Quel “particolare immenso e ineffabile”, raccontato da Claudia Scattolini

Tra le cose più belle ed interessanti che ci capitano ci sono quelle che si trovano per caso. Io ho scoperto il mestiere del fragrance designer e nello specifico la bella realtà creata da Claudia Scattolini a Cassola (VI) mentre facevo alcune ricerche per la mia tesi di laurea, che si lega al mondo del profumo. Ho scoperto così questo mondo curioso e affascinante di “sartoria profumata” in cui il profumo non viene trattato come un accessorio di serie B. Anzi, tutt’altro: è un “particolare immenso e ineffabile”, per riprendere una bella definizione di Gaston Bachelard.

È stato molto bello per me conoscere Claudia e la sua storia. Speziale per tradizione familiare – generazioni di farmacisti sul lago di Garda –, ha scelto di profumare vite e mondi frequentando, prima italiana, l’EFCM presso l’ISIPCA, la prestigiosa scuola parigina fondata da Jean-Jacques Guerlain. Oggi vive tutti i giorni in contatto diretto e denso con le più avanzate tendenze dell’architettura, del design, del fashion system e ha potuto creare fragranze su misura per privati, loghi olfattivi per aziende come Geox ma anche città come Jesolo (VE), arredamento e scenografie olfattive per brand, designer, hotel, eventi, spazi. Ogni persona e ogni spazio sono descritti da un profumo: il lavoro di Claudia è quello di creare quel profumo che rispecchi l’essenza, una sorta di “distillato di anima”. In questo modo ad essere riscoperto (o piuttosto finalmente esaltato) è il valore del profumo come mezzo di comunicazione e l’importanza dell’olfatto (per molti secoli maltrattato dai filosofi) come mezzo di conoscenza della realtà e delle cose.

Colgo anche l’occasione per ringraziare ancora una volta Claudia per essersi lasciata un po’ conquistare da noi come noi siamo rimasti conquistati da lei e dal suo lavoro. Potete leggere l’articolo che Claudia ha scritto per noi sul valore del profumo nella nostra rivista #4: lasciatevi conquistare!

 

Secoli ed anni di filosofia occidentale (da Platone a Cartesio, da Kant a Simmel e Freud) hanno relegato l’olfatto al ruolo di senso meno nobile e più animalesco. Quali argomentazioni utilizzerebbe per difenderlo da tali accuse? Sotto quali aspetti dovrebbe essere (e in effetti è stato) rivalutato?

Considerato per secoli il senso più legato alle voglie terrene e ai bisogni più bassi, l’olfatto è oggi grandemente rivalutato. La sensazione che percepiamo con il naso, anche inconsciamente, quando entriamo in un luogo, incontriamo una persona o utilizziamo un oggetto, ci fa tagliare il primo giudizio, che lo vogliamo o no.

Avendo scoperta quanto importante può essere il profumo in ogni occasione, il mondo moderno e soprattutto l’industria di oggi lo stanno portando alla ribalta e prendendo in altissima considerazione, come leva di marketing e motivo di acquisto.

Risulta un gioco facile innalzare il senso dell’olfatto in questo momento di esplosione di tutto ciò che è esperienziale: il mondo di oggi è talmente sfuggevole e ci propone così tante insicurezze da rendere maggiormente sicure e desiderabili le esperienze, la conoscenza, tutto ciò che possiamo imparare e vivere con i sensi, momenti che nessuno potrà mai toglierci, nemmeno nella crisi più profonda.

 

Tutti noi abbiamo degli odori che amiamo e tutti sappiamo trarre del piacere da un buon profumo; tuttavia li consideriamo più spesso come semplici sottofondi e parentesi delle nostre vite. Quale aspetto del profumo l’ha convinta a dedicare alle fragranze la sua carriera?

La nostra vita è avvolta saldamente dai profumi del mondo circostante, degli attimi di vita, delle persone che claudia-scattolini-fragrance-designer-intervista-1_la-chiave-di-sophiariempiono o solamente sfiorano la nostra esistenza: se penso intensamente a qualcuno che conosco e che mi è lontano, chiudo gli occhi e sento il suo profumo, le note olfattive che lo caratterizzano, e mi sembra di averlo vicino.

Questa mia attenzione verso gli odori del mondo, dopo la laurea in farmacia, mi hanno portato ad approfondire al massimo fino a sprofondare nella culla della profumeria mondiale: la scuola di Guerlain a Parigi.

 

Considerando la peculiarità del lavoro che svolge, la curiosità è tanta. Ci può descrivere brevemente il processo creativo che conduce alla realizzazione di una fragranza su misura?

Creare la propria eau de parfum personale significa creare quell’aura che voi desiderate che il mondo senta o, meglio, rappresenta come voi volete farvi annusare/sentire dal mondo esterno: potrebbe rivelare come siete oppure raccontare come vorreste essere, rimane comunque ciò che desiderate far sentire di voi.

Io mi pongo come traduttrice del vostro animo in un profumo, vi prendo per mano e sarete voi stessi a creare.

È un’esperienza unica, per questo è un regalo dedicato a sé o a chi davvero amiamo molto.

Attraverso un percorso introspettivo, capiremo insieme quali materie prime scegliere, dando un senso ad ognuna, scopriremo quale tipo di profumo rappresenta la vostra anima e costruiremo la sua piramide olfattiva.

Alla fine avrete in mano la tua vostra eau de parfum e la formula sarà custodita per sempre esclusivamente per te.

Quando vorrete potrete farvelo fare di nuovo uguale o con qualche variazione, per esempio secondo la stagione o l’umore del momento.

 

Qual è per lei (se esiste) la domanda chiave che pone ai suoi clienti e che risulta determinante nel delineare la figura da tradurre in profumo?

La domanda chiave è “come vuoi che il mondo ti percepisca in una sola parola?”: qui si apre davvero un universo e la persona si deve guardare dentro e poi fuori e prendersi il tempo di capire. Non è facile e spesso non ci abbiamo mai pensato, non ci siamo fermati a riflettere su come vorremmo che il mondo ci “sentisse”.

 

Quando scegliamo un abito, un accessorio o un profumo esercitiamo una scelta su un’ampia gamma di proposte con lo scopo di esprimere anche attraverso tali oggetti la nostra identità. Lei che valore dà all’identità della persona in un mondo influenzato da ogni lato da scelte indotte dalla globalizzazione e dalle leggi di mercato?

Oggi vedo persone che per sentirsi “diverse” scelgono look che alla fine si incanalano in filoni che li rendono tutti uguali, banalizzano la cosa. purtroppo è una verità che siamo bombardati da stimoli di ogni genere, una specie di violenza sulle nostre scelte di vita, chi ne è più influenzato e chi meno. l’identità di una persona chiaramente non è il suo aspetto e nel percorso di creazione della propria fragranza ho l’onore di vedere le persone “nude”, nel loro profondo.

È una esperienza molto profonda anche per me, alla fine si trasmette talmente tanta energia tra me e il soggetto che sono stanchissima.

 

Un abito viene definito “bello” mentre un profumo “buono”, dunque sembrerebbe che la bellezza abbia a che fare con la vista più che con le altre sfere sensoriali. Lei si trova d’accordo con questo? Qual è la sua concezione di bellezza?

claudia-scattolini-fragrance-designer-intervista-2_la-chiave-di-sophiaUltimamente i critici di profumi hanno iniziato a definirli “belli” anziché “buoni”: forse i sensi si stanno sovrapponendo? la multisensorialità sta prendendo il sopravvento?

Personalmente credo che un profumo sia un’opera d’arte, in quanto creato da un artista con funzione estetica e come tale possa essere considerata, nella sua armonia di note olfattive, “bella” oltre che “buona”.

Bellezza in senso assoluto è per me tutto ciò che, stimolando i miei sensi, mi dà piacere: può essere un concetto, un oggetto, una persona, un animale, un suono, non importa di quale materia sia costituita, la bellezza dà piacere e se non lo dà non è bellezza.

Quindi è molto soggettiva.

 

Gli ambienti all’interno dei quali viviamo, lavoriamo, studiamo, dormiamo e così via hanno influenze profonde sulla nostra psiche e sulla nostra salute, ma anche sul nostro umore. Tali ambienti si costruiscono di spazi ed oggetti, luci e temperature, colori ma anche profumi. In che modo dunque il profumo influisce sull’esperienza che abbiamo di un determinato ambiente? Come si sposa all’arredamento e alla moda?

Mi piace definire il profumo come “la IV° dimensione” dell’architettura.
Il mio ufficio e la mia casa sono stati concepiti per il benessere della persona: colori, luci, spazi e profumi sono accostati sapientemente per far trascorrere ore in armonia. e il tempo passa veloce senza accorgersi, nell’equilibrio.

Ogni ambiente ha bisogno del suo profumo, come ogni persona.

E che dire della moda? il gesto incantato, l’ultimo tocco fatato, dopo essersi lavati e ben vestiti, è lo spruzzo del giusto profumo: ogni occasione può avere il giusto abito e il giusto profumo.

 

Noi de La chiave di Sophia promuoviamo una visione della filosofia che ne riscopre l’origine, ovvero quella di un semplice interrogarsi sulla vita e sul mondo che ci circonda. Qual è la sua concezione di questa disciplina?

Ho sempre amato la filosofia da quando ero al liceo: la vedo come qualcosa che aiuta ad aprire le menti e metterci ordine, ad aiutarci a dare un significato alla vita e all’esistenza intera.
Alla fine tutti ci chiediamo da dove veniamo e dove andremo, tutti filosofeggiamo anche senza volerlo: la vita e il mondo che ci circonda hanno un significato troppo profondo ed enorme per non considerarli e dargli il giusto spazio che si meritano. e questa la trovo già filosofia.

Se tutti si rendessero conto di questo e si fermassero un attimo a rifletter sulla realtà, penso che il mondo sarebbe migliore. E in questo la filosofia aiuta.

 

Vorrei concludere con una piccola curiosità: considerando che lei ha ed è un naso fine e ben allenato, quali sono secondo lei la nota profumata e il profumo migliore che esistano?

La rosa. Anche se è soggettivo perché è come chiedere ad un cuoco quale è il cibo migliore, mi sento di primo acchito di rispondere : la rosa.

L’olio essenziale di rosa, preziosissimo nettare che distilliamo da tonnellate di piccoli petali raccolti a mano, ci regala un profumo rasserenante, riequilibrante, afrodisiaco, intensissimo, dalle mille sfaccettature: fiorito di donna, verde più maschile, mieloso, fresco, speziato…

Quando annuso la rosa, chiudo gli occhi, e sono felice.

 

Giorgia Favero

 

 

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Intervista Ferruccio De Bortoli: preservare e accrescere il pensiero critico

<p>Roma 11/05/2010 Trasmissione Ballaro' in onda su Raitre nella foto Ferruccio De Bortoli</p>

Il giornalismo molto ha a che fare con la filosofia, sopratutto se pensiamo alla loro relazione con la verità: entranbi agiscono ricercando la verità dei fatti, comprendendo cause ed effetti, inquadrando lo stato delle cose nel flusso della storia e fornendo così all’uomo-lettore una chiave interpretativa e una prospettiva di senso sul mondo. Il filosofo e il giornalista hanno una grande responsabilità, quella di promuovere, preservare e partecipare allo sviluppo del pensiero critico, di fare in modo che il cittadino. accompagnato all’origine dal dubbio, maturi una capacità forte di pensare in profondità e ricercando il confronto e il dialogo.  Così il cittadino-lettore, oggi più che mai nell’era degli users generated contents ha a sua volta un’importante responsabilità, quella di informarsi bene e non superficialmente, essendo egli stesso, attraverso i social network e il web, capace di influenzare e orientare la percezione dei fatti. 

Su queste questione abbiamo avuto il piacere di conversare con il prof. Ferruccio De Bortoli, giornalista professionista dal 1975; direttore del Corriere della Sera dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015, ha matura un’esperienza pluriennale come caporeadattore e come commentatore di economia e attualità politca. Ha anche diretto “Il Sole 24 Ore” ed è stato amministratore delegato di Rcs libri fino al 2005. Dal 2015 è presidente della casa editrice Longanesi e dell’associazione Vidas, collaborando tutt’ora come editorialista al Corriere della Sera e al Corriere del Ticino. Nel 2017 firma Poteri forti (o quasi), un libro in cui ricostruisce quarant’anni di storia del nostro paese e del giornalismo, fornendo un’inedita e preziosa testimonianza. Dal terrorismo alla crisi economica, dal declino dell’editoria fino alla comparsa di comunicatori improvvisati e agevolati dalle moderne tecnologie: De Bortoli a ricostruisce incontri e scontri, scambi di opinioni e fughe di notizie, sostenendo che oggi in Italia i poteri sono trasversali ma deboli e che una società evoluta non deve avere paura delle “verità scomode”. Un libro a metà tra il saggio e l’autobiografica, il cui filo rosso è una profonda dichiarazione d’amore per la propria professione di giornalista e per la passione che ha accompagnato e accompagna tutt’ora questo mestiere.

 

Lei è stato per diversi anni (dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015) direttore del Corriere della Sera nonché direttore del Sole 24 ore dal 2005 al 2009, per cui ci sembra una persona più che adeguata a cui porre questa domanda: quali sono gli elementi che contraddistinguono e identificano il buon giornalismo?

Gli elementi sono sempre gli stessi, cioè non cambiano con il mutare delle tecnologie. Un buon giornalismo è per sua natura scomodo, irriverente, imprevedibile, non controllabile. Ci sono due termini del giornalismo anglosassone che credo possano essere assolutamente applicati anche nell’era dei social network e delle comunicazioni digitali: accurancy e fairness, dunque correttezza, credibilità e responsabilità dell’usare la libertà di cui si dispone.

Se il buon giornalismo non è cambiato, sicuramente possiamo affermare che gli strumenti e gli atteggiamenti del giornalismo (senza accezioni) sono mutati, soprattutto nel suo rapporto con il web e con i social network. Quali sono i punti fondamentali su cui riflettere in proposito, sia dalla parte dei giornalisti che dei lettori?

Stiamo vivendo una fase di progressiva riflessione sul tema dell’accesso ai social network. Nessuno mette in dubbio la grande libertà di poter avere contatti e di poter assumere informazioni di vario tipo; stiamo passando diciamo il primo periodo di entusiasmo pioneristico e ci domandiamo se la grande massa (in termini di quantità) di informazioni che abbiamo a disposizione sia di per sé utile o al contrario non sia dispersiva e qualche volta ponga una serie di interrogativi su una censura più subdola, che è quella dell’abbondanza di cose irrilevanti che rendono di per sé l’informazione rilevante trascurata oppure non messa nella giusta attenzione e nella giusta prospettiva di spazio. Quindi ci stiamo ponendo in questa fase di progressiva maturazione della nostra capacità di usare i social network di fronte al tema: tutto quello che abbiamo è utile e necessario o dobbiamo metterci nella condizione di selezionare in maniera più rigorosa le informazioni che abbiamo? Il fatto di avere un sistema che è fornito dall’informazione professionale anche dalle tante testate storiche di poter selezionare gli avvenimenti e i fatti e le opinioni sulla base della loro importanza mette il cittadino navigatore nella condizione di difendersi e nella prospettiva di non diventare, cullandosi in questo mare di informazione disordinata, un naufrago o un suddito passivo.

In questo contesto mediatico appena descritto, soprattutto in riferimento a internet, non crede che ci sia il rischio di compromissione dell’eticità del giornalista che dovrebbe in qualche modo “difendere” o comunque tener sempre conto dei diritti all’informazione dei lettori?

Il web smaschera molto più facilmente i cattivi giornalisti e naturalmente pone il giornalista di qualità nella condizione di essere per prima cosa in possesso degli strumenti tecnologici dell’informazione digitali, in secondo luogo lo pone di fronte a nuovi compiti di correttezza e di affidabilità, lo toglie da un piedistallo che storicamente aveva, perché comunque nell’informazione digitale non c’è più una grande differenza tra chi fa e chi riceve l’informazione e lo mette di fronte a dei doveri morali di chiedere scusa e di non essere così presuntuoso da ritenere di possedere, magari in esclusiva, la verità.

Abbiamo parlato e in effetti parliamo molto spesso del dovere e della responsabilità dei giornalisti a fornire la verità e del loro dovere nel rispettare un’etica giornalistica forte; molto meno spesso parliamo invece dell’etica e delle responsabilità dei lettori, oggi messe a dura prova dai numerosi strumenti forniti dalle rete. A suo parere a quali responsabilità e dovere deve rispondere il lettore-cittadino?

I lettori nell’era degli users generated contents hanno una certa responsabilità, perché sono testimoni degli avvenimenti, partecipano sui social, commentano in diretta opinioni, interventi, fanno atti pubblici, quindi sono in grado di orientare la percezione degli avvenimenti perché comunque insomma interpretano il polso della gente, del popolo che sta attorno ad alcuni fatti  e che segue alcuni personaggi, però hanno anche la responsabilità di informarsi bene, cioè uno degli aspetti secondari degli effetti laterali dell’era del digitale nell’informazione è la comodità con la quale possiamo accedere ad ogni possibile fonte di informazione; questa comodità spesso di trasforma in passività e in accidia. Per informarsi bene bisogna fare comunque un po’ di fatica, non possiamo essere utenti passivi, dobbiamo sviluppare una capacità critica, una coltivazione del dubbio, in modo da poter confrontare in maniera corretta ciò che è rilevante da ciò che non lo è, e distinguere meglio ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è effimero da ciò che è sostanziale, ciò che è lecito da ciò che è illecito.

Tutto ciò riguarda qualsiasi tipo di giornalismo. Siamo in un’era nella quale non si può più ingannare il prossimo, si paga un prezzo elevato per la scarsa affidabilità, ma si è tenuti anche a riconoscere gli errori perché lavorando specialmente in un sistema che a volte privilegia la tempestività all’accuratezza si incorre ad una quantità di errori decisamente superiore rispetto a quelli che si potevano commettere in altre ere tecnologiche dove si poteva naturalmente decantare, aspettare, dove il tempo era più in possesso di chi faceva informazione. Adesso il tempo è in possesso dei lettori, il pendolo del potere si è spostato verso l’utenza rispetto a coloro che forniscono e fanno informazione, quindi questo è un elemento di cui vale la pena sottolinearne l’importanza, un tema di maggiore responsabilità di chi fa l’informazione e un controllo molto più stretto da parte degli utenti e del pubblico. La considerazione che comunque se si chiede scusa per gli errori commessi e la rete riconosce la buona fede, è comunque un tema di credibilità, di correttezza, di autenticità del proprio essere giornalista.

debortoli-poteri-fortiNel suo libro Poteri forti (o quasi) (La nave di Teseo, 2017) lei sostiene come i grandi paesi abbiano dei poteri forti, cioè dei poteri che sono però responsabili perché sono all’interno di un quadro di regole, rispettano l’ordinamento democratico. A differenza però di paesi come gli Stati Uniti, la Germania, la Francia i cui poteri non sfuggono alle regole democratiche ma fanno parte di una società che ha un senso di responsabilità nazionale condivisa, il dramma del nostro Paese è di non avere più poteri forti. Perché a suo parere l’Italia non è più in grado di avere poteri riconoscibili?

Nel libro cerco di sfatare un mito che è ricorrente tutte le volte che accade qualche fatto importante nel nostro Paese: si evocano secondo me a volte in maniera del tutto impropria i poteri forti del Paese che interverrebbero nel mutare il corso della democrazia o delle istituzioni privando quelle che sono le rappresentanze del popolo del loro potere e della loro capacità di agire. Io invece penso che se ci sono poteri forti che possono essere da un lato della politica (i partiti) e dall’altro dell’economia/finanza (grandi gruppi industriali o finanziari), se sono poteri forti con una storia, un’anima, un senso di responsabilità, una capacità di sentirsi responsabili per i destini del Paese come avviene diciamo nei Paesi  più evoluti che hanno una classe dirigente coesa, e comunque dei poteri  forti ma responsabili – beh, penso che questo non sia un guaio ma uno degli elementi costitutivi della grandezza identitaria di un Paese. Quando mancano questi poteri forti nella politica, nell’economia e nella finanza si lascia lo spazio ai rider, e i rider possono essere da Berlusconi a Grillo, nell’economia e nella finanza possono essere i furbetti del quartierino o gli speculatori stranieri o anche le grandi banche d’affari americane, cioè poteri assolutamente svincolati da un rapporto con il Paese e quindi privi di un controllo democratico. Penso che il problema vero sia questo: la mancanza di poteri forti naturalmente allinea e accresce poteri trasversali e occulti, deboli, cordate amicali che sono ancora per certi versi più pericolosi di poteri forti che noi identifichiamo. Nel nostro Paese abbiamo paura delle dimensioni, invece dovremmo coltivare un accrescere dimensionale delle imprese e ritornare a riscoprire secondo me l’importanza dei partiti senza i quali non c’è democrazia.

Entrando nello specifico all’interno dell’ambito giornalistico italiano, quali sono le influenze dei poteri “quasi” forti? Mi riferisco per esempio a grandi gruppi editoriali come per esempio Mondadori.

Nel libro spiego molto quali sono i rapporti tra azionisti e informazione; distinguo tra azionisti che hanno rispetto dell’autonomia, dell’indipendenza e del valore delle loro partecipazioni, nel senso che riconoscono e danno fiducia a redazioni o direzioni (poi gliela possono sempre togliere) ma naturalmente che si comportano con rispetto per quello che è il valore intrinseco dei giornali, e poi ci sono dei padroni, delle diverse tipologie di proprietari che magari usano il giornale come strumento di pressione o di potere per inseguire i propri interessi.

Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta, il motore di ogni nostra azione e quindi di ogni professione, essendo riflessione e ricerca di senso. Nel suo mestiere ritiene che la filosofia possa avere un ruolo importante? Che cos’è per lei Filosofia?

Io penso che sia importante, soprattutto nel dibattito riguardante i grandi maestri del passato e naturalmente guardando con grande attenzione allo sviluppo del pensiero contemporaneo, cioè viviamo una fase di grande tecnologia ma di scarso pensiero, esattamente l’opposto rispetto alla Grecia classica, che aveva molto pensiero e scarsa tecnologia. Noi abbiamo il compito di preservare e accrescere il pensiero critico, di fare in modo che il dubbio accompagni la vita dei cittadini responsabili, attenti e curiosi, e in questo la capacità di pensare in profondità, in larghezza e nella disponibilità a mettersi nella parte dell’altro – prendo molto Levinas da questo punto di vista cioè nel riconoscere nell’altro il prossimo – io penso che sia una delle chiavi di volta della vita contemporanea.

 

Elena Casagrande

Intervista rilasciata in occasione di Pordenonelegge 2017

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La cucina della verità: intervista a Gualtiero Marchesi

Quando abbiamo cominciato a costruire il numero #4 della nostra rivista cartacea sul tema del cibo e delle tendenze alimentari ed enogastronomiche, abbiamo pensato che la ricerca filosofica non potesse non interfacciarsi con chi rende ogni giorno viva la cucina: gli chef.  Personalità poliedriche, dalle grandi abilità tecniche e dalla profonda attenzione per il mondo circostante, riescono a riprodurre e rappresentare in un piatto il pensiero che gli è più proprio. Filosofi del mondo culinario, interpretano la realtà attraverso i loro piatti e la lavorazione delle materie prime. Proprio perchè la nostra ricerca non poteva prescindere dalla voce degli chef, non poteva prescindere nemmeno dal più grande maestro della storia della cucina italiana: Gualtiero Marchesi.

Il suo curriculum, una sorta di cursus honorum del mondo della gastronomia e della ristorazione, è lungo e sensazionale, così come l’elenco dei premi e dei riconoscimenti ricevuti, sia come chef che come persona e come rappresentante nel mondo della cultura italiana. Possiamo riscontrare l’impronta di Gualtiero Marchesi in moltissime città del mondo, ma noi oggi lo ringraziamo soprattutto per la fondazione di ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana, di cui lui è stato un grande promotore e rettore sino a quest’anno: ha aperto i battenti nel 2004 in un bellissimo palazzo vicino Parma e con la guida di Marchesi regala al mondo alcuni tra i migliori professionisti del settore. Nel 2010 nasce la Fondazione Marchesi, «nido d’arte per i bambini e scuola creativa per i cuochi», mentre risale al 2014 la nascita dell’Accademia Marchesi, un progetto complementare ad ALMA e che rappresenta «un luogo di studio, di apprendimento e di sperimentazione dove formare i cuochi e divulgare i principi di una sana alimentazione, dove la cucina e l’arte, in tutte le sue manifestazioni, dalla musica alla scultura, alla pittura, all’architettura, al teatro… possano contribuire alla definizione del buono e del bello, coinvolgendo sia gli adulti sia i bambini».

Gualtiero Marchesi è uno degli esempi in cui cucina e filosofia sono a stretto contatto, in cui non può darsi una vera cucina senza un pensiero forte alle sue spalle. Un pensiero che si fa percorso e quindi esperienza attravero le materie prime, la loro lavorazione e la loro fruizione estetica nel piatto. Abbiamo avuto l’onore di riflettere sullo stato del mondo contemporaneo e di come la cucina debba essere una cucina della verità, in cui aristotelicamente parlando, materia e forma rilevano l’essenza del piatto. Una cucina che diventa specchio della nostra realtà e della necessità di riscoprire un rapporto sincero, vero e genuino con il cibo. Grazie Maestro!

 

La sua esperienza si è sempre intrecciata all’amore, alla passione e curiosità per l’arte: dalla pittura, scultura, alla letteratura sino alla musica. In che modo il Bello e il Buono possono coesistere in modo equilibrato? Evitando così che l’estetica si innalzi a un culto e che i cuochi si trasformino in solo esteti.

Il segreto dell’arte è proprio questo: illuminare in maniera simbolica il rapporto tra l’uomo e la natura, l’uomo e la vita, la storia, la morte.  Per questo motivo, l’arte non è distrazione, né capriccio: serve a raccontare grandi e piccoli misteri. Ridurla a qualcosa di decorativo, di futile, è come non usarla o sprecarla. L’espressione artistica si raggiunge quando si governa la tecnica talmente bene da dimenticarsela. Per questo serve studiare, formarsi, in cucina come nelle diverse arti.

La dimensione educativa e formativa è per Lei una parte fondamentale e determinante per il percorso di un cuoco e paragonando la cucina alla musica afferma che prima di tutto bisogna giungere nella condizione di essere ottimi esecutori e poi alla fine aspirare a diventare profondi compositori. Quali sono le caratteristiche che fanno di un cuoco oggi un abile compositore?

Trovo che ci siano delle somiglianze tra cuochi e musicisti, poiché ambedue lavorano sodo e di notte, devono conoscere a fondo la tecnica e saper riprodurre con esattezza una ricetta che è come uno spartito. Io apprezzo i buoni esecutori, i cuochi che sanno cucinare, che non steccano. L’interprete si trova un passo oltre. Un ruolo destinato a pochi, mentre i compositori, in grado di creare, quelli sono veramente rari. I piani di studio dell’Accademia Marchesi si basano su queste premesse.

Lei afferma che «La cucina non è un fine ma un mezzo. È uno dei linguaggi con cui parlare a se stessi e al mondo». Considerando le profonde trasformazioni socio-culturali che hanno attraversato e tutt’ora attraversano la nostra società, possiamo dire che la cucina ha anche il dovere di raccontare i cambiamenti che interessano l’individuo e la società tutta? Può individuarci due momenti storici particolari in cui la cucina ha cambiato sé stessa in funzione dei bisogni dell’uomo e della sua società?

riso-oro-e-zafferano_La chiave di SophiaCon la caduta dell’Ancien Régime, i cuochi di corte si sono ritrovati disoccupati e si sono messi in proprio. La grande ristorazione nasce dalla Rivoluzione francese. In Italia, il cambiamento avviene quando, nel ristorante di via Bonvesin de la Riva, a Milano, nasce la Nuova cucina italiana, non più succube dei ricordi di fame, della guerra, della quantità immediata a discapito della qualità.

Erano ormai cambiati i ritmi e gli stili di vita, l’apporto calorico poteva essere ridimensionato, studiate meglio e applicate le giuste cotture, rendendo il piatto leggibile, curando la composizione, i rapporti tra vuoti e pieni, tra i colori, le forme del cibo e la forma del piatto. Non a caso, ho sempre disegnato piatti e stoviglie per ottenere un’armonia visiva e concettuale. La materia è forma e il contenuto è il suo contenitore. Solo così l’esperienza ri-creativa e sapienziale della cucina diventa totale e quindi anche estetica.

Viviamo in un’epoca in cui ogni informazione è presa e consultata sul web: da un lato proliferano i blog di cucina, siti internet dove trovare ricettari e vademecum culinari, dall’altro ogni nostra esperienza, compresa quella enogastronomica, è mossa e influenzata da siti e realtà come TripAdvisor dove la recensione e il feedback da parte di altri utenti-consumatori diventa la premessa fondamentale dalla quale prendere le nostre scelte. A Suo parere, perché ritiene che l’uomo abbia bisogno innanzitutto del parere soggettivo altrui nel giudicare un luogo, un ristornate o un locale? Non abbiamo dimenticato forse quello spirito di curiosità e scoperta che ci caratterizza?

Pensiamo solo alla fissazione di fotografare tutto quello che mangiamo. Il web è sommerso di foto di piatti. Credo che questa paranoia sia l’effetto di un bisogno estremo, di una paura da esorcizzare, facendo quello che fanno gli altri, unendosi al branco. Muoversi con la massa rassicura, maschera l’angoscia di non essere accettati. La tomba dell’originalità!

Al fine di tutelare, custodire e raccontare una cultura della cucina vera, secondo Lei, verso quale direzione l’informazione, il giornalismo e la comunicazione in generale dovrebbe muoversi?original_raviolo-aperto-gualtiero-marchesi_la-chiave-di-sophia

L’informazione è diversa dal consumo di informazioni. Fare cultura richiede una certa preparazione e soprattutto curiosità e sincerità.

Ho sempre sostenuto, anche polemicamente, che al posto dei critici, spesso incapaci di cucinare alcunché, avremmo bisogno di più cronisti, gente che sappia raccontare cosa ha visto, ha sentito e mangiato, magari aggiungendo anche il perché e il per come di un piatto, ciò che pensava in quel momento il cuoco.

Quali sono state le tendenze in grado di affermarsi nel panorama culinario italiano e che hanno sviluppato un loro pensiero, rispondendo ad un reale bisogno e non semplicemente imponendosi e scomparendo come una semplice moda?

Bisogna sempre partire dal passato, dissetarsi alla sorgente per riuscire a capire il futuro. Rileggere le ricette della tradizione, attualizzandole, alleggerendole, senza pasticciare e giocare con le apparenze. Restare legati al clima. Se lavoro al mare non posso proporre una cucina alpina e viceversa. Scegliere sempre il meglio che offre il mercato, seguendo le stagioni, quando i frutti della terra raggiungono la pienezza del gusto.

Il resto è moda, va e viene.

Si può affermare che è cambiata la testa e soprattutto il palato delle persone, non si mangia più per fame ma per appetito e questo sposta sempre più il centro dei comportamenti dal mondo dei bisogni a quello dei desiderio, potremmo dire “dallo stomaco alla mente”, assumendo un nuovo punto di vista sull’oggetto del cibo a quello della cultura. A questo proposito e in risposta alle richieste di un nuovo consumatore sempre più attento, come risponde la ristorazione tradizionale? E quali sono i suoi criteri di scelta?

Non sarei così sicuro che il cambiamento sia concluso, è ancora in atto. Per questo è necessario dedicarsi alla ricerca e alla formazione sia dei consumatori sia dei cuochi. Ricordiamoci, anche, che la globalizzazione comporta e comporterà un sempre maggiore meticciamento della cucina, a partire dagli ingredienti. Non è facile stabilire dei criteri di scelta, validi oggi e tra dieci anni. L’unica cosa che si può ribadire è che la forma è materia e la materia è forma, che il buono è anche il bello.

Quali sono secondo lei i valori fondamentali della cucina italiana e del sistema agroalimentare italiano?

Come dicevo prima, l’estrema varietà. Siamo un Paese lungo e stretto, percorso da microclimi diversi, addirittura opposti, storie di persone e modi di pensare multiformi. Sembra una debolezza ma è una forza. Questo continuo confronto e il peso specifico di una grande civiltà ci hanno regalato il senso della misura, la percezione di cosa sia l’eleganza che non ha nulla a che vedere con lo sfarzo, l’esibizione del lusso. Siamo mediterranei e greco-romani, viviamo in uno spazio dove la prima regola è riconoscere il limite e trasformarlo da ostacolo in opportunità e − perché no? − in bellezza.

È importante anche riflettere intorno al nuovo senso dello stare assieme, trovando un motivo di aggregazione nell’identità del cibo consumato, diventando anche una paradossale sollecitazione etica oltre che intellettuale. Qual è la Sua posizione sulla ritualità dei pasti e sul valore aggregativo del cibo?

original_rosso-e-nero-coimbra-gualtiero-marchesi_la-chiave-di-sophiaIn passato, il rito del cibo si svolgeva in casa, perché la casa paterna era il vero, indiscusso, centro del mondo. Oggi, non credo che questo legame sia, fatte le debite eccezioni, più forte. Prevale, secondo me, il desiderio di trasformare i dettagli in rito. Forse, la modernità è afflitta da una vera e propria crisi di nostalgia più che per le cose in sé, per quello che rappresentano. Il consumismo si basa sull’apparenza. Possedere, imitare è più sbrigativo che essere o avere qualcosa, perché ce lo siamo conquistato.

La nostra rivista intende riportare alla luce il valore della filosofia come disciplina in grado di parlarci di noi e del mondo odierno e anche pratiche quotidiane come la cucina.  Lei che cosa pensa della filosofia?

Mi piace, innanzitutto, che la parola abbia a che vedere con il concetto di amore verso qualcosa. Amore della conoscenza. L’unico modo per onorare la nostra umanità.

 

Martina Basciano e Elena Casagrande

Photo credits ritratto: Luisa Valieri

Sulla nostra rivista #4 articolo speciale di Gualtiero Marchesi, per leggere qui

 

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Vivere e scrivere la montagna: intervista a Paolo Cognetti

<p>Scrittore Paolo Cognetti fotografato a Estoul in baita</p>

Paolo Cognetti ha vinto il Premio Strega 2017 con il suo romanzo Le otto montagne (Einaudi). Nel libro la montagna è uno sfondo, ma anche un collante, una meta, il luogo del ricordo. Cognetti racconta di un’amicizia tra due ragazzi, Pietro e Bruno, che si snoda attraverso gli anni. Pietro è un ragazzino di città, che ogni estate viene portato dai suoi genitori a Grana, paesino valdostano ai piedi del monte Grenon. Qui egli incontra Bruno, pastore e montanaro, destinato a diventare per lui un amico speciale – quello della vita.
Cognetti ha scritto di montagna anche ne Il ragazzo selvatico (Terre di Mezzo, 2013), una sorta di diario personale in cui narra di come trasferirsi in montagna lo abbia aiutato a superare una crisi personale e creativa. Lo scrittore ha inoltre pubblicato il “romanzo di racconti” Sofia si veste sempre di nero (Minimum fax, 2017), Manuale per ragazze di successo (Minimum fax, 2017), ma anche dei saggi su New York (New York è una finestra senza tende, Laterza, 2017), città da lui molto amata.
Milanese di nascita, vive da anni in montagna, in una baita a 2000 metri. Lo conosciamo al festival letterario Pordenonelegge il 14 settembre 2017, dove ha tenuto una conferenza assieme a Enrico Brizzi dal titolo Camminare, scalare, vivere; da questo incontro è nata, nei giorni successivi, questa intervista.

 

Lei dedica Le otto montagne a un amico che l’ha ispirata, guidandola «dove non c’è il sentiero»: è grazie a questo amico che è nato il personaggio di Bruno? Che rapporto ha questa amicizia reale con quella letteraria?

L’amicizia reale ha ispirato quella del romanzo; questo libro non è un’autobiografia però tutto quello che c’è dentro ha un certo grado di verità – come succede sempre nella narrativa. Sono veri i personaggi, sono veri i luoghi, sono vere le relazioni. Scrivendo un romanzo succede che la vita diventa qualcosa di “sognato”, si discosta dalla realtà per diventare qualcos’altro. Inoltre, vari aspetti di alcune mie amicizie reali confluiscono nel personaggio di Bruno.

La montagna è un ambiente puro, schietto, elimina il superfluo e va all’essenziale. Secondo lei, quanto influisce l’ambiente montano sui rapporti umani? Parlo di rapporti familiari (penso ad esempio a Gianni, il padre di Pietro ne Le otto montagne) ma anche sentimentali e d’amicizia (mi viene in mente Lara, che si lega a Bruno, alla quale l’essenzialità sembrava non bastare).

Dipende da come uno sceglie di vivere in montagna. È anche possibile vivere in montagna così come in città. Non vorrei descrivere la montagna come un mondo in cui tutti vivono in maniera diversa e più pura. È possibile condurre un’esistenza da cittadini in un paese montano provvisto di tutti gli agi, di tutto il superfluo: mezzi di comunicazione e di intrattenimento, auto, televisione, computer e via dicendo. Ci sono invece alcune persone che vivono la montagna come luogo più semplice, più autentico, ed essi stessi si spogliano di diverse cose. Io ho veramente pochissime cose su (in montagna, nella mia baita, N.d.R.) e faccio una vita il più possibile semplice, e questo in effetti entra nei rapporti, che diventano anch’essi spogliati di tante sovrastrutture o canali di comunicazione che abbiamo oggi a disposizione. Le amicizie si fondano sullo stare insieme, sul camminare, sul lavorare e poco altro. Mi sembra in questo modo di riuscire a creare rapporti più schietti e più profondi al tempo stesso. Per quanto riguarda i rapporti familiari, quello che è successo a Pietro e Gianni è ciò che è accaduto a me: questo padre in città non c’è, perché dedica la parte migliore di sé a quello che fa fuori di casa, al lavoro. Diventa un padre reale col quale è possibile parlare e avere una relazione solo in montagna. Nel mio romanzo accade questo, ma io non ho tanta esperienza di famiglia, non me la sono costruita, mi piacciono di più i rapporti di amicizia piuttosto che quelli familiari.

Sia ne Il ragazzo selvatico che ne Le otto montagne c’è un paesaggio alpino che è selvaggio ma non completamente: lei scrive che sulle Alpi c’è una lunga storia di presenza umana che però oggi vive un’epoca dell’abbandono. Anche a Grana c’è «assenza di decoro, disprezzo per le cose, gusto nel maltrattarle e lasciarle andare in malora». C’è per lei un fascino particolare nell’abbandono del paesaggio alpino che rimanda al “ricordo come rifugio”, la frase che scrive Gianni in un libro degli ospiti?

Sì, trovo un fascino in questo. Noi probabilmente non sappiamo nemmeno che cosa sia un paesaggio davvero selvaggio: sulle Alpi, ovunque andiamo, a guardar bene troviamo dappertutto segni della presenza umana, del lavoro. Fin da piccolo mi sono abituato a vivere la montagna come un luogo abbandonato, pieno di ruderi, dove qualcosa che c’era prima, ora non c’è più, e questo è romanticamente molto struggente. Mi riferisco proprio alla poetica romantica dell’abbandono. Le Alpi io le collego a questo, cosa che non mi succede andando in Himalaya, come racconta Pietro ne Le otto montagne: lì non c’è questa sensazione di abbandono e non percepirla cambia molto, perché l’ambiente montano cambia decisamente carattere.

Alle tematiche della memoria e del ricordo si lega infatti ciò che Gianni dice dei ghiacciai alpini, «memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi». In lei quindi è molto vivo il legame che lega la montagna al ricordo e alla memoria?

Sì, senz’altro, anche nella mia vita privata. Solo da bambino puoi vedere la montagna con la meraviglia dei luoghi nuovi, tutti da esplorare. Da grande essa diventa, al contrario, il luogo della tua memoria. Mi piace molto ripercorrere i vecchi sentieri e viaggiare nel tempo mentre cammino in montagna. Ma la montagna è anche un luogo di memoria collettiva perché io cammino per i luoghi della Resistenza, per esempio, o attraverso i luoghi delle Guerre Napoleoniche, o lungo i percorsi dove hanno lavorato i montanari che non ci sono più. Mi piace molto essere in grado di leggere questo paesaggio grazie a chi me lo ha insegnato, grazie ai libri che ho letto o grazie agli amici che ho frequentato. Mi piace sapere dove sto passando, capire cosa c’è stato lì, ecco.

Ne Le otto montagne lei scrive che «è impossibile trasmettere a chi è rimasto a casa quello che si prova lassù», però ha cercato di farlo. Pensa di esserci riuscito o crede che, in un certo senso, solo chi ha vissuto davvero la montagna possa capire fino in fondo l’ambiente descritto e tutto ciò che esso comporta?

A volte gli scrittori mettono nei loro libri degli “esorcismi”, e con quella frase («è impossibile trasmettere a chi è rimasto a casa quello che si prova lassù») volevo dire che quello che stavo cercando di fare rischiava di essere un fallimento, perché è impossibile raccontare la montagna a chi non la conosce. Invece poi mi è successo di parlare con i lettori che in montagna non ci sono mai stati, e ho riscontrato che sono rimasti colpiti, a modo loro, dal libro. Penso ai grandi romanzi di mare: io il mare non lo conosco per niente, eppure leggendo Conrad o Jack London mi sembra quasi di sapere tutto su come si sta su una barca. Credo che la grande scrittura questo riesca a farlo; io ci provo.

Il titolo Le otto montagne viene da una storiella che un vecchio nepalese racconta a Pietro, di un mondo composto da otto montagne e otto mari, con al centro un monte altissimo, il Sumeru. Pongo a lei la domanda che il nepalese pone a Pietro: ha imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è arrivato in cima al Sumeru? Crede che questi due percorsi rappresentino in realtà due tipologie di personalità che forse non si oppongono così tanto, bensì si completano?

Sì, sono assolutamente d’accordo. Forse spesso succede che queste due personalità siano interne a noi, due parti di noi, e non per forza due persone diverse. Ho pensato tanto a Hermann Hesse, scrittore che ho amato molto durante l’adolescenza: queste due vie somigliano un po’ alle due vite di Siddharta. Egli compie una prima parte della sua ricerca come eremita e poi pratica l’ascesi per anni: questo rimanda alla figura del monaco, quello che sta cercando di salire sulla cima del Sumeru. Poi, soddisfatto da questa ricerca, Siddharta si dedica invece alla vita dei sensi, diventa un commerciante, un amante delle città, delle donne, della vita materiale. E forse questa è la parte della sua storia che corrisponde a quella del viaggiatore che fa il giro delle otto montagne. Poi Hesse ha sviluppato questo tema in un altro gran bel libro, Narciso e Boccadoro, dove questi due destini sono incarnati da due personaggi distinti: Narciso è il monaco che passa tutta la sua vita in un monastero, Boccadoro l’artista che cresce in quel monastero come orfano, ma ben presto parte per seguire la sua vocazione. Tutti e due nella vita cercano di realizzare la loro grande opera d’arte: nel caso del monaco l’opera d’arte può essere il raggiungimento dell’illuminazione, della pace, della comprensione del mondo. Nel caso dell’artista è invece riprodurre tutto questo in un capolavoro. Mi piace molto l’idea che nessuna delle due vie sia quella giusta, sono due possibilità, magari entrambe presenti nella vita di ciascuno di noi.

Non pensa, quindi, che Bruno de Le otto montagne si sia perso qualcosa, rimanendo metaforicamente in cima al monte Sumero e rifiutandosi di girare per le otto montagne?

Beh sì, ognuno di noi si è perso quello che non ha vissuto. Un viaggiatore, per esempio, si perde la casa, si perde la vita di chi sa di appartenere a un luogo e costruisce una relazione con quel luogo. Questo è ciò che Pietro non avrà mai, quindi anche lui si perde qualcosa. Quando uno sceglie una strada, si perde tutte le altre. Ma quello che intendo dire è che non la sento come una vera perdita.

Che rapporto c’è tra la sua attività di scrittore e la montagna? Quanto la montagna ha influito e influisce sulla sua scrittura e come si percepirebbe, lei, senza la montagna?

Da un punto di vista lavorativo, la montagna è il luogo dove io scrivo. Io sono tornato in montagna a trent’anni, in un posto della mia infanzia, dopo averlo abbandonato e dimenticato per tanto tempo. Sono tornato in seguito a una crisi personale e d’ispirazione, e la montagna mi ha restituito la concentrazione necessaria per scrivere, quindi è il luogo dove lavoro meglio, è diventata la mia “stanza dello scrittore”. Poi è entrata nei miei libri con grande potenza, come luogo, come tema, come relazione, come persone. Per me, ora, ha grande rilevanza anche la scrittura del paesaggio, che prima era relativa: ero uno scrittore, mi sembra, più di personaggi, e invece scrivendo di montagna è come se il paesaggio avesse acquisito, nella mia scrittura, tutta un’altra importanza. Lo si vede dal modo in cui la scrittura cerca di raccontare il paesaggio montano, di leggerlo, di renderlo vivo.

Intraprendere una salita in montagna e scrivere un romanzo sono esperienze che per certi versi si assomigliano, perché in entrambi i casi c’è fatica, sofferenza, sforzo fisico e mentale, ma anche il timore di non farcela e la tentazione di mollare. Però alla fine si giunge alla meta e si raggiungono una pace e una soddisfazione particolari. Lei paragonerebbe la gestazione di un racconto o di un romanzo alla salita/scalata che si intraprende in montagna?

No, scrivere è più difficile. Con pazienza e testardaggine so che arriverò in cima alla montagna in ogni caso, mentre non è così per la scrittura. La metafora non regge, poi, nel caso in cui si scriva un brutto libro, perché non si scala mai una brutta montagna. Invece, si può arrivare in fondo a un romanzo, ma non è detto che si sia riusciti a fare quello che si doveva fare. Scrivendo non c’è nessuna sicurezza, mentre in montagna io sento di conoscere i luoghi, so quali sono le mie forze e arrivo sempre in cima, prima o dopo. Scrivere per me è difficoltoso, è un’attività molto rischiosa, nel senso che non sono mai sicuro di dove sto andando o che quello che sto facendo sia buono. Mi manca molto il rapporto artigianale con il lavoro (poi credo che sia così, magari un falegname mi può smentire). Intendo dire che, ad esempio, quando un falegname comincia a lavorare a un manufatto, sa quello che sta facendo, sa come lo deve fare e sa ciò che otterrà. Nella scrittura non è così: è un continuo avventurarsi al buio usando le poche cose che sai per farti luce.

Ne Le otto montagne lei scrive che «uno va in alto perché in basso non lo lasciano in pace». Molti percepiscono nella montagna una sorta di magia, la vedono come un rifugio dove non arriva la contemporaneità o le preoccupazioni della vita di città. Perché secondo lei proprio la montagna ha questa capacità di far spogliare l’uomo e fargli subire una metamorfosi in cui recupera una genuinità e una semplicità che nella frenesia della città non c’è o è difficile da trovare?

Lei però parla più che altro di ciò che succede in vacanza, o durante un viaggio, in un periodo di riposo dal lavoro. Se uno va in montagna a lavorare, non è che si lascia alle spalle le preoccupazioni. Io in questo momento sono molto vicino alle persone che in montagna ci vivono, quindi penso più a loro, anche perché una delle cose che credo di aver cercato di raccontare è che la montagna non è solamente “l’altrove dei cittadini”, di chi passa tutta la vita in città e ogni tanto va su, si cambia d’abito come il padre di Pietro, e con la sua camicia a scacchi trova una tranquillità momentanea in montagna. La montagna di chi ci abita e di chi ci lavora non è un paradiso, piuttosto è un luogo dove si è più soli e anche più liberi, come accade in tutti i luoghi lontani dalla società. Per me la frase «in basso non ti lasciano in pace» è anche legata a una certa tradizione storica della montagna come luogo di resistenza. Penso alla Resistenza partigiana, alle eresie dei valdesi, al modo in cui la montagna ha sempre ospitato e protetto le minoranze, a chi è andato a nascondersi su in alto, scappando dalla pianura che spesso è luogo del potere e della prepotenza cittadina. Questa idea mi piace molto: sono infatti andato a vivere in montagna anche per riuscire a fare la vita che voglio io – cosa che non potevo fare in città.

In montagna, quindi, è del tutto assente questa frenesia che c’è in città oppure per chi ci vive e ci lavora c’è, ma è una frenesia di tipo diverso?

Io credo che la frenesia appartenga a chi fa una vita frenetica. Io abito ancora, in parte, a Milano, ma non definirei la mia vita frenetica. La frenesia è una dimensione personale. La montagna può invece rispecchiare un bisogno di concentrazione, di fare silenzio attorno a sé, senza lasciarsi distrarre troppo dalle cose della vita odierna, contemporanea. Ma questo (condurre una vita frenetica, N.d.R.) può succedere in città come in montagna.

Lei trova che ultimamente la montagna sia una meta turistica gettonata per moda o perché molti si ritrovano a vivere una certa inquietudine, magari figlia del nostro tempo o del modo in cui si vive, e quindi hanno bisogno di scappare?

Sì, penso che sia così (cioè che sia vera la seconda, N.d.R.). Però vorrei dire che la montagna è una meta molto meno gettonata, oggi, rispetto ad anni fa. Ci sono infatti un sacco di case vuote, è un dato di fatto. Credo che la montagna andasse molto più di moda negli anni ‘60 o ‘70. In questo periodo mi parlano spesso di questa presunta “invasione della montagna”, ma a me viene da rispondere che io quest’invasione non l’ho vista. Abitandoci, non vedo questa “moda” della montagna, o se c’è, semmai, dura pochissimo, forse un paio di settimane in agosto. Penso che a settembre in montagna non ci sia già più nessuno.

Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta e il motore di ogni nostra azione e anche di ogni professione, perché è riflessione e ricerca di senso. Nel suo mestiere di scrittore, ritiene che la filosofia abbia un ruolo importante? Che cos’è per lei la filosofia?

La filosofia c’entra strettamente con quello che faccio. A modo mio compio la ricerca del filosofo, che è ricerca di verità, un tentativo di comprensione dell’animo umano, dell’esperienza umana, di cosa significa stare al mondo. La filosofia io la faccio a modo mio, raccontando storie, indagando. A me sembra che narrare sia appunto questo: un’indagine che si svolge attraverso la scrittura, scrivendo del mistero che sono le persone. Penso quindi che ci sia molta filosofia nella mia attività di scrittore.

 

Francesca Plesnizer e Elena Casagrande

 

[Credit: Stefano Torrione]

 

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«Le sto parlando da una biblioteca!»: al telefono con Paola Mastrocola

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Stupore e sacrificio. Credo che questi due sostantivi possano ben introdurre la figura di Paola Mastrocola, un’ex insegnante di lettere, consapevole della fatica che lo studio e il raggiungimento anche di una piccola parte di sapere portano con sé (le famose “sudate carte” di Leopardi) al fine di potersi sentire in grado di capire e ammirare la bellezza e il suono delle parole dei Grandi.
Nonostante il pensiero preciso e radicale a tal proposito, considerato da alcuni un po’ superato e fuori moda, nei suoi numerosi romanzi è in grado di creare delle immagini che denunciano una capacità di osservazione non comune della realtà, delle cose e delle persone, filtrata da occhi ma soprattutto da un’anima che si stupisce ed è, in un certo senso, ancora spensierata.

 

Un nuovo anno scolastico è appena ricominciato. Con quale spirito si accingeva ad intraprendere la scuola quando insegnava e qual è la prima cosa che diceva ai suoi studenti appena entrata in classe?

Insegnando al biennio, ogni anno prendevo una prima liceo scientifico quindi era proprio ricevere i ragazzi all’inizio, lo sentivo come un impegno molto importante. Cercavo di portare in classe un libro molto bello, che piaceva a me, e gliene leggevo una parte; in genere era un libro di poesie della grande tradizione, poteva essere un pezzo di Virgilio o Montale o Orazio, oppure Eliot, qualcosa di bello, di grande. Era il mio benvenuto. Io non ho mai preparato la lezione, mi lasciavo molto portare dall’istinto; non mi piaceva perdere tempo in ciance, decidevo di far subito lezione: o su come scrivere, su come fare un tema, su cosa leggere durante l’anno, cioè cercavo, fin dal primo giorno, di dare l’idea dell’anno che avevamo davanti, di dove volessimo arrivare. Però poi il discorso mi portava sempre dove non pensavo; è il bello delle digressioni, lasciarsi portare. Abbandonare la via maestra e svicolare nei viottolini laterali perché magari siamo attratti da un boschetto, da un prato di viole… Certo, il rischio è perdere la direzione. Ma è un buon rischio, secondo me, nella scrittura.
A me piaceva molto fare lezione, era proprio il centro del mio mestiere. Come sa, la nuova pedagogia non ama che l’insegnante faccia lezione, perché trovano che durante la lezione l’allievo sia passivo; mi dica lei se quando ascoltiamo qualcuno che parla siamo passivi! È una delle follie pedagogiche attuali.

Con lei condivido il grande amore per i libri e i luoghi speciali che li contengono, le biblioteche. Le ha frequentate molto nella sua vita? Ne ha una in particolare a cui è affezionata?

Le sto parlando da una biblioteca! Io sono un caso un po’ particolare, direi un malato grave. Sono almeno trent’anni che tutti i giorni liberi vengo a scrivere alla Biblioteca Nazionale di Torino che è in centro, in piazza Carlo Alberto, una delle piazze più belle della mia città. Vengo più o meno tra le otto e le nove ed esco o alle due o alle sei, dipende. Vivo qua, scrivo qua e scrivo solo qua. Io adoro le biblioteche perché sono luoghi che io chiamo templi non religiosi, in cui c’è un silenzio particolare, un “silenzio rumoroso”, pieno di un rumore mentale: c’è tutta gente che pensa, studia, legge e le loro menti fanno questo bellissimo rumore che ci accompagna e accresce il nostro pensiero individuale. Guardi, è un’esperienza unica vivere in biblioteca! In più abbiamo i libri che ci circondano e quindi ci proteggono, ci parlano anche se non li prendiamo, loro ci sono, noi sentiamo la loro presenza.

In Non so niente di te (Einaudi, 2013) scrive: «Si cominciò a pensare che muoversi era tutto. Il valore di un essere umano iniziò a misurarsi in massima parte proprio dalle estensioni geografiche che nella vita riusciva a coprire: dal chilometraggio, in un certo qual senso. I giovani in particolare venivano giudicati a seconda di quanto più si esponessero al lontano e al diverso. Il che complessivamente veniva riassunto nel concetto del “fare esperienza”».
Che pensiero ha in merito alla generazione Erasmus?

Mi sembra che stiamo dando i numeri! Abbiamo pensato che sia un valore andare via di casa e andare lontano in mondi stranieri e, se possibile, esotici. È una follia. Pensi a Federico Fellini che io adoravo e che mi manca molto. Fellini, che ha fatto forse i film più straordinari del Novecento, non si è mai mosso da Rimini. Anzi le dirò di più: se vogliamo arricchire la nostra inventiva, la nostra originalità dobbiamo stare molto fermi e centrati in noi. Credo che le grandi scoperte si facciano dentro di noi. Certo, è bellissimo conoscere nuovi mondi, andare ogni tanto a fare un viaggio, ma proprio questo sbattersi fuori di casa per una specie di diktat collettivo che si è imposto… ma no! Se ne hai voglia, se proprio è un tuo piacere ma può riguardare il 5% dei giovani, il 10%, ma non tutta questa massa che si sente sfigata se non va via! Questo no! Ci può essere un ragazzo meraviglioso, che fa degli studi ottimi e che studia sotto casa. Non è un cretino perché studia sotto casa!
Mi rende triste che siate sottoposti a questa tortura del curriculum e che dobbiate fare una moltitudine di esperienze lavorative e di studio, anche minime, irrisorie, solo per mettere voci nel curriculum; questa cosa è demenziale. Voi non siete più valutati per quello che valete e pensate ma per quanti chilometri avete fatto, cioè no. Dovreste ribellarvi ma non so in che modo.

Nella stessa pagina del libro sopraccitato emerge anche una riflessione sul concetto di valutazione. Lei scrive: «Era iniziata una strana stagione della Storia, dove tutto doveva essere “oggettivamente misurato”, e quindi valutato secondo certe tabelle internazionali».
Che rapporto ha lei con i metodi di valutazione della scuola attuale?

Lo ritengo uno dei guai della scuola attuale! Si è imposta la pedagogia del valutare e l’Europa ha fatto molto danno in questo senso, ci obbliga ad adeguarci alle normative, agli schemi, alle statistiche… Ci sono cose non valutabili e sono, in genere, le migliori. Valutare un ragazzo in base ad un test, magari fatto in poco tempo, velocemente, in modo superficiale, è svalutare la sua vita mentale, l’originalità dei suoi pensieri, anche la sua “lentezza”, perché no? Ho combattuto contro gli Invalsi e contro ogni genere di test in tutti questi ultimi anni. I test d’ingresso, per esempio, che aberrazione! Mi avessero mai sottoposta ad un test d’ingresso non sarei entrata in nessuna università. Ci sono anche menti che non sono adatte; il test misura qualcosa di molto limitato, misura la velocità ad esempio, ma non la profondità. Stiamo selezionando una categoria di giovani discutibile.

L’importanza dell’esperienza interiore e del tempo dedicato alla solitudine con se stessi emerge chiaramente come tema fondamentale in molti dei suoi libri ma anche nelle numerose interviste rilasciate.
Nella sua vita di scrittrice, insegnante, moglie e madre è proprio la scrittura ad assumere su di sé la funzione di pausa dal mondo che scorre?

Il bisogno di isolarsi da tutto e da tutti, in modo anche molto egoistico − cioè dire ogni tanto “io non ci sono per alcune ore al giorno per nessuno” − sarebbe salutare per tutti, anche per quelli che non scrivono; nessuno può vivere sempre all’esterno di sé, sempre con altri, sempre sottoposto a stimoli continui. L’eccesso di stimoli esterni è negativo, ci frastorna, ci disturba, ci distrae, ci confonde, ci impedisce il contatto intimo con noi stessi, che è poi fonte di grande piacere. Uno deve stare con sé un pochino ogni tanto nella giornata. Sarebbe bello che tutti si sconnettessero un po’ e si isolassero anche un po’, non dico tanto, una o due ore al giorno: uno legge o passeggia, guarda, si siede su una panchina, non è che deve scrivere un romanzo per forza, ma abbiamo tutti un nostro mondo interiore da coltivare, cerchiamo di non trascurarlo. Mi preoccupa che quando abbiamo un momento di pausa lo usiamo per stare connessi, rispondere alle mail o ai messaggi, quello non è un attimo di pausa.

In Non so niente di te c’è una scena che mi ha estremamente colpito, quella in cui Fil e Malmecca, seduti, passano la giornata ad acchiappare con la lenza le foglie che cadono dagli alberi, al fine di “accompagnarle nella loro caduta”. Similmente anche una frase presente in Una barca nel bosco (Guanda, 2004) mi è rimasta impressa: «Veder piovere sul mare è tutt’altra cosa, quasi un malessere: ti chiedi cosa se ne fa il mare di tutta quest’acqua, dove se la mette».
Questa sensibilità per i gesti e gli aspetti belli, piccoli e inutili della vita, questa attitudine a rendere più umano il mondo che ci circonda e questa capacità di osservazione strettamente connessa a una grande curiosità da dove prendono origine? Qualcuno gliele ha trasmesse o è autodidatta in ciò?

Non lo so, però io penso che sia legato alla domanda precedente. Se noi aumentiamo la nostra dimestichezza con l’interiorità, con lo sguardo, con l’osservazione, con lo stare fermi anche, il mondo ci entra dentro e ci parla; quindi non dobbiamo più fare niente, viene spontaneo. Se proprio vuole che le indichi la strada forse è una specie di tornar bambini, perché è il bambino che nota tutto e si stupisce. È lo stupore la chiave della nostra vita, solo che crescendo ce lo dimentichiamo un po’. Ad esempio, prendiamo il tramonto: per gli antichi era il fatto che il carro del Sole, guidato da Helios, finiva la sua corsa a Occidente; e poi però la domanda era “ma come fa il Sole se cade a Occidente a rinascere a Oriente?”. E gli antichi avevano risposto che c’è un fiume circolare che circonda la Terra e si chiama Oceano, il carro del Sole a Occidente viene preso da una nave che percorre il fiume Oceano e lo riporta a Oriente. Non è bellissimo?
Recentemente ho ri-raccontato i miti greci (L’amore prima di noi, Einaudi, 2016): il mito è un altro grandissimo motore di stupore, quando l’umanità era bambina e non sapeva nulla di scientifico si stupiva. Noi dobbiamo semplicemente tenere assieme la scienza e il mito, non separarli!

La città in cui risiede, Torino, è una città che ha ispirato numerosi scrittori. Che rapporto ha instaurato negli anni con la sua città natale? Ha mai desiderato vivere da un’altra parte?

La mia città mi piace, ma nel senso che è mia e non la cambierei. Non l’ho mai descritta perché io non amo descrivere i luoghi reali, però credo di appartenerle. Ma in un modo molto naturale. Sono nata qui, sono sempre vissuta qui, credo che morirò qui. Fine.

Frequentando le librerie ci si accorge di come chiunque ormai possa scrivere un libro e quindi, mai quanto prima, è fondamentale essere in grado di selezionare. In generale cosa ne pensa della letteratura contemporanea italiana e quali sono le sue letture preferite?

Aggraverei il problema: non solo vengono pubblicati troppi libri ma adesso in rete tutti possono scrivere. Il problema della selezione, come dice lei, è il problema centrale e lo sarà sempre di più. Non so come farà la gente ad essere guidata nella scelta tra i capolavori, pochi, e la spazzatura, tanta. Però questo ci pare molto democratico e quindi, auguri!
Detto ciò, io penso un gran bene della letteratura contemporanea italiana a differenza dei critici, quei pochi (sempre che ne esistano ancora…) che si divertono ad affermare che non sappiamo scrivere e che non abbiamo niente da dire. Io penso che ci sia una narrativa italiana molto forte, facciamo quello che possiamo, certo, ma ci sono degli ottimi libri.

Una domanda d’obbligo alla fine di ogni intervista de La Chiave di Sophia: qual è la sua idea di filosofia e che ruolo assume nella sua vita?

A me piacerebbe che nella vita reinserissimo il concetto di mistero, non per forza in senso religioso, però che ammettessimo che qualcosa è inspiegabile e che accettassimo questo valore di non riuscire a sapere tutto e di non riuscire a spiegare tutto. C’è qualcosa che ci sfugge ed è bene che ci sfugga, probabilmente lì sta il senso della vita; il bello è cercare di capire, anche con l’idea di non riuscirci mai. È come se noi fossimo di fronte a un disegno di cui ci sono i puntini, ha presente il gioco della Settimana Enigmistica? Noi più viviamo più uniamo i puntini, ma solo alla fine vedremo il disegno finale, quando ormai sarà troppo tardi! Però il bello è esercitarci a intuire il disegno, con il rischio di sbagliare.

 

Sara Rocco

Sara Rocco, nata a Verona nel 1992, si è laureata in Architettura al Politecnico di Milano, città nella quale attualmente vive. Convinta che “il futuro ha un cuore antico”, è affascinata tanto dalla conservazione dei beni storici, quanto dall’architettura e dall’arte contemporanee, e vorrebbe unirle nella propria futura professione. Amante dei teatri, delle città e dei festival, non smetterebbe mai di viverli e frequentarli. Eternamente indecisa tra un buon libro e un avventuroso trekking in montagna.

 

Intervista rilasciata telefonicamente il 23 settembre 2017 a seguito dell’incontro con l’autrice in occasione del festival Pordenonelegge di sabato 16 settembre 2017.

Licei, filosofia e serie tv: intervista a Tommaso Ariemma

L’istruzione scolastica alimenta l’ampia e delicata sfera dell’educazione dei ragazzi e rappresenta un pilastro per la crescita di una persona. Forse il pilastro più importante, assieme alla famiglia d’origine.

Eppure la scuola è bistrattata, sottovalutata, screditata. Siamo tutti reduci di brutte esperienze? Difficile fare i giudici a posteriori, lamentandoci di quello che non funziona senza mai guardare agli aspetti positivi che infuocano la passione degli studenti, la loro motivazione, le loro conoscenze.

Ce lo ricordiamo tutti in fondo il professore diverso, quello che ti rimane nel cuore per tutta la vita e che ti ha cambiato il modo di vedere la scuola e lo studio. Quel professore particolare, unico, trascinante e coinvolgente. Ecco, ne abbiamo trovato uno ancor più amato e stimato per il modo di trasmettere informazioni, cultura, riflessione e consapevolezza.

Tommaso Ariemma insegna filosofia in un liceo a Ischia, ma la sua risonanza ha ormai conquistato e appassionato tutta l’Italia. Ora è tempo che lo conosciate da vicino anche voi!

 

Insegnare filosofia sui banchi di scuola è troppo spesso diventato un modo per obbligare gli studenti a sapere a memoria una marea di nozioni. Per loro spesso il contenuto non ha importanza, basta saperle ripetere e il gioco è fatto. Ma la filosofia è questa? Qual è la situazione in Italia di come si insegna filosofia sui banchi di scuola?

La filosofia non è certo imparare a memoria delle nozioni, ma saper comprendere il proprio tempo in dialogo con i grandi pensatori, non solo del passato. I testi dei filosofi e le loro riflessioni devono essere usati come una “cassetta degli attrezzi” altrimenti è tutto inutile. Comprendere il proprio tempo significa a questo punto attraversare, con la filosofia, la cultura di massa contemporanea fatta di serie tv, abitudini sui social, svolte tecnologiche e politiche. Ai miei studenti chiedo pertanto esercizi di comprensione, meditazioni filosofiche sul presente. Dovrebbero farlo anche i miei colleghi, ma non accade spesso. Per molti ragazzi la filosofia resta una disciplina astrusa, fino a quando non capiscono come usarla: solo allora essi colgono lo straordinario aumento di percezione della realtà che dona lo studio di questa disciplina.

La filosofia nelle scuole viene troppo spesso presa per un calderone di concetti difficili da capire e da ripetere, eppure nasconde in sé una base per la crescita personale e intellettuale dei ragazzi. Ritieni che sia utile insegnare filosofia alle scuole superiori? Estenderesti l’insegnamento anche ad altre classi e scuole, per non lasciare ragazzi privi di questo privilegio?

La filosofia andrebbe estesa a ogni ordine e grado di istruzione. Lo si fa già, in via sperimentale, con i bambini, con un certo successo. È la disciplina che ti permette di orientarti nel mondo in modo critico e attivo. Certo, per me, l’adolescenza resta il periodo della vita migliore per apprenderla: un periodo delicato, ricco di sfide e la filosofia può diventare, se insegnata bene, una valida compagna di strada.

Per l’opinione pubblica, la scuola non gode purtroppo di una grande fama: si critica spesso quello che viene insegnato e il modo con cui si fa ancora didattica. Sappiamo invece che tu rappresenti una piacevole eccezione, in che modo invece ti differenzi dai consueti metodi di insegnamento?

Quando entro in classe non penso mai di “spiegare” qualcosa a qualcuno, ma di costruire un ambiente di trasformazione e di incubazione di nuove soluzioni insieme ai miei ragazzi. Lo scorso anno, per esempio, abbiamo cercato di formulare in classe una legge antiterrorismo, utilizzando il Sofista di Platone e alcune nozioni di diritto. Definire con una legge il terrorista si è rivelato alla fine molto difficile, tanto quanto per Platone lo era individuare il “sofista”, il cattivo filosofo. I ragazzi si sono misurati davvero con una difficoltà del nostro tempo. Ecco: la scuola funziona se i ragazzi vengono stimolati, sfidati, sollecitati a usare la loro intelligenza per guardare in faccia il mondo. Anche un po’ per scherzare, dico spesso che la filosofia la conosco e mi annoio a sentirmela ripetere. Mi incuriosisce di più vedere cosa sono capaci di fare in ragazzi con del materiale filosofico.

Dai social network vediamo che i ragazzi ti seguono appassionati e coinvolti. Da vicino, potresti raccontarci qual è la risposta sul coinvolgimento dei tuoi studenti? Ci sono influenze positive anche sull’apprendimento delle parti più nozionistiche?

Spesso circola l’idea che il docente sia una sorta di “facilitatore”, uno che semplifica le cose. È una visione per me sbagliata, perché io cerco di essere piuttosto un “attivatore” culturale. Mi piace pensare al docente, e in particolare al docente di filosofia, come a colui che “innesca” apprendimenti, che cambia il modo di vedere le cose. I miei ragazzi riescono ad avere lo stesso entusiasmo che hanno nel seguire o nel fare le loro attività preferite. E a quel punto la complessità della filosofia non li spaventa. Anche gli aspetti più nozionistici vengono visti come un mezzo per un divertimento e una soddisfazione più grande e pertanto non vengono affatto trascurati.

Uno dei tuoi meriti è quello di essere arrivato al cuore dei ragazzi attraverso l’utilizzo delle serie tv per spiegare la filosofia. Le serie tv e i film non sono quindi una perdita di tempo, ma sono impregnati di filosofia: ci puoi fare qualche esempio?

Va detto che sono arrivato al loro cuore, perché sono, come studioso e filosofo, un esperto del funzionamento delle nuove serie tv. Prima di insegnare a scuola ho fatto corsi universitari e  pubblicato diversi volumi accademici sul fenomeno. Questo per dire che il “metodo pop” non si improvvisa. Implica un ripensamento della didattica alla luce di nuove competenze. Non vedo una serie che mi piace e ne parlo semplicemente ai miei ragazzi: seguo da studioso il fenomeno delle nuove serie tv, che ha come caratteristica distintiva una forte componente filosofica. Per questo motivo le serie vengono impiegate nelle mie lezioni. Nella serie tv True Detective, per esempio, vengono citati Parmenide (implicitamente) e Nietzsche (esplicitamente). In Lost addirittura si esagera: alcuni protagonisti hanno il nome di celebri filosofi! Insomma, da più di un decennio la filosofia può trovare un valido alleato nella nuova serialità televisiva.

Senza poi dimenticarsi dei social network, vediamo che avete creato una pagina molto seguita, in cui i ragazzi possono veicolare le loro conoscenze e diffonderle in maniera virale. I social network possono aiutare la filosofia a diffondersi? In che modo?

Lo scorso anno abbiamo creato un blog, ancora attivo e ricco, che contiene gran parte dei nostri esperimenti didattici: tuttofastoria.wordpress.com. È il nostro modo di documentare e condividere in rete quanto si produce in classe. Lo ritengo fondamentale: in rete qualche collega un po’ chiacchierone critica il mio metodo senza alcuna cognizione del lavoro che faccio e allora io posso esibire con orgoglio (a differenza del collega) la mia sperimentazione.

Quest’anno al blog si è aggiunta la pagina Facebook Scuola Pop.Filosofia e cultura di massa, che in pochi mesi ha superato i 6000 followers. I miei ragazzi si sono cimentati con video performance filosofiche, la creazione di un video-dizionario filosofico e altri esperimenti che hanno raggiunto migliaia di visualizzazioni in poco tempo. La filosofia può essere al passo con i social proprio grazie all’entusiasmo dei ragazzi e alla loro energia. La pagina promuove il mio metodo secondo il principio della diffusione del sapere e delle buone pratiche. Non sopporto l’idea del professore che si chiude in classe e poi cala il buio. Tutti, invece, possono vedere (e criticare) quanto facciamo.

In alcuni tuoi libri analizzi il contatto tra l’arte e la filosofia: come si esprime secondo te il legame tra queste due discipline?

Entrambe si occupano di “singolarità”, ma in modo diverso: l’arte lo fa attraverso una pratica che coinvolge i media più differenti (letteratura, pittura, scultura, architettura, cinema, serie tv etc) riducendo al minimo, quasi si trattasse di una fuga, l’aspetto concettuale. La filosofia fa quasi l’opposto. Inutile dire che questa doppia fuga, dalla materia in un caso, dal concetto nell’altro, genera una grande attrazione tra le due discipline, per cui il filosofo è sedotto spesso dall’arte e viceversa. Nella mia carriera di filosofo non ho fatto altro che occuparmi di artisti e pratiche artistiche. Anche l’interesse per le serie tv viene da questa seduzione che l’arte esercita sulla filosofia.

In un tuo scritto, hai definito i selfie “una pratica di cura del sé”: perché credi sia scoppiata questa mania dell’esposizione di sé? Ha a che fare con la ricerca costante dell’essere umano di una forma di bellezza?

Il discorso in questo caso non è facilmente riassumibile in due righe. Certo, la pratica del selfie ha a che fare con la bellezza, e in particolare con una forma di bellezza che ha origine nel Rinascimento, ovvero con l’esaltazione dell’immagine del corpo perfezionabile. Ma haanche a che fare con una pratica di cura, di costante preoccupazione per la nostra immagine condivisa sui social che può portare all’esaurimento. Da filosofo ragiono però anche come una sorta di “farmacologo”, nel senso che, entro certi limiti, la pratica del selfie può rivelarsi importante per sviluppare un amore di sé, un narcisismo non patologico capace di contrastare il prodotto più importante dell’attuale industria della bellezza: la vergogna di sé stessi.

Un consiglio per i nostri lettori. Tra le tue pubblicazioni, quali ritieni che stiano aiutando maggiormente la filosofia ad essere divulgata per il grande pubblico, condividendola anche al di fuori delle scuole e delle università?

Certamente il volume La filosofia spiegata con le serie tv edito da Mondadori da qualche mese. È il risultato proprio della mia sperimentazione in classe. Anche se molto recente, sta registrando un successo inaspettato sia nei giovanissimi che negli adulti che da tempo avevano abbandonato lo studio filosofia.

È obiettivo de La Chiave Di Sophia mostrare come la Filosofia possa entrare in dialogo con tutto ciò che ci riguarda nella quotidianità. Per te che cosa significa Filosofia?

Lo dico in due parole, altrimenti il discorso sarebbe troppo lungo: l’esposizione del pensiero. Per me filosofia significa non aver paura di pensare.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Pensiero, immagine, sostanza: intervista all’architetto Cino Zucchi

Settembre era appena cominciato e sugli schermi di computer e televisori continuavano a scorrere le immagini del sisma che aveva dolorosamente colpito Amatrice, Accumuli e Pescara del Tronto. Avevo molti pensieri e molte cose da chiedere che mi frullavano in testa: come una manna dal cielo, il Festival della Mente di Sarzana mi ha dato la possibilità di avere anche delle risposte. Abbiamo infatti incontrato Cino Zucchi, architetto milanese dello studio Cino Zucchi Architetti, il quale tra i progetti più importanti annovera la ristrutturazione e ampliamento del Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, gli edifici residenziali dell’area Ex-Junghans a Venezia, progetti d’architettura del paesaggio, disegno urbano ed allestimenti in Italia e all’estero. Zucchi è inoltre Professore Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana presso il Politecnico di Milano, scrive e collabora con molte riviste d’architettura e non solo; dopo numerose collaborazioni con l’istituzione nel corso degli anni, nel 2014 ha curato il Padiglione Italia per la Biennale di Venezia.

 

 

Lei è un architetto che opera dalla scala urbana all’oggetto di design. Qual è lo spazio di progettazione che ritiene più stimolante? In che modo il progetto di uno spazio urbano e quello di una lampada si somigliano?

C’è questo famoso slogan (anche un po’ abusato) “dal cucchiaio alla città” che sanciva una specie di università del metodo progettuale, cioè il moderno nasce come qualcosa che pensa di avere uno strumento forte, che è la progettazione capace di qualsiasi cosa. Il fatto è che il nostro modo di fare, la nostra competenza e la nostra disciplina interagiscono in maniera complessa con molti altri soggetti: l’architettura e la città non sono fatte solo dagli architetti, noi siamo la parte emersa dell’iceberg; sono invece un sistema sociale ed anche economico, nonché un confronto continuo con i valori a generare la città. Certamente il momento in cui un programma diventa forma è un momento strano, c’è un qualcosa un po’ di magico, di alchemico potremmo dire, perché nonostante tutte le procedure inventate non c’è mai un meccanismo completamente stabilito per passare dal programma alla forma  – che poi è quello che rimane dell’elemento artistico dell’architettura. Un mio idolo che si chiama Paul Valery, che in realtà nasce come poeta ma poi è finito a fare il pensatore, dice in un suo saggio che l’artista è colui che trasforma l’arbitrio in necessità e dunque che un’opera d’arte finita deve sì avere un carattere di congruenza, ma nasce dall’arbitrio, dalle scelte. Questo è molto interessante: possiamo far qualcosa che non è totalmente proceduralizzato – un’invenzione – ma che alla fine ha la struttura e la rispondenza che noi ci aspettiamo dal mondo fisico, che è quello che distingue design ed architettura dall’arte. In questo senso è  vero che io disegno lampade e città, ma non mi sento tanto dentro quell’universalità del metodo; piuttosto mi sento coinvolto in una serie di pratiche – vorrei dire anche culturali, perché considero anche la tecnica parte di una cultura – dove uno continuamento inventa, mette a punto e rifà, si sviluppano delle catene tali per cui come c’è una epidemiologia delle idee – Dan Sperber parlava del carattere virale del pensiero – anche le forme sono soggette a delle sorte di epidemie. C’è un bellissimo libro di Henri Focillon che s’intitola La vita delle forme e che parla di come le forme si possano svuotare di un senso e riempire di un altro; parla anche di un certo non-carattere di necessità tra forma e contenuti: faccio l’esempio di Hagia Sophia di Istanbul, che oggi infondo è per noi l’immagine della moschea, nasce come chiesa; avviene dunque una migrazione delle forme e dei simboli che continuano ad inseguirsi. Per cui io credo che noi generiamo delle forme e queste forme continuamente interagiscono con una cultura.

In questo senso c’è una distinzione interessante che fa Levi-Strauss ne Il pensiero selvaggio tra ingénieur e bricoleur,  sostenendo che l’ingegnere è colui che ha metodo e non forma, ha una procedura forte dell’idea, come se non avesse pregiudizi formali, per cui la forma viene alla fine come esito di un sistema di pensiero forte; il bricoleur è invece colui che ha una scatola di oggetti, come fosse Robinson Crusoe che si trova su una spiaggia a dover costruire una capanna, per cui ricombina forme ereditate secondo combinazioni nuove – dunque il senso è un riassemblaggio. Noi siamo un po’ ingegneri e un po’ bricoleur, abbiamo ereditato dal moderno questo senso un po’ scientifico della procedura, ma in realtà non siamo completamente deproceduralisti: per esempio maneggiamo anche delle forme che hanno una storia e le riassembliamo secondo significati nuovi.

 

Viviamo in un’epoca in cui abbiamo accesso a tutto dal palmo di una mano: le informazioni sono praticamente infinite ed in questo groviglio di possibilità sembra ci siano ancora poche cose in grado di stupirci. Anche per questo in ogni ambito della vita pare ci si voti al sensazionalismo: creare qualcosa di sempre più grande, sempre più spettacolare. L’architettura in questo non fa eccezione. Come si coniuga questa ricerca ossessiva allo stupore con l’idea “primigenia” che fa dell’architetto il disegnatore non tanto dell’involucro quanto dello spazio in cui si riversa la vita delle persone?

Sempre Paul Valery diceva che alcune persone danno eccitanti invece che nutrienti, sollevando il problema del sensazionalismo dell’arte moderna che è connaturato, questo “annual different”, questa ossessione per il nuovo – l’arte contemporanea è diventata più che una cosa per esperti. Detto questo, la sostanza dell’architettura, essendo  costosa e pesante, spesso permane ben oltre l’obsolescenza della propria immagine; diciamo cioè che l’immagine di un edificio si consuma in qualche anno, mentre l’edificio può durare qualche decennio. Questo è un problema interessante, quello della lunga durata – io ho fatto una lezione una volta, si chiamava “La teoria della doccia del camping”, che è molto ermetico come nome ma voleva dire che quando noi troviamo la doccia del camping troppo fredda o troppo calda e giriamo il rubinetto, l’acqua non diventa subito calda o fredda, ma ci mette un po’ a mutare: allora l’output è ritardato rispetto all’input. Potremmo dire che oggi, se io produco un’architettura su un programma, ora che la costruisco il programma è già cambiato, cioè l’architettura ha una sua gestazione lenta e non può essere totalmente in tempo reale: molti edifici nascono in una maniera che sono già obsoleti quando sono fatti. Mi è capitato proprio tecnicamente, usando le tecnologie, ad esempio comunicative ed informatiche, ma anche di riscaldamento: dopo tre/quattro anni sono già cambiate. Questa inerzia e lentezza dell’architettura è sostanziale ma interagisce con un mondo sempre più virtuale.

Io penso che non c’è una verità e che si trovano sempre delle convivenze, per esempio potremmo dire che uno può vivere molto bene con un Macintosh nella villa del Palladio. Paul Valery dice più o meno che “Quello che chiedo alla tecnologia moderna è di vivere con più agio una vita non-moderna”; per esempio, mentre nell’utopia degli anni ’50 ipotizzavano la casa dei Jetson del futuro, che aveva queste forme che la facevano sembrare un’astronave, in alcuni film di Win Wenders si vede il Macintosh vicino ad un ambiente “classico”. Io penso che l’età del futuro sia babelica, cioè le metropoli sono fatte di tante cose, è come una totale simultaneità tra passato e futuro, non c’è solo futuro, perciò probabilmente il mondo del futuro non assomiglierà ai film della fantascienza anni ’50 ma somiglierà forse più a Blade Runner in questo senso.

 

Tutti conosciamo la massima “Non giudicare un libro dalla copertina”, minimizzando forse troppo l’importanza della qualità estetica. Qual è e quanto è importante per una architettura il ruolo della sua facciata?

L’architettura moderna nasce come reazione agli stili; in tedesco esiste un termine intraducibile che è qualcosa tra “pulito”, “igienico”, ma anche con un carattere morale, il quale va a descrivere quest’architettura bianca, algida. In questo senso il modernismo aveva negato il concetto di facciata – la facciata era qualcosa degli accademici, come dire che se imposto un problema correttamente, allora la facciata vien da sé. Io credo però che la facciata non vada vista in termini esteriori, ma anche come sfondo allo spazio pubblico: di un edificio esiste infatti una dimensione individuale e più esistenziale che è quella della stanza, ma c’è anche quella della città pubblica, che è appunto la facciata. Essa serve dunque come interfaccia – certamente climatica o ambientale tra la protezione interna e il plein air – ma anche tra dimensione individuale e collettiva. È come il vestito, che scherma alcune parti di noi e nel momento in cui le scherma ha anche un valore autonomo e comunicativo: così possiamo vedere la facciata, come schermo di mille individualità e il rapporto con una città che deve permanere oltre gli abitanti delle case. Se uno si dipingesse il suo pezzo di facciata, un cyberpunk alla sua maniera e la vecchietta anche, non ci sarebbe la città. Nessuno chiede a place Vendôme di essere personalizzata secondo i desideri degli abitanti: place Vendôme funziona perché uniforme. In questo senso oggi possiamo tornare a vedere il tema della facciata come qualcosa in senso più ambientale che formale, cioè c’è anche qualcosa di meteorologico – infondo i quadri di Monet della cattedrale di Rouen fanno vedere che l’architettura bianca legge il corso del sole. Noi infondo amiamo la città, andiamo a fare turismo, non è solo un oggetto funzionale, è qualcosa che amiamo anche per questo suo carattere reattivo. Io sono un bravo facciatista, ma in senso non formalista: forse riesco a ridare alle facciate questo carattere vibrante che (forse) nel moderno abbiamo un po’ perso.

Corte Verde di Corso Como, Porta Nuova - Milano, 2006-2013

Corte Verde di Corso Como, Porta Nuova – Milano, 2006-2013

Molti ragazzi del nostro gruppo, tra i quali io stessa, ci siamo formati a Venezia e ancora la viviamo; eppure persino a noi, spesso, la città pare essersi cristallizzata in un passato sempre più lontano, ed è soprattutto la sua architettura ed i suoi spazi a darci quest’impressione. Ignazio Gardella, con il suo progetto della casa alle Zattere, è uno di quegli architetti ad aver affrontato (con più successo di altri) il problema della modernità in questa storicissima cornice, fortemente legata alla sua identità architettonica. Arrivando ai giorni nostri, quali difficoltà ha incontrato nella proposizione del suo progetto alla Giudecca? E come ci si confronta oggi con questa tradizione così radicata?

Ricito nuovamente Paul Valery, questa volta sul tema tradizione: «Si dimenticava che una tradizione esiste unicamente per essere inconscia e che non sopporta di essere interrotta. Una continuità impercettibile è la sua essenza. Riprendere, rinnovare una tradizione è espressione falsa»; quando noi non siamo più in questa continuità possiamo rinnovare una tradizione, ma in quel momento il nostro atto è giudicato come un atto nuovo, cioè non può essere più visto in termini continuistici. Ora, io mi sono trovato ad operare nella città più difficile del mondo, Venezia, perché ho vinto un concorso; ho fatto una casa spero contemporanea che però si confrontava con un bene collettivo dove non mi sentivo neanche in dovere di fare un oggetto puramente singolo, e ho toccato tutta quella delicatezza tra la continuità con l’ambiente, che è più grande di noi, e invece il tema del nuovo. Il mio cliente in realtà voleva fare un falso storico – io non ho fatto un falso storico, però ho fatto una architettura che, chiudendo un po’ gli occhi, per ragioni cromatiche o di scala va abbastanza insieme, ma per il resto vedi che è fatta oggi: cioè potremmo dire che ha una specie di doppia lettura, due livelli di sofisticazione. Io ancora una volta credo che la modernità di seconda generazione può avere strade più sofisticate: se è stato necessario nel 1910 o 1920 sancire un grado zero, poiché in un certo senso la modernità è nata da un taglio col passato come ha fatto Mondrian nell’arte, oggi non abbiamo più bisogno di questo; è come se una nuova modernità potesse includere anche frammenti – come nella prima sinfonia di Mahler c’è dentro, come un’eco, “Fra Martino Campanaro” – per cui oggi siamo nella condizione per cui senza fare della nostalgia possiamo trasfigurare pezzi, considerare un po’ l’antichità come contemporanea a noi.

 

Il viaggio è una forma di esperienza che ci arricchisce sotto molteplici punti di vista. Poiché il suo lavoro nonché i suoi studi l’hanno portata in molte realtà del mondo, quale viaggio o città l’hanno maggiormente colpito dal punto di vista dell’architettura?

Dal punto di vista archeologico, Palmira e Petra sono l’architettura di pietra nel suo farsi quasi naturale, però sono pezzi d’archeologia, sono rovine. New York e Venezia sono secondo me meravigliose, nella mia testa sono simili perché sono città costruite da commercianti, sono sogni collettivi costruiti da persone pratiche; quello che a me meraviglia sempre è proprio come una civiltà commerciale riesca collettivamente a creare un sogno, che neanche il più audace degli scenografi di Blade Runner potrebbe fare. A me son sempre piaciute le città che sono sempre cresciute su se stesse, per cui città che hanno un carattere unitario fatto come in mille pezzi, una realtà che è molto più articolata di quella che è.

E poi naturalmente ciascuno di noi è come un collezionatore di souvenir mentali, un architetto fotografa mentalmente tante piccole scene. Le ultime città che vedi poi sono sempre quelle che ami di più. Io trovo il formaggio uno degli elementi più alti dell’uomo perché dal latte tiri fuori mille tipi di formaggio: così dalla pietra l’uomo tira fuori mille architetture meravigliose.

Edifici residenziali area ex-Junghans, Giudecca - Venezia, 1997-2002

Edifici residenziali area ex-Junghans, Giudecca – Venezia, 1997-2002

L’architettura è una delle discipline coinvolta in prima linea quando si tratta di terremoto; considerando la portata dell’evento, essa pone e risponde a quesiti che vanno ben al di là dei criteri antisismici. Per quanto riguarda la ricostruzione dei centri storici, può essere considerata culturalmente pericolosa qualora avvenga sotto il motto, che spesso si sente, “dov’era e com’era”?

C’è un dibattito in corso in questo momento. Io avevo una certa pruderie nel parteciparvi, anche per un certo elemento traumatico della cosa, mi sembra sempre poi che gli architetti abbiano anche interessi professionali talvolta. Dirò comunque che dal punto di vista umano sono colpito da questo dramma, evidentemente, invece dal punto di vista di questa lunga durata di cui si parla da parecchio, proverei a metterla così: ci sono dei casi anche storici dove si è abbandonata la città vecchia e si è costruita una città tutta nuova, con un effetto anche di “deportazione”; casi di successo come Noto e casi di insuccesso come Gibellina. La Polonia dopo la guerra è stato il posto emblematico del “dov’era com’era”. L’elemento affettivo di ricostituire un panorama è molto importante anche in senso sociale della comunità, per cui io non sono per niente contro il “com’era dov’era”, perché lo trovo un’opzione possibile. Il problema secondo me è un altro, che le città italiane di media grandezza già vivevano una parziale crisi tra il loro spazio e la maniera di funzionare – voglio dire che quelle che gli inglesi chiamano hill towns del centro Italia erano un po’ spopolate, c’era il negozio che non andava tanto bene, erano piene di paraboliche, le macchine non sapevano dove parcheggiare… si viveva la città diffusa senza forma e la città antica era un po’ un elemento tradizionale per gli abitanti ma anche un posto da turista, cioè non era una realtà sociale così vitale. Quello che voglio dire è che spesso noi abbiamo degli oggetti vecchi – una vecchia televisione, un pianoforte… li abbiamo lì e li usiamo; nel momento in cui si rompesse il vecchio pianoforte o la televisione, in quel momento è un trauma, un lutto, ma ti poni il problema se sostituirla. Se il “com’era dov’era” funziona per una società mi va bene, ma non deve diventare l’idea del ripristino. In ogni caso è un atto nuovo, per cui lo faccio se voglio veramente farlo e se ne ho bisogno; ma al contempo non sono un moralista al riguardo, non penso che bisogna trasformare Amatrice in una new town, però l’occasione del trauma deve far riflettere su come agire, perché in ogni caso il “com’era dov’era” sarebbe un’effige, per cui anche tecnicamente quelle case sono crollate perché fatte in muratura e dunque dovrebbero essere fatte diversamente, così come gli impianti sarebbero diversi e così via. Per cui ritengo che devo avere in qualche modo un progetto nuovo che è anche sociale, dove posso usare l’antico ma ho in mente cosa voglio fare e non solo un elemento puramente sentimentale, anche perché non ho forse le finanze per farlo; rischio anche di fare un ambiente uguale a prima ma nei dieci anni di lavori la gente nel frattempo è già andata fuori, quindi il posto non lo sentirebbero comunque più come proprio. Per cui io andrei caso per caso: non ho un’idea generale, cercherei di capire qual è la strategia specifica che è meglio per quella comunità in quella situazione e anche con degli elementi più tecnici.

 

Noi crediamo nell’interdisciplinarietà della filosofia; lei cosa ne pensa della filosofia? In che modo ritiene che entri in contatto con l’architettura?

Mi rendo conto dai miei studenti cinesi che l’architettura europea è più che una pura tecnica, cioè stranamente per tante ragioni c’è sempre stato un elemento colto, in questo senso filosofico, dell’architettura europea, pertanto non è assimilabile completamente ad una pura disciplina performativo-tecnica, mentre in altri posti magari lo è, oppure non ha l’importanza culturale che ha avuto in una città europea. Detto ciò, oggi secondo me il fare filosofia si contamina, ha un confine meno definito, è meno una disciplina unitaria, per esempio la filosofia della scienza coincide talvolta con la fisica. Così l’architettura continuamente si contamina col paesaggio, con la public art. La divisione in arte e pensiero ottocentesca non esiste più. Secondo Paul Valery l’uomo moderno per sua natura ha una compresenza, non può più essere un uomo di una sola fisica, di una sola religione, di un sol pensiero: la contemporaneità di queste cose, e anche le idee, perdono carattere di essenze e diventano strumenti nella modernità. Ora, Wittgenstein invece nella prefazione alle Ricerche filosofiche dice una cosa molto bella, ovvero che in un’epoca classica lo sforzo individuale diventa come una grande onda e fa un’opera di civiltà; oggi invece è come se ognuno seguisse fini individuali, non vediamo più un’onda che lega gli istinti individuali ad una grande mossa collettiva, ma nonostante questo spettacolo disordinato è una realtà contemporanea, il valore non è più tanto nella distanza percorsa ma nello sforzo fatto per raggiungerla. Voglio dire che un elemento di solitudine intellettuale, di non essere dentro un grande sistema, c’è in tutte le arti e le discipline, per cui anche il concetto di interdisciplinarietà non ha più tanto un tema sistematico ma più una sorta di dialogo continuo; in questo senso mi sento affratellato ai filosofi per una serie di domande. Io sono un fanatico del De rerum natura e talvolta parlo del clinamen lucreziano (preso da Epicuro), questo tema di “deviazione” e “inizio del mondo”; cioè quello che mi interessa è il pensiero non più sistematico ma generato da una devianza: tutti i miei bei progetti nascono da un atomo che si perde un po’ via, perciò in un certo senso sono molto epicureo nei miei progetti.

 

Giorgia Favero

 

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Arte e fenomenologia delle emozioni: la prospettiva di Andrea Bruciati

In occasione della doppia mostra trevigiana Lost in Arcadia, allestita al Museo Bailo e da TRA – Treviso Ricerca Arte, intervistiamo Andrea Bruciati, curatore, storico dell’arte e nuovo direttore di Villa Adriana e Villa D’Este a Tivoli. Riferimento della scena artistica italiana, Bruciati ci racconta la sua idea di arte come fondamentale strumento di lettura della realtà e macchina di pensiero, ed invita il pubblico a sviluppare un dialogo più soggettivo ed intimo con le opere.

 

Nella sua professione di storico dell’arte e di curatore deve essere capace di trovare i giusti riferimenti nel passato, ma anche di rielaborare e presentare questi stessi stimoli in un’ottica attuale. Come si può dunque costruire il dialogo tra storia e contemporaneità?

L’artista è sempre un pioniere, deve essere in grado di sperimentare e fare ricerca, spingendosi aldilà delle conoscenze prestabilite, mettendosi in discussione e cambiando i canoni del nostro immaginario. Ma questo lavoro sono in grado di compierlo solo i grandi maestri che sanno da dove vengono e chi sono. La storia e la memoria sono i punti di partenza fondamentali perché solo con profonde radici si possono costruire grandi architetture di pensiero. L’importante è che il passato non rimanga un riferimento passivo ma che si faccia vivo ed edificante. L’artista infatti deve compiere una rielaborazione personale della storia, per rispondere ad inquietudini del presente e cercare risposte per il futuro.

Spesso i giovani artisti scelgono la strada del facile consenso, ovvero percorrono istanze già sperimentate per inserirsi nella moda del momento. In questo caso possiamo parlare di contemporaneità derivativa perché manca la parte di ricerca e rielaborazione personale. E non è il tipo di lavoro che personalmente mi interessa.

L’hanno spesso definita difensore e promotore di un fare dell’arte tutto italiano, ma in un mondo globalizzato come quello attuale, può esistere una realtà italiana in grado di confrontarsi come corpus unitario con modelli esteri? D’altronde i grandi movimenti storici che si sono generati in Italia con risonanza internazionale, come l’arte povera o la transavanguardia, fanno ormai parte del passato.

Oggi l’artista ha un linguaggio trasversale e internazionale, poiché viviamo in un mondo dove ovunque possono arrivare le informazioni e nuovi stimoli. Però, riprendendo anche il precedente discorso sull’importanza dei riferimenti storici, dobbiamo sempre sapere chi siamo. Se un artista ha successo all’estero è perché trae in maniera vivificante dei semi, una koinè (lingua comune, n.d.e), dalla sua storia. Prendiamo ad esempio Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, o Vanessa Beecroft. Sono tutti artisti italiani che hanno rielaborato delle specificità attraverso la nostra cultura: tramite l’ironia, nel caso di Cattelan, che si presenta come una specie di Pinocchio del Ventunesimo secolo, o parlando della donna attraverso la moda, come nel caso della Beecroft; o ancora, affrontando un discorso legato ad un vintage del nostro immaginario, ad un passato perduto, come con Vezzoli.

Poi da curatore posso anche fare un altro tipo di discorso. Ci troviamo in un sistema internazionale in cui tutti difendono i loro artisti, quindi è naturale per me cercare di portare avanti i nostri. In questo caso è puramente una questione di politiche culturali: certamente artisti anglosassoni e tedeschi in un panorama internazionale si trovano spesso più avvantaggiati. Poi, aldilà di tutto, credo che la qualità della ricerca sia sempre la cosa più importante, ed è un valore che non ha bandiera.

In una precedente intervista ha affermato che la cultura è il valore etico su cui una comunità sana si costruisce. In che modo si crea un dialogo con il pubblico senza scendere a troppi compromessi con scelte commerciali?

Secondo me la responsabilità è degli organi di formazione della collettività, a partire proprio dalle basi, quindi dalle scuole. Oggi il linguaggio visivo è la nuova forma di analfabetismo. Non riusciamo spesso a distinguere lo stimolo che ci proviene da una bella immagine pubblicitaria da quello di un’espressione artistica, perché non abbiamo dei parametri valutativi. L’educazione è quindi la risposta per conferire all’individuo gli strumenti per capire quando un’espressione è ricerca, che va aldilà di quello che noi vediamo, e quando invece è massificazione dell’immagine. Un’immagine che in questo caso ci deve piacere e sedurre per vendere. L’arte deve essere invece uno strumento che ci aiuti a interpretare la realtà che ci circonda e non estetica fine a se stessa.

Se l’arte deve essere in grado di dirci qualcosa, quali sono i valori che rendono un’opera costruttiva in una prospettiva sociale? Dal suo personale punto di vista, vale di più la partecipazione collettiva, forse oggi la scelta più diffusa o comunque con più risonanza mediatica, o la riflessione autonoma?

Credo che l’arte debba sempre rivolgersi alla fruizione in modo attivo, invitando il pubblico a riflettere. Ma nelle mie scelte come curatore prediligo un pensiero suggerito, a partire dal singolo artista, dalla sua soggettività e intimità. È una forma di comunicazione fortemente diversa da quella del manifesto d’avanguardia, per esempio, ma non per questo meno efficace, penso che il fruitore debba avere la libertà di interpretare ciò che vede. Quando organizzo una mostra mi piace considerarla una piattaforma di pensiero propedeutica alla cittadinanza, quindi funzionale alla riflessione, ma dove ognuno è libero di intraprendere il percorso di ricerca che preferisce e più consono al suo essere.

Che cosa consiglierebbe a quei pochi giovani coraggiosi che scommettono ancora sulle carriere umanistiche e che desiderano inserirsi nel settore dell’arte in qualità di storici, teorici o curatori?

Bisogna avere molto coraggio, tracciare delle nuove strade. È un po’ lo stesso discorso fatto con gli artisti: o ti adegui a quello che il sistema dominante ti impone, oppure sviluppi delle ipotesi di pensiero personali.  Direi di non aver paura di indagare diversi campi di studio e di avere una certa versatilità, il settore va preso da tanti punti di vista.

In una realtà come quella italiana in cui le istituzioni sono le prime che sembrano non credere nel valore e nel potenziale della cultura, c’è ancora spazio per questa sperimentazione di cui parla?

È vero che in Italia la situazione è difficile, il sistema del Paese non aiuta. Andarsene però è una sconfitta, per quanto mi riguarda ho una forma mentis un po’  “Don Chisciottesca”, e credo che anche tra le difficoltà basti un piccolo passo per offrire un po’ di linfa vitale. Noi, che lavoriamo in questo settore, in fondo trattiamo di elaborati culturali ed estetici, oltre che certo dati scientifici e storici, ma dobbiamo soprattutto imparare a muoverci con altri strumenti, forse più legati alla nostra soggettività. Da una parte penso sia sempre arricchente fare un’esperienza di studio o professione all’estero, dall’altra se l’arte contemporanea necessita di problematicità, forse questo è il Paese ideale dove l’arte può svilupparsi. I limiti possono rappresentare uno stimolo.

Oltre ad una ricerca estetica personale che è l’essenza stessa della sua professione, come si relaziona nel quotidiano il suo lavoro con un’indagine di tipo filosofico?

L’arte è conoscenza emotiva e inintelligibile, la mia è una ricerca rivolta alla fenomenologia delle emozioni. Non mi interessa la logica fine a se stessa, ma piuttosto se funzionale al miglioramento della condizione dell’uomo.

 

Claudia Carbonari

[Immagine tratta da Artribune.com]

 

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Le particelle dell’arcobaleno: intervista a Mario Pelliccioni

Mario Pelliccioni è un ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e all’interno del CERN di Ginevra, in quest’ultimo è stato co-fondatore ed è tutt’oggi attivista di un gruppo LGBT. In questa intervista, con un’accurata chiarezza e una raffinata capacità comunicativa, ci racconta come la percezione morale e culturale sia cambiata nei confronti della fisica rispetto ai secoli passati, ci espone la sua opinione rispetto al ruolo della scienza nella società odierna, con un particolare focus sul rapporto tra Trump e il suo antiscientifico negazionismo del riscaldamento globale; infine ci illustra come è composto, che cosa fa e quali obbiettivi si pone il gruppo LGBT all’interno del CERN. Come si coniugano tematiche legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale con un ambiente rigoroso e scientifico come il CERN?

 

Buongiorno Mario, intanto grazie per aver accettato questa intervista. Di cosa ti occupi esattamente all’interno del CERN? A quali progetti stai lavorando?

Sono un ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (sezione di Torino), e lavoro dal 2008 in uno degli esperimenti principali del CERN: il Compact Muon Solenoid (CMS). Negli anni mi sono occupato sia del mantenimento e della messa a punto dell’apparato sperimentale, sia dell’analisi dei dati raccolti dall’esperimento. Ho lavorato ad una delle analisi che nel 2012 ha portato alla scoperta del bosone di Higgs, ed ora coordino uno dei gruppi che si occupa, tra le altre cose, della ricerca di ulteriori particelle di Higgs che potrebbero esistere in natura.

Bè congratulazioni, sarai molto fiero del lavoro svolto. Com’è nata la tua passione per la fisica? E qual è oggi la parte del tuo lavoro che ti entusiasma di più?

Ero appassionato di materie scientifiche fin da piccolo. Mi piace capire come funzionano le cose. Al liceo mi sono innamorato del rigore matematico della fisica, anche grazie a degli ottimi professori.
La parte che preferisco di questo lavoro è l’aspetto creativo legato al problem solving. Qui ci si trova spesso davanti a problemi nuovi, la cui soluzione sembra impossibile o non praticabile. Almeno finché non si arriva ad una via che non era mai stata pensata prima. In qualche modo, si crea qualcosa che non esisteva, e quello che era una difficoltà insormontabile può diventare facile in un attimo.

Si può dire che la fisica più di altri rami della scienza è una materia in cui la sfida più grande è quella di combattere i pregiudizi insiti nelle convinzioni comuni? Per lo meno da un punto di vista storico. Vedi Giordano Bruno, Galileo Galilei o anche solo Newton. Hai mai avuto l’impressione ancor oggi che un’idea scientifica incontrasse degli ostacoli culturali ancor prima che logici o matematici?

Può succedere, anche se le motivazioni al giorno d’oggi sono di norma molto diverse da quelle di qualche secolo fa, per fortuna. Dentro la comunità scientifica, a volte capita che si abbia investito tanto tempo, fondi, e fatica nel perseguire un’idea che poi risulta essere un binario morto. A volte un’idea nuova rende inutile un intero filone di ricerca. È normale che ci siano resistenze talvolta, ed in parte è pure salutare: se una novità non è in grado di superare un po’ di resistenza, forse non è così solida come sembra! In ogni caso, anche le critiche più feroci che ho visto fare non sono mai uscite da certi ovvi limiti di professionalità e rispetto.
Va anche considerato che gli scienziati vengono addestrati tutta la vita ad essere scettici e dubitare di tutto: questo include il risultato o l’idea che gli stai presentando in quel momento. I problemi sono spesso, ora come in passato, al di fuori della comunità, dove nel dibattito scientifico rientrano considerazioni politiche, ideologiche e etiche. Questo non è sempre un male, però.

In quali casi non lo sono? Come è possibile che uno come Trump possa mettere in dubbio per esempio lo sconvolgimento climatico? Ti sei fatto un’idea al riguardo?

La mia opinione è che la ricerca non dovrebbe avere, per la maggior parte, limiti etici o politici, ma l’applicazione delle conoscenze derivanti dalla ricerca sì. L’uso dell’energia dal nucleare, quanti investimenti assegnare alle risorse rinnovabili (e quali, e con che tempistiche), l’applicazione delle tecniche di bioingegneria più moderne devono necessariamente scaturire da un dibattito aperto (e informato, questa è la parola chiave) razionale dove il bene comune e la programmazione su lungo termine siano centrali, dove si decida cosa permettere e cosa no, dove assegnare risorse e dove toglierle. E quando si discute su come e dove la società distribuisca le proprie risorse si entra in un campo squisitamente politico.
L’esempio di Trump e del cambiamento climatico è evidente: le sue conclusioni non sono basate su considerazioni sul bene comune, e che non siano fondate su dati concreti è per così dire accidentale. Trump appartiene alla categoria di persone che invece di adattare le proprie idee ai fatti, cerca di adattare i fatti alle proprie idee (che può essere particolarmente sgradevole se sei un fatto che deve essere adattato, come nel caso di uno scienziato del clima o, per altro, un immigrato). Del resto, un dibattito informato sull’argomento nella società americana è impossibile: l’argomento è diventato completamente ideologico, con pochissimo spazio per la razionalità, e la strategia basata sul mantenere la popolazione americana ignorante in materia sta dando i suoi frutti.

E per quanto riguarda la comunità scientifica, e in particolare il CERN, quali credi siano le “problematiche sociali” che andrebbero affrontate a cielo aperto, se esistono? 

Sicuramente il fatto di essere in un ambiente internazionale con persone provenienti da tutto il mondo può presentare delle difficoltà. Ci sono diversi modi di lavorare e di relazionarsi con gli altri che devono in qualche modo coesistere. Per la maggior parte la mia impressione è che il CERN rappresenti una storia di successo a riguardo: ho visto fisici da paesi tra di loro in conflitto più o meno aperto collaborare in maniera produttiva, uomini provenienti da paesi dove la condizione della donna è tutt’altro che rosea che trattano le loro colleghe con rispetto e professionalità.
Per carità, non è tutto rose e fiori: ad esempio il gruppo LGBT del CERN ha avuto qualche difficoltà iniziale ad essere riconosciuto dal management, e qualche episodio di intolleranza si è verificato. Ma stiamo parlando di una comunità di diverse migliaia di scienziati, e sebbene questo non sia una giustificazione, i casi vanno inquadrati in questa statistica.
Vi è evidentemente una sotto-rappresentazione delle donne nel nostro mondo. Questo non è un problema esclusivo del CERN, che per altro impiega solo una frazione molto ridotta degli scienziati che lavorano qui. Non esistono soluzioni facili, soprattutto perché molte donne cambiano carriera negli anni dopo il dottorato, dove vi è tipicamente un periodo di precariato piuttosto lungo, e la carenza di protezioni e diritti rende le cose più difficili per loro. Alcuni paesi negli anni hanno cercando di arginare il problema, con iniziative come quote rosa per l’assunzione di personale, e sebbene questo aiuti crea anche delle distorsioni: il problema non è tanto che le donne non vengono assunte, è che la carenza di diritti per tanti anni le spinge verso carriere più sicure prima che venga il loro momento di competere per un posto fisso.

E per quanto riguarda questo gruppo LGBT ci vuoi spiegare in quanti siete? Che tipo di attività fate, che tipo di obbiettivi vi siete posti?

Il gruppo è nato circa 7 anni fa. Alcuni di noi “fondatori” lavoravamo negli USA in un laboratorio dove esisteva un gruppo simile, e spostandoci qui abbiamo notato che un’entità del genere mancava. Lo abbiamo creato per diversi motivi: anzitutto, è utile avere un interlocutore unico con il CERN per avanzare alcune richieste. Ad esempio, fino a qualche anno fa il laboratorio offriva certi benefit alle coppie sposate, ma non a quelle unite civilmente. Se si proviene da un paese dove il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è ammesso (come in Italia, ad esempio), questo rappresenta una discriminazione nella discriminazione. E infatti il CERN ha cambiato le sue policy di recente, estendendo i diritti che offre alle coppie sposate anche a quelle unite civilmente.
Il gruppo funziona anche come forum: abbiamo una mailing list dove ci scambiamo informazioni su eventi legati al mondo LGBT nell’area di Ginevra, e dove forniamo aiuto e supporto a vicenda in caso di difficoltà o problemi. Organizziamo anche alcuni eventi più “sociali” come può essere una cena, una birra o una serata al cinema. Abbiamo settimanalmente un pranzo nella mensa principale del CERN, dove ci rendiamo riconoscibili usando una bandiera arcobaleno come tovaglia. E l’anno scorso l’attuale direttrice del CERN si è unita a noi in uno di questi pranzi, è stato un bel messaggio da parte del management.
L’interazione con il CERN nel passato non è sempre stata facilissima. Questo è un laboratorio abbastanza grande da avere una certa quantità di burocrazia, e ogni decisione o cambiamento di policy richiede un certo numero di passaggi e tempistiche magari un po’ lunghe: questo può essere frustrante. Ma è in generale un problema che si ha nel vivere all’interno di un’istituzione di queste dimensioni.
Fare una conta delle persone che partecipano al gruppo è difficile. La mailing list che utilizziamo è stata, volutamente, creata in maniera tale da non poter fare un censimento di tutti. Il numero di persone che partecipa ai nostri eventi o alle discussioni è estremamente variabile, ma questo è legato alla natura transitoria del CERN e più in generale di Ginevra: la gente viene qui, per lo più, per un anno o due e poi torna nel loro paese di origine con un bagaglio di conoscenze acquisite, o si sposta in un’altra nazione ancora. Personalmente sono qui da otto anni e sono considerato un “anziano”!

Mi sembra molto bello e molto utile, complimenti davvero. A proposito di cinema, non so se ti è mai capitato di vedere il film Pride di Matthew Warchus. È un esempio molto interessante di “intersezionalità”, ovvero di unione delle forze di due movimenti, in questo caso quello operaio e quello lesbico-gay, che teoricamente avrebbero fatto molta fatica ad allinearsi, ma che, una volta superati i relativi pregiudizi, riescono a portare avanti insieme una lotta larga e straordinaria. Avete mai avuto un’esperienza simile? E se potessi scegliere, con chi ti piacerebbe “allearti”?

Abbiamo proiettato quel film qui al CERN giusto l’anno scorso in un evento organizzato dal gruppo. Mi sembra che i tempi siano, per fortuna, cambiati, e che al giorno d’oggi l’intersezionalità sia già una componente imprescindibile del movimento LGBT, basta vedere la forte sovrapposizione che si ha tra questo e, ad esempio, l’attivismo femminista o antirazzista.
Alla fin fine molte delle istanze che questi movimenti rivendicano sono economiche almeno quanto sociali, ed è un grande merito della nostra generazione, secondo me, averlo riconosciuto.

Come giustamente riporti, riflette anche il rapporto tra le istanze sociali e quelle economiche. I soldi spesso si rivelano essere uno strumento d’oppressione anche senza che le persone se ne rendano veramente conto. Così come sembra che il pericolo di trasformarsi da “oppresso” ad “oppressore” sia un processo molto più sottile di quanto si pensi di essere in grado di saper osservare. Non so se hai mai sentito parlare di “omonazionalismo”, tanto per fare un esempio. Qual è secondo te un antidoto a questo tipo di “deriva”?

Ritengo che alla base di questi fenomeni ci sia un senso di colpa e un bisogno di essere accettato dalla propria comunità che è intrinseco nell’animale sociale che è l’uomo. Sei oppresso perché è giusto che sia così, e una volta uscito svolgerai tu stesso quello che credi sia il tuo ruolo sociale di oppressore, perché tu ce l’hai fatta. Mi sembra difficile che riusciamo ad eliminare completamente questo bisogno di accettazione, e allora il punto è riuscire a far capire alla gente che l’essere oppressi per un motivo o per l’altro non è indice di una colpa dell’individuo. Per lo più, è dovuto a motivi casuali o comunque esterni al controllo del singolo (dove nasci, in che famiglia, quale è la tua identità o i tuoi gusti sessuali). E questo non è un problema solo della nostra cultura e delle sue radici per così dire cristiane. Il concetto di colpa ed espiazione è diffuso in molte società.

«L’umiltà, prova esperienza comune, è la scala di una giovane ambizione. Ma, come abbia raggiunto l’ultimo gradino, volge essa le spalle alla scala e rimira le nubi, spregiando i gradini più bassi ond’essa è ascesa». Non lo dico io, ma Shakespeare1. Grazie per il tuo prezioso tempo Mario. 

Grazie a te.

 

Luca Nistler

Di professione sono un videomaker, ho 33 anni, sono laureato in Mediazione linguistica e culturale.
Ho fatto la mia tesina di laurea sull’omogenitorialità: un confronto etico e politico tra Italia e Inghilterrra.
Negli anni ho lavorato come traduttore all’interno del Milano Film Festival e Mix Festival a Milano e ho lavorato in alcune ONG.
Ho un progetto musicale di sola voce che si chiama Berg, e nel novembre 2016 è uscito il primo EP per Sangue Disken. Ho appena pubblicato su Rolling Stone il mio secondo singolo che affronta per l’appunto il tema dell’identità di genere.
Sono un attivista a tempo perso e un appassionato di fisica quantistica.
 
NOTE:
1. W. Shakespeare, Giulio Cesare, atto I scena II.
 
 
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L’arte dell’ascolto. Intervista a Nuria Schönberg Nono

La signora Nuria Schönberg Nono è la figlia di Arnold Schönberg, uno dei più rivoluzionari compositori del secolo scorso, e moglie di Luigi Nono, anch’egli compositore e protagonista di un’intensa stagione culturale veneziana e italiana. Per entrambi, pur in modi diversi, il termine “artista” risulta troppo limitato.

Tuttavia vorrei che il suo biglietto da visita per chi non la conoscesse non fosse costituito dai meri dati anagrafici per quanto eccezionali, ma dalla tenacia con cui si dedica alla direzione del centro Schönberg a Vienna e della fondazione Nono a Venezia, dall’orgoglio con cui conduce le visite, dalla sincerità con cui mi dice prima di iniziare “Se non so cosa rispondere semplicemente ti dico che non so” e dalla passione che la accompagna e la guida.

 

Essendo emigrata negli Stati Uniti a solo un anno, Lei non ha vissuto l’esperienza di spaesamento e perdita della lingua materna raccontata da molti ebrei profughi durante la seconda guerra mondiale, come ad esempio Hannah Arendt. I suoi genitori invece?

Io sono nata a Barcellona, ho trascorso un anno a Berlino, ma presto ci siamo dovuti trasferire a Los Angeles [per la salita la potere del partito nazista, ndr]. I miei genitori non mi hanno raccontato molto, mio padre era un uomo che viveva nel presente ed era sempre proteso verso il futuro, non amava piangersi addosso, in ciò era diverso da tanti altri.

Oltre a ciò si aggiunge la ristrettezza del clima culturale americano di quegli anni, che rapporti c’erano tra suo padre e altri illustri emigrati come ad esempio Adorno e Mann?

Non era una vera e propria comunità: Thomas Mann, Brecht, erano grandi personaggi, ma non ci si incontrava spesso. Quando lo si faceva era principalmente per motivi pratici, come dare una mano ad altri ebrei a fuggire dall’Europa. Non erano amici che si trovavano per cena.
Si parla (a proposito) della Weimar di Los Angeles, ma per lo più la si è romanzata. Non so neanche come fosse Weimar, spesso questi luoghi sono stati mitizzati. Molto amici di famiglia erano invece Alma Mahler e suo marito Franz Werfel.

Nel ‘54 conosce Luigi Nono e inizia la seconda fase della sua vita, come ha detto lei stessa. Una seconda fase segnata da impegno politico e artistico.

Ho conosciuto Luigi ad Amburgo nel 1954, alla prima esecuzione di Mose e Aronne, e l’ho rivisto qualche settimana dopo a Roma al festival di musica contemporanea. I dieci giorni successivi li abbiamo passati assieme: mi ha mostrato la città, i monumenti, i musei.

Un po’ come in Vacanze romane?

Sì, tutto quel primo periodo è stato proprio come un film. Poi sono tornata in America e ci siamo sentiti per un anno. Nel 1955 ci siamo sposati.

A questo punto inizia la fase di impegno politico.

Prima di arrivare in Italia avevo una mentalità tipicamente americana. I miei genitori non avevano un’avversione viscerale verso il comunismo come la maggior parte degli americani. Per farle un esempio mio marito mi scriveva lettere dall’Italia con la penna rossa e alcuni amici americani si scandalizzavano per questa cosa.

Quando ho visto cosa faceva il partito comunista qui in Giudecca ho deciso che volevo unirmi a loro. La Giudecca allora era un’isola di operai, c’erano molte fabbriche. Le strade non erano pavimentate, ogni anno c’erano casi di epatite tra i bambini e le scuole dovevano chiudere, non c’erano farmacie, né asili nido. Abbiamo lottato per avere tutto questo. Inizialmente facevo attività di informazione, come per il referendum sul divorzio, senza essere ancora iscritta al partito. Alcune donne erano contrarie al divorzio perché avevano paura di essere abbandonate dai mariti. Per l’aborto invece erano tutte a favore, perché comunque spesso lo praticavano in condizioni pessime.

Mi iscrissi al partito comunista dopo un soggiorno in America latina. In Perù Gigi venne arrestato, io ero in hotel con le bambine, lo avevano portato via perché aveva parlato male della Guardia Civil. All’epoca ti prendevano, ti portavano in campagna e ti fucilavano. Poi semplicemente dicevano che eri fuggito. Io sono dovuta andare in ambasciata e per fortuna c’era un bravo ambasciatore. Dovevo trovare un aereo di ritorno quanto prima, ma quel giorno sembrava impossibile. Prima Gigi venne trattenuto dalla polizia politica, ma dopo ventiquattrore doveva essere consegnato a Guardia Civil e allora non sarebbe andata molto bene. Era un momento in cui l’intero Sud America era in fermento, erano gli anni dei viaggi in motocicletta di Che Guevara e delle rivoluzioni. La situazione alla fine si è risolta. Gigi di ritorno da quel viaggio mi disse che mi ero dimostrata una vera compagna, così decisi di iscrivermi al partito.

Di Venezia Nietzsche ebbe a dire: «dovessi cercare una parola che sostituisca “musica” potrei pensare soltanto a Venezia». Quale fu il rapporto di suo marito con Venezia, che ruolo gioca nella sua musica?

Venezia ha avuto di certo un ruolo importante nella sua arte. Anche suo nonno era un artista, un pittore. Gigi si interessava di tutto. Era amico di Carlo Scarpa e del figlio Tobia, così come di Emilio Vedova.

In quegli anni Venezia era una città molto artistica, grazie alla Biennale era possibile vedere cosa stava succedendo a livello artistico nel mondo. Da parte di Gigi c’era un sentimento molto forte di appartenenza a Venezia – lo stesso che prova ogni veneziano. Era molto attento ai suoni e i rumori della città, dalle campane alle onde.

Inizialmente ebbe molto successo all’estero e in particolare in Germania, a differenza che in Italia, dove ci mise più tempo ad affermarsi, quindi era spesso là, ma appena poteva amava tornare a Venezia.

Il desiderio forte di un’arte che coinvolgesse le persone senza essere di massa è stato condiviso anche da suo marito. Mentre oggi la scissione arte/intrattenimento si fa sempre più netta. Cosa pensa Lei dello stato delle cose sotto questo riguardo? Cosa ne pensava e cosa ne penserebbe oggi suo marito?

Non è che pensasse di poter cambiare il mondo con la sua musica o che tutti dovessero ascoltarla. Nelle sue composizioni con testo, si parla di problemi sociali e di situazioni difficili nel mondo. Ad esempio nella fabbrica illuminata vengono descritte le condizioni terribili del lavoro che vi avviene all’interno. Lui pensava che il suo pubblico potesse essere anche composto di operai (o di altri) se si impegnavano all’ascolto. Ascoltare è una parola centrale dell’opera di Gigi. Forse è, tra tutte, la parola più importante nella sua vita. Ascolto che è ascolto degli altri quando parlano, così come ascolto di ciò che succede nel mondo, ascolto della musica. Non c’è bisogno di analisi o di conoscenze specifiche: il messaggio della musica può arrivarti a chiunque solo ascoltandola.

Per quanto mi riguarda penso che oggi ci siano segnali che vanno (anche) in direzione di tempi migliori. Vengono studenti di liceo a vedere l’archivio, io cerco di far capire l’entusiasmo e l’emozione che si può trovare in questi lavori, e ciò ha un enorme effetto su questi ragazzi. Inizio sempre così: “i vostri insegnanti vi avranno detto che Nono era impegnato politicamente, ma cosa può significare per voi in un mondo politico fatto da Berlusconi e altri?”. All’epoca la politica era fatta da persone che si potevano rispettare, che erano mosse da ideali e non solo desiderio di potere e di denaro. Gigi voleva mostrare le cose orribili che succedevano nel mondo, voleva che tutti ne fossero consapevoli. Le malattie che potevi prendere in fabbrica o la crudeltà di una dittatura. Però alla fine di ogni composizione c’è una affermazione di speranza. Io lo dicevo ai ragazzi qui in visita. I ragazzi non hanno bisogno di conoscere lo sfondo, la musica è immediata.

Come nasce l’idea della fondazione Nono?

Per dirigere questo progetto avevo esperienza sufficiente maturata a Vienna e ho anche avuto l’aiuto di molti amici musicologi. Il materiale era molto, casa mia era colma di libri; qui conserviamo 13 mila libri, manoscritti e lavori preparatori. Solo per il Prometeo abbiamo 14 scatole di schizzi preparatori. C’era la necessità di trovare un posto adatto per conservare tutto questo.

Non c’è stato molto sostegno da parte delle istituzioni: prima ci aiutava il Comune ma sono già quattro o cinque anni che non lo fa più. Alcuni ministeri ci hanno aiutato così come la Regione, ma negli ultimi tempi i finanziamenti continuano a diminuire. Io e le mie figlie sosteniamo da tempo almeno la metà della spesa per l’archivio e stiamo cercando per questo di organizzare una raccolta di fondi.

Padre, marito e figlia sono tutti artisti affermati: si può dire che sia un’arte silenziosa avere a che fare con tutti questi artisti?

È bellissimo, mi ritengo molto fortunata. Queste persone hanno una sensibilità molto particolare e un’umanità molto forte, il senso dell’umorismo, la creatività. A volte viverci vicino può essere difficile, hanno momenti di raccoglimento in sé stessi. In fin dei conti però mi ritengo molto fortunata.

 

La fondazione Nono si trova in Giudecca, vicino all’imbarcadero di Palanca. Trovate tutte le informazioni utili a questo link. Ringrazio Nuria Schönberg Nono per l’intervista.

Francesco Fanti Rovetta

 

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