L’imprescindibilità dell’essere donne

Nel momento in cui penso a me stessa, cercando di definirmi, sento di dover anzitutto registrare che sono una donna. Probabilmente un uomo, quando riflette su se stesso, non comincia classificandosi come un individuo di un certo sesso: lui è un essere umano. Nel suo rapportarsi al mondo, può dimenticare la propria particolare anatomia. La donna, invece, sente incessantemente il peso del proprio corpo sessuato, che risulta costantemente implicato in ogni sua relazione con il mondo.

Aristotele diceva: «La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole»1; San Tommaso, riprendendo Aristotele, considerava la donna «un uomo mancato, un essere occasionale»2. Sembrerebbe che il corpo dell’uomo abbia un senso autonomo, indipendente, mentre quello femminile non avrebbe alcun senso se non rapportato a quello del maschio. In quest’ottica, è l’uomo a decidere ciò che la donna dev’essere. Appare al maschio immediatamente come un individuo sessuato, per lui ella rappresenta l’Altro.

Nelle società primitive si trova sempre una dualità: quella dell’Uno e dell’Altro (Zeus-Urano, Sole-Luna, Bene-Male, Dio-Lucifero). L’alterità si manifesta come una categoria costitutiva del pensiero umano. Hegel comprende la violenta importanza di tale categoria: il soggetto è capace di scoprirsi solo opponendosi a ogni altra coscienza, esso vuole affermarsi come essenziale e rendere l’Altro un inessenziale. La coscienza dell’altro, tuttavia, gli oppone a sua volta la stessa pretesa, rendendo obbligatorio il riconoscimento della reciprocità del loro rapporto. Nello scontro tra i sessi, invece, solo uno dei due termini si è affermato: l’uomo. Quest’ultimo, abolendo ogni relatività, ha definito la donna come pura alterità. Sorge spontaneo chiedersi perché la donna si dimostra così passiva, così incline a piegarsi, perché si fa porre come l’Altro, senza rinfacciarsi a sua volta come Uno?

I due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali; ancora oggi, nonostante la situazione sia nettamente migliorata, la donna versa in una condizione di inferiorità: anche se le sono stati riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine sembra ancora impedire che trovino nel costume la loro espressione concreta. Economicamente uomini e donne costituiscono due caste distinte: i primi solitamente godono di condizioni più favorevoli; inoltre, sono ancora loro a detenere la maggioranza delle cariche socialmente più importanti. Ormai è più che risaputo: la storia è stata fatta dai maschi, per questo le donne faticano ancora a partecipare alla costruzione dei fatti umani nel mondo.

Fin dall’antichità, legislatori, preti, letterati e filosofi si sono dilettati a descrivere la debolezza della donna e a dimostrare che la sua condizione subordinata è un dato naturale, voluta da Dio e utile per la terra. Tuttavia, alcuni punti di rottura si registrano con Montaigne, che sembra intuire l’ingiustizia del destino femminile, ma afferma contraddittoriamente che «è contro ragione e contro natura che le donne siano padrone in casa propria. Non lo è che governino un impero»3.  Solo durante l’Illuminismo si comincia a considerare lucidamente la questione. Diderot riconosce che le donne in ogni società «sono state trattate come esseri inferiori»4, perciò si adopera a mostrare che sono esseri umani come l’uomo. Poco dopo è la volta di Stuart Mill, che le difende con estremo ardore fino a sostenere «che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà»5.
Ciononostante, il mito dell’Altro era ed è ancora caro a tanti, del resto come biasimarli se non lo sacrificano volentieri! Occorre, infatti, molta abnegazione per cessare di considerarsi il Soggetto assoluto e unico.

La maggioranza degli uomini oggi non afferma apertamente questa presunzione, non afferma l’inferiorità della donna. Probabilmente sono troppo «democratici» per non riconoscere astrattamente in tutti gli esseri umani degli uguali. Tuttavia, si sente spesso pronunciare che le donne sono in condizione di uguaglianza di fronte agli uomini e che non hanno quindi più niente da rivendicare, e contemporaneamente si sente dire che le donne non saranno mai in condizione di uguaglianza, per cui le loro rivendicazioni sono vane. Ciò perché l’uomo oscilla passando facilmente dalla semplice constatazione dell’inuguaglianza concreta e la tematizzazione dell’uguaglianza astratta, alla tematizzazione dell’ineguaglianza concreta e la tentazione di abolire l’uguaglianza astratta. Risulta ancora difficile misurare l’estrema importanza di certe discriminazioni sociali, che sono presentate come insignificanti, ma le cui ripercussioni sono così tanto profonde nella donna da farle credere che siano determinate dalla natura.

Dunque, cosa vuol dire percepire di essere donne? Molto si è detto e scritto e molto io stessa ho appreso vivendo, eppure la questione non è affatto giunta al capolinea, e probabilmente il suo scopo ultimo è non raggiungerlo mai. Non dobbiamo ignorare il fatto che sentiamo di non poter prescindere dal nostro corpo femminile per valutare la nostra esistenza; questo fatto così immediato può sembrarci ovvio e quindi aggirabile. Tuttavia, bisogna problematizzarlo costantemente, perché condiziona il nostro modo di vivere il mondo.

 

Giulia Castagliuolo

 

NOTE
1. Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.
2. T. d’Aquino, Summa Theologica, parte I questioni 92 e 99.
3. M. de Montaigne, Saggi, libro III, Milano, Bompiani, 2012.
4. D. Diderot, Sur les femmes, Paris, Gallimard, 2013.
5. S. Mill, la servitù delle donne, Roma, Savelli, 1977.

 

Giulia Castagliuolo, studentessa al terzo anno di filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Abbraccia l’idea di una filosofia come creazione che spinge a credere nella vita e ad agire nel mondo.

Perché il femminismo fa paura: la linea sottile tra oppressi ed oppressori

<p>gender equal opportunity or representation</p>

Sembra un argomento molto di moda, tra celebrità che prendono posizione, campagne contro la violenza di genere e battaglie linguistiche su termini come femminicidio o sindaca. Insomma, negli ultimi anni si parla più del solito di femminismo.

Ma se i toni del dibattito pubblico e da social sono accesi, nella conversazione privata questo rimane un argomento spinoso, sul quale per molti è difficile farsi un’opinione e prendere una posizione: questo dà il via a tutta una serie di specificazioni linguistiche (“non sono femminista, sono anti-sessista”) e concettuali (da “non tutti gli uomini sono maschilisti!” a “anche le donne compiono violenza sugli uomini!”). Specificazioni volte a chiarire che in ogni caso stiamo dalla parte dei “buoni” − dato che nessuno vuole essere considerato maschilista − ma allo stesso tempo che non ci riconosciamo come femministi/e.
Nel dubbio, o in maniera deliberata, cerchiamo una soluzione intermedia che ci permetta di stare in equilibrio tra due posizioni scomode. Dopotutto la virtù sta nel giusto mezzo, lo diceva anche Aristotele.

Eppure Aristotele sosteneva anche il principio logico del terzo escluso: ovvero, data una coppia di proposizioni logicamente opposte (detta coppia antifàtica), esse devono necessariamente avere valore di verità opposto. Nel senso che se una è vera l’altra è inevitabilmente falsa, e viceversa. Se sei qui non sei lì, se hai detto una cosa non puoi non averla detta, se sei vivo non sei morto, ecc… senza che si dia una terza possibilità intermedia.

Quando si parla di femminismo ci sentiamo costretti a scegliere tra due posizioni antagoniste ugualmente ideologiche: spesso infatti si pensa (erroneamente) che se maschilismo significa misoginia, allora femminismo significhi misandria. Quando in realtà il movimento femminista, nonostante racchiuda in sé molte scuole di pensiero diverse, a volte anche in contrasto l’una con l’altra, nella sua essenza rivendica solo l’uguaglianza tra i generi. In altre parole: diamo per scontato che il contrario di una situazione di disuguaglianza sia un’altra situazione di disuguaglianza, ma a parti invertite. Dimentichiamo quindi che in realtà il suo opposto è appunto l’uguaglianza, la parità.

Detto così sembra scontato prendere le parti di chi promuove l’uguaglianza. Eppure, l’esistenza stessa di un movimento che la persegua mette a disagio: in effetti, accade la stessa cosa per i movimenti antirazzisti o pro diritti LGBTQ. Questo perché costringono ad accettare, come premessa logica, che ci sia un’ingiustizia. E l’ingiustizia divide il mondo in oppressi ed oppressori o, come li chiamerebbe Sartre, flagelli e vittime. Chi non fa parte della minoranza discriminata, ma rimane neutrale, sceglie automaticamente la parte dell’oppressore (parafrasando Desmond Tutu, attivista sudafricano contro l’apartheid).

Quindi, ammettere l’esistenza della discriminazione sessista non è facile o indolore. Non lo è né per gli uomini, perché li fa sentire sotto accusa, né per le donne perché le fa sentire vittime impotenti, o peggio, colpevoli di non ribellarsi: non a caso “Non ho bisogno del femminismo perché non sono una vittima” era uno tra gli slogan più ricorrenti della campagna online #WomenAgainstFeminism di qualche anno fa.

Davanti a questa prospettiva è più facile negare, sminuire o ridimensionare il problema. Ma non c’è soluzione intermedia che possiamo scegliere: è il principio del terzo escluso.

Di fronte al sopruso, la discriminazione, l’ingiustizia, l’essere umano è chiamato a compiere una scelta etica, un dilemma continuamente affrontato in secoli di storia. Ma dietro ad un problema complesso, c’è innanzi tutto un gesto apparentemente semplice: ammetterne l’esistenza è il primo passo, forse il più coraggioso.

Anna Merenda Somma

Anna Merenda Somma, Ravenna, classe 1990, da piccola voleva fare la disegnatrice Disney, poi l’arredatrice Ikea, poi la giallista e infine, alla costante ricerca di mestieri sempre più ardui, l’insegnante. A 14 anni scopre la filosofia ed è amore a prima vista, poi è la volta degli studi di genere, e l’amore si rinnova. Consegue la laurea in Scienze Filosofiche nel 2016 a Firenze, e da allora si occupa di identità di genere, femminismo, eteronormatività, queer theory, LGBTQ rights e altre cose difficili da pronunciare. Specializzata anche in procrastinazione e dolci bruciacchiati.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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