Binswanger, “Il caso Ellen West” e il vissuto di fine del mondo

L’idea focale su cui s’impernia l’analisi di Binswanger è che nell’insorgenza psicopatologica non ci sono soltanto sintomi da individuare e cure da somministrare, ma vi sono anche modalità esistenziali da ascoltare, che descrivono la situazione attuale di un’autentica presenza umana. In questo modo il sinto­mo psicopatologico non è più semplice indice di una disfunzione psicologica o organica, ma diventa una vera e propria prospettiva di progettazione del mondo, che invece di annichilire la presenza umana, la orienta e la ingabbia entro inevadibili categorie mortifere.

Nel vissuto psicopatologico la presenza umana si ritrova quindi tumulata in uno stato controverso, e in questo permane lasciando il sofferente in una condizione paradossale di esser-gettato-nel-mondo. Tale condizione non permette alla presenza di porsi oltre di essa con un’azione  personale che la dinamizzi, e il mondo non risulta più sorretto da significati differenti da quelli del disturbo. Si può dire che il mondo sia “finito”, trascinando con sé ogni cosa tranne l’individuo sofferente, che si ritrova da solo a contemplare lo sfacelo universale. Questo tipo di vissuto è esperibile nei momenti in cui l’energia morale umana, che sempre intende oltrepassare la pietra e le stelle mute in un va­lore, si flette su se stessa e s’ingrigisce fino a non comprendersi più in alcun modo, se non con le cate­gorie del deserto e della sofferenza sorda e inestirpabile.

È questa la condizione lamentata da Ellen West, quando sostiene che ogni cosa è vuota, che nulla ha più un suo senso, che ovunque non aleggia altro che morte. La gravità del suo lugubre sentore è accentuata dalla sua radicale incapacità di emanciparsene, giacché questo ha assoggettato al suo domi­nio ogni possibilità di prassi esistenziale positiva. Ella denuncia una tensione insostenibile, che da una parte la trascina verso l’abisso, in un mondo sepolcrale e stagnante, e dall’altra invece la attrae verso regioni eteree, letterarie e ambiziose, dove lei ha sempre sperato di dimorare; ma più mitizza que­sta dimensione di speranza, più la tenebra la trascina sul fondo. Il suo corpo è ingombro di organi e ma­teria, il cibo la appesantisce e la fa sprofondare, la sua femminilità è smorzata da una idealità di legge­rezza che cozza con le sue necessità biologiche. Il passato è una terra di rimpianti e dolori che la tormen­tano; il futuro è bugiardo e assurdamente crudele; e il presente sembra un’eternità immota che non lascia spazio al cambiamento. Quando poi ella scopre di non poter accedere alla grazia del mondo spirituale, mercé l’ineluttabilità del suo incanutire e la paura di farsi sgraziata, la morte diventa per lei l’unico obiettivo contemplabile. I vissuti esistenziali di Ellen si muovono essenzialmente attorno a queste immagini, che pur dilaniandole il corpo e l’anima, le lasciano tutta la lucidità di una donna intelli­gente, che troppo bene comprende la sofferenza angustiante cui è condannata.

Per ricavare una diagnosi soddisfacente e per poter proporre una terapia efficace che sappia realmente incontrare le esigenze della presenza ingrigita di Ellen, il dottor Binswanger dapprima si concentra sulle metafore utilizzate dalla paziente per spiegare il suo malessere, e in seguito avanza un approccio di tipo antropologico, andando a ricostruire e ad analizzare l’intera storia della paziente alla luce di quanto intuito dall’analisi delle sue espressioni. Per lo psichiatra difatti «le interpretazioni psicoanalitiche si rivelano quali particolari interpretazioni simboliche sul terreno della comprensione antropoanalitica»1, nel senso che la psicoanalisi è un momento della ricostruzione del fatto antropologico, ossia della presenza umana considerata. Senza riconoscere il senso esistenziale di un individuo e delle modalità con cui ci-è non si può comprendere la maniera con cui questi interpreta il mondo, poiché Mondo e Sé sono intercambiabili – l’uno determina l’altro attraverso l’attività interpretante e agente del secondo. È la teo­ria schopenhaueriana del soggetto che consente all’oggetto di apparire come fenomeno nella catena causale degli eventi. Il valore, i vissuti e il nome del Sé si rivelano una volta che il suo Mondo è stato messo in luce, e per farlo occorre percorrerlo da un polo all’altro per poi coglierlo nella sua essenza principale. Battendo anche questo percorso, la terapia psichiatrica può dirsi completa, poiché, in accordo col dottor Binswnager, esso compensa la sterilità della psicoanalisi più “organica”.

Il caso di Ellen presenta però alcune anomalie: come si espone nella terza parte del libro, inerente all’a­nalisi clinica della paziente, il suo disturbo non è classificabile sotto nessuna categoria particolare. Non si tratta di affezione da idea delirante, giacché questa è sostenuta dall’individuo, mentre Ellen combatte la sua ossessione; non si tratta di isterismo, poiché la donna non maschera angosciosamente il suo dolore; né si tratta di una depressione acuta, in quanto non si riscontra il tipico sentimento di colpe­volezza e del non-poter-riparare-a. È a questo punto che Binswanger propone un quesito tanto fa­scinoso quanto terrificante: si tratta «di sviluppo di personalità psicopatica o di processo schizofrenico»2? Egli opta per la seconda possibilità, seppur con alcune riserve, ma rimane il fatto che la prima è stata contemplata. E l’espressione utilizzata si riferisce alla possibilità di incarnare un ruolo an­tropologico, una personalità appunto, circoscritta e definita secondo i vissuti psicopatologici, ma che non soffre di una specifica malattia mentale. Se nel vissuto schizofrenico l’associatività di pensieri e di parole risulta sconnessa e lacunosa, in Ellen la lucidità di pensiero, di linguaggio e di emotività si man­tengono intatte, ma vengono compromesse da un dolore innominato e profondissimo che si richiama al vissuto mortifero sopra citato. Questo non è dunque un vissuto esistenziale che affligge solo il malato, ma si configura come un rischio tipicamente antropologico, in cui può scivolare chiunque non riesca a trovare la forza di plasmare e interpretare il mondo secondo la sua propria “esistenzialità”. Le modalità di crollo sono innumerevoli, ma nessuna è definitiva, e lo stesso dottor Binswanger non riesce a risalire all’origine del male. Sembra soltanto postularlo, suggerendo che Ellen è sempre stata tale e che di­versamente non poteva essere.

Ellen West si avvelenò il 4 aprile 1921, all’età di 33 anni. Il suicidio era diventato per Ellen l’unico mez­zo per affermare la sua libertà sul mondo infernale cui era costretta. Per riconquistare se stessa, dovette eliminarsi. In un certo senso non ha rinunciato a realizzare la sua presenza, ma come sostiene il dottor Binswanger, l’ha invece confermata nell’unico modo che le rimaneva plausibile: il suicidio era quanto di più conseguente ci si poteva aspettare da una presenza umana così addolorata e incurabile. Resta il documento di una storia tremenda e circolare, che si lascia osser­vare solo da oltre i suoi confini, facendoci intuire gli aspetti più fragili e oscuri della nostra es­senza più intima: la possibilità di non potersi realizzare, a causa della subordinazione a un pensiero che vuole disperatamente contraddire l’ineluttabile; o la possibilità di trovarsi costretti ad affer­marsi solamente tramite la morte.

 

Leonardo Albano

NOTE:
1. L. BINSWANGER, Il caso Ellen West, Einaudi, 2011, p. 136
2. Ivi, p. 190

 

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Empatia, un trampolino dall’io al tu

La filosofia ha come tratto peculiare che la distingue da tutte le altre scienze l’analisi di fenomeni solitamente considerati ovvi e scontati. Una di queste ovvietà, che sotto la lente filosofica non risulta ovvia per nulla, è il meccanismo dell’empatia. Edith Stein, fenomenologa e santa, nella sua tesi dedicata appunto al problema dell’empatia introduce il problema immaginandosi che: «Un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello ed io mi rendo conto del suo dolore», per poi chiedersi «che cos’è questo rendersi conto?». Certo la situazione qui descritta è familiare a tutti, nella sua semplicità il movimento empatico è fondamentale nel costruirsi delle relazioni umane, al punto che l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di interpretare le curve di una bocca e l’aggrottarsi di alcune rughe del viso, può essere indizio di disturbi psicologici.

La dinamica empatica potrebbe essere descritta come un uscire da sé per farsi momentaneamente altro e infine ritornare in sé. L’io trova in un elemento del viso dell’altro un trampolino per lanciarsi nella soggettività altrui, interpretando il suo mondo interiore mentre si immedesima. In quanto richiede una certa dose di interpretazione o riempimento di senso, l’empatia è sottoposta alla possibilità dell’errore. Gli errori di questo genere sono fonte di malintesi e incomprensioni, ciò avviene ad esempio quando l’io torna ad imporsi sull’altro proiettando su di esso il proprio stato d’animo. Come quando all’io innamorato il mondo sembra un posto migliore, al contrario se triste, tutto pare congiurare contro la sua speranza di momenti più felici.

Questa situazione ci porta a toccare un elemento centrale del rapporto empatico: l’io deve dislocare il proprio punto di vista per poter aderire all’altro, deve cioè abdicare la propria sovranità per poter essere veramente presso l’altro. Diventando marginale a sé, l’io non accede però al puro vissuto altrui – questo rimane sempre misterioso e inaccessibile – viene a trovarsi invece in una zona grigia, sospeso tra l’io e il tu. Quando ad esempio osserviamo un acrobata rischiare la vita camminando su un filo sospeso in aria, l’empatia ci permette di provare uno spettro di emozioni legate a ciò che vediamo proprio in quanto il nostro punto di vista si è spostato dal suo centro abituale in direzione dell’acrobata. Diventandosi anche per un breve attimo estraneo l’io marginalizza, relativizza le emozioni che accompagnano normalmente il flusso dei suoi vissuti, consentendo una breve parentesi dal rapporto solitamente ermetico dell’io con sé stesso.

Il movimento descritto a partire dall’esempio dell’acrobata sembra essere il nucleo che permette a tutte le situazioni spettacolari di funzionare, persino quando la risoluzione è garantita come nel caso di un film già visto o un libro già letto. L’intrattenimento, il divertissement che richiede l’empatia, è in questo senso un esercizio salubre per l’individuo.

L’empatia quindi è da considerare una di quelle forze umanizzatrici che vanno esercitate, preservate, favorite, per impedire come è successo e come può sempre succedere che l’individuo – per utilizzare le parole di Levinas – rimanga inchiodato a sé stesso.

Francesco Fanti Rovetta

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Il sole sei tu: riposizionarsi

  • «Non lasciare che i suoi desideri offuschino i tuoi. Lui è un sognatore ma non è il sole. Il sole sei tu». Grey’s Anatomy, stagione 10 episodio 24.
  • «Cade la pioggia e tutto casca e scivolo sull’acqua sporca». Cade la pioggia, Jovanotti e i Negramaro, 2012
  • Cuore: puntato. Colpito. Affondato?

Sei tu il sole.

Sono io il sole.

Ognuno è sole di se stesso e nessuno sarà il sole di un altro.

Essere il proprio sole. Porsi al centro della propria esistenza ed esistere solo in propria funzione senza dimenticare i raggi che sono capaci di diventare cose: una freccia, una farfalla, un ombrello. Oppure una radice. Gli altri hanno desideri, paure, insicurezze, perplessità, auspici e progetti che vorranno condividere al tal punto da mettere se stessi all’inizio.

Sei tu il sole. Sono io il sole. Sii il sole di te stesso. Se ogni cosa è al suo posto e ogni posto è una casa per qualcosa, allora anche il sole ha un posto e quel posto è il centro. Poi ci sono le radici.

COSA SONO LE RADICI?

Sono i raggi che toccano il suolo? Non infiniti ma con uno spazio stabilito e certo. Cosa sono le radici se non luoghi nei quali so-stastare, nei quali saper stare bene e nei quali trovare conforto. In effetti se tu sei il sole allora il sole è metafora della vita che ha un centro stabilito che ha raggi/radici e radici come raggi e poi raggi che non sono radici ma si distendono all’insù. Lì c’è la pioggia. L’acqua l’elemento che da l’opportunità di mettere in campo il pianto di gioia e di dolore, di passione e di difficoltà. Il pianto catartico che purifica nonostante l’ombrello ripari e copra.

POSSIBILE? 

La logica della possibilità. Quella che impone un possibile che accada ed un possibile che non accada. La freccia che colpisce il cuore rosso passione è un possibile che abbia colpito ed un possibile che non abbia colpito. La possibilità è da mettere in campo, sempre tenero ben presente il centro di tutto: il sole.

La cultura pop, la filosofia pop, quella che si esprime anche attraverso serie tv, Grey’s Anatomy, canzoni, Cade la pioggia di Jovanotti e i Negramaro, ispira sempre di più approfondimenti etici di spessore. La cultura si esprime in questo modo, adattandosi ai nuovi mezzi grazie ai quali sia arriva alla massa e la si conquista. È così che il sole fa venire in mente quella frase “il sole sei tu” o quasi. Google suggerisce la frase giusta, l’episodio, la stagione. È la cultura di massa che si esprime e la stessa cultura che l’accoglie.

***

Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia e Daniela Lambiase

Il peggior vizio filosofico

Se sforziamo un attimo la memoria e ricordiamo come da bambini ricostruivamo nella nostra mente il mondo e il suo funzionamento, o anche il modo in cui fingevamo ingenuamente di comprendere le spiegazioni dei genitori o delle maestre riguardo il ciclo delle stagioni, la digestione umana, la formazione delle nuvole e l’espansione dell’universo, capiamo di aver avuto a che fare allora con un mondo nient’affatto chiaro nel suo accadere ma comunque in qualche modo attraente e coinvolgente, pur nella sua aleatorietà.

Il bambino infatti cerca assiduamente una spiegazione a ciò che gli si mostra, ma non sa ancora che dovrà tradurre le caleidoscopiche sensazioni che prova in linguaggio razionale perché le cose e la loro rappresentazione combacino e si possa dire di conoscere. Per cui, possiamo dire, il mondo della nostra infanzia era qualcosa di sospeso tra il nostro sentirci a nostro agio nella quotidianità e al contempo essere in balia di un silenzioso flusso ignoto, spiegato in modo ambiguo nella nostra testa. La lenta fuoriuscita (che sia avvenuta davvero è tutto da vedere) da questo stato, attraverso la ricerca immersi nel mondo stesso, comporta la crescita dell’individuo e della specie di cui fa parte.

Nel corso dei tempi la figura dell’uomo che si interroga sul perché e il come del mondo, il filosofo, non è rimasta la stessa. La storia filosofica ha visto scienziati, poeti, politici, criminali, preti e suicidi alla propria corte, dando comunque l’impressione di continuità nel suo svolgimento storico e nell’oggetto della sua indagine. In questo lungo e articolato processo, tra le mille cose che dovremmo imparare da chi prima di noi è stato toccato dal destino del pensiero, una in particolare tornerebbe molto utile oggi: l’inclinazione naturale all’osservazione del mondo.

Percorrendo la lista dei nomi degli antichi filosofi e dei loro scritti, anche solo in pochi frammenti, vediamo immediatamente che insieme a quelle riflessioni metafisiche o teoretiche e che ancora oggi sono un vivo riferimento per il nostro sapere, sta una grosse mole di scritti fisici, medici, biologici, politici, magici, mitici, che oggi sono ovviamente sorpassati dal punto di vista della loro scientificità, ma che danno l’idea della tensione dell’uomo verso il mondo e la sua volontà di interpretarlo e comprenderlo appieno.

Aristotele ha lungamente scritto sulla riproduzione degli animali, sul moto degli astri, sul corpo umano, sull’economia e sulla botanica; lo stesso si può dire di Ippocrate, medico ricordato più per il suo atteggiamento scientifico ed etico; o per gli studi geologici e astronomici di Kant o gli studi poco noti dei giovani Husserl e Heidegger sulla matematica. Queste incursioni in quelli che oggi sarebbero campi del sapere differenti, erano uniti, soprattutto in antichità, e coesistevano o precedevano addirittura la speculazione filosofica del mondo. Come infatti sarebbe stato possibile per Aristotele o Kant formulare la dottrina delle categorie senza aver prima studiato singolarmente i generi della natura da riunire nelle categorie? E come avrebbe potuto pensare Platone alla dottrina delle idee senza aver notato tutte quelle ricorrenze che appartengono a fenomeni naturali distinti?

Tutto questo si scontra con quella che invece va diventando il ritratto del filosofo contemporaneo a livello almeno di coscienza comune.

Il filosofo di oggi tende ad essere lontano dal mondo scientifico, troppo specialistico e a sua volta chiuso in se stesso. Tende dunque a non addentrarsi troppo nelle questioni astronomiche, economiche, chimiche del mondo, ma allo stesso tempo non rinuncia, legittimamente, a tendere verso il senso unico, la Legge, il principio del mondo stesso. Rifugiandosi spesso nel comodo esistenzialismo spiccio della propria persona, amplificando il proprio sentire a legge universale, dimenticando che l’esistenzialismo autentico poggia e non è separato dallo studio e dalla comprensione delle cose del mondo nella loro variegata essenza e scientificità.

Il filosofo odierno ha questo come rischio principale: la non comprensione dei mezzi che oggi realmente e al meglio spiegano il mondo e la fuga verso un sapere quasi privato, che esclude a priori il principio della conoscenza che invece muoveva la nostra curiosità infantile e che ha smosso intere culture antiche e recenti. Principio che spesso fornisce una spiegazione incompleta di ciò che si osserva ma che al contempo offre un’idea di mondo che può ancora curiosamente angosciare ma anche affascinare. Se si ritiene che la filosofia abbia perso il proprio appiglio con il mondo è sicuramente necessario che si ritrovi uno sguardo curioso e non solo giudicante per il proprio dire e pensare, provando a immergersi nelle forme di sapere di cui oggi disponiamo. Con la saggezza leggera dei bambini e la concentrazione degli antichi sapienti.

 

Luca Mauceri

 

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Breve fenomenologia del complotto

«La teoria sociale della cospirazione […] è una conseguenza del venire meno del riferimento a Dio, e della conseguente domanda “chi c’è al suo posto?”».
K. Popper

Per chi frequenta con una certa assiduità la rete, il tema del complottismo, ossia la mania di trovare spiegazioni improbabili dietro avvenimenti più o meno interessanti, risulta certamente familiare. La rete e i social network, sono attraversati da un nutrito sottobosco di gruppi e pagine intenti a riscrivere porzioni di storia a partire dall’assioma che debba esserci qualcosa o qualcuno oltre il suo fondo opaco capace di sorreggere e governare le vicende umane.

La tendenza umana ad interpretare la realtà in modo eccessivamente emotivo ed esente dal filtro razionale, affonda le radici nella notte dei tempi, il sacerdote sabino scrutava il cielo per ricavare dalla forma delle nubi premonizioni sull’avvenire, il complottista oggi va in cerca, a capo alzato, di scie chimiche.

L’antieconomicità, cioé leggere un evento oltre la sua oggettiva predisponibilità a farsi dilatare nell’interpretazione, è la cifra che accomuna l’uomo antico e l’odierno complottista1 ed allontana entrambi dal buon lettore di segni qual è ad esempio Sherlock Holmes. L’investigatore, che fa per professione ciò che ogni uomo fa da amatoriale e spesso inconsciamente, immagina possibili ricostruzioni di eventi a partire dagli indizi lasciati sulla scena, non forza la scena ed i segni nel quadro di una storia già immaginata e scritta2.

Le caratteristiche delle teorie dei complotti sono poche e trasversali: esse hanno sempre pretese di globalità, vogliono essere in grado di spiegare ogni evento, e per questo si fanno abbastanza vaghe ed elastiche da poter comprenderli tutti. Sono forme di fanatismo, sorde al buon senso comune e al pensiero critico, come dimostra il paradosso per cui talvolta il potere dirige la sete dietrologica delle masse a suo vantaggio, ossia organizza un complotto facendo credere ad un complotto, come mostra il caso dei protocolli dei Savi di Sion: falso storico in cui si illustra il piano e i metodi di una élite semita per conquistare il potere, che ebbe l’effetto di attizzare rancori antisemiti e diede il via alle innumerevoli atrocità compiute nel Novecento verso quel popolo.

«A voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto…»
U. Eco

Le credenze complottiste ricordano religioni ctonie e notturne, reintroducono forzatamente il mistero in un mondo che, volutosi completamente trasparente, sente la nostalgia di qualcosa. Ciò che torna assume però la forma di un mistero minaccioso, di una divinità maligna, dell’incubo persecutorio e paranoide da cui non vi è scampo.

Se teorie di complotti e di società segrete sono sempre esistite, negli ultimi tempi il fenomeno sembra aver avuto un’impennata in termini quantitativi. Ciò è legato strettamente ai nuovi media, come internet, che mostrano continuamente al singolo la sua impotenza davanti agli eventi della Storia con la esse maiuscola, e al contempo gli danno modo di oggettivarla. Internet in particolare – se è vero che l’informazione non è indipendente dal medium che la veicola – per la sua struttura reticolare, si presta, attraverso un uso fazioso, ad equilibrismi associativi di cui si nutre il complotto. Il complotto è insomma più amico del web che non della biblioteca, dove ogni link è a faticoso carico del lettore.

Con ciò non si vuole negare che la realtà sia spesso più complessa e articolata dell’immagine che di essa viene globalmente veicolata, e che congiure e complotti nella storia dell’uomo ce ne siano stati. Tuttavia è necessario, attraverso il principio di economicità dell’interpretazione e il pensiero critico di cui si è parlato, saper distinguere tra spettri e verità, ponendosi tuttalpiù in uno stato di salvifica epochè, di scetticismo critico.

Francesco Fanti Rovetta

NOTE:

1. Se quella dell’uomo antico è però un procedimento di ipocodifica giustificato e fondamentale rispetto alla situazione in cui si trova, nel caso del complottista gli strumenti per un’interpretazione critica sono presenti ed è imputabile a lui stesso il rifiuto di un indagine razionale.

2. È curioso osservare che i due romanzi di Umberto Eco, romanziere e semiologo, che riscossero più successo, cioè Il nome della rosa (1980) e Il pendolo di Foucault (1988) siano rispettivamente un giallo e un thriller basato sul tema del complotto, come due facce, l’investigatore e il complottista, dell’essere simbolico e semiotico dell’uomo.

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Come ragioniamo quando agiamo

La filosofia, si sente dire, insegna a pensare. Ma cosa s’intende dire quando ci si esprime in tal modo?
Per capirlo è necessario prima esaminare cosa vuol dire pensare. Ci hanno provato diversi filosofi esaminando la questione sotto vari aspetti. Ad esempio Kant, che con la sua distinzione tra giudizi analitici a priori, a posteriori e sintetici a priori continua a far inorridire generazioni di studenti, e di cui oggi – sospiro di sollievo – non parliamo. Utilizziamo invece la distinzione introdotta da Peirce, che distingue tre tipi di ragionamenti: deduttivo, induttivo e abduttivo.

Il ragionamento deduttivo è usato dalle scienze esatte, come la matematica e la logica. Queste raggiungono la verità in modo definitivo e meccanico. Partendo da assiomi o da principi ultimi, arrivano a conclusioni altrettanto vere. Nei termini dello stesso Peirce, in questi casi, abbiamo come premesse una regola, ad esempio: la somma degli angoli interni di un qualsiasi triangolo è 180, e un caso: questo triangolo disegnato alla lavagna. Come conclusione un risultato: Questo triangolo ha come somma degli angoli interni 180.

Al contrario nel caso dell’induzione partiamo da un caso: “piove”, e da un risultato: “esco e per strada scivolo”. Se la cosa si ripete e se sono mediamente intelligente, inizierò a pensare che ci sia sotto una regola del tipo: “quando piove le strade sono scivolose”. È evidente che abbiamo già di molto sporcato la purezza della verità dell’inferenza deduttiva. Ci sono infatti buone possibilità che io sia in errore servendomi di questo tipo di ragionamento. Esso è il metodo proprio delle scienze naturali come la fisica, la biologia etc. La possibilità di errore è radicalmente intrinseca a queste scienze, al punto che Popper ha con successo proposto di utilizzarla come criterio definitorio di ciò che è scienza: una scoperta scientifica quindi, deve portare con sé la possibilità di principio di essere negabile da nuove osservazioni.

Il terzo tipo di ragionamento, l’abduzione, è quello utilizzato principalmente nella vita di ogni giorno, in situazione, nel concreto. Esso fra tutti è il più lontano dalla luce della verità: è il più rischioso dei metodi. Si basa sull’applicazione di una regola: “Se c’è odore di pane nell’aria deve esserci del pane nelle vicinanze” ad un risultato: “sento effettivamente, entrando in casa, il dolce aroma del pane appena sfornato” in modo da ottenere un caso: “in qualche modo deve essere comparso del pane in casa mia”. Il problema di questo tipo di ragionamento, risiede proprio nel fatto che benché il risultato sia certo, forse stiamo applicando ad esso la regola sbagliata. Rimanendo sull’esempio di prima, potrebbe darsi il caso che il mio coinquilino abbia deciso di provare un bizzarro nuovo profumo, o l’odore potrebbe venire dall’appartamento del vicino.
Cosicché se sentendo l’odore di pane mi metto a cercarlo, agisco in forza di un’interpretazione della situazione; in poche parole sto scommettendo sull’efficacia dell’utilizzo della regola nel particolare contesto. È inutile dire che questo tipo di scommessa, come ogni vera scommessa, non si basa completamente su una decisione ragionata, ma è esito di una sorta di sesto senso – una razionalità silenziosa perché precosciente – presente in ognuno di noi.

Torniamo allora alla domanda che ci siamo posti all’inizio: “cosa vuol dire che la filosofia insegna a pensare?”. Alla luce di questi brevi chiarimenti, possiamo concludere che la filosofia ci aiuta senza dubbio ad affinare il ragionamento deduttivo, in parte quello induttivo e in generale a riflettere su questi meccanismi nell’insieme. Ma oltre a ciò, l’insegnamento della filosofia consiste anche nel capire il funzionamento del ragionamento abduttivo, tenendo a freno certe interpretazioni superficiali e deleterie che finiscono per avere effetti negativi sulla vita di tutti i giorni. Sicché quell’imparare a pensare, è in certa misura, imparare a vivere.

Francesco Fanti Rovetta

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Cogliere le informazioni sulla salute: sappiamo come leggere un articolo di giornale?

Gli articoli relativi alla salute spopolano in giornali, riviste, blog ecc., proponendoci informazioni molto varie relativamente alla scoperta di nuove malattie, di recentissimi approcci terapeutici o focalizzandosi sulle proprietà salutari di qualche alimento. Queste fonti informative sono essenziali per tutti noi, poiché riescono a donarci strumenti e consigli tramite i quali possiamo contribuire a preservare la nostra salute o correre ai ripari, se essa viene compromessa da qualche malattia. Nonostante ciò, tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentare quanto queste forme divulgative siano molto difficili da interpretare: per fare un breve esempio, spesso si legge su alcune riviste quanto faccia bene mangiare la cioccolata, ma il mese successivo potremo imbatterci in un articolo pubblicato probabilmente nella medesima testata che sostiene esattamente il contrario. Tale situazione si avvera in virtù del fatto che gli articoli in questione richiamano studi condotti in qualche università, senza mai scendere troppo nel dettaglio di chi ha condotto veramente quegli studi, su chi li ha finanziati e, quasi sempre, senza fornire alcun dato reale che possa in qualche modo giustificare “scientificamente” il contenuto stesso dell’articolo. A tutto questo bisogna anche aggiungere che frequentemente si avvera pure la situazione contraria, ovvero gli articoli divulgativi vengono redatti con terminologie troppo “auliche” per essere interpretabili da chi non possiede alcuna base scientifica o specifica della materia di cui si tratta.

A questo proposito due studiosi italiani, Paolo Legrenzi e Carlo Umilità, all’interno di un notevole libro dal titolo Neuro-Mania mettono in luce come alcune forme patologiche vengano presentate in giornali divulgativi, quotidiani e settimanali non d’interesse medico, corredate da informazioni neuroscientifiche che ne accentuano i risultati. In particolare i due mostrano come i dati indicati a supporto delle patologie siano in molti casi parziali e mal scritti, ovvero la specificità e la complessità degli stessi è talmente elevata che potrebbe essere compresa solo da uno strettissimo numero di addetti ai lavori. Per confermare la loro tesi riportano alcuni studi che hanno messo in mostra la qualità delle credenze delle persone relativamente alle neuroscienze; in particolare essi si soffermano su uno studio eseguito dall’università di Yale [1] tendente ad accertare se un’eventuale predilezione per le spiegazioni neuroscientifiche affondi o meno le proprie radici nei modi di rappresentazione del mondo da parte del grande pubblico. Lo studio ha rivelato che una spiegazione, se corredata da indicazioni “neuro”, anche se generiche, ha più appeal nei lettori rispetto ad una tesi non supportata da tali dati. Inoltre, ha messo in luce come nessuno, tranne gli esperti del settore, riesca a cogliere la differenza tra dati corretti e sbagliati, poiché il solo presupposto che la tesi sia giustificata e supportata da dati “neuro” è sufficiente per riporre fiducia in tale tesi. Ciò comporta che la propaganda sui risultati ottenuti della prospettiva “neuro” è riuscita a persuadere gli animi del grande pubblico sulla validità oggettiva delle tesi espresse. A questo proposito Legrenzi e Umiltà asseriscono: «bisogna essere davvero esperti per non farsi ingannare. Per tutti gli altri, e cioè la grande maggioranza delle persone, l’aggiunta dell’informazione neuro, di per sé corretta, fa la differenza. La differenza che corre tra una spiegazione credibile e una ritenuta sbagliata. In altre parole, la spiegazione sbagliata diventa credibile grazie all’arricchimento neuro che ha, per così dire, un potere salvifico. Le persone tendono a fraintendere il senso di tale arricchimento, che trasforma in spiegazione soddisfacente quella che, in sua, non lo è. In altre parole l’informazione neuro è un valore aggiunto che rende credibile qualcosa di fasullo» [2].

Tale situazione viene ribadita dagli studi di Jörg Blech, giornalista e divulgatore scientifico-medico per Der Spiegel, il quale sostiene che gli articoli che si trovano in molte riviste non specializzate spesso vengono scritti da giornalisti che, seppur molto bravi nel fare il loro lavoro, non se ne intendono di medicina. A questo proposito scrive: «molte delle notizie diramate della stampa sono riprese dai giornalisti in maniera assolutamente acritica. Possibili terapie vengono di colpo strombazzate come se fossero rimedi sensazionali, ma nella maggior parte dei casi dopo un po’ di tempo non si ha più notizia di esse. La tendenza all’esagerazione è una malattia professionale di molti giornalisti che si occupano di medicina: spesso, per far sembrare importanti e significativi i loro servizi, essi gonfiano i dati sulla diffusione di certe malattie e il pericolo che queste possono costituire» [3]. Su questo tema sono stati scritti innumerevoli articoli e Blech sceglie di giustificare la sua affermazione facendo riferimento allo studio condotto dall’Harvard Medical School pubblicato nel giugno del 2000 [4], nel quale venivano esaminati 207 articoli riguardanti tre farmaci, pubblicati nel Wall Street Journal, nel New York Times, nel Washington Post, in altri 33 giornali e apparsi sulle principali televisioni nazionali. I risultati furono molto chiari: nel 40% degli articoli mancavano dati e cifre sull’asserita efficacia dei farmaci, inoltre nei rari articoli che riportavano qualche cifra si parlava solo dei dati sull’utilità relativa dei farmaci. Nella quasi totalità degli articoli non si parlava né degli effetti collaterali né si riportavano gli esiti di altri studi; in più, quando l’articolo era scritto da un esperto della materia non si riportava mai se esso avesse qualche rapporto o legame finanziario con i produttori di farmaci.

Il piccolo spunto di questo articolo mira a porre una domanda banalissima: siamo sicuri di saper leggere un articolo medico riportato in un giornale? Riusciamo, cioè, a selezionare gli aspetti principali di tali articolo e ponderare l’idea che ci faremo leggendo lo stesso, cogliendo quando si tratta di un messaggio rilevante e quando invece non lo è?

Tale ragionamento risulta banale solo all’apparenza, poiché tutti noi leggiamo una marea di notizie e scegliamo quelle che ci convincono maggiormente; tuttavia, quando si tratta di salute è necessario farsi qualche domanda in più prima di sposare una particolare tesi riportata in uno dei nostri giornali preferiti, in particolare è necessario capire esattamente da quale fonte proviene l’informazione, quali dati esistono a supporto e chi ha prodotto (e con quali interessi) gli stessi, e soprattutto se tali articoli sono scritti in modo da essere oggettivamente compresi anche da chi non si trova tutti i giorni a lavorare o leggere di queste particolari forme patologiche.

In conclusione è possibile affermare che comunicare la salute è di certo un’attività difficilissima, ma allo stesso tempo recepire le informazioni sulla salute e saperle soppesare con buon senso è forse uno dei maggiori sforzi che ognuno di noi, tutti i giorni, è chiamato a compiere.

Francesco Codato

NOTE
1. Cfr S. Birch, P. Bloom, The curse of knowledge in reasoning about false beliefs, in “Psychological Science” n. 5, 2007;
2. P. Legrenzi, C. Umiltà, Neuro-mania, Il Mulino, Bologna 2009, p. 71;
3. J. Blech, Gli inventori delle malattie, Lindau, Torino 2006, p. 59;
4. Ibidem, pp. 59-60.

L’empatia come comprensione dell’altro e di sè

Empatia, come il suo equivalente tedesco, Einfühlung, è una parola complessa, da usare con cautela perché molto spesso viene usata a sproposito, equivocando e inducendo in equivoco. Simpatia, compassione, comprensione, partecipazione, sono espressioni che si avvicinano molto ma possiedono un senso decisamente più debole.

Empatia sembra indicare un qualcosa in più, un qualcosa di più profondo, un “entrare dentro” negli stati d’animo degli altri, più che un semplice partecipare.

Con Husserl l’empatia “viene a costituire la via per mezzo della quale il soggetto sperimenta l’esistenza di soggetti altri” definendo la parola un penoso enigma. Read more