La società Pigmalione: convincersi di una cosa la fa accadere

In psicologia uno dei concetti più interessanti è espresso dal cosiddetto Effetto Pigmalione o Effetto Rosenthal. Trova la sua dimensione e il suo esempio migliore in relazione all’ambiente scolastico e alla valutazione degli studenti nelle varie fasi dello sviluppo. Pensate a quante volte vi siete sentiti sminuiti a scuola, trattati in modo ingiusto da un insegnante che vi tartassava, insomma che “ce l’aveva con voi”. Il conflitto era la naturale conseguenza data da un senso di ingiustizia provato dallo studente e da un atteggiamento prevenuto e quasi inamovibile da parte dell’insegnante. Ebbene è proprio quest’ultimo che dirige i giochi, che ha il coltello dalla parte del manico poiché responsabile della crescita e della valutazione dei suoi allievi. Qui si erge la logica competitiva, e per di più mettendo in scena un conflitto impari in cui uno studente rischia di essere sottovalutato e portato ad essere etichettato come mela marcia o ribelle nel caso cercasse di contraddire il suo maestro. La conseguenza diretta e più dannosa per lo studente sarà un accomodamento, una resa pari alle basse aspettative in lui riposte, interiorizzando il giudizio negativo e concludendo di essere inadeguato e valere ben poco. In tal modo si chiude il ciclo e, nel corso del tempo, la profezia dell’insegnante sulle scarse qualità di un soggetto finirà  per avverarsi, come se fosse scritto nel suo destino.

Dunque è vero che ogni ragazzo è pre-destinato e potrà rendere solo in unica maniera, indipendentemente dal corso degli eventi e della formazione scolastica? L’Effetto Pigmalione ci dice chiaramente di no ed evidenzia il valore di fattori altri dal soggetto che è in fase di apprendimento e sviluppo. Per dirla con le parole di Sàndor Màrai, «Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo ad entrare»1.

Allora di chi è la colpa, se non del destino poiché prodotto e promosso dalle nostre azioni? La colpa è nostra, di noi studenti passivi rispetto al giudizio di quello che si presenta come un nostro superiore. Certo un insegnante prevenuto nei confronti di un’altra persona – come chiunque altro si relazioni all’altro da sé con una buona dose di pregiudizi – gioca un ruolo fondamentale e influente, eppure il controllo e le conseguenze di questo atteggiamento ingiusto non devono assolutamente avere il sopravvento, non devono definirci. Ognuno di noi definisce se stesso, si presenta al mondo per come lo decide in ogni singolo istante della propria vita, sia con le proprie azioni sia con le proprie non-azioni e la passività rispetto agli altri e agli eventi. Siamo noi che apriamo la porta al destino, scrive Màrai, e succede la stessa cosa nel rapporto con un insegnante, quando ci pieghiamo di fronte ad un’altra soggettività che si impone. Il dramma è dato dalla sola inesperienza di un possibile soggetto giovane, ancora fiducioso nei confronti di individui adulti che dovrebbero portare saggezza, buoni consigli ed un valido orientamento dei più giovani.

La verità del mondo, delle nostre scuole purtroppo è un’altra e molti insegnanti non vedono la costruzione di tali dinamiche, non vedono i danni che magari silenziosamente, nel sottosuolo della classe e dell’inconscio di ogni singolo allievo, si stanno verificando e ampliando. È per questo che un insegnante, un adulto – in realtà ognuno di noi – deve ricordarsi sempre quanta influenza può avere sulle altre persone, sulla psicologia e la condizione di una persona che magari pende dalle nostre labbra, riscoprendo quella cosa chiamata responsabilità. Derivando da respondeo, infatti, richiama all’azione di rispondere e una delle sue accezioni è proprio quella di rispondere di qualcun altro, avere la responsabilità di un’altra persona. Secondo questa linea credo sia chiaro quanto siano delicati certi ruoli come quello del professore o del genitore, ricordando inoltre di quanta responsabilità, appunto, ci voglia per entrare nella vita di una persona e influire così tanto, cambiarla per sempre con il nostro passaggio.

Alvise Gasparini

 

NOTE:
1. Sàndor Màrai, Le braci, Adelphi, 1998
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Vi è traccia di divertimento nello studio della storia?

Puntualmente, per esperienza personale, quando chiedo ai bambini un indice di gradimento numerico per l’insegnamento di Storia, il valore che ottengo solitamente è prossimo allo 0. Nel migliore dei casi. Motivi? La Storia è noiosa e vecchia così come il maestro che la insegna, anche se magari ha 35 anni. Una sorta di consustanzialità fra il documento storico ammuffito e il classico pile sgualcito dell’insegnante. In pratica una crisi d’identità assicurata intorno ai 40 anni per chi come me è in procinto di laurearsi in Storia e non disdegna una carriera futura da passare dietro la cattedra.

Quali sono i motivi di tale declino? Perché piace addirittura più la Matematica e soprattutto l’ora di Religione con i suoi film pieni di amore e lieti fine stucchevoli?

Innanzitutto è necessario premettere due cose: in primo luogo ogni fascia d’età possiede esigenze e capacità differenti e specifiche. Quindi è assolutamente improprio far imparare migliaia di date a memoria agli adolescenti; tanto il giorno dopo scambieranno la caduta dell’Impero Romano d’Oriente con quello d’Occidente. Tranne per i nerd: loro le sapranno grazie alle mille ore passate davanti ai giochi di strategia per il Pc.
In secondo luogo, invece, si deve ammettere che non tutte le epoche hanno sentito la mancanza di volgere lo sguardo verso il passato per studiarlo. Basti pensare a oggi, dove la modalità classica di trasmissione del sapere – dall’anziano al giovane, dal maestro all’alunno, dai genitori ai figli, dal passato al futuro – si sta rapidamente invertendo: ora sono i figli ad imprecare contro i genitori, colpevoli nel 2016 di non sapere utilizzare la tecnologia.

Oh Clio, come fare allora per recuperare quel divertimento che lo studio della Storia recava a Marc Bloch?1

Sicuramente compiendo azioni rivoluzionarie.
Togliamo la cattedra! Le lezioni frontali producono un’insensata voglia di giocare a Snake e per chi ha il cellulare scarico appisolarsi risulterebbe la miglior opzione. A parte l’ironia, credo che una disposizione a cerchio delle sedie faciliti il dibattito perché mancherebbero riferimenti spaziali – gerarchici. In questo modo, da un lato gli studenti parteciperebbero attivamente senza timore dell’entità suprema confinata dietro la cattedra e dall’altro il maestro migliorerebbe la propria relazione con i propri allievi ed emergerebbe nella discussione in ogni caso come fonte di sapere, visto le sue maggiori conoscenze.

La Storia è vita vissuta! La Storia è fatta di carne e di ossa! Molte volte i manuali raccontano le guerre, le scoperte e le rivoluzioni come fossero di altri mondi. La Terra ne sembra incolume.
Beh, aggiornamento dell’ultima ora: noi tutti facciamo parte della Storia. Sono convinto che esserne consapevoli sia estremamente utile e affascinante per due ragioni: da un lato pungolerebbe la curiosità di coloro che vedono nel sussidiario con copertina verde – la Storia l’ho sempre associata a questo colore. Retaggi delle scuole elementari – un potenziale allergenico; dall’altro pensarsi all’interno del flusso storico stimolerebbe le riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’individuo e gli eventi, sia passati che contemporanei. Alla fine lo studio della Storia non è altro che un’intervista continuamente aggiornata rivolta al passato, un interlocutore difficile da capire, ma allo stesso tempo affascinante per la molteplicità di punti di vista che può darti.

Solo attuando queste modifiche (le idee sarebbero molte di più), la Storia da disciplina marginale di un’ora alla settimana, diventerebbe azione quotidiana di comprensione della società.
Alla fine anche Euclide e il suo maledetto teorema sono stati concepiti in questo mondo.

Marco Donadon

NOTE:
1. M. Bloch, Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, 1949.

[Immagine tratta da Google Immagini]

«Chi sa, fa. Chi non sa, insegna»

“I migliori maestri sono quelli che ti indicano dove guardare, ma non ti dicono cosa vedere”

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«Chi sa, fa. Chi non sa, insegna».

Questo famoso detto lascia l’amaro in bocca non solo a chi l’insegnamento lo pratica da anni, ma anche a chi si accinge a diventare, col tempo, un buon maestro. Questo detto lascia l’amaro in bocca anche per l’incoerenza presente al suo interno: «chi non sa fare, insegna», come se, insegnare non fosse anch’esso un “fare”, un operare concreto, un agire e, nel migliore dei casi, un creare qualcosa di nuovo.

Dove si insegna? Ovunque. A scuola, in palestra, in un campo sportivo, in aula, per terra… A chi si insegna? A tutti. A se stessi, ai bambini, agli alunni e perfino ai maestri stessi. Chi insegna? O meglio, cosa deve essere colui che insegna?

In ambito scolastico si discute molto su quale sia il profilo del bravo maestro e si investe gran parte del tempo a stilare una lista di buone regole. La pratica dell’insegnamento tuttavia non è una somma di tecniche da riprodurre meccanicamente. Ogni bambino è diverso, ha la propria peculiarità e il proprio tratto distintivo rispetto agli altri, quindi la produzione del suo libero pensiero non è qualcosa di standardizzato.

La figura dell’insegnante è spesso data per scontata. Si può scegliere la classe, la scuola, il tempo pieno o parziale ma il maestro, fin dalla più tenera età, ce lo ritroviamo davanti. Non sarebbe forse più importante sapere più cose possibili sulla persona che starà con i nostri figli per più di cinque ore al giorno, per nove mesi l’anno protratti nel tempo?

C’è da dire che ci sono maestri e maestri. Nonostante l’essenziale versatilità posseduta, un maestro eccellente per una certa fascia d’età non può esserlo, alla stessa identica maniera, per un’altra. Questo perché, ribadiamo, le competenze da far apprendere non sono tutto.

Problemi, addizioni, lettere maiuscole, minuscole e corsivi non sono gli unici frutti che raccogliamo dall’albero dell’istruzione, otteniamo molto di più. La qualità e quantità del raccolto dipenderà, in buona misura, dalla fortuna di aver avuto un buon maestro. Durante i fertili anni scolastici avviene infatti la naturale crescita del  rrbambino. Modi di fare, modi di vivere le emozioni, cambiamenti fisici, sperimentazione delle possibilità, necessità di praticare il dubbio e la coltivazione di interessi personali sono solo alcune delle esperienze che il maestro dovrà valorizzare.

Partendo da questo presupposto, come dovrà muoversi l’insegnante?

Innanzi tutto il saper fare del maestro è l’effetto del suo saper essere. Una sorta di socratico “conosci te stesso”. Il saper fare dell’insegnante è il frutto di anni di esperienza ed affinamento della pratica, affinché possa divenire sempre più efficace. È un saper destreggiarsi nella classe in maniera perfetta. È un camminare per i banchi quando c’è da camminare e uno stare fermo quando c’è da star fermi.

Il saper fare del maestro è studiare il fare dei bambini e guadagnare credibilità ai loro occhi. È possibile osservare molto solo guardandoli! Perché un bambino non parla se a farlo non è prima un suo amico? Perché alcuni tentennano sempre nel dire qualcosa, mentre altri agitano perennemente il braccio alzato pur non sapendo la risposta? Perché molti, quasi vivendo in un’ampolla di vetro, non riescono a gestire i loro sentimenti?

Il saper fare del maestro è accorgersi di tutti questi aspetti. È attendere anche mezzora prima di fare una domanda a un preciso bambino, o di contro, è non lasciare tempi di attesa.

Il saper fare del maestro è coordinare la classe così come farebbe un maestro d’orchestra; far capire con lo sguardo, usare i gesti per richiamare l’attenzione e dare la parola. Il tutto senza mettere in imbarazzo chi sbaglia.

Il sapere fare del maestro è passare ininterrottamente dal semplice al complesso. La classe è la somma dei suoi alunni, ma i singoli bambini (diversi gli uni dagli altri) sono gli elementi che compongono l’unicità di quel gruppo classe.

Il saper fare del maestro è sincronizzarsi sui ritmi dell’ambiente scolastico. La sua voce non dovrà essere piatta e ripetitiva, ma risonante e ritmica. Le parole, immagini e pensieri dei bambini sono simboli che non vanno interrotti urlando o sbattendo la mano contro la cattedra, ma dovranno essere accompagnati finché il loro ragionamento non avrà preso forma.

Il saper fare del maestro….

 

Giorgia Aldrighetti

(FcB Team Ricerca, Università di Trento)

Un insegnante ha le ali se…

 

Abbiamo bisogno di almeno mille persone in Italia innamorate della scuola che ci affianchino con il loro entusiasmo e il loro amore per la scuola per portare fino in fondo questa riforma.

Questa è un’affermazione fatta dal Premier Matteo Renzi a Dicembre dello scorso anno.

Non voglio soffermarmi sul contesto che circondava tale frase ma sul senso delle parole.

Vorrei parlare dell’insegnante, di colui che ogni giorno si siede alla cattedra e cerca di trasmettere conoscenze ma soprattutto passione.

Vorrei parlare dell’insegnate, di colui che non lavora solo a scuola ma continua a casa, senza fermarsi per essere pronto per la lezione del giorno dopo.

Vorrei parlare dell’insegnante, di colui che ogni anno insegna sempre le stesse cose ma non si stanca di ripeterle.

Vorrei parlare dell’insegnante, di colui innamorato della scuola, nonostante tutto.

In Italia il lavoro dell’insegnante è spesso bistrattato, sottovalutato e reso difficile da un sistema burocratico infernale, da una società che non riconosce la giusta importanza della scuola e dalle famiglie che troppe volte difendono i figli a spada tratta ripetendo senza fine “Perché ce l’ha con mio figlio?”

Il lavoro dell’insegnante è da considerarsi una missione da svolgere con passione, dedizione e sacrificio; l’insegnante deve riuscire a trasmettere informazioni e conoscenze contornate da parole quali rispetto, educazione, sogno, fiducia, talento, perseveranza.

L”insegnante non deve solo sedersi alla cattedra e parlare, deve, prima di tutto, osservare e ascoltare chi ha di fronte, comprendere ed incoraggiare, rispettare e dare fiducia ai suoi allievi.

L’instaurarsi di un rapporto di fiducia solido può avvenire solo attraverso il “riconoscimento” dell’Altro come Altro ma soprattutto come Persona.

Cosa significa?
Significa che l’insegnante deve considerare la classe come composta da elementi diversi ed eterogenei, riconoscendo le diverse indoli e la continua influenza della società che porta spesso al conformismo, senza puntare all’omologazione: solo in questo modo l’allievo riuscirà a non smarrirsi, liberandosi dalle imposizioni della società esprimendo al meglio il suo talento.
Valeria Genova
[Immagini tratte da Google Immagini]

 

 

 

La scuola per il futuro

La scuola educa ed istruisce.

Educazione ed istruzione due parole spigolose da pronunciare sebbene dense di significato e che risultano, oramai, logorate dall’abuso che se ne fa.

Che significato ha, oggi, dire che la scuola deve educare ed istruire i giovani?

Ha ancora senso domandarselo?

Se la risposta è no, c’è da rimanere basiti.

Occorre porsi quella domanda per capire cosa sia la scuola oggi o, meglio, cosa dovrebbe essere.

Scontato dire che deve istruire, fornendo conoscenze, strumenti di pensiero e di logica; altrettanto palese vedere la scuola come sede di educazione extrafamiliare -ricordiamoci che la famiglia deve essere il primo punto di riferimento per questo-; manca qualcosa, però, a questa definizione, quel quid che renda la scuola ‘umana’, relazionale, confortevole.

Spesso ci si dimentica che la scuola è fondamentale nella vita di una persona e può determinarne successi ed insuccessi futuri, sia a livello personale che professionale.

Dimenticandosi di ciò si incorre nel rischio di trasformare la scuola in una struttura arida, eretta dalla mera burocrazia che serve a dividere gli “intelligenti” dagli “scemi”, abbandonando questi ultimi a loro stessi e segnandoli a vita.

La scuola deve, invece, essere un luogo di aggregazione, condivisione, relazione e fiducia.

AGGREGAZIONE: la scuola deve unire, non dividere. Il bambino ha la sua prima conoscenza di “società” nella scuola e proprio per questo deve conoscere l’importanza di sentirsi parte di un gruppo.

CONDIVISIONE: la scuola deve insegnare a “cum-dividere”, a spartire con l’Altro, dimostrando che anche la sconfitta, se condivisa, può essere meglio sopportata.

RELAZIONE: la scuola deve creare relazioni, tra gli insegnanti e gli allievi, tra gli insegnanti e le famiglie. Solo attraverso la relazione si può riconoscere l’Altro come Altro da sé e ci può essere uno scambio di messaggi diretto e sincero.

FIDUCIA: alla base della relazione che si instaura deve esserci la fiducia che permetta all’Altro di essere se stesso.

E Storia, Inglese, Geografia, Matematica ecc, chiederete, dove sono?

Ci sono, così come i compiti, le interrogazioni ed i voti.

Ma prima di questo ci devono essere le Persone, con i loro difetti, le loro capacità, il loro talento magari nascosto, le loro paure, le loro storie.

Il giudizio sulla Persona non deve derivare dal voto in Inglese, perché quest’ultimo può essere dettato da innumerevoli fattori a noi sconosciuti, ma da domande quali Chi ho di fronte? Perché ha preso 4? Cosa lo turba?

Per ogni domanda la scuola deve trovare una risposta prima di assegnare etichette che poi saranno difficili da togliere.

La scuola è come un allenatore, deve preparare il giovane per raggiungere un obiettivo posto a breve-media-lunga distanza; come tale lo deve osservare, comprendere le sue capacità e le sue lacune, escogitare un allenamento ad hoc che vada a rafforzare i punti deboli; l’allenatore-scuola deve capire il talento del giovane e coltivarlo. Tutto questo per la partita più importante della sua vita: quella con il Futuro.

Valeria Genova

[Immagini tratte da Google Immagini]