L’ignoranza è forza: da George Orwell al nostro presente

Di questi tempi citare George Orwell può essere pericoloso, si rischia di passare per seguaci di una moda letteraria improvvisata tendente al radical e di replicare con triste ironia le frasi dello scrittore britannico per sottolineare la propria presunta superiorità morale e intellettuale, in contrasto ad una massa di creduloni in costante crescita.
La sola colpa imputabile a Orwell è di aver pubblicato settant’anni fa 1984, un libro che non conosce crisi nonostante l’angosciante grigiore che impregna ogni pagina e che, una volta concluso, fa venir voglia di auto esiliarsi in un monastero tibetano fino alla fine dei tempi; la colpa più grossa tuttavia appartiene a noi, intesi come genere umano, perché siamo stati capaci di realizzare alcuni dei cupi scenari distopici del romanzo e di promuoverli sia nell’intenzionale esaltazione dell’ignoranza, sia nell’inconsapevole immobilismo di chi la vorrebbe combattere.

L’ignoranza è forza è il terzo slogan del Socing – l’ideologia dominante nel mondo immaginato da Orwell – scritto a caratteri cubitali sulla facciata del Ministero della Verità, ma perché ci è così vicino? Perché è così attuale?
Basta semplicemente affacciarsi nel mondo social per rendersi conto di quanto la vera moda non sia tanto citare Orwell ma deridere chi apre un libro, chi si informa prima di esprimere un’opinione, chi sceglie di studiare, chi ha dedicato la propria vita alla ricerca.
Il termine “Professorone” attribuito in senso dispregiativo a chi è costretto a dimostrare che il fuoco scotta e che l’acqua è bagnata, è onnipresente, ed è indice di una sempre più bassa qualità dei dibattiti sociali, portati avanti – ironia della sorte – proprio nella piattaforma interattiva che ha richiesto lo sforzo e lo studio di un numero consistente di tecnici specializzati: il web.

I luoghi comuni secondo i quali “lavora solo chi utilizza la forza fisica” e “possiede esperienza solo chi ha la terza media perché a 14 anni era già nel mondo del lavoro e ha valore solo il sapere derivante direttamente dai nostri avi” formano il pilastro dell’ignoranza più osannata e incoraggiata.
Forse è una sorta di rivalsa non tanto di chi non ha potuto, come ad esempio i nostri nonni che nel periodo bellico e post-bellico non hanno avuto alternativa, ma di chi non ha voluto studiare, per noia o per interessi legittimamente diversi, fatto sta che l’avversione nei confronti di chi invece conosce un determinato argomento è palpabile e spesso violenta.

Perché l’ ignoranza è quindi più forte? Perché il gruppo che ne abbraccia i fondamenti è ben nutrito ma le risorse di cui dispone non le trova solo tra i suoi affiliati, esiste infatti un problema di ghettizzazione intellettuale.
Se dovessimo superficialmente suddividere gli internauti tra colti e analfabeti scorgeremmo tra loro un muro invisibile fatto di prese di posizione, sfottò e nulla più. Gli analfabeti rivendicano la loro natura e deridono i colti, i quali a loro volta deridono gli analfabeti e li classificano come casi irrecuperabili, senza speranza, di conseguenza questi ultimi restano ben saldi al loro mondo e di cambiare abitudini non ci pensano proprio.
Un cane che si morde la coda è una metafora che ben rappresenta la situazione.

L’immobilismo sembra non voler vedere né vincitori né vinti, ma probabilmente non si tratta di far vincere qualcuno, quanto piuttosto di cercare una terza via che conduce ad una sorta di compromesso.
Certo non è sostenibile mettere costantemente in dubbio ogni scoperta scientifica o quanto è già ampiamente conosciuto e dimostrato: la forma della Terra, l’efficacia dei vaccini, certi avvenimenti storici, la bontà dell’istruzione e di chi nell’istruzione ci lavora…
Ultimamente il dubbio è spesso utilizzato per esprimere con forza una negazione ma nella strada del compromesso potrebbe ritrovare la sua propensione alla curiosità, la quale a sua volta è portatrice di ricerca e conoscenza di quesiti ancora inesplorati oppure migliorabili.

Dall’altra parte proprio perché nessuno nasce imparato bisognerebbe puntare all’inclusione, alla divulgazione e alla condivisione delle conoscenze in proprio possesso, per avvicinare quanta più gente possibile ad un qualcosa che alla fine appartiene a tutti.

 

Alessandro Basso

 

Immagine di copertina: Planetoide tetraedrico, Maurits Escher, 1954

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L’informazione ai tempi dei social e Google: guerra tra vecchi e nuovi idoli

«Non perdi mai di vista il tuo cellulare. La tua tuta da jogging è dotata di una tasca speciale per il cellulare, e non lasceresti mai quella tasca vuota così come non andresti mai a correre senza le tue scarpette. Di fatto, senza cellulare non andresti da nessuna parte» 1.
C’è un sapore amaro, anche se quanto mai veritiero, nelle parole che Zygmut Bauman scrive in Amore liquido, dove, tra i temi trattati, c’è anche un’ampia riflessione sui nostri “nuovi idoli”: internet, social e cellulari.
Divinità che hanno portato nelle nostre vite la prossimità virtuale, universalmente e permanentemente disponibile grazie alla rete elettronica2 e connessioni umane al contempo più frequenti e più superficiali, più intense e più brevi per potersi condensare in legami3.

Non solo, internet e social network hanno determinato un taglio netto con il nostro tradizionale modo di informarsi e sapere che cosa accade nel mondo: chi di noi legge ancora i giornali? O magari anche più di un giornale, per cercare di avere punti di vista diversi della stessa notizia, in modo da maturare un’opinione personale su quanto letto?
È sempre più raro che qualcuno legga dalla prima all’ultima pagina un giornale: la mattina, appena ci svegliamo, la prima cosa che cerchiamo è il cellulare, che non perdiamo mai d’occhio (come dice Bauman) e che è la nostra prima fonte di informazione. Quindi cominciamo a scorrere Facebook, poi andiamo su Google, poi sui quotidiani online, con il risultato di avere un’informazione sempre più frammentata, incompleta e direi anche filtrata sulla base di ciò che ci piace o non ci piace.

Sì perché il famoso algoritmo di Facebook funziona proprio così: ci mostra i contenuti che ci piacciono e ci interessano. Come fa a sapere quali sono? Semplice: a cosa servono secondo voi like, faccine e cuoricini?
Ma questa è davvero informazione? E soprattutto è informazione democratica?
Di recente è stato proprio un giornalista, Nicola Zamperini, a trattare questo argomento in un recente articolo dal titolo Pubblicità online e la fine della preghiera dell’uomo moderno.
Nel suo pezzo, Zamperini pone l’accento sul fatto che Facebook e Google rappresentano di fatto, oggi, la concorrenza alla stampa.
Ma con una differenza di fondo: a Google e Facebook non interessa la notizia, il giornalismo e meno che mai i giornalisti. Importa solo il contenuto. E il contenuto può essere una notizia, un video, una foto, una storia, una bufala, una leggenda.

«Accendiamo il talismano -smartphone per rivolgere la nostra preghiera quotidiana agli oracoli tecnologici: interroghiamo il motore di ricerca e ci rivolgiamo ai social network. E a nulla vale dire che lì dentro abitano anche le notizie. Sono notizie affogate, annaspano senza ossigeno, mescolate a molto altro»4.

E non è solo il valore della notizia a decadere, ma anche tutto il contesto in cui la carta stampata, la radio o la tv inseriscono una notizia.
Un contesto dove, come scrive Zamperini, vive uno sguardo su un paese e sul mondo e il lettore trova notizie e articoli spalleggiati da altri contenuti che ampliano l’opinione di un fatto, permettono di approfondire e rifllettere.

«Le notizie, nel social network e in qualunque aggregatore, si riducono a testi senza alcun legame con il contesto, con la sostanza delle cose, senza alcuna connessione con altro che non sia un articolo correlato pubblicitario»5.

Il contenuto dei social network non è una notizia: il contenuto informa come può informare una particella elementare che vagola in attesa di un’attenzione libera da altre costrizioni, e dunque vagola in attesa di un essere umano che, tra un gattino e un imprecazione contro i migranti, vi dedichi il tempo minimo e indispensabile a coglierne il significato base.6

Non molte settimane fa infine, Zuckerberg ha dichiarato in un post di voler approntare grossi cambiamenti al social network su cui ormai sono iscritti oltre 2 miliardi di persone.
In particolare sei sono i pilastri di cui il CEO ha parlato per la suona nuova “visione”: le interazioni private, il criptaggio, la riduzione dei tempi di permanenza dei contenuti, la sicurezza, l’interoperabilità, l’archivio sicuro dei dati.
Per dirla in parole povere sembra si stia andando nella direzione in cui Facebook, da un social network dove la gente può inviare informazioni a un ampio gruppo di persone, diventerà uno spazio dove comunicare con gruppi più ristretti e vedere il proprio contenuto sparire dopo un breve periodo di tempo.
Fantastico, no? Più privacy, più sicurezza, potremo pensare… Sicuramente, ma anche meno democrazia e senso critico mi viene da dire!
Perché se è vero che il social network sta diventando ormai il nostro unico parametro di verità, e il futuro che ci attende non va nell’ottica di una pluralità, ma in quella di gruppi ristretti, allora come potremo davvero sapere se le informazioni che leggiamo sono vere e autentiche?

Siamo entrati in guerra: una guerra tra vecchi e nuovi dei, un po’ come in American Gods, la serie tv dove le antiche dività guidate da Odino si scontrano con le nuove: una di queste è proprio il Ragazzo Tecnologico.
Non è necessario, a mio parere, che vinca una parte e muoia l’altra. Le due potrebbero convivere: perché abbiamo sempre una sorta di ansia di cancellare quanto del passato è stato cosa buona e giusta?
Cerchiamo invece di diventare semplicemente più consapevoli che esistono entrambe le vie: il giornalismo e le notizie, i contenuti e la rete.
L’industria culturale nel suo complesso e i giornali stessi combattano e dedichino tempo per la loro sopravvivenza: noi, dal canto nostro, dedichiamo tempo alla comprensione di quanto leggiamo in rete, cercando di sfogliare il giornale ogni tanto, magari confrontandolo con quanto letto sul web e traendo le nostre conclusioni.

 

Martina Notari

 

NOTE:
1. Z. Bauman, Amore liquido, edizione Laterza 2019, p.82
2. Ivi, p.85
3. Ivi, p.87
4. A questo link potete leggere l’articolo di Nicola Zamperini.
5. Ibidem
6. Ibidem

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Facebook, dati personali e privacy: siamo all’altezza?

Nel marzo 2018, Cambridge Analytica, compagnia fino a quel momento pressoché sconosciuta, diventa tristemente famosa per aver raccolto informazioni personali identificative di almeno 87 milioni di persone tramite Facebook. Secondo l’informatore Christopher Wylie, ex-dipendente di Cambridge Analytica, la compagnia avrebbe raccolto dati che poi sarebbero stati usati per influenzare le elezioni americane e il referendum inglese sulla Brexit. La compagnia era già nell’occhio investigativo dell’Observer almeno da un anno1, ed era stata oggetto di un articolo del The Guardian nel 20152. Il primo articolo dell’Observer nel febbraio 2017 portò all’apertura di due inchieste ancora in corso, mentre nel 2015 l’Observer accusò il senatore americano Ted Cruz di usare dati definiti “psicologici” raccolti da Cambridge Analytica tramite Facebook, per influenzare i suoi utenti ritenuti potenziali sostenitori. Le interviste all’informatore Wylie del marzo 2018 hanno causato sdegno pubblico a livello internazionale: le inchieste che ne sono derivate hanno portato la compagnia a dichiararsi fallita, a causa delle spese legali sostenute e della pubblicità negativa, il 2 maggio 2018.
Il caso Cambridge Analytica dimostra che le informazioni personali che definiamo sensibili, sono effettivamente molto sensibili, perché possono essere usate in modi che superano la nostra immediata comprensione. Nell’immediatezza dello scandalo, molte persone hanno cancellato i loro profili Facebook, nel tentativo di proteggere i propri dati da futuri utilizzi illeciti.

Ma a ben vedere, il caso Cambridge Analytica dimostra qualcos’altro, altrettanto preoccupante: ovvero, quanto siamo diventati influenzabili in balia dei social media e quanto profondamente essi possano modificare i nostri pensieri e le nostre convinzioni, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto. Lo scandalo del caso Cambridge Analytica non risiede tanto nella scoperta che i dati personali sono preziosi e possono essere usati e venduti per vantaggi commerciali (e politici): questo, in teoria, lo sapevamo già, come dimostrato dal proliferare di legislazioni sempre più restrittive a protezione dei dati personali degli ultimi anni. Cambridge Analytica dimostra una verità scomoda, per la prima volta proiettata senza filtri su larga scala: Facebook è uno strumento potente, su tutti i fronti, e noi probabilmente non ne siamo all’altezza. Siamo sufficientemente capaci di usare Facebook con le necessarie considerazioni ed attenzioni che esso richiede? Come è possibile poter influenzare il nostro voto tramite pubblicità o fake news mirate? Della violazione dei nostri dati, se ne occuperà chi di dovere, perseguendo chi ha violato le legislazioni in materia ed emanando nuove politiche per la loro protezione. Ma è sufficiente questo per proteggerci da noi stessi?

La necessità di esistere ed essere visibile, essere quindi social, è più forte nella maggior parte delle persone della preoccupazione per i propri dati e, in molti casi, della possibilità che essi siano sfruttati per influenzarci. Inoltre, l’uomo è un essere (più o meno) influenzabile per natura: la capacità di essere influenzato sta alla base della pubblicità. Eppure, nei confronti della pubblicità che passa in televisione, comunque meno effettiva perché non mirata verso uno specifico individuo, siamo più critici perché sappiamo che per vendere un prodotto bisogna, banalmente, mostrare le sue qualità piuttosto che i suoi difetti e, con ogni probabilità, anche gonfiarle facendo attenzione al linguaggio usato, alle immagini, ai colori, a qualsiasi dettaglio necessario per attrarre l’attenzione prima, ed influenzare poi. Non si tratta solo di pubblicità: siamo influenzabili anche offline. Se un nostro amico, collega o conoscente fa qualcosa che ci sembra particolarmente cool, con ogni probabilità influenzerà il nostro comportamento verso quella stessa cosa e nel caso più estremo faremo lo stesso. Un esempio sono le destinazioni turistiche: paesi precedentemente esplorati solo da viaggiatori avventurosi che nel giro di pochi anni vedono duplicare o triplicare il numero di visitatori.
Partendo da questo presupposto, Facebook non ha reso gli individui influenzabili. Esso ha piuttosto moltiplicato potenzialmente all’infinito questa nostra influenzabilità, non fosse altro perché passiamo molto tempo scorrendo una news feed che nella migliore delle ipotesi ci mostra quello che fanno i nostri amici e, nella peggiore, ci presenta notizie o pubblicità mirate ad influenzarci.

Tuttavia, questo non significa che non dovremmo più usare Facebook, come alcuni hanno pensato in preda all’isteria del momento. Non è il male di tutti i mali, ma un facile capro espiatorio. È uno strumento molto potente, con funzionalità potenzialmente positive. Tuttavia, esattamente perché potente, va saputo usare: è necessario aver ben chiaro come funziona, conoscerne i meccanismi (reali) che vi sono dietro, essere consapevoli dei rischi (potenziali) e delle vulnerabilità associate. Serve usare Facebook consapevolmente, nello stesso modo in cui dovremmo bere alcool e fumare consapevolmente, guidare solo con una patente di guida e sparare solo con un porto d’armi. In fondo, nessuna di queste quattro cose, la lasceremmo fare ad un bambino, perché non ha raggiunto la maturità intellettuale, cognitiva e critica per comprenderne a pieno conseguenze e rischi associati a tali azioni. In conclusione, più di tutto è necessario stimolare negli utenti quella criticità perduta (o forse mai veramente sviluppata), la cui assenza rischia effettivamente di essere il male di tutti i mali poiché ci rende influenzabili ad un livello pericoloso, non solo per un utilizzo consapevole di Facebook ma anche nella vita quotidiana.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Revealed: 50 million Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, The Guardian
2. Harry Davies, Ted Cruz using firm that harvested data on millions of unwitting Facebook users, The Guardian, 11 Dicembre 2015

[Immagine tratta da pexels.com]

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I sofisti e i social network

Circa 2500 anni fa, in quel lembo di terra bagnato dal mediterraneo famoso per aver dato alla luce i padri della filosofia occidentale, si aggirava una particolare risma di intellettuali. Da molti riconosciuti come sapienti, eppure non da tutti stimati, per via delle idee che professavano e del loro rapporto tutto particolare con la ricerca e con la condivisione della conoscenza.

Erano chiamati sofisti.

Si proponevano come maestri a pagamento, e insegnavano l’arte di ragionare.
“Sofista” era un termine che stava spesso contrapposto a quello di “filosofo”: quest’ultimo infatti praticava il suo amore del sapere attraverso la ricerca della verità. Questa ricerca per i sofisti era del tutto vana. Vana dato che, a detta loro, non c’è nessuna verità da scoprire. Nessuna conoscenza certa, solo prospettive soggettive, ad ognuno la sua. Il mio parere, il tuo, il suo. Nessuno più vero degli altri. Tante verità quante sono le opinioni.

La parola, ritenuta dai filosofi il veicolo supremo del Logos, non era più riconosciuta come portatrice di un sapere affidabile e univoco. Ma non per era questo ritenuta meno potente. Anzi, al contrario: senza una verità esteriore a fare da garante alle affermazioni, l’argomentazione più forte, più convincente, era quella presentata nella maniera più persuasiva. Nelle dispute di ragionamento avrebbe avuto la meglio il discorso più seducente e ammaliante, capace di irretire la mente e il cuore degli ascoltatori.
La retorica, l’arte della parola utile alla persuasione, era quindi al centro dei loro insegnamenti. E i sofisti si proponevano come maestri insuperabili. A dispetto della logica, e con buona pace del principio di non contraddizione, affermavano che avrebbero potuto convincere una persona di una tesi, come pure del suo contrario.

Proprio nell’antica Grecia in cui il Logos aveva potuto ergersi alto e indicare la via per la storia del pensiero, dalla proiezione della sua ombra altrettanto lunga è fiorita l’anti-logica dei sofisti.

2500 anni dopo, oggi, si parla di era dell’informazione. L’informazione non è cosa nuova. Ciò che è del tutto contemporaneo e originale è la maniera travolgente e capillare con cui essa si può diffondere. E parallelamente, dare un’occasione potentissima al dilagare della dis-informazione.
Scorrendo le bacheche di Facebook, attraversando i titoli dei risultati di una ricerca fatta su Google, parrebbe che l’eredità dei sofisti sia stata raccolta, e sviluppata in nuove forme, in armonia con i tempi che corrono.
Fake news, bufale. Senza cura per logica e coerenza.
Ai tempi dei sofisti era la parola lo strumento attraverso cui esercitare il potere del convincimento, il mezzo che agiva sulle menti e di conseguenza sulle azioni, inesorabile come un veleno debilitante o come un farmaco ristoratore.
Le elaborate argomentazioni appaiono superate se si pensa alla nostra quotidianità. Più che dimostrare, basta mostrare: qualche immagine, un titolo che grida, un’etichetta risoluta. E poi è sufficiente condividere, passare ad altri l’informazione senza controllare, e sarà la diffusione di un messaggio a corroborare l’illusione della sua realtà.

“Menare per il naso come una bufala” è l’espressione che secondo la Crusca darebbe l’origine al termine “Bufala”, vale a dire farsi seguire da qualcuno trascinandolo per l’anello attaccato al naso, proprio come accade per i bovini. Cascare nell’inganno senza darsene conto.
Per quanto i sofisti rinunciassero ad una verità assoluta, conservavano ciò nonostante un’altra consapevolezza, che si può riassumere nell’espressione: “l’uomo è misura di tutte le cose”.  È uno dei loro slogan più famosi: significa che “là fuori” non c’è nessun riferimento che ci dà la garanzia e la certezza per le nostre credenze. Quello che affermiamo, dipende da noi.
Calato nella nostra quotidianità, è un po’ come dire che ognuno può essere responsabile di ciò a cui crede, e di ciò che racconta agli altri.

Prendendo ispirazione da questo aforisma, possiamo fare un passo in più: nell’assenza di una verità evidente e immediata, possiamo scegliere. Subire passivamente l’informazione che ci capita, o diventare attivi protagonisti del nostro sapere, radicandolo il più possibile in quelle fonti che perlomeno hanno l’intenzione di evitare la superficialità o l’inganno.

La formazione scolastica ci allena ad assorbire il sapere che ci viene trasmesso. A dire di “sì” ed accogliere quello che ci raccontano i libri e i professori. È faticoso a volte, ma necessario per allargare i nostri orizzonti e dare una realtà più ampia al mondo in cui viviamo.
Ma questa capacità di abbracciare positivamente nuova conoscenza non basta più. È sempre più urgente sviluppare un’altra abitudine: quella di dire “no”. E anche: “Aspetta un attimo”. Per darsi il tempo per esercitare un sano senso del dubbio, e dare sfogo al nostro spirito critico.

Come i sofisti, essere consapevoli di quanto può essere ingannevole la trasmissione del sapere. Come i filosofi, amarlo tanto da avere la pazienza di approfondire prima di diffonderlo.

Matteo Villa

P.S.: Ci vuole gusto per smascherare un inganno, come pure per crearne uno irresistibile.
Ecco un raggiro degno di un sofista 2.0: link.

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La pragmatica come interpretazione del linguaggio dei Social Network

L’utilizzo del web 2.0 e dei Social network è sempre più massivo e le informazioni a disposizione non sono quantificabili; è una realtà disorientante, come cercare di navigare nella giusta direzione sopra una zattera in mezzo all’oceano, il rischio di sprofondarci è altissimo.

La questione di avere una bussola che ci aiuti a navigare in modo intelligente tra le mille forme di conoscenza che vi troviamo, è una necessità sulla quale si discute da qualche anno: c’è sempre più difficoltà nel distinguere una notizia falsa (bufala) da una vera, non solo da parte del singolo utente ma anche di accreditate testate giornalistiche.

La diffusione indiscriminata delle informazioni nel web ci rende sempre più difficile il lavoro di distinguere una informazione corretta da una sbagliata. Un atteggiamento critico è fondamentale, ma sembra assente in molte persone che si nascondono dietro ad un monitor e che interagiscono all’interno dei Social Networks assumendo delle vere e proprie cattive abitudini, come la mancata argomentazione, l’assenza di fonti, la pretesa di verità, insieme ad una certa aggressività.

Marina Sbisà, professoressa di Filosofia del Linguaggio all’Università di Trieste, grazie agli strumenti filosofici della pragmatica, ci offre una nuova chiave di lettura di tutti quegli enunciati che vengono formulati nei post e commenti in Facebook. Un commento diventa veicolo di conoscenza e per una grande quantità di utenti non si pone il problema di verificare la fonte o l’autorevolezza di chi promuove tale conoscenza.

Alla base della pragmatica c’è l’idea che l’uomo nel momento in cui parla non sta emettendo semplici suoni, ma agisce: il dire diventa un fare. John L. Austin, considerato tra i maggiori esponenti della pragmatica, mette in evidenza la stretta relazione tra il parlare e il contesto in cui viene fatto. L’ambiente in cui siamo immersi non è secondario in quanto influisce profondamente nel linguaggio, conferendo significati diversi a seconda della situazione in cui ci si trova a parlare.

Quando un giudice emette una sentenza, le sue parole hanno valore legislativo, possono condannare una persona a dieci anni di carcere. Si può vedere come le frasi di una persona che ha una certa carica e autorevolezza siano vincolate al contesto in cui vengono emesse. Anche l’esempio della promessa è utile per capire che quando parliamo stiamo facendo qualcosa, ad esempio prendiamo un impegno verso un’altra persona e prendere un impegno significa agire. Tutti i giorni compiamo degli atti linguistici. Austin ne distingue tre tipi: l’atto locutorio, ovvero del formulare una frase di senso; l’atto illocutorio che veicola l’intenzione della persona che parla; ed infine l’atto perlocutorio dove l’intenzione del parlante si realizza attraverso il dire. A noi interessa in particolare l’atto illocutorio.

Della teoria di Austin, Marina Sbisà pone l’attenzione sulla comunicazione implicita degli atti illocutori, ovvero tutte quelle informazioni che possiamo dedurre da una frase, parlata e scritta, già presenti in essa ma non ancora esplicitate. Ci sono due forme: la presupposizione, ad esempio dire «non pubblico più selfie», presuppone che il parlante in passato abbia pubblicato almeno un selfie; e l’implicatura, che invece suggerisce un’informazione, prendiamo l’esempio della credenza: affermare «sta bene anche se ha fatto il vaccino», suggerisce la credenza da parte dell’autore che i vaccini possano far male.

Molte delle frasi e commenti che possiamo trovare in Facebook, vengono espressi come giudizi veri, presuppongono l’autorevolezza di chi li emette e spesso implicano molte discriminazioni. L’atto di riconoscere l’autorevolezza di chi sta facendo affermazioni permette implicitamente il loro diffondersi come forme di conoscenza. I like e i followers sono gli strumenti di tale diffusione, in quanto esprimono l’assenso ad un post o un utente, e la loro quantità diventa proporzionale alla loro credibilità.

La credibilità di un’informazione dovrebbe dipendere dall’argomentazione e dalla fonte, e questo avviene solo saltuariamente nei Social, mettere in discussione l’altro significa essere in disaccordo, ed eliminare un’opinione diversa con un click è diventato facile, come scrivere un insulto e offendere senza alcuna remora.

Oltre all’aggressività, secondo la Sbisà, un altro comportamento rischioso è l’instaurarsi di relazioni affiliative. Gli utenti sono generalmente portati ad iscriversi a gruppi e pagine fan, favorendo l’esclusione di chiunque abbia un’idea diversa. Chiudersi dentro gruppi affiliati, lascia fuori punti di vista diversi che potrebbero mettere in crisi alcune conoscenze che si tende a dare per assodate a favore di un illusorio senso di sicurezza e stabilità.

L’atteggiamento critico deve mettere in crisi ciò che solitamente diamo per scontato, per aprire alla vera conoscenza, per uscire dalla caverna di Platone e vedere il mondo sotto una luce diversa.

Un suggerimento che ci proviene da Marina Sbisà è di esercitarci a riconoscere in modo consapevole tutte quelle presupposizioni e implicature che si nascondono dietro agli enunciati nel web e che favoriscono la diffusione di pregiudizi, discriminazione ed ignoranza. Insegnare ai giovani a sviluppare un atteggiamento critico potrebbe essere un primo passo verso questa direzione, per imparare in futuro a puntare la luce sulle verità e lasciare nell’ombra tute le falsità che ogni giorno minano le fondamenta del sapere.

 

Elisa Raimondi

Mi sono laureata in filosofia a Venezia, e non ancora stufa di questa meravigliosa materia ho iniziato a frequentare il Master in consulenza filosofica. Ho deciso di studiare, scrivere e lavorare con passione. Il mio obiettivo a lungo termine è diventare la versione migliore di me stessa.

BIBLIOGRAFIA
P. Labinaz, M. Sbisà, Credibilità e disseminazione di conoscenze nei Social Networks, Iride 2017
J. L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, Milano 2012

 

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Il senso della vita (chiedilo a Google)

Qual è il senso della vita?

Chissà, forse potremmo capirlo se scoprissimo come è iniziato tutto quanto. La domanda da porsi sarebbe allora: il mondo in cui viviamo, che cosa l’ha fatto incominciare?
Ma di che cosa è fatto? È realtà, sogno, un’illusione?
A pensarci bene, non è così facile capire come fare a essere sicuri che qualcosa sia vero. Capita di sbagliare, come posso fidarmi del modo in cui cerco di conoscere l’universo che mi circonda?
La conoscenza è un mistero… e il comportamento? Vale la pena sforzarsi di essere buoni? È addirittura possibile pensare di esserlo? Guardandosi intorno alle volte non sembra. Si può arrivare a dubitare che esista la libertà stessa nel modo più assoluto.
E a quel punto, quale sarebbe il posto dell’uomo nel mondo? Quale il suo destino nel tempo a venire?
Ma poi, cosa è il tempo?

Forse a qualcuno è capitato di porsi domande di questo tipo. Magari così, tutte insieme. Durante notti insonni o sovrappensiero sotto l’ipnotico scroscio della doccia.
Quesiti dal sapore metafisico, vertiginosi: fanno vacillare ma allo stesso tempo hanno un magnetismo irresistibile.

La filosofia nel corso dei secoli ha lavorato su interrogativi di questo tipo. Sulle domande fondamentali che riguardano l’esistenza dell’uomo nel cosmo.

Oggi quando si ha una domanda, non si alza più la mano. La si mette in tasca. O nella borsa. O insomma, in qualsiasi posto sia conservato il proprio smartphone. Che ci connette alla velocità permessa dal nostro personale piano tariffario ai motori di ricerca.
La riflessione filosofica si è sempre occupata delle questioni che riguardano i fondamenti della vita umana.
Possiamo trovarne traccia nei libri. Ma finora la storia del pensiero si è scomodata a registrare e a ricordare solamente le opere e le riflessioni di un’élite intellettuale. Letteratura, filosofia, scienza, arte: solo i migliori cervelli hanno lasciato una testimonianza nel tempo.
Quali sono le domande dell’umanità? Ci sono rimaste quelle dei pochi pensatori abili a interpretare lo spirito della propria epoca.
Oggi per la prima volta nella storia, dappertutto e in ogni momento, teniamo traccia delle domande di tutta quella parte di popolazione mondiale che utilizza internet.

Quali sono le domande dell’umanità?

Come al solito: basta chiedere a Google. Ecco una top ten (aggiornata all’inizio del 2017) delle domande più frequenti degli utenti del più famoso motore di ricerca:

  1. Qual è il mio IP?
  2. Che ora è?
  3. Come iscriversi alle liste degli elettori?
  4. Come si annoda una cravatta?
  5. Gira sul mio computer?
  6. Che canzone è questa?
  7. Come perdere peso?
  8. Quante once stanno in una tazza?
  9. Quand’è la festa della mamma?
  10. Quante once fanno una libbra?

Domande decisamente poco filosofiche. E in effetti non c’è da stupirsi: il fatto che una domanda sia più diffusa non implica che sia più profonda o importante.

Internet ha dato la parola alle grandi masse di persone. “Legioni di imbecilli” è l’eco che può risuonare nei nostri ricordi, quando pensiamo a quest’idea. Non lo so se sono imbecilli, sicuramente sono legioni di esseri umani. Esseri umani che possono condividere bufale, sostenere falsità infondate e contribuire alla diffusione di disinformazione. Ma che in una cosa sono autentici: nelle domande che pongono al web.

Si parla tanto di era dell’informazione.
Informazione: quando si pensa a questo termine, viene da associarlo ad affermazioni, che definiscono uno stato di cose. Ma forse un grande aspetto “informativo” della rete, una delle sue sfaccettature più intriganti non sta nelle risposte che può dare, ma nelle domande che accoglie continuamente.

E tu a Google sai solo chiedere, o hai anche provato ad ascoltarlo?

P.s.: potrebbe aiutare immaginarlo come una persona, come in questo video

 

Matteo Villa

 

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Onniscienza portatile, istruzioni per l’uso

Hai mai voluto essere Dio?
Onnisciente e ubiquo.
In un mondo in cui siamo tutti umani, a volte anche troppo, la filosofia, la più grande fabbrica di frasi a effetto della storia, suggerisce un’idea di saggezza distante dall’immagine di colui che tutto sa: “so di non sapere” è piuttosto l’ammissione di umiltà che apre la via per la conoscenza.

Ok, Socrate, io so di non sapere, ma Google lo sa. Le risposte che cerco sgorgano dal palmo della mia mano attraverso il mio smartphone, che quando ha la batteria carica ed è ben aggrappato a un segnale Wi-Fi mi offre tutto il sapere condiviso dall’umanità sul web. Posso sapere tutto. Sono connesso con tutti.
Onnisciente e ubiquo.

So che posso sapere.

Gli antichi non si sarebbero sconvolti più di tanto vedendo bruciare la biblioteca di Alessandria, la più grande e ricca dell’epoca ellenistica, se avessero potuto tenere tra le dita uno smartphone. Nelle nostre tasche, di biblioteche di Alessandria ne abbiamo a milioni.

Una vera libidine per il filosofo, che prende il suo titolo in quanto “amante della conoscenza”.
Il filosofo dell’era moderna ha a disposizione un campo senza confini dove ammirare le meraviglie prodotte dallo spirito umano.
E poter imparare di tutto: quali sono le città del pianeta che ospitano più abitantiCome appare il cielo notturno, visto dal polo sud? Quanti elastici ci vogliono per stringere un’anguria fino a spezzarla in due?

Attento, goloso di conoscenza. Davanti a questo buffet sterminato di nuove informazioni, la distanza che separa la ricerca della verità dal cazzeggio asistematico è breve.

Se ti è capito di voler essere Dio, o perlomeno di avere qualcuno dei suoi poteri, probabilmente significa che non lo sei. Che il tuo cervello, come quello dei tuoi simili, è capace di processare in maniera funzionale una quantità limitata di informazioni.

La quantità di conoscenza disponibile in modo tanto rapido e accessibile può essere fruita armoniosamente solo se accompagnata da una consapevolezza qualitativa. Non è superfluo soffermarsi su come organizziamo e gestiamo le informazioni che acquisiamo, non è superfluo cominciare un discorso sul metodo, perlomeno fino a che rimaniamo umani, troppo umani.

So che posso sapere, ma forse so anche di non sapere quello che voglio sapere.

Google sa un mucchio di cose, ma continua a presentarsi come un foglio bianco. Un saggio onnisciente ma muto, pronto a darci tutte le risposte, a patto che siamo noi a fare il primo passo scegliendo una domanda.
L’apertura verso possibilità indefinite può lasciare spiazzati. Basta ricordare quando il professore iniziava l’interrogazione dicendo: “prego, mi parli di un argomento a suo piacimento”. Senza la consapevolezza dei punti di forza e di debolezza, la libertà può risultare fatale.

Tutto il sapere del mondo vale poco, se non si è addestrati a porre delle buone domande. Nell’epoca della connessione, non sono solo i dispositivi elettronici e le strutture informatiche che possono essere collegate in una rete grande come il mondo: anche noi abbiamo la possibilità di connettere la marea di informazioni in cui siamo immersi con le nostre vite, sfruttando le possibilità delle tecnologie digitali per i nostri obiettivi e le nostre motivazioni.

Se potessi entrare oggi nella biblioteca di Alessandria, quale sezione visiteresti per prima? La risposta a questa domanda potrebbe dirti qualcosa di più su come sei.
Ogni giorno, quali sono le cose che chiedi ad internet, che tutto sa? Quale immagine di te riflette?

Quale può essere quindi la domanda degna delle possibilità che abbiamo oggi?

 

Matteo Villa

 

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Comunicare l’intimità: il rapporto artista-pubblico nell’epoca dell’industria dell’arte

Qual è la cosa più importante quando sei un artista emergente, estremamente valido ma sconosciuto alle masse? Farti conoscere, è ovvio! Arrivare al pubblico. Farti vedere. Farti sentire. Raggiungere più persone possibile. Internet può aiutarti in questo: posta, condividi, invita, linka, spamma il tuo contenuto ovunque, fai in modo che gli occhi si rivolgano su di te. Diventa famoso, diventa una star. Un giorno forse potresti essere in televisione. Cattura il tuo pubblico, hai tutto quello che ti serve per farlo!

Oppure fermati. Forse ti sei già fermato. E l’hai fatto per un motivo preciso: ti stai chiedendo “perché?”. Sei di fronte alla tua opera, la guardi – o la ascolti, o la rileggi – e senti che dentro a quella cosa ci sei tu. Una parte della tua storia, del tuo sentire, del tuo pensiero è lì dentro. Senti il bisogno di comunicare agli altri quello che sei, quello che hai fatto; senti il bisogno di essere riconosciuto da loro e di essere guardato, di aprire la porta per lasciar vedere uno scorcio di te, di quello che hai a cuore, di quello che affolla la tua mente. Per questo hai deciso che vuoi condividere tutto questo con un pubblico.

A questo punto, la strada da prendere sembra molto chiara: è quella descritta qui sopra, quella che passa per internet, quella che può portarti al più vasto numero di persone. I media ce lo insegnano da sempre: quando si tratta di raggiungere il pubblico la massima universale è “the more, the better”.  Più pubblico significa più soldi, più visibilità, più sguardi. Ma tu sei pronto a sostenere tutti questi sguardi? Il tuo pubblico conoscerà una parte di te che tu forse hai considerato profonda ed essenziale. Tu non vedrai mai, probabilmente, i loro occhi.

Alcuni artisti di fronte alle grandi masse si sentono come prodotti in vetrina. È una sensazione che può essere capitato di provare ad ognuno di noi: quella di sentirci impotenti di fronte a sguardi che non possiamo controllare, che hanno la possibilità di guardarci come se fossimo cose. C’è chi non lo desidera. C’è chi non vuole essere semplicemente un prodotto.

Gli esempi di artisti contemporanei che decidono di abbandonare la prospettiva della fama e della grande diffusione per un approccio più intimo con il pubblico sono moltissimi, e continuano ad aumentare: dalla performance art, legata a quell’unico qui ed ora, io e te in cui si svolge, alla scelta di pubblicare le proprie opere tramite canali indipendenti e diffonderla solo entro una cerchia limitata di persone conosciute – o che fanno parte di uno stesso gruppo, di uno stesso movimento, che si trovano ad uno stesso evento.

Durante una delle mie frequenti peregrinazioni nel mondo della musica indipendente mi è capitato recentemente di imbattermi nei lavori di un giovane dj danese, Loke Rahbek – in arte Croatian Amor – che nel 2014 ha portato avanti un progetto molto particolare per il lancio del suo album The Wild Palms: vendere le copie dell’opera, disponibili in formato audiocassetta, durante un periodo di tempo limitato (dal 22 giugno al 22 luglio 2014) unicamente a coloro che gli avessero inviato una richiesta accompagnata da una foto che li ritraesse nudi e con la scritta “The Wild Palms” presente da qualche parte sul proprio corpo. Ogni copia era autografata dall’autore e accompagnata da una lettera con il suo speciale ringraziamento.

Lo scambio si basava su una mutua promessa: l’acquirente non avrebbe fatto ascoltare a nessun altro l’album, e l’artista non avrebbe mai mostrato a nessuno le fotografie. Lo scopo era quello di creare un rapporto di intima condivisione tra chi ascoltava la musica e chi l’aveva composta – un rapporto privato, unico, un rapporto di fiducia tra persone che non si conoscono, ma si mettono a nudo l’una di fronte all’altra. Io nudo nella mia musica, voi nudi nelle fotografie.

È un progetto sicuramente strano, e forse molti potrebbero trovarlo discutibile; ma in un mondo che vediamo sempre più sottoposto alla mercificazione di qualunque cosa, in cui l’industria musicale genera prodotti il cui unico scopo è incassare il più possibile durante quei due mesi in cui saranno ricordati, in cui la pubblicità dei contenuti li rende irrimediabilmente freddi e inumani, in cui la maggior parte delle immagini di nudo che circolano sono pura pornografia – nel mondo in cui insomma ci troviamo immersi ogni giorno, mi è sembrato un progetto straordinario.

Uno spunto di riflessione che non può fare a meno di farci ripensare il nostro rapporto con l’arte, con il suo significato. Davvero merita di diventare un prodotto industriale? Davvero possiamo permettere che istituisca rapporti tanto asimmetrici tra la “star” e i suoi fans? Davvero possiamo accettare che questa somma forma dell’espressione dell’umano e della connessione intersoggettiva sia consegnata ad una dimensione che ne sopprime il carattere intimo e profondo?

Ho saputo dell’esistenza di questa realtà solamente nel 2016. Il progetto The wild palms era concluso da due anni.

Rahbek non ha mai reso pubbliche le fotografie che ha ricevuto. Qualcuno ha caricato l’intero album su Youtube – non senza polemiche da parte di chi ne conosce la storia – e io l’ho ascoltato. Rahbek non ha mai avuto una mia foto.

Mi sono chiesta se abbia un senso così.

Eleonora Marin

Eleonora Marin è nata nel 1996 ed è attualmente iscritta al corso di laurea in Filosofia presso l’università Ca’ Foscari di Venezia.
Nel quotidiano cerca di far interagire il suo percorso di studi con la passione per la letteratura, la musica e le arti in generale.

[Nell’immagine, tratta da Google Immagini, la performance The Artist is Present di Marina Abramovič al MoMA di New York nel 2010]

Suggestioni scientifico-tecnologiche

Pratica di autoerotismo mentale o riflessione che eleva lo spirito pensante, madre delle scienze o collezione di aria fritta. Tante, diverse e spesso contrastanti le definizioni della disciplina filosofica.
Non è facile trovare una risposta alla domanda su cosa sia la filosofia. Uno di quei quesiti tanto sintetici, quanto fondamentali. Facile da porsi, terribile rispondervi. Per scansare panico e imbarazzo, e prima di impergolarsi in acrobatici tentativi definitori potrebbe bastare rifarsi a come viene solitamente proposta, per la prima volta, sui banchi di scuola. Ripartire da capo, back to basics.
Lezione di filosofia numero 1: la filosofia è l’espressione dell’amore per il sapere, e il filosofo è colui capace di provare meraviglia per il mondo che lo circonda. Colto dalla passione per ciò che può osservare, ha l’ardore e l’ardire di domandare di più, di questionare, di abbandonare le sue abituali certezze e tentare di costruirne di nuove, per praticare la via della conoscenza.

L’atto di stupirsi può costituire un punto di partenza della pratica filosofica: ancora prima dell’acquisizione di conoscenza, è lo stupore che scardina l’impianto della passiva accettazione dell’abitudine. Può creare un cortocircuito, un senso di vuoto da colmare, che diventa solo a questo punto stimolo per la ricerca del sapere.

Questa immagine di filosofia ha preso forma centinaia e centinaia di anni fa. Col passare del tempo e con il susseguirsi delle epoche è cambiato il mondo. Con esso le possibilità per l’uomo di meravigliarsi di quello che lo circonda.

Ed oggi?

La società contemporanea differisce in molti aspetti da quella più antica che ha definito la filosofia. Riproporre nei tempi odierni l’approccio allo stupore significa rinnovare la ricerca verso quello che può produrre meraviglia e che sia caratteristico della vita dei nostri giorni.

Una risposta possibile è attorno a noi, talmente onnipresente da risultare invisibile. Ma quando lo si nota, diventa difficile negare che uno degli aspetti caratteristici del nostro tempo sia la portata dell’innovazione scientifico-tecnologica. La scienza è deputata a indagare il funzionamento del cosmo, ad essa rivolgiamo le nostre domande quando vogliamo comprendere con precisione un fenomeno; la tecnologia ci aiuta a risolvere i problemi quotidiani, ci fornisce le soluzioni ingegnose e gli strumenti per affrontare le più diverse situazioni.
I prodotti scientifico-tecnologici irrompono continuamente nelle nostre abitudini, occupano capillarmente tutti gli aspetti delle nostre vite, con una prepotenza tanto pervasiva che diventa difficile notarla.
Non è facile riuscire a individuare un orso polare in una tormenta di neve, bianco oggetto su bianco sfondo. Allo stesso modo, l’innovazione nella sua costanza rischia di perdere il suo significato, di perdere l’alone dello straordinario, e presi dalla frenesia delle nostre vite risulta complesso cogliere le possibilità di meravigliarsi che sono offerte dai meccanismi della scienza e dalle implicazioni tecnologiche.

Come la filosofia ci insegna, un esercizio di comprensione può nascere quando si smette di dare per scontato quanto si osserva, e al posto dell’ovvio si dà valore alla sua straordinarietà. Un piccolo gesto, un cambio di attitudine mentale che può tuttavia avere la potenza di gettare una nuova luce sulle cose e sui gesti di tutti i giorni. E non è necessario essere degli scienziati o degli ingegneri esperti per poter godere delle suggestioni scientifico-tecnologiche: la nostra vita quotidiana pullula di spunti in questo senso.
Quando allontanandoci dalla nostra automobile non riusciamo a ricordarci se effettivamente abbiamo chiuso le serrature con l’apposito comando a distanza, si presenta a noi l’ennesima occasione di sperimentare quel panico ossessivo-compulsivo che ci fa controllare ripetutamente di aver premuto il giusto pulsante. Tutto mentre un’azione invisibile e istantanea colpisce l’ammasso di latta a motore, che con un cenno di illuminazione dei suoi fari ci rassicura di aver barricato le entrate bloccando i malintenzionati che vorrebbero accedervi.

Siamo capaci di cogliere e apprezzare lo sforzo di conoscenza che ha prodotto questo risultato? In che modo questo cambia la nostra vita? In che modo la può cambiare un domani?

Internet: cervello collettivo in perenne evoluzione.
Stampanti 3D: strumenti permettono la concretizzazione materiale dei pensieri e dell’immaginazione.
Smartphone: surrogati portatili di onniscienza e ubiquità (e si può pure giocare a Fruit Ninja!).

Possiamo riappropriarci di infinite occasioni di meraviglia e di vertigine filosofica, se diventiamo capaci di lasciarci suggestionare dai dettagli che ci si offrono davanti. È possibile, se siamo disposti a intraprendere un viaggio al contrario, a decostruire il quotidiano, facendo quel piccolo sforzo per sollevare il velo dell’abitudine. Giocare con l’immaginazione, con l’auto-suggestione può diventare il primo passo per avvicinarsi verso una profondità che ha tanto da raccontarci, su quello che stiamo diventando e su quello che siamo rispetto a ieri.

Il mondo attorno a noi è in continuo mutamento, e scienza e tecnologia sono attori fondamentali di questo cambiamento. “Chi sono io?”, “Come funziona il mondo attorno a me?”. Difficile rispondere a queste domande senza comprendere nella propria riflessione quanto affermato dal discorso scientifico e le sue conseguenze in campo tecnologico.

Dare valore alla realtà di quello che siamo per immaginare quello che saremo, alla ricerca degli spunti per praticare una filosofia autenticamente contemporanea senza cadere vittime dell’anacronismo. E poter ambire quindi a sentirci “cittadini della Storia”, e non solo i cittadini del Mondo globalizzato.

Ci stiamo suggestionando troppo? Bene! Suggestioniamoci ancora e ancora… alla peggio, ci saremo allenati ad apprezzare di più quello che ci circonda, a darlo meno per scontato.
C’è chi la chiama sega mentale, a me piace chiamarla filosofia.

Matteo Villa

P.S. Ecco qualche stimolo video per esercizi di auto-suggestione:

 

La fallacia del bravo cittadino

Da qualche anno l’attenzione pubblica ha volto lo sguardo all’ambiguo rapporto tra internet e la privacy di chi internet lo utilizza. Si è discusso molto, e si continua a discutere, in che misura sia legittima la mercificazione delle nostre informazioni più intime, così come dei nostri vissuti. Termini come Big Data, pubblicità mirata, marketing personalizzato sono stati sulla bocca di tutti. La personalizzazione dell’esperienza online, avvicinando domanda e offerta, non fa di per sé alcun danno, e − se pur qualcuno può sentirsi violato − non è l’unico modo in cui la pubblicità entra prepotentemente nella vita quotidiana. Basti pensare alla 5th Avenue a New York così come al caso tipicamente americano dei naming rights, per cui una società può comprare per un certo numero di anni il diritto a dare il proprio nome ad edifici o luoghi pubblici. L’utilizzo di big Data, così come di ogni medium in generale, è di per sé moralmente neutro.

I governi hanno preso lentamente nota del fenomeno, hanno cercato di regolamentarlo dove possibile e dove necessario. Obama nel 2014 ha richiesto che fosse fatto un report sui Big Data, ma per ora nulla di efficace e decisivo è stato fatto in questa direzione, e nulla sembra annunciare un prossimo cambiamento. Molti avvenimenti importanti hanno attirato l’attenzione pubblica e questi temi sono passati in secondo piano. L’elezione di Trump, la Brexit, la fragile situazione politica italiana hanno ricevuto giustamente più attenzione, spostando il dibattito ai margini. Eppure nulla di ciò che in un primo momento aveva suscitato il problema della privacy è cambiato. La necessità di una regolamentazione rimane.

Dato questo sfondo ciò che mi interessa trattare è un argomento che si sente spesso ogni volta che il diritto alla privacy viene in qualche modo violato. Il problema che sorge dalla collezione e dall’uso di Big Data introduce un problema più ampio. Si sente dire:

Non mi riguarda se vengo “spiato”, perché non ho niente da nascondere. Al contrario, se ciò serve per aumentare la sicurezza di tutti, ben venga.

Questo ragionamento suona subito in modo strano e al contempo è abbastanza di buon senso da essersi diffuso a macchia d’olio. Ma se è vero che ogni discorso vive di presupposti, vediamo quali sono quelli del caso. Prima di tutto è evidente che l’argomentazione sottende una disequazione: la sicurezza è un valore più importante della libertà. Ciò è discutibile, ma si può legittimamente sostenere e con motivazioni valide. Ciò che squalifica veramente tale discorso è un altro presupposto: chi argomenta in questo modo ammette implicitamente e per principio che qualunque soggetto possa violare la sua privacy, siano esse corporazioni, governi o hackers, sia in sostanza buono e saggio. Egli fa ciò che fa per il bene comune, ed essendo io buono non ho nulla da temere.

Non c’è bisogno di richiamarsi al fantasma di Antigone per ricordare che la norma del singolo non è la norma del Potere. Le due volontà non solo possono divergere, ma anche confliggere; e ciò significa che il presupposto non regge, l’argomento è fallace.

La logica seguita dai privati è il profitto, l’aumento di capitale; la logica seguita dai governi è invece il controllo. Entrambi possono spingersi oltre ciò che è avvertito dall’individuo come proprio bene. Questi casi critici, di cui non si parla e di cui non ci interessa, sono esattamente ciò che fa implodere l’argomento del bravo cittadino. Essere “spiati” riguarda tutti e rimettere il problema alla bontà di chi trae vantaggio da ciò non è la soluzione. La soluzione, che in questo caso non può che avere la forma del compromesso, emerge dal confronto critico con il problema, dalla consapevolezza che bisogna essere coscienti di quanto accade e di quanto velocemente muta la realtà con cui ci relazioniamo, in modo di evitare in futuro errori simili alla fallacia del bravo cittadino.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]