello stesso. Anche lei riprende il futuro come «già stato». Pensa sia utile questo cambio di rotta?

Sì, la concezione lineare del tempo non sembra corrispondere alla sua realtà, che è sempre sfuggente e complessa. Sono allora Parmenide e Nietzsche, sostenitori di differenti e paradossali concezioni dell’eternità, a esser punti di rifermento per un ripensamento del tempo. Ma alle loro teorie vanno aggiunte le suggestioni dei film di genere proprio degli anni 80 (o di quelli che, non a caso, a questa decade si ispirano) per rende il tutto ancora più interessante.

 

Lei infine parla della contemporaneità descrivendola come una “società del sospetto”. Citando il suo libro infatti sostiene che «Dagli anni Ottanta in poi, la cultura di massa e la società tutta sono attraversate da un sospetto costante». Il sospetto in questo caso si può tradurre in dubbio. Crede forse che quest’ultimo possa da solo rappresentare l’intero flusso filosofico e dunque anche un antidoto efficace per le problematiche future?  

Paradossalmente, la filosofia ha sempre cercato di eliminare il sospetto. Di farla finita con la sua dimensione inquietante. Ma il sospetto, come sostiene anche il filosofo Boris Groys, è il soggetto per eccellenza dei media e della loro proliferazione. Da questo punto di vista, gli anni ’80 sono stati caratterizzati da una moltiplicazione mediatica senza precedenti e inarrestabile. Il sospetto sarà dunque una dimensione ineliminabile e la filosofia stessa dovrà prenderne atto.

 

Simone Pederzolli

 

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Sulle sfide della contemporaneità. Intervista a Salvatore Natoli

Salvatore Natoli è uno dei pensatori più importanti del panorama filosofico contemporaneo. Classe 1942, ha insegnato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’Università degli Studi di Milano e all’Università degli Studi Milano-Bicocca. La sua riflessione si è concentrata nel corso degli anni in particolare sulla filosofia del dolore, di cui abbiamo parlato in modo più esteso anche nell’intervista che trova spazio ne La chiave di Sophia #9 – Il paradosso della felicità. Tra le sue numerosissime pubblicazioni segnaliamo: L’arte di meditare. Parole della filosofia (2016), Le verità del corpo (2012), L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale (2016), La felicità. Saggio di teoria degli affetti (2017).
Qui di seguito vi riportiamo alcuni passaggi della nostra preziosa conversazione.

 

Nel suo scritto del 2016 Il rischio di fidarsi (Il Mulino, 2016) lei evidenzia come la disposizione a dare più o meno fiducia al prossimo dipende da psicologie individuali che tuttavia si attivano entro forme di vita fatte di riti e culture di appartenenza. Quali sono le modalità di costruzione e dispiegamento della fiducia?

In questo libro illustro come ci sia un ventaglio di modi di darsi, partendo da una dimensione originaria del formarsi della fiducia, così come del formarsi di una morale, che avviene sempre dentro una cultura antecedente, dentro una comunità, ma prima di tutto dentro una relazione fondamentale: quella della relazione primaria madre-bambino. Anche il formarsi del sentimento di fiducia avviene dentro una relazione, in modo più originario nel rapporto con la mamma, ad esempio, che ti rassicura. Se un bambino non è stato rassicurato l’incertezza se la porta dietro, guarderà con sospetto il mondo. Nel caso opposto, invece, avrà sperimentato un rapporto benefico gratuito, senza chiederlo. Una caratteristica della fiducia è la gratuità. Il formarsi originario della fiducia ha bisogno della condizione originaria della rassicurazione. Nonostante l’esperienza primaria si va comunque incontro nella vita a delusioni, a problemi non risolvibili, a persone che ostacolano tutto e tradiscono. Inoltre, ci possono essere delle complicazioni, dimensioni legate all’impegno e alla promessa che possono venire disattese. Impariamo così che ci sono persone non degne di fiducia. Nell’affidarsi, perciò, abbiamo un criterio, basato sull’affidabilità delle persone. Nelle piccole comunità le persone affidabili diventavano famose grazie al fatto di aver dato prova nel tempo della loro affidabilità e acquisivano conseguentemente potere e dignità. Dunque, l’affidabilità cresce nella dimensione temporale, attraverso la prova di qualcuno che si dà come elemento soggettivo, storico. È così che la dimensione della fiducia si struttura. Tornando alla dimensione assicurativa, la fiducia nelle istituzioni, ci si aspetta che garantiscano quello che promettono: qui si ha la dimensione funzionale della fiducia. Un certo ente può dare prova di come si è comportato nella sua storia, in questo caso la fiducia diventa una prestazione. Infine, c’è la fiducia incondizionata, che non si realizza nel compito che assegni a qualcuno e che costui porta a compimento. La fiducia incondizionata avviene a fronte dell’improbabile, con qualcuno che in qualsiasi momento sta con te. Questa è l’amicizia, cosa rara, direi. E qui il movente è l’affetto. Aristotele disse che gli amici non hanno bisogno di legge, perché ne anticipano addirittura il bisogno. Con l’amico la fiducia è garantita!

 

Secondo lei, a proposito dei giovani d’oggi e della loro propensione a essere individualisti e poco fiduciosi nei confronti delle istituzioni, del mercato, della religione e del futuro, come può un giovane riavvicinarsi alla dimensione della fiducia incondizionata, soprattutto in un contesto politico e sociale come quello odierno?

La cosa non è facile, ma la natura, in senso ippocratico, si cura da sé. Certi comportamenti come l’autosufficienza, alla fine non pagano e si cominciano a vedere gli aspetti di malattia, patologici. Quindi, stranamente, x sanarsi bisogna partire dal dolore, dagli esiti dannosi dei contri comportamenti. Questo oggi viene nascosto, perché l’ideologia del self-made, dell’autosufficienza, è questo velo che maschera tanto dolore che c’è nella società. Se in qualche modo c’è qualcuno che squarcia questo velo, allora si capisce che quanto noi crediamo essere liberatorio di fatto è perdente. Bisogna lavorare su questo, è uno dei compiti della filosofia, questo deve fare.

 

Professore, prendiamo ora il concetto di limite. Pensando al caso del “transumanesimo”, il quale ritiene desiderio naturale e antico come l’uomo la ricerca dell’immortalità, tanto da affermare che chi rinnega tale desiderio è un nichilista. È possibile recuperare in contesto contemporaneo una logica del limite?

L’immortalità era connessa non tanto all’infinità del soggetto, che rimaneva pur sempre nel limite e se ne usciva era perché entrava in una dimensione cosmica. La sparizione del limite avveniva in quei casi in quanto veniva spostato in una dimensione cosmica, un po’ come nelle grandi filosofie orientali. Pensiamo all’onda, anche se presa individualmente, essa non è diversa dall’acqua. L’immortalità, nel cristianesimo o almeno in una certa sua dimensione, era l’assorbimento in Dio ed era un tema centrale; essa compariva anche nelle culture della metempsicosi, dove si credeva nella reincarnazione in una vita superiore o inferiore, a seconda della condotta morale.
Nel contemporaneo, invece, il concetto di immortalità vede l’infinità come giocata in rapporto al limite, che non viene negato. Si tratta di una diversa formulazione del limite, che viene inteso come singola determinazione finita, quindi la morte come estremo confine.  In questo caso vi è una fissazione del limite, che non viene spostato come nei modelli di immortalità precedenti, ma connesso alla responsabilità della gestione del governo della propria esistenza. Peccato che l’immortalità non è qualcosa di dimostrabile, semmai di desiderabile. Per quanto mi riguarda, si può anche vivere perfettamente bene assumendo come misura la realizzazione di sé nel tempo della propria esistenza.

 

 

La Redazione

 

[Photo credit Panta Rei, tuttoscorre.org]

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Fisica estrema. Intervista a Gian Francesco Giudice del CERN

Al confine tra Svizzera e Francia, alla periferia ovest della città di Ginevra, si trova il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Un complesso sotterraneo di sette acceleratori chilometrici, concepiti e costruiti per portare i nuclei degli atomi e altre componenti subatomiche a energie elevate, per osservare in queste condizioni estreme il loro comportamento e comprendere qualcosa in più sul funzionamento dell’universo. Si tratta del CERN di Ginevra, l’organizzazione europea per la fisica nucleare. All’interno di questa struttura lavora Gian Francesco Giudice, scienziato a capo del dipartimento di fisica teorica. Siamo riusciti a raggiungerlo, per gettare grazie alla sua testimonianza uno sguardo verso i limiti della fisica. E provare a riflettere su cosa ci sia oltre.

Ma non solo: il sulla nostra rivista La chiave di Sophia #7, dedicata al tema dell’esperienza del bello, abbiamo costruito assieme a lui un dialogo per cercare di esplorare i legami inaspettati tra il mondo della fisica e la contemplazione estetica. Un articolo per chi è incuriosito dai modi in cui gli approcci di scienza e arte possono contagiarsi l’uno con l’altro.

Quando ci si avvicina ai concetti scientifici di cui si occupa un ente di ricerca come il CERN si prova una vertigine, come se ci si avvicinasse ai limiti della fisica, prossimi ai confini di uno dei campi dello scibile umano. Uno scienziato come lei, abituato a occupare la frontiera in questo continente inesplorato cosa vede nel futuro della scienza nel campo della fisica?

Senza dubbio, la ricerca sviluppata al CERN si situa ai confini della conoscenza umana. Proprio per questo è difficile prevedere cosa ci sia oltre quei confini. L’LHC, il grande collisore di particelle del CERN, sta operando con successo e sta raccogliendo una grande quantità di dati che verranno analizzati negli anni a venire. C’è enorme curiosità di capire cosa si possa dedurre da quei dati. E in tante parti del mondo ci sono esperimenti molto diversi che esplorano i fenomeni estremi dell’universo. Ho la sensazione che nuove scoperte rimescoleranno presto le carte della nostra comprensione della natura, ma c’è una grande incertezza su quale sia l’indizio giusto che farà scaturire la scintilla.

 

La fisica teorica maneggia oggetti e concetti in modo spesso distante dalla nostra esperienza quotidiana: concezioni contro-intuitive di spazio, tempo e materia, quelle nozioni che sembrano così basilari, scontate e solide. Rimanere immerso in un mondo in cui lo sforzo intellettuale richiede fluidità rispetto a idee tanto basilari, è faticoso?

La scoperta paradossale è che i concetti apparentemente contro-intuitivi di spazio, tempo e materia che incontriamo nel mondo delle particelle descrivono la vera realtà. È lì, in quel mondo lontano dalla nostra percezione, che scopriamo la vera essenza della natura. Quello che la nostra esperienza sensoriale ci suggerisce essere la realtà è solo una confusa immagine distorta dalla complessità del mondo macroscopico. Un fisico, nel suo lavoro, è sempre confrontato con la realtà fisica della meccanica quantistica e della relatività, che è lontana dalla nostra innata intuizione basata sull’esperienza sensoriale di esseri umani. Per questo nel nostro lavoro usiamo spesso analogie che ci permettono di visualizzare in modo più concreto (almeno per un essere umano) la pura realtà astratta.

 

L’importanza di sapere di non sapere, e l’idea che la filosofia come amore per il sapere nasca dalla meraviglia sono due tra i ritornelli più diffusi in campo filosofico. Forse la meraviglia nasce proprio per contrasto da uno stato di non-sapere, di ignoranza che viene illuminato con una nuova prospettiva e visione del mondo. Sicuramente il CERN ha portato nuova conoscenza, ma cosa ci sta permettendo di scoprire che non sappiamo? Di cosa potremo meravigliarci?

Più progrediamo nella conoscenza, più ci scontriamo con nuovi enigmi e nuovi dubbi. È sempre stato così nella scienza. Si dice che le ultime parole del matematico e astronomo Pierre-Simon Laplace, prima di morire, fossero: “Quel che conosciamo è poca cosa, quel che ignoriamo è immenso”. Oggi non siamo in una situazione molto diversa da allora. Le domande che ci poniamo oggi sono diverse da quelle che si ponevano gli scienziati al tempo di Laplace, ma non sono meno. Anzi. Mi faccia fare alcuni esempi. Il 95% del nostro universo è fatto di una forma di materia o energia che non abbiamo ancora identificato. I valori misurati delle masse delle particelle elementari restano ancora un mistero, così come la loro struttura ripetitiva. Eccetera, eccetera. Quel che conosciamo è ancora poca cosa…

 

Oggi sempre di più si pone il problema di come comunichiamo quello che conosciamo. Delle dinamiche della condivisione del sapere scientifico. I processi della scienza si scontrano anche con dubbi e critiche di diversi attori sociali. Quali sono secondo lei le ragioni per questa perdita di fiducia?

La diffusione dell’informazione su internet, aldilà degli infiniti vantaggi, ha purtroppo parzialmente distorto il significato di conoscenza. Affermazioni di qualsiasi tipo sono messe sullo stesso piano. False tesi possono facilmente ottenere credito e rapidissima diffusione. La scienza, che non si misura in numero di “Like” o visualizzazioni, ne paga il prezzo. Tuttavia, io sono ottimista e credo che, alla lunga, il valore della scienza rimarrà saldo. Non c’è dubbio che la scienza rimane il culmine della nostra civiltà.

 

Ci tolga una curiosità, forse più intima: qual è il suo sogno scientifico nel cassetto?

Ci sono tante domande di cui sarei curiosissimo di sapere la risposta. Domande sull’origine delle particelle, sulla nascita dell’universo, sulle leggi fondamentali. Dubito che durante la mia vita avrò le risposte a tutte queste domande. Forse il mio sogno sarebbe quello di viaggiare nel tempo, cento anni nel futuro, comprarmi un libro sugli ultimi sviluppi in fisica, e poi tornare indietro ad oggi. Mi divertirei un mondo a leggere quel libro e farmi matte risate delle idee completamente sballate perseguite oggi dai miei colleghi.

 

Un’ultima domanda. Cosa pensa della filosofia?

E’ una domanda delicata per un fisico. Molti fisici vedono la filosofia come un antiquato e inadatto modo di comprendere la realtà. Mi faccia citare alcuni tra i più grandi fisici teorici. Richard Feynman: «La filosofia della scienza è utile agli scienziati quanto un libro di ornitologia può esserlo per gli uccelli». Steven Hawking: «La filosofia è morta perché i filosofi non hanno mantenuto il passo con i moderni sviluppi in fisica». Steven Weinberg: «L’irragionevole inefficacia della filosofia» (parafrasando la famosa espressione di Wigner: «L’irragionevole efficacia della matematica»).  In realtà, la fisica è figlia della filosofia, da cui ha ereditato il pensiero logico. Nella formulazione delle sue teorie, un fisico è sempre influenzato dal pensiero filosofico, anche se il metodo scientifico finisce sempre col riferirsi all’osservazione sperimentale. La sua domanda mi ricorda che venerdì prossimo devo parlare al simposio annuale della Società Filosofica Svizzera e non so ancora cosa dire. Mi vengono i brividi a pensare che devo parlare di fronte a un pubblico di filosofi. Meglio che torni al mio lavoro. La ringrazio per la chiacchierata.

 

Matteo Villa

 

[Photo Credits: www.jotdown.es]

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Alterità femminile, soggettività dimenticata. Intervista a Adriana Cavarero

 

Filosofa italiana e docente di filosofia politica all’Università di Verona, Adriana Cavarero è tra le esponenti di spicco del pensiero della differenza sessuale e tra le massime studiose di Hannah Arendt in Italia. Si è occupata di gender studies, teorie femministe e filosofia politica, mantenendo un dialogo costante con la filosofia antica. 

L’abbiamo raggiunta telefonicamente quest’estate nel suo rifugio in montagna ed ha avuto la grande gentilezza di dedicarci del tempo per discutere di temi quanto mai attuali e pregnanti. Questa intervista completa quella pubblicata sulla nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #7 dedicata alle molteplici esperienze che il concetto di bello è in grado di generare. Con queste ultime domande cerchiamo di analizzare quei fenomeni che incontriamo quotidianamente e che pongono in relazione il linguaggio, il corpo femminile e la sua alterità, la libertà e la consapevolezza della propria soggettività.

 

Il termine femminicidio, nella sua accezione di forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, è al centro di un dibattito ancora aperto. Da una parte c’è chi ne sottolinea la necessità, dal momento che definisce un fenomeno ben preciso, dall’altra c’è chi non ne comprende l’utilità, non identificando in esso la specificità della violenza perpetuata dagli uomini nei confronti delle donne. Qual è la sua posizione a riguardo?

Il termine femminicidio non è solo utile, ma è anche molto sensato, perché è semplicemente il modo di nominare un fenomeno che esiste. Le parole non sono mai colpevoli, il colpevole è il fenomeno che esiste. È un dato di fatto che molte donne vengono uccise dagli uomini, mentre non c’è un fenomeno altrettanto diffuso di donne che uccidono uomini. I dati di fatto richiedono dei nomi. In questo uccidere, dove le vittime sono donne, vi sono costanti empiriche, riconoscibili, studiabili e in ultima analisi innegabili e oggettive. Le costanti sono che è l’uomo a uccidere la donna e per lo più si tratta del marito, di un parente, del fidanzato. Qui a entrare in gioco è l’idea di possesso, che viene esercitata massimamente quando puoi distruggere la persona che desideri possedere o pensi sia in tuo esclusivo possesso; ossia a entrare in gioco è l’idea, tradizionalmente e tipicamente maschile, del potere come possesso dell’oggetto. Un potere appunto assoluto e perciò distruttivo.

In questo modo il nome di questo fenomeno viene da sé: è una composizione di due vocaboli latini. Quelli che ritengono inutile questa parola semplicemente proibiscono che il linguaggio faccia il suo corso e “dica” la realtà specifica del dato di fatto. Se non esistesse il vocabolo, il fenomeno sarebbe “coperto”, non nominato e quindi non compreso.

 

Il sistema pornografico è un altro tema al centro del dibattito femminista. Una tesi radicale è quella di Catherine MacKinnon, che vede la pornografia non solo come principale istituzione dell’ineguaglianza di genere, ma anche causa diretta di violenza sulle donne. Al contempo però si è ultimamente affermata una pornografia che si definisce “femminista”, in quanto allontanandosi da rappresentazioni mainstream, vuole raccontare la sessualità dal punto di vista del desiderio femminile. Secondo lei è veramente possibile una pornografia “dalla parte delle donne”?

È necessario intendersi sul concetto di pornografia. Credo che la pornografia si debba condannare in sé, come fa la MacKinnon. Diciamo che la si può intendere come l’espressione più esplicita e bieca della riduzione della donna a un oggetto. Al di là della condanna in sé, bisogna però anche capire dove la pornografia compare. La pornografia è vero, compare in pubblicazioni, in siti pornografici specifici ed espliciti, dedicati al tema: e questo è già fortemente discutibile. Il problema è che il costume e l’industria culturale offrono la pornografia anche in siti decontestualizzati. Ciò, per lo meno, non è raro in Italia, mentre lo è negli altri Paesi, dove trovare riviste di cultura e di politica che hanno sulle proprie pagine immagini pornografiche di donne scosciate (tanto più attraverso la pubblicità) non è frequente. Questa è la pornografia che è preoccupante, perché è più sfacciata, dal momento che viene dato per scontato che la donna sia oggetto, pezzo di carne, violabile. A essere più ingiuriosamente pornografiche, quindi, possono essere anche le riviste di cultura, di politica, di moda. Anche per questo io ritengo che sia senz’altro liberante e interessante la pornografia “femminile”, ovvero l’impresa di presentare e immaginare la sessualità femminile senza remore, come una specie di contraccolpo dell’oggetto che mostra il suo desiderio. Tuttavia questa operazione non mi entusiasma perché rischia di essere imitativa, mimetica.

 

Una volta raggiunta la consapevolezza riguardo la pretesa neutralità di un linguaggio che assimila e assolutizza, nascondendo la differenza e cancellando l’alterità del soggetto femminile, com’è possibile costruire una narrazione che dia conto di questa soggettività dimenticata, restando pur tuttavia all’interno di un linguaggio storicamente sedimentato, che in tal senso costitutivamente non potrà mai comprendere l’alterità femminile?

Credo, da un lato, che il linguaggio sia falsamente neutro e, dall’altro lato, che la sua sostanza virilista e patriarcale non solo sia stata ampiamente smascherata dagli studi femministi ma che gli studi femministi medesimi – intesi in senso ampio: dalla filosofia alla letteratura, passando per mille altre discipline, comprese l’arte e la musica – abbiano prodotto un linguaggio che dice già l’alterità del soggetto femminile. Oso inserire in questa produzione anche i miei lavori ma vorrei attirare l’attenzione soprattutto sul vasto dibattito internazionale che da decenni concorre nel creare un immaginario e un ordine simbolico femminile, ovviamente variegato negli stili di pensiero e nella molteplicità, anche geopolitica, delle voci. Il fatto è che non dobbiamo ricominciare sempre da capo oppure continuare a macerarci nella critica al patriarcato: questa critica è ovviamente benvenuta, soprattutto di fronte a fenomeni quali il femmininicidio che abbiamo sopra menzionato, ma bisogna andare oltre, recuperare un immaginario positivo che transiti continuamente dall’esercizio della liberazione a quello della libertà, ossia bisogna affermare e riaffermare una soggettività femminile che ha già avuto modo di dispiegarsi e attende altre disseminazioni nel mondo delle pratiche e delle culture. Personalmente mi riconosco in un atteggiamento creativo e post-critico. Non sono fra quelle che dicono che il patriarcato non c’è più perché è stato sconfitto, bensì sono fra quelle che funzionalizzano la critica del patriarcato – che ancora c’è, e in Occidente risorge, oggi, insuperbito dall’onda populista – alla produzione di un immaginario che celebri la soggettività femminile nelle sue molte forme. L’appetito di significato, di una ri-significazione del dirsi donna, giovane, ragazza, è la molla per una reinvenzione rivoluzionaria della visione del mondo e dei suoi linguaggi. Tanto per non stare nel vago, e attenendomi necessariamente ai limiti della mia disciplina, credo che l’affermazione di una soggettività relazionale, altruista e pacifista sia un passo innovativo nell’ambito della filosofia attuale.

 

La maternità: destino o scelta? Ancora oggi molte donne si sentono costrette direttamente o indirettamente a considerare la maternità più come un destino (legato alla loro sessualità e quindi proprio alla differenza sessuale), piuttosto che a una libera scelta. Un tema attuale molto discusso e dibattuto dai movimenti femministi, che lega il tema della libera scelta al problema del corpo e delle sue forme di controllo è quello che riguarda la gestazione per altri. Qual è la sua posizione in merito?

Sul tema della maternità e del controllo del proprio corpo, nella cosiddetta società occidentale, si sono fatti tanti passi avanti, sui cui si spera di non dover tornare a discutere, nonostante l’epoca presente stia mandando segnali inquietanti. Per quanto riguarda la gestazione per altri, io sono assolutamente contraria a questo fenomeno. È un fenomeno dove la donna viene considerata un corpo “contenitore” che per nove mesi porta avanti un lavoro di gestazione e di produzione del bambino, idea riconducibile ad Aristotele. Su questo, poi, vengono costruite delle narrazioni incredibili, insensate e per lo più ipocrite: narrazioni secondo cui le donne sarebbero felici di prestare il proprio utero. Per quanto mi riguarda, una narrazione del genere non sta in piedi perché, come ben sappiamo, nessuna può essere felice di stare nove mesi incinta per poi partorire e lasciare il bambino. Non è un caso che spesso queste donne le troviamo in paesi poveri, in paesi dove tutto ciò si fa per denaro, costrette dal bisogno o dal marito che vuole guadagnarci. Dire che una donna è libera di fare denaro con il proprio utero è un discorso sostanzialmente male impostato. Dà i brividi pensare che una persona sia costretta per sopravvivere a vendere il proprio utero: credo appunto che ci sia molta ipocrisia a riguardo. Se veramente si vuole un bambino, si può per esempio considerare tutti i bambini che aspettano di essere adottati. Il femminismo ci ha insegnato a dubitare dei sogni di onnipotenza del soggetto sovrano e ci ha invitato a praticare un’etica del limite: il desiderio di maternità (o di paternità) non è assolutizzabile perché ha dei limiti.

 

Nei suoi scritti, tra i pensatori e le autrici di cui ha trattato maggiormente, si ritrova la filosofa Hannah Arendt, che con le sue opere continua a donarci chiavi di interpretazioni fondamentali per leggere il nostro presente. Quali sono secondo lei, gli aspetti del suo pensiero che maggiormente ci ha lasciato in eredità?

Ci ha lasciato in eredità, in primis, la categoria di nascita come concetto fondante della politica, una politica, attiva e affermativa, basata sulla condizione umana della pluralità: il che vuol dire che il modello arendtiano di politica evoca una democrazia diretta, radicale e partecipata. Oltre che incarnata e corporea, come ha notato giustamente Judith Butler. Arendt inoltre ci fornisce un quadro speculativo basilare per diffidare dei totalitarismi o, per dirla con il linguaggio attuale, dei populismi sovranisti o nazionalisti. Non mi pare poco!

 

Con la nostra attività della Chiave di Sophia, cerchiamo di far capire ai lettori come la filosofia non sia una disciplina legata solo esclusivamente all’accademia, ma come sia necessario che entri in relazione con tutti gli aspetti della società e del nostro vivere in comune. In che modo secondo lei la filosofia può avvicinarci sempre di più a un pubblico eterogeneo, mostrando il suo valore al di là dello studio accademico?

È ciò che ho cercato di fare tutta la vita. La filosofia è semplicemente una ricerca di senso. Hannah Arendt, la mia autrice preferita, distingue il significato dalla verità. Lei dice che la verità è qualcosa che ha a che fare con la certezza, come per esempio in 2+2=4. Il significato, invece, è qualcosa che è oggetto di “appetito”. Si ha appetito di significato, perché ci sono dei dati di fatto che creano il bisogno di dare loro un senso, pretendono una significazione nell’ordine del simbolico. La filosofia è appunto quella disciplina che riflette sui significati, ne combina e ne trova di nuovi. Nessuno di noi, mi pare, vive nel puro dato, ma siamo sempre immersi, immerse, nel significato. L’ordine simbolico – ovvero la rete dei significati – provoca e accompagna le nostre scelte, le nostre emozioni e i nostri desideri. Per questo, avere una capacità di riflettere criticamente sui significati e sui valori che ci circondano credo debba essere necessariamente un’attività quotidiana.

 

Greta Esposito

 

[Fotografia di proprietà di Adriana Cavarero]

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Immagini ed etica nella comunicazione: intervista a Giovanni Scarafile

Giovanni Scarafile insegna Etica della Comunicazione nell’Università del Salento. Dirige la collana editoriale Controversies. Ethics and Interdisciplinarity per John Benjamins Publishing Company di Amsterdam. È vicepresidente dell’International Association for the Study of Controversies (www.iasc.me) e componente dello Steering Committee della Fédération Internationale Des Sociétés De Philosophie. Inoltre è direttore di Yod Magazine ed autore del podcast il Ramo del Mandorlo su iTunes. In questa intervista la nostra attenzione si concentra sulla sua ultima pubblicazione, Etica delle Immagini (Morcelliana, 2016), per riflettere sulle ambiguità della comunicazione a partire dall’ambivalenza e potenziale espressivo del linguaggio visivo. Proprio questo suo ultimo libro è stato il testo di riferimento nel mio precedente articolo Le ragioni di un’etica delle immagini, pubblicato nella rivista La chiave di Sophia #6 dedicata alla Comunicazione etica.

 

Professore, noi viviamo in una società dell’immagine e dell’apparenza come mai prima d’ora, quello visivo è il linguaggio che è diventato il più gradito e facilmente assimilabile da parte di noi lettori/consumatori, trasformandosi in discriminante per la virilizzazione e diffusione di un’informazione. Diventa quindi necessario riflettere sul valore etico della comunicazione visiva, eppure sembra che non venga dato abbastanza spazio ad un’analisi di questo tipo. Lei cosa ne pensa?

Nel 2001, il regista Patrice Chéreau realizzò il film Intimacy, basato su due racconti di Hanif Kureishi. La trama, in fondo, era semplice: Jay e Claire si incontrano ogni mercoledì nell’appartamento dell’uomo per fare sesso. Il film vinse l’Orso d’Oro a Berlino, ma fu massicciamente criticato da alcuni ambienti per la presenza esplicita di alcune scene di sesso. A mio avviso, quelle critiche erano ingenerose, perché si concentravano su un particolare, perdendo di vista lo sfondo.
Jay e Claire, infatti, vengono mostrati dal regista mentre sono catturati da una forza che li travolge e che, partendo dai corpi, li eleva ad una conoscenza che li supera e sembra trascenderli. Da sempre, a quella forza la filosofia ha dato un nome: eros. Quando vidi il film rimasi colpito dalla sua capacità espressiva: parlava di erotologia con molta più efficacia di quanto avesse potuto fare un discorso di filosofia. Non sto, ovviamente, mettendo in alternativa le due cose: l’aspetto visivo ed il discorso orale. Si tratta di elementi per certi versi complementari. La questione di fondo, però, rimane: quando mai avremmo potuto fare un discorso sull’eros con la stessa vividezza con cui il film mostrava la vicenda di questi due amanti?
Ecco, Intimacy è l’esemplificazione di una situazione piuttosto comune sotto i nostri occhi: siamo circondati da questioni ad alto tasso filosofico. Si tratta di aprire gli occhi per riconoscerle. Proprio nella rinnovata acutezza dello sguardo, infatti, possiamo trovare l’antidoto perché il nostro parlare di filosofia non sia una banale “verniciatura di formule”, secondo il noto avvertimento di Platone nella Lettera VII.

 

Partendo anche dal suo libro Etica delle immagini (2016), che cosa si intende per mito dell’oggettività fotografica e perché oggi può risultare un paradigma pericoloso?

Recentemente ho visto un filmato in inglese in cui l’ex presidente degli Stati Uniti, Obama, all’improvviso dice delle cose senza senso, pur rimanendo serio. Ho dovuto rivedere quel filmato, per essere sicuro di non aver capito male. In effetti, era proprio Obama, con la sua voce e con il suo volto. Ho scoperto in seguito che quel filmato è il risultato del software Face2Face che, inizialmente ideato in alcuni centri di ricerca, anche grazie all’intelligenza artificiale, consente di attribuire a chiunque espressioni facciali diverse da quelle originali del soggetto rappresentato. Quello che vedi è del tutto realistico ed è praticamente impossibile rendersi conto che si sta guardando un video alterato.
Oggi, esponenzialmente più che nel passato, quel che vediamo non è un indizio di qualcosa che si è verificato effettivamente di fronte alla macchina fotografica o alla macchina da presa. Si tratta di un cambiamento epocale. Agli inizi della sua storia, infatti, la fotografia fu ritenuta una prova schiacciante della capacità della “nuova” tecnologia di vedere meglio dell’occhio umano. Per questo, la fotografia fu considerata un sinonimo di obiettività. Di ciò che era fotografato, ti potevi fidare. Assistiamo oggi ad un cambiamento di paradigma: sì, sappiamo che esiste Photoshop e che le foto si possono modificare, ma la tendenza a credere in ciò che vedo è dura a morire. Dobbiamo imparare ad assumere una nuova postura di fronte al cambiamento in atto.

 

In che misura prendere coscienza dei codici del linguaggio visivo ci permette di difenderci da eventuali manipolazioni? Cosa significa saper leggere un’immagine? Esiste un certo “analfabetismo visivo” diffuso?

Come dicevo prima, stiamo attraversando un periodo di trasformazioni strutturali nell’ambito della comunicazione visiva e della comunicazione in generale. L’adozione di strumenti di interpretazione è senz’altro auspicabile, ma di difficile attuazione. La ragione è semplice: il nuovo contesto è accompagnato dall’immediatezza della fruibilità assoluta. Si tratta dell’illusione che qualsiasi informazione sia alla mia portata, indipendentemente dal suo genere e dalla mia preparazione specifica. È lì, su internet, e dunque è a mia disposizione. Facile, no?
Ora, con questa illusione noi dobbiamo confrontarci, perché la situazione precedente (quella, per capirsi, che attribuiva ancora una importanza alle gerarchie) è destinata a non riproporsi.
L’analfabetismo visivo cui lei si riferisce, a me fa venire in mente che oggi non si è tanto perso di vista il senso, ma il senso del senso. In questo nuovo scenario, occorre ripartire dai sensi. Con questo apparente gioco di parole voglio dire che risulta inaggirabile rifarsi a ciò che le persone sono convinte di vedere. In prima battuta, dunque, bisogna mettersi in ascolto delle loro “visioni”. In seconda battuta, occorre far presente che, per vedere sempre meglio, è bene mettere insieme più punti di vista, invece di fidarsi esclusivamente di ciò che ha visto uno solo. È questo il momento in cui l’assolutismo del proprio piano di visione può sfociare in qualcosa di più aperto al confronto.
Oggi, invece, molti esperti, di fronte ai protagonisti del nuovo scenario, reagiscono paternalisticamente. Con il sopracciglio inarcato, ad indicare un atteggiamento di sufficienza nei confronti dell’esistente, sembrano dire “Adesso ti spiego io come stanno le cose”, magari dando del “cretino” a chi non accetti di conformarsi alle indicazioni impartite (si pensi a quanto accade in materia di informazione vaccinale).
Il punto non è se le indicazioni fornite siano corrette o meno. Non possiamo fare a meno del sapere degli esperti, questo è chiaro. Tuttavia, nel nuovo scenario della immediatezza della fruibilità assoluta, gli altri non possono più essere considerati dei semplici destinatari, ma vanno intesi alla stregua di interlocutori: ai segni del cambiamento occorre rispondere con un cambiamento dei segni.

 

La diffusione delle fake news ha dimostrato che l’informazione libera non sempre porta benefici a chi legge, soprattutto se il lettore non è in grado di fare una lettura critica del messaggio che riceve. Quanto la rivoluzione del digitale ha facilitato l’elaborazione delle informazioni e quanto invece ha favorito relazioni asimmetriche tra chi crea contenuti e chi li percepisce?

Come dicevo prima, la rivoluzione digitale permette a chiunque, indipendentemente dalla sua preparazione specifica, di accedere ad una grande quantità di informazioni. A questo va aggiunto che oggi saltano le mediazioni. Se un tempo avevo bisogno di un’agenzia per organizzare il mio viaggio di nozze, oggi posso fare da solo. Questo porta con sé dei vantaggi, ma anche dei potenziali svantaggi. Cosa ne è della responsabilità degli esperti? Senz’altro non viene meno la loro responsabilità, anche se nessuno sembra più aver voglia di farvi riferimento. Il punto è che tale responsabilità, intesa come fedeltà al sapere da testimoniare, deve trovare modalità nuove per manifestarsi. In particolare, per quanto strano possa sembrare, la credibilità di un esperto non può più essere data per scontata e deve essere riguadagnata sul campo, a partire dal rispetto dovuto a coloro che sono pronti a contestarti. Riusciranno gli esperti a non farsi coinvolgere nelle risse mediatiche e a trovare nuove modalità di comunicazione in linea con i tempi? Mi sembra impossibile se gli esperti, invece di consultare gli studiosi di etica della comunicazione, preferiscono il fai da te. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre gli esperti criticano coloro che non si fidano degli esperti, con il fai da te in materia di comunicazione, essi finiscono con l’applicare la stessa logica di coloro che criticano.

 

L’etica viene per lo più associata ad una dimensione di riflessione filosofica e poco tangibile; secondo lei come può invece concretizzarsi? Perché è necessario per tutti ragionare di più su questo argomento?

Ciò di cui lei parla, il fatto che l’etica sia percepita come ‘astratta’, è in effetti difficilmente contestabile. Vede, nel filosofare ci sono due aspetti di cui tener conto. La filosofia deve senz’altro ricercare gli indici di costanza dei fenomeni, cioè le condizioni di possibilità di ciò che appare. Al tempo stesso, non può disinteressarsi alla vita concreta dentro cui quegli indici vanno intravisti. L’impresa filosofica oscilla continuamente tra i due poli dell’eidetica e della fatticità, divenendo più astratta in un caso e più concreta nell’altro. Si tratta di due stazioni provvisorie il cui alternarsi non è purtroppo percepito nel modo appropriato. Proprio per questo, aggiungerei che l’etica dovrebbe orientarsi maggiormente in direzione della evidenziazione dell’efficacia delle sue indicazioni. Come viatico in questo compito, mi viene in mente quel passaggio dei Quaderni in cui Simone Weil osservava che “Niente di ciò che è inefficace ha valore”.

 

Etica, comunicazione e arte: che significato acquisiscono questi tre linguaggi in una società polarizzata tra la forma e il contenuto?

Mi sembra che ciò che etica, comunicazione ed arte hanno in comune è la possibilità di offrire, ciascuno dalla sua prospettiva, una effrazione della monologia del soggetto. L’artista, il comunicatore, il filosofo ci mostrano che esiste un mondo anche prescindendo dal mio punto di vista. Come soggetti, abituati a considerare noi stessi centro di gravità intorno a cui tutto il resto deve ruotare, siamo così indotti ad un esercizio di decentramento.
In proposito, torna in mente quel particolare della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca in cui uno dei fedeli è rappresentato nell’atto di togliersi il copricapo, prima di inginocchiarsi di fronte alla sacra reliquia, la Croce di Cristo, finalmente ritrovata.
Togliersi il copricapo, deporre l’elmo è una metafora straordinaria per indicare la detronizzazione del soggetto, cioè il gesto di chi, giunto a riconoscere l’esistenza di quanto non dipende da lui, è finalmente in grado di relazionarsi più autenticamente ad un altro, finalmente libero di annunciarsi.

 

Una comunicazione più obiettiva e responsabile è un obiettivo al quale poter aspirare? Se si, a che condizioni?

Se per “comunicazione più obiettiva” intendiamo una comunicazione più conforme al vero, allora il primo passaggio dovrebbe consistere nel prendere coscienza dei modelli comunicativi in cui siamo immersi. Non infrequentemente si tende a ritenere che la comunicazione coincida con la trasmissione di un messaggio da un emittente ad un destinatario. Questo modello va smascherato. Esso deriva da una ricerca, finanziata negli anni Sessanta dalla Bell Company, una compagnia telefonica, interessata a comprendere il modo migliore per ottimizzare il flusso di informazioni tra due apparecchi telefonici. Nel corso degli anni e misteriosamente, quello schema di funzionamento, proprio delle macchine, è stato riferito, piuttosto acriticamente, agli umani. La comunicazione umana, invece, è un’altra cosa e va ben oltre la semplice trasmissione di informazioni.

 

Da cosa è determinata la nostra percezione del vero, come acquisire maggiore consapevolezza del nostro essere fruitori e spettatori? In questo senso, la bellezza si può considerare una distrazione?

In genere, di fronte a qualcosa che ci sembra bello, rimaniamo senza parole, a bocca aperta. Fuor di metafora, la bellezza è ciò che interrompe la corrente continua che ci lega al mondo. In tal senso, si tratta di una distrazione salutare, perché dà avvio al processo che mi consente di interrogarmi sul modo in cui guardo la realtà.
La consapevolezza di cui lei parla è un atteggiamento riflesso, non una condizione immediata. L’accorgermi di significa che sto ragionando sul modo in cui vedo. È l’inizio di quel processo che mi rende spettatore avvertito o “emancipato”, come scrive Rancière, una specie di salto indietro, per recuperare ciò che è alla base della stessa distinzione tra vedere ed agire.
Le immagini hanno, in tal senso, una funzione straordinaria. Si pensi alle parole rivolte da Kafka nel dicembre 1912 alla fidanzata Felice, a proposito di una foto della donna: “Quando guardo il ritrattino, è qui davanti a me, gli si accompagna lo stupore di vedere con quanta intensità noi due ci apparteniamo, e come al di là di tutto ciò che si vede, al di là del caro volto, degli occhi tranquilli, del sorriso, delle spalle (a dire il vero strette) che bisognerebbe abbracciare subito, come al di là di tutto ciò agiscono forze affini, indispensabili per me e come tutto è un mistero che da piccolo uomo non dovrei neanche guardare; dovrei invece soltanto affondarvi devotamente”.
Queste parole mi emozionano sempre. Sono una grande dimostrazione non solo dell’affetto che può unire due persone, ma anche della forza misteriosa che si sprigiona dalla rappresentazione visiva e dei dinamismi che essa pone in essere. È ciò che oggi chiamiamo spectatorship.
Come filosofi della comunicazione, il nostro compito è di dare un nome, cioè comprendere sempre meglio, queste forze che Kafka definisce “un mistero”.

 

Tra i suoi scritti vogliamo ricordare anche Interdisciplinarità ed etica della comunicazione (2014), testo nel quale ha fatto emergere un tema a noi molto caro, ovvero la propensione di alcuni saperi (o meglio, dei loro esponenti) al ragionamento per compartimenti stagni e la loro difficoltà di dialogare con altri. In che modo l’interdisciplinarità dei saperi può, secondo lei, aiutare a vivere nella società e nel mondo presenti?

Farei due considerazioni. La prima è che, oggi, l’interdisciplinarità non è più una opzione facoltativa. È, piuttosto, una necessità, perché i problemi di fronte a noi sono talmente ingarbugliati da richiedere risposte non convenzionali.
La seconda constatazione è che la struttura del mondo accademico è basata, non immotivatamente, sulla divisione disciplinare. Pensi alle architetture dei nostri dipartimenti nei cui corridoi si alternano i singoli studi dei docenti, come fossero entità a se stanti. Di cosa è immagine quel modo di concepire la ricerca?
Per questo, chi si occupa di interdisciplinarità è, in genere, considerato una specie di dilettante, con interessi variegati, ma mai ritenuto “profondo” in nessuno degli ambiti di cui si occupa.
Sa qual è la prima conseguenza di questa concezione? Che coloro che si occupano di queste tematiche possono avere conseguenze negative sulle loro carriere. È quanto viene osservato nel recente The Oxford Handbook of Interdisciplinarity in cui è scritto: “those who become involved in interdisciplinary work are often professionally marginalized”.
Siamo al paradosso: c’è bisogno di interdisciplinarità, ma se te ne occupi la tua carriera si arresta!
Sono convinto che con il tempo la situazione è destinata a cambiare. Perché l’interdisciplinarità possa funzionare meglio è richiesta una sempre maggiore capacità di ascolto dell’altro. È dalla fiducia e dalla reale accoglienza che è possibile il transito dei significati da un sapere ad un altro. Ecco perché l’interdisciplinarità non è sganciata da una comunicazione etica.

 

L’impressione che si ha dell’oggi è che si parla tanto ma si approfondisce poco. C’è ancora spazio per parlare di filosofia nella nostra quotidianità?

In tutta franchezza, a me sembra di rilevare una inevasa domanda di senso, una vera e propria sete di ciò che è essenziale e che, come tale, può restituire il gusto vero delle cose. Insieme a questo bisogno forte dobbiamo cogliere che oggi le forme dell’esperienza del senso sono in continua trasformazione. Guardare avanti o indietro?, ecco la scelta che ognuno di noi deve compiere. Nel primo caso, saremo nostalgici, pronti a rubricare come superficiali od inesistenti le richieste dei più giovani. Nel secondo caso, dovremo allinearci alle mutazioni in atto, avendo il coraggio di superare la semplice riproposizione di tradizioni vetuste ed acquisendo nuove modalità espressive.
La consapevolezza che deve accompagnarci è che alla fame e sete di senso si risponde riattualizzando le matrici della nostra cultura che, in larga parte, derivano dall’incontro tra la tradizione greca e quella ebraica. Atene e Gerusalemme, dunque.
Dalla lamentata astrazione della filosofia, dal suo presunto essere disincarnata ed indifferente rispetto ai problemi degli uomini, si esce senz’altro.
Ma, a maggior ragione, si esce se saremo disposti a impegnarci in prima persona, sforzandoci di vedere meglio, di ragionare meglio, di incardinare nella nostra vita i riscontri ottenuti al livello del pensare. In questo modo, nella congiunzione di vita e filosofia, la vita diviene vita desta. Inutile illudersi: è difficile ed è impegnativo (dormire è molto più facile…).
Ma davvero possiamo pensare di vivere senza cercare il sapore delle cose?

 

 

Claudia Carbonari

 

[Photo Credits: MariAnnina Mazzillo]

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