Empatia, un trampolino dall’io al tu

La filosofia ha come tratto peculiare che la distingue da tutte le altre scienze l’analisi di fenomeni solitamente considerati ovvi e scontati. Una di queste ovvietà, che sotto la lente filosofica non risulta ovvia per nulla, è il meccanismo dell’empatia. Edith Stein, fenomenologa e santa, nella sua tesi dedicata appunto al problema dell’empatia introduce il problema immaginandosi che: «Un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello ed io mi rendo conto del suo dolore», per poi chiedersi «che cos’è questo rendersi conto?». Certo la situazione qui descritta è familiare a tutti, nella sua semplicità il movimento empatico è fondamentale nel costruirsi delle relazioni umane, al punto che l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di interpretare le curve di una bocca e l’aggrottarsi di alcune rughe del viso, può essere indizio di disturbi psicologici.

La dinamica empatica potrebbe essere descritta come un uscire da sé per farsi momentaneamente altro e infine ritornare in sé. L’io trova in un elemento del viso dell’altro un trampolino per lanciarsi nella soggettività altrui, interpretando il suo mondo interiore mentre si immedesima. In quanto richiede una certa dose di interpretazione o riempimento di senso, l’empatia è sottoposta alla possibilità dell’errore. Gli errori di questo genere sono fonte di malintesi e incomprensioni, ciò avviene ad esempio quando l’io torna ad imporsi sull’altro proiettando su di esso il proprio stato d’animo. Come quando all’io innamorato il mondo sembra un posto migliore, al contrario se triste, tutto pare congiurare contro la sua speranza di momenti più felici.

Questa situazione ci porta a toccare un elemento centrale del rapporto empatico: l’io deve dislocare il proprio punto di vista per poter aderire all’altro, deve cioè abdicare la propria sovranità per poter essere veramente presso l’altro. Diventando marginale a sé, l’io non accede però al puro vissuto altrui – questo rimane sempre misterioso e inaccessibile – viene a trovarsi invece in una zona grigia, sospeso tra l’io e il tu. Quando ad esempio osserviamo un acrobata rischiare la vita camminando su un filo sospeso in aria, l’empatia ci permette di provare uno spettro di emozioni legate a ciò che vediamo proprio in quanto il nostro punto di vista si è spostato dal suo centro abituale in direzione dell’acrobata. Diventandosi anche per un breve attimo estraneo l’io marginalizza, relativizza le emozioni che accompagnano normalmente il flusso dei suoi vissuti, consentendo una breve parentesi dal rapporto solitamente ermetico dell’io con sé stesso.

Il movimento descritto a partire dall’esempio dell’acrobata sembra essere il nucleo che permette a tutte le situazioni spettacolari di funzionare, persino quando la risoluzione è garantita come nel caso di un film già visto o un libro già letto. L’intrattenimento, il divertissement che richiede l’empatia, è in questo senso un esercizio salubre per l’individuo.

L’empatia quindi è da considerare una di quelle forze umanizzatrici che vanno esercitate, preservate, favorite, per impedire come è successo e come può sempre succedere che l’individuo – per utilizzare le parole di Levinas – rimanga inchiodato a sé stesso.

Francesco Fanti Rovetta

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È ora di cambiare! Val(ore) contato

Cambiamento, continuità, tempo. Certo il tempo trascorre, trasvaluta, e, nell’azione, nella prassi dell’umano, conferma e rinnega i valori per i quali l’umana specie persevera e conserva la propria specie. Conserva, mette da parte o eleva per tramandare i contenuti. Eppure questi contenuti sono soggetti al cambiamento, una piccola matrioska con trentamila anime diverse, da scartare?

Predichiamo i valori come fossero delle realtà a priori universali, come realtà imperiture con un grande valore di scambio, delle realtà impagabili. Le religioni, le filosofie ne hanno discusso, stabilendo una scala gerarchica, eppure non siamo ancora capaci di una convivenza pacifica e razionalmente orientata alla condivisione dello spazio. Al servizio dei valori sono le ideologie politiche, i partiti, i leader spirituali, le icone da questi generate, e − in genere − ognuno di noi che, in una specifica fase della propria esistenza, se ne faccia portatore. Ed è proprio per questi valori, per la loro portata ideale, che agiamo contro i nostri fratelli. Per il valore che riponiamo nelle nostre famiglie, i nostri primi stati domestici, ripudiamo la nostra stessa appartenenza.

È lecito chiedersi “quanto” valore ci sia nelle nostre esistenze e quindi quale prezzo si debba pagare per il loro mantenimento? Chi si sente appagato dalla verità ne paga un prezzo, ma non va con la verità; chi lotta per la pace lo fa distruggendo la pace. In genere chi si sacrifica per un valore, per il suo riconoscimento, muore nel nome di quel valore. La storia stessa ci dimostra come questa “dialettica paradossale”, questo sopra citato tranello esistenziale e patologico insito nella natura relazionale dell’essere umano, sia l’unica certezza condivisa. I corsi e ricorsi storici ci insegnano che l’essere umano ha dovuto pagare a caro prezzo una libertà limitata e che questa travagliata lotta non trova mai tregua, anzi essa si ripete, mettendo in discussione la validità dell’insegnamento storico e quindi la natura stessa dell’essere umano. L’animale razionale, homo sapiens sapiens, afferma la propria libertà d’esistenza eliminando tutti gli ostacoli che si interpongono tra lui e questa.  Se da un lato sembra che l’evoluzione della nostra specie abbia permesso una convivenza più pacifica, dall’altro le cronache di questi ultimi anni, giorni confermano il contrario. Il terrore inonda la nostra realtà, limitando in modo impressionante la nostra sfera privata, la nostra libertà di movimento, di scelta. Esso ci si presenta come un ritorno storico scomodo, foriero di ricordi e di modi di fare tipici dell’essere umano. L’aggettivo “umano” stesso inizia allora a barcollare nella sua accezione più pura. Non sappiamo ancora cosa voglia indicare. I valori sembrano trovare, in questa precisa fase storica, un valore nell’annullamento, della negazione della vita stessa. Si può lottare per la fede annullando la fiducia reciproca? Basterebbe in questo caso credere che il responsabile di questi orrori sia Dio stesso, nel paradosso, fautore di crimini perché assente.

Ci si chiede ancora se questa lotta per i valori abbia senso e se ci sia dato sapere per chi o per cosa si lotti. L’unica cosa importante sembra essere che questi valori ci siano, a prescindere da tutto, da tutti. L’emergenza di esprimere, imporre il proprio volere, la propria opinione per affermarsi, per dar fregio alla propria personalità, al proprio sistema di convinzioni ha sempre rappresentato un piccolo peccato di presunzione, connaturato alla natura umana. Basta guardare le enormi e infinite bacheche personali potenziate dai social: quanto è importante trovare appagamento attraverso l’approvazione dell’altro! Ci siamo però mai chiesti, dove abbiamo posizionato la nostra scala dei valori e dove essa ci faccia approdare? Ci siamo chiesti se abbiamo bisogno di questa scala?

Eppure noi educhiamo attraverso i valori, gli ideali che essi rappresentano. La cultura cui apparteniamo, alla quale facciamo appello nelle difficoltà di relazione, si rispecchia, riflette nei valori, in questi sostantivi totemistici. Quanta valenza avrebbero queste convenzioni senza la presenza e il sostegno della funzione linguistica, senza l’altro, senza la relazione? In una situazione specifica come la nostra, del qui e dell’ora, potrebbe risultare interessante coniare nuovi valori etici ai quali “sottostare” oppure accordarci. Troveremo così nuovamente spunti per cui varrebbe la pena uccidere il prossimo? Non è infatti un paradosso dire che per un valore tutti noi saremmo disposti ad uccidere.

Allora non esiste un valore universale e non ne “vale la pena” nemmeno crearne uno, nessuno o mille tra i tanti. È ora di cambiare, di cambiarci, di rinnovare. Trasvalutiamo e facciamo emergere i valori di fratellanza e uguaglianza per i quali sembra che il progresso sia nato nominalmente. Sembra uno slogan di carattere politico.

Quando mi trovo a parlare di valori con i ragazzi in classe − hanno circa 17 anni − devo per forza considerare il valore, la valuta, la moneta. Poi parlo di scambio, poi di rapporto-relazione e di beni, materiali ed immateriali. Molti ragazzi rispondono che con le monete giuste si può comprare tutto. Io li guardo attonito, rammaricato e credo che in fondo non hanno ancora ragione. Tiro fuori una moneta dalla tasca e anche se scelgo tra testa o croce, il numero, il valore su essa incisa non cambia. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Il valore dell’individuo varia in base alla società, alla storia in cui la società sviluppa il suo cambiamento o lo ammutolisce.

Allora è proprio nei valori che bisogna custodire valore. È nell’alterità che il valore si riconosce come tale, nell’alterità di un valore non conosciuto ma riconosciuto. Ogni persona, cultura, nazione rappresenta e presenta un valore di diversità con il quale rapportarsi. Considerare queste diversità e rendere degno lo spazio dell’ascolto e della coesistenza è forse l’unico gesto che ci porterà alla condivisione più armoniosa. L’appartenenza è unica, l’essere umano è unico perché abitante di un unico spazio.

Raffaele Mirelli

NOTE: Quello del valore costituisce il nodo centrale del Festival di filosofia di Ischia La filosofia il Castello e la Torre nell’edizione 2017. Maggiori info qui.

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Il peggior vizio filosofico

Se sforziamo un attimo la memoria e ricordiamo come da bambini ricostruivamo nella nostra mente il mondo e il suo funzionamento, o anche il modo in cui fingevamo ingenuamente di comprendere le spiegazioni dei genitori o delle maestre riguardo il ciclo delle stagioni, la digestione umana, la formazione delle nuvole e l’espansione dell’universo, capiamo di aver avuto a che fare allora con un mondo nient’affatto chiaro nel suo accadere ma comunque in qualche modo attraente e coinvolgente, pur nella sua aleatorietà.

Il bambino infatti cerca assiduamente una spiegazione a ciò che gli si mostra, ma non sa ancora che dovrà tradurre le caleidoscopiche sensazioni che prova in linguaggio razionale perché le cose e la loro rappresentazione combacino e si possa dire di conoscere. Per cui, possiamo dire, il mondo della nostra infanzia era qualcosa di sospeso tra il nostro sentirci a nostro agio nella quotidianità e al contempo essere in balia di un silenzioso flusso ignoto, spiegato in modo ambiguo nella nostra testa. La lenta fuoriuscita (che sia avvenuta davvero è tutto da vedere) da questo stato, attraverso la ricerca immersi nel mondo stesso, comporta la crescita dell’individuo e della specie di cui fa parte.

Nel corso dei tempi la figura dell’uomo che si interroga sul perché e il come del mondo, il filosofo, non è rimasta la stessa. La storia filosofica ha visto scienziati, poeti, politici, criminali, preti e suicidi alla propria corte, dando comunque l’impressione di continuità nel suo svolgimento storico e nell’oggetto della sua indagine. In questo lungo e articolato processo, tra le mille cose che dovremmo imparare da chi prima di noi è stato toccato dal destino del pensiero, una in particolare tornerebbe molto utile oggi: l’inclinazione naturale all’osservazione del mondo.

Percorrendo la lista dei nomi degli antichi filosofi e dei loro scritti, anche solo in pochi frammenti, vediamo immediatamente che insieme a quelle riflessioni metafisiche o teoretiche e che ancora oggi sono un vivo riferimento per il nostro sapere, sta una grosse mole di scritti fisici, medici, biologici, politici, magici, mitici, che oggi sono ovviamente sorpassati dal punto di vista della loro scientificità, ma che danno l’idea della tensione dell’uomo verso il mondo e la sua volontà di interpretarlo e comprenderlo appieno.

Aristotele ha lungamente scritto sulla riproduzione degli animali, sul moto degli astri, sul corpo umano, sull’economia e sulla botanica; lo stesso si può dire di Ippocrate, medico ricordato più per il suo atteggiamento scientifico ed etico; o per gli studi geologici e astronomici di Kant o gli studi poco noti dei giovani Husserl e Heidegger sulla matematica. Queste incursioni in quelli che oggi sarebbero campi del sapere differenti, erano uniti, soprattutto in antichità, e coesistevano o precedevano addirittura la speculazione filosofica del mondo. Come infatti sarebbe stato possibile per Aristotele o Kant formulare la dottrina delle categorie senza aver prima studiato singolarmente i generi della natura da riunire nelle categorie? E come avrebbe potuto pensare Platone alla dottrina delle idee senza aver notato tutte quelle ricorrenze che appartengono a fenomeni naturali distinti?

Tutto questo si scontra con quella che invece va diventando il ritratto del filosofo contemporaneo a livello almeno di coscienza comune.

Il filosofo di oggi tende ad essere lontano dal mondo scientifico, troppo specialistico e a sua volta chiuso in se stesso. Tende dunque a non addentrarsi troppo nelle questioni astronomiche, economiche, chimiche del mondo, ma allo stesso tempo non rinuncia, legittimamente, a tendere verso il senso unico, la Legge, il principio del mondo stesso. Rifugiandosi spesso nel comodo esistenzialismo spiccio della propria persona, amplificando il proprio sentire a legge universale, dimenticando che l’esistenzialismo autentico poggia e non è separato dallo studio e dalla comprensione delle cose del mondo nella loro variegata essenza e scientificità.

Il filosofo odierno ha questo come rischio principale: la non comprensione dei mezzi che oggi realmente e al meglio spiegano il mondo e la fuga verso un sapere quasi privato, che esclude a priori il principio della conoscenza che invece muoveva la nostra curiosità infantile e che ha smosso intere culture antiche e recenti. Principio che spesso fornisce una spiegazione incompleta di ciò che si osserva ma che al contempo offre un’idea di mondo che può ancora curiosamente angosciare ma anche affascinare. Se si ritiene che la filosofia abbia perso il proprio appiglio con il mondo è sicuramente necessario che si ritrovi uno sguardo curioso e non solo giudicante per il proprio dire e pensare, provando a immergersi nelle forme di sapere di cui oggi disponiamo. Con la saggezza leggera dei bambini e la concentrazione degli antichi sapienti.

 

Luca Mauceri

 

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Il capitalismo veste Prada

Il potere pervasivo della moda porta molti a sentire l’esigenza di prenderne le distanze. Mi riferisco a coloro che sono intenzionalmente “fuori moda” e si considerano al di sopra di quest’attività, che nella migliore delle ipotesi ritengono una frivola perdita di tempo, nel peggiore un’ossessione per la superficialità.

Il filosofo tedesco Simmel nel suo saggio Moda e metropoli dà una lettura poco lusinghiera dei “fuori moda”, spiegando il fenomeno in due modi possibili. Secondo il primo, chi vive intenzionalmente fuori moda lo fa perché ha una personalità debole, che teme di perdere adattandosi ai gusti della collettività e di vedere assorbita dagli oggetti. Infatti Simmel ritiene che nella nostra epoca lo spirito oggettivo rischi spesso di soffocare quello soggettivo. Gli oggetti sono investiti di un potere e di un’importanza superiore a quella degli individui. Spesso sentiamo dire da qualcuno che il modo in cui si veste rispecchia ciò che è, la sua soggettività appunto; un vestito dovrebbe rimanere un veicolo dell’individualità, un modo per metterla in luce. Ma c’è chi, non del tutto a torto, teme che un abito troppo elaborato finisca per strozzare la sua individualità, che sente magari già debole.

L’altra interpretazione che Simmel dà è meno originale, ma forse più veritiera. Essere fuori moda non è che una forma di moda. «Chi vuole essere fuori moda accetta il contenuto sociale esattamente come il fanatico della moda, dandogli però la forma della negazione anziché dell’intensificazione»1 . Come l’ateismo più radicale spesso si rovescia in una fanatismo simile a quello religioso, così chi evita i gusti della collettività cerca in realtà un modo diverso per affermare la propria personalità attraverso i vestiti.

Lars Svendsen in Filosofia della moda nota che molti movimenti contro-culturali, nati per rivendicare spazi di trasgressione e anticonvenzionalità, finiscono per essere assorbiti dal sistema. Per esempio lo stile punk ha conservato per poco tempo il suo potenziale anarchico, iniziando molto presto a comparire su riviste di moda, fino a diventare un fenomeno di massa.

«Nuove sottoculture creano nuove mode e tendenze a cui l’industria poi attinge. La sottocultura o controcultura è diventata la migliore amica della moda e del capitale»2.

Si può essere fuori moda ma non vivere fuori dalla moda. Lo spiega con lucida freddezza Meryl Streep in Il diavolo veste Prada. Con spietata ironia la Streep, nei panni della direttrice di una rivista di moda, dice alla sua segretaria, una sciatta Anne Hathaway, che mettersi un maglione infeltrito per «gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso» è ridicolo. Perché quel maglione è color ceruleo. E il ceruleo è stato usato per la prima volta nella collezione di Oscar de la Renta, seguito da Yves Saint Laurent prima e da diversi altri stilisti poi, fino ad arrivare in un “tragico angolo casual” da cui lei lo ha pescato. Perciò «siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori delle proposte della moda».

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Nel sistema capitalista pensare di vivere senza avere nulla a che fare con la moda non è possibile, sarebbe un po’ come voler sopravvivere senza sporcarsi le mani con il denaro. La moda è una delle regole del capitalismo, lo strumento con il quale esso produce rapidamente obsolescenza, cioè trasforma oggetti seminuovi e perfettamente funzionanti in anticaglie da sostituire al più presto. È evidente che non ha alcun significato che un anno sia di tendenza il verde acido e quello successivo il grigio antracite, in questo non c’è alcuna ricerca della bellezza né tantomeno della funzionalità. «La moda è irrazionale nel senso che persegue il cambiamento, e non ai fini di migliorare l’oggetto»3 , ma «la sua essenza è il cambiamento per il cambiamento»4.
Poiché la moda è una condizione così radicata nella cultura e nell’economia in cui viviamo, pretendere di esserne al di sopra non ha molto senso.

«Non esistono fuori dal mercato. Non possono starne fuori. Non esiste un fuori. La cultura del mercato è totale»5.

La visione che Don DeLillo ci offre in queste righe di Cosmopolis è volutamente apocalittica. Non è però obbligatorio condividere i suoi toni pessimisti. Riconoscere l’esistenza di una regola, come i dettami che la moda volenti o nolenti ci impone, è il primo modo per ridiscuterle criticamente. La scelta non è tra dichiararsi al di sopra di qualcosa nel quale in realtà si è immersi o subirne passivamente gli effetti. Non è possibile una liberazione dal sistema, ma una libertà interna alla moda, che ne piega per quanto possibile le regole, adattandole alla propria personalità.

Lorenzo Gineprini

NOTE:
1. Georg Simmel, Moda e Metropoli, Piano B edizioni, Bologna, 2011;
2. Lars Svendsen, Filosofia della moda, Guanda, Parma, 2013;
3. Idem;
4. Idem;
5. Don DeLillo, Cosmopolis, Einaudi, Torino, 2003.

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La vulnerabilità come fonte di energia, tra fragilità e relazione

La consapevolezza della radicata fragilità dell’esistenza umana potrebbe portare ognuno di noi ad approcciarsi al mondo della vita da una nuova prospettiva: attraverso uno sguardo che conduce alla comprensione della necessità di prendersi cura gli uni degli altri, in modo da sostenere e condividere la mutevolezza e l’imprevedibilità del divenire del nostro tempo. In questo contesto la vulnerabilità1, è strutturale nell’uomo, è  profondamente legata alla dignità dell’individuo. La persona che vive un momento di difficoltà e che richiede cura e presenza, chiede il riconoscimento e la tutela di questa sua dimensione affinché venga riconosciuta la propria identità, nella sua radicale situazione di vulnerabilità.

A tal proposito, con la Dichiarazione di Barcellona2 del 1998, ventidue luminari nel campo della bioetica hanno proposto, in seguito a tre anni di lavoro presso la Commissione Europea, di inserire il principio di vulnerabilità tra le quattro colonne portarti del “credo” bioetico, insieme cioè ad integrità, dignità umana e autonomia. La vulnerabilità, che si propone così quale principio innovatore, riconduce a sua volta a due concetti di notevole importanza: la dimensione del limite intrinseco e della fragilità dell’esistenza umana e l’oggetto di un appello morale, di una consapevole e matura richiesta a prendersi cura di chi è caduto in uno stato di malessere.

Il riferimento alla condizione di vulnerabilità della persona trova grande eco nel pensiero del filosofo Lévinas, per il quale la categoria del volto dell’altro, e dunque la sua alterità, rappresenta ciò che interpella la propria coscienza. La vulnerabilità, legata alla categoria della “nudità”, rappresenta quella dimensione intrinseca della soggettività umana3 per cui il sé si propone come soggetto etico perché risponde all’imperativo morale di assumersi la responsabilità dell’altro. Attraverso la vulnerabilità si edifica una relazione asimmetrica tra chi appartiene alla categoria del “debole” e chi a quella del “potente”, in quanto ciò richiama impegno morale del più forte a proteggere il più debole al di là di ogni condizione. Anche il filosofo Habermas, proponendo il concetto di “progetto della modernità”, si riferisce alla dimensione della vulnerabilità e del prendersi cura: così giustizia e bontà costituiscono valori condivisi in quanto vi è, per l’umanità intera, un radicato e naturale bisogno di porre attenzione e prendersi cura dell’instabilità della condizione umana. Seguendo questo filo rosso, il pensatore francese Ricoeur ricorda che l’esistenza umana è «una fragile sintesi fra il limite della corporeità e l’infinito desiderio dell’anima»4. La fragilità, così, si manifesta nella finitudine della corporalità e della temporalità emergendo come una condizione della nostra presenza nel mondo, attraverso cui sperimentiamo la possibilità di fare il male, di essere abbandonati all’infelicità, alla distruzione e alla morte. Vulnerabilità significa condividere e di convivere con la condizione mondana di mortalità nonché prendersi cura dell’altro, quest’ultimo concepito come strutturale condizione di fragilità.

La consapevolezza del carattere universale della condizione di vulnerabilità è ciò che rifornisce di una struttura legale e di un fondamento giuridico tale principio. La filosofia del diritto, grazie soprattutto al pensiero del filosofo Hart sostiene che la vulnerabilità della condizione umana deve fondare l’attività legislativa e le stesse istituzioni sociali. Così, l’impegno della legalità, nella sua organizzazione, nei suoi principi, nella concretezza delle leggi, sta nel proteggere il soggetto davanti alla possibilità della distruzione. La legge, in questo modo, identifica il proprio fine nella protezione delle persone più deboli in opposizione alla discriminazione e prevaricazione degli altri gruppi sociali.

Oggi l’uomo potrebbe promuovere un’etica del prendersi cura in grado di dar voce alla condizione umana di radicale fragilità e vulnerabilità. Il prendersi cura, come già sottolineato negli scritti precedenti, si esprime nel vivere una fondamentale relazione umana fra soggetti: il “to care” nasce dal naturale e prorompente appello alla propria coscienza che si sviluppa e reclama la propria presenza nella contemplazione dell’altro (evocando bisogno di condivisione, di ascolto e confronto in direzione di una fertile empatia e ponderata simpatia). La realtà esistenziale di vulnerabilità, nella fragilità dell’essere umano, si traduce spesso nella dipendenza che si pone come condizione strutturale alla natura umana: è una dipendenza che non può essere superata né eliminata ma che rinvia alla necessità di progettare la sua integrazione all’interno di un contesto relazionale, impreziosito dagli affetti più cari e dall’universo curante, per esempio durante un processo terapeutico. Da tale integrazione prende voce la categoria etica della protezione che trova la sua concreta applicazione nell’esperienza del cum patior (percepire e sentire insieme) e nella consapevolezza, che diviene anche una scelta (come risposta all’appello altrui), di prendersi cura dei bisogni dell’altro. L’esigenza di integrare la dipendenza dentro la prospettiva relazionale, piuttosto che tentare inutilmente di contrastarla servendosi di un inefficace attivismo terapeutico, pone al centro della riflessione un’altra categoria etica: la relazionalità, la quale, prima ancora che categoria etica, è una dimensione costitutiva della persona (che contribuisce alla edificazione della sua identità). L’essere socievole dell’individuo è parte integrante della struttura propria di ciò che significa umano: l’individuo trova espressione e senso nel contesto delle relazioni. Così, la virtù della solidarietà si sviluppa grazie alla comprensione di ciò che la dimensione sociale del vivere richiede. La solidarietà, come ricostruzione, nel contesto sociale, delle relazioni umane e riconoscimento della propria interdipendenza che invoglia il soggetto a condividere i beni disponibili e le risorse necessarie per dare conto ai bisogni fondamentali che caratterizzano l’esistenza di ognuno di noi, oggi è resa sterile dall’anonimato delle singole comunità nonché sommersa dall’individualismo. Quale sia la foce di questa vulnerabilità non è (ancora) dato di sapere: tuttavia pare evidente una sua presenza in ognuno di noi. Si tratta di una presenza a cui prestare un sincero ascolto per poter incontrare, nell’alterità, almeno qualche frammento della nostra identità.

Riccardo Liguori

NOTE:
1. Il termine vulnerabilità deriva dal latino vulnerare : esprime l’idea della possibilità di essere feriti e rimanda, figurativamente, al senso di precarietà della condizione umana, segnata dalla realtà del limite, della debolezza, della dipendenza e del bisogno di protezione.
2. AA.VV. (2000), Final Project Report on Basis Ethical Principles in European Bioethics and Biolaw, Institut Borja de Bioetica, Barcelona & Centre for Ethics and Law, Copenhagen
3. P. Ricoeur, Autrement. Lecture d’Autrement qu’être ou au-delà de l’essence d’Emmanuel Levinas, PUF, Paris,1997; tr. it., Altrimenti. Lettura di Altrimenti che essere o al di là dell’essenza di Emmanuel Levinas, Morcelliana, Brescia 2000, 2007.
4. P. Ricoeur, Finitude et culpabilitè, Aubier, Paris, 1960; tr. It, Finitudine e colpa, il Mulino, Bologna, 1970.

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Alla scoperta dell’Antico Egitto: intervista ad Emanuele Ciampini

Lo storico greco Erodoto, il padre, assieme a Tucidide, della storiografia occidentale, affermava nel secondo capitolo delle sue Storie che gli egizi, popolo che aveva conosciuto durante i suoi viaggi, furono la prima civiltà a credere nell’immortalità dell’anima; se è così, si tratta del primo caso storico accertato di credenza in quel di più oltre-materiale dell’uomo, che ancora oggi anima focosi dibattiti tra gli esperti e non, tra filosofi e scienziati, senza che si riesca a trovare un comune punto d’accordo. Tra sostenitori e negatori della sua validità, l’idea dell’anima ha percorso tutta la storia del pensiero occidentale, fino dalle sue antiche origini greche, fino al grande Wittgenstein dello scorso secolo, che si interrogava sul senso dell’utilizzo linguistico del termine “anima”, collegandolo ai vicini temi dell’autocoscienza e del pensiero.

Il target di questa piccola indagine è verificare, nei limiti della possibilità dettati dall’estrema lontananza temporale, se vi è correlazione tra l’inizio del pensiero filosofico occidentale dell’anima e la tradizione religiosa egizia che trattava il tema già migliaia di anni prima. Soprattutto, questa ipotesi sembra avvalorata dal fatto che i saggi greci del tempo (come il già citato Erodoto, ma anche il legislatore ateniese Solone, il filosofo matematico Pitagora e molti altri) fossero soliti visitare l’Egitto alla ricerca della conoscenza della sua lunga storia, della sapienza matematica, filosofica ed esoterica che i sacerdoti di questo affascinante popolo potevano offrire. I contatti tra i due popoli non si fermarono qui: i greci furono in Egitto come mercanti e soldati mercenari.

Per sviluppare questi temi mi sono avvalso della grande esperienza del Professor Emanuele Marcello Ciampini, Professore associato e ricercatore presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, docente di Egittologia e socio dell’I.I.C.E. (Istituto Italiano per la Civiltà Egizia), nonché autore di numerose pubblicazioni scientifiche tra le quali: Cercando un altro Egitto. Sopravvivenze di un’antica civiltà nella cultura europea, I canti d’amore dell’antico Egitto e La sepoltura di Henib.

 

Sembra che gli Egizi furono i primi a credere nell’immortalità dell’anima; questa credenza fu poi alla base della loro cultura, incentrata sull’idea della vita dopo la morte. L’Egittologia finora è riuscita a scoprire qualcosa sulla lontana origine di questo pensiero?

Sull’origine del concetto di “anima”, la questione non è delle più semplici; quella che noi chiamiamo “anima”, nella tradizione egiziana è solo una parte dell’individuo, e, quando parliamo di essa, in realtà noi traduciamo un concetto egiziano che solo in parte coincide con l’idea che la cultura occidentale identifica come anima; ciò che noi traduciamo in questo modo è una componente dell’individuo, identificato in egiziano con il termine “ba”, ed è elemento che accomuna sia gli uomini che gli dei, che quindi non è prerogativa esclusiva degli uomini, nella prospettiva di una “sopravvivenza oltremondana”. D’altro canto non va dimenticato che l’idea dell’anima e della sopravvivenza dell’individuo, dipende sia dalla permanenza di questo ba, sia da quella del corpo: quest’ultimo, cioè, non è solamente un supporto temporaneo per l’individuo, ma qualcosa che deve garantire al ba dello stesso individuo di ritrovare una sua presenza fisica; per cui, la mummia, o la statua messa nella tomba, assolvono primariamente a questo scopo. Circa l’idea di sopravvivenza ultraterrena non dimentichiamo, inoltre, che già l’età più antica ci testimonia, dal punto di vista archeologico, delle pratiche di sepoltura: dunque vi era già un’idea di conservazione della memoria, legata ad un elemento incorporeo che può essere definito, in maniera molto generica, “anima”; però, quando gli egiziani cominciano a scrivere, dimostrano chiaramente che l’idea di sopravvivenza è diversificata: il re ha un certo tipo di sopravvivenza, gli uomini ne hanno un’altra; il re sopravvive in cielo, gli uomini sulla terra. Le fonti presentano già questi elementi caratteristici: per esempio il ba, con le caratteristiche che saranno poi proprie della tradizione successiva. Quindi quando si parla di fonti del III millennio, prendiamo in considerazione dei dati che descrivono modi di sopravvivenza che distinguono una spoglia fisica sulla terra, un ba che si muove tra cielo e terra, e anche altri elementi che sono in grado di sopravvivere; ecco che allora in realtà la morte, come è stata definita da Assmann, diventa un momento di disgregazione: i vari elementi dell’individuo si scindono tra di loro, e lo scopo della pratica funeraria diventa quello di mantenere una rete di rapporti tra singoli elementi in modo che l’individuo possa continuare a vivere. La sopravvivenza del ba in quanto tale, quindi, è solo funzionale alla sopravvivenza generale dell’individuo e funziona nel momento in cui questa componente continua a vivere insieme con il corpo, lo spirito e l’ombra.

Spesso i filosofi e gli storici greci visitavano i sacerdoti egizi alla ricerca di sapienza filosofica ed esoterica. Nello stesso periodo, i grandi filosofi come Parmenide, Aristotele e Platone svilupparono il tema dell’anima iniziando la tradizione della filosofia morale, che avrebbe percorso poi tutto il Medioevo influenzando tutta la filosofia posteriore. È credibile l’idea di una derivazione egizia di questo pensiero? L’Egitto fu la culla di questa branca della filosofia occidentale?

Il discorso legato all’ “anima”, intesa come elemento legato alla filosofia morale e all’idea di una corrispondenza tra modelli dell’aldilà e dell’aldiquà in una visione di tipo escatologico, può avere dei collegamenti con l’Egitto.
Ritengo che sia  difficile parlare dell’Egitto come della terra dove per primo si è sviluppato un certo tipo di pensiero occidentale; non dimentichiamo che per lungo tempo la tradizione e gli studi della cultura occidentale hanno bellamente ignorato il Vicino Oriente e l’Egitto; adesso si inizia a cercare dei collegamenti, ma bisogna fare attenzione: se prima c’era quasi un “non-discorso”, ora occorre evitare di trovare per forza un collegamento. Quello che può valere, nella prospettiva di un’idea dell’anima come parte dell’individuo che continua a sopravvivere, è l’attenzione prestata all’Aldilà: l’Egitto si segnala, nel quadro del Vicino Oriente, come la terra dove si è per prima sviluppata un’idea articolata e complessa di un oltre-mondo, nel quale l’individuo continua ad agire e a essere presente. Prestiamo però attenzione al fatto che questo oltre-mondo è legato ad una serie di fattori diversi: c’è una componente rituale ma anche una etica: l’individuo rientra, così, in questo meccanismo “vita terrena – vita post-mortem” solamente se soddisfa alcuni precisi requisiti.
È evidente che, da un lato, sembrerebbe esserci quasi una contraddizione: se l’individuo rispetta tutta una serie di rituali può avere diritto all’Aldilà; ma nel caso in cui avesse tenuto in vita un comportamento non eticamente corretto? In realtà, i due aspetti vanno combinati: il rituale funziona nel momento in cui quell’individuo è espressione di un principio eticamente corretto. Ecco che allora l’idea della sopravvivenza non può essere classificata tout court come uno “strumentario” che viene messo “nelle mani” del defunto per poter accedere all’Aldilà, ma è un qualche cosa di molto più complesso.
Quello che sicuramente può essere interessante notare, nei meccanismi stessi di questo pensiero egizio, è l’idea di uno spazio “ultraterreno”: quando noi cominciamo a vedere, nel Medioevo ad esempio, un’immagine dell’Aldilà come spazio fisico – come quello concepito da Dante, per fare un nome –, dobbiamo pensare che il modello di riferimento è una concezione dell’Aldilà come qualcosa di conoscibile, di esperibile,  una realtà fisica che l’uomo può conoscere. È proprio questo un tema già presente nella cultura egizia: non dimentichiamoci che in Egitto le prime carte geografiche non rappresentano il mondo dei viventi, ma l’Aldilà, e già questo è un fattore abbastanza importante in sé; si può, inoltre, segnalare il fatto che diversi elementi, anche di tradizione iconografica, sono collegati anche attraverso una tradizione che passa dal tardo paganesimo all’epoca cristiana, o comunque sia della bassa antichità: basti pensare alla funzione di tessuto connettivo che assolvono, per esempio, i testi apocrifi dell’Antico, e soprattutto del Nuovo Testamento. Tramite questo passaggio, alcuni elementi sembrano arrivare nella cultura occidentale medievale: l’idea del castigo legato a certe rappresentazioni, trova in Egitto dei modelli perfettamente coerenti, come la distruzione dei dannati col fuoco, e sopratutto le pene infernali, associate proprio a questa “fisicità” dell’Aldilà. La dannazione diventa così espressione di un mancato accesso a questo Aldilà, nel quale la cultura egizia legge il segno di somiglianza con altre immagini, che possono essere attribuite anche ai traditori. È questo, ad esempio, il senso dell’essere appesi a testa in giù, segno di una concezione che in Egitto rappresenta il caos che accompagna la dannazione. Non ultima è l’idea stessa del giudizio: quando noi vediamo gli angeli con la bilancia – pensiamo al Giudizio Universale di Torcello – il modello è quello della Psicostasia del capitolo 125 del Libro dei Morti; si tratta di un modello iconografico che si sviluppa nel Medioevo passando attraverso una serie di elaborazioni della “pesatura dell’anima” che sfociano nella cultura occidentale. Non possiamo credere che vi sia una derivazione diretta, però forse si può pensare che immagini, rappresentazioni o idee siano state ritenute più valide per esprimere alcuni concetti di natura religiosa, e quindi recuperate dalla cultura cristiana d’Egitto.

Il pensiero egizio sull’anima la poneva come composta di 5 parti; che senso aveva questa suddivisione di un unico concetto?

Più che l’ “anima” composta da cinque parti, è l’individuo ad essere composto da diverse parti. Non dimentichiamo che l’idea di “individuo” in Egitto passa sempre attraverso una componente che è quella fisica, quella che noi chiameremmo genericamente “corpo”, e quello che è invece una componente più astratta, l’anima, oppure anche attraverso delle realtà molto personalizzate, come il nome, prive di una loro fisicità. Tuttavia l’importanza dell’associazione del nome con l’immagine è fondamentale per capire tutta una serie di meccanismi culturali che determinano la funzione attiva del nome rispetto a chi lo porta; cancellare il nome di una statua è un’immagine di damnatio memoriae che conosciamo anche presso altre culture; però sicuramente in Egitto è un modo per negare anche l’esistenza di un individuo, come se lo privassimo di una parte essenziale della sua presenza fisica, della sua personalità.
In questo meccanismo composito si inserisce l’anima, o meglio il ba, che contribuisce a determinare la vitalità dell’individuo,  ricomponendosi con il corpo, per arrivare fino ad una concezione che si delinea nel corso del Nuovo Regno, quindi dalla metà del II millennio a.C., e che vede anche l’universo stesso funzionare, nella sua forma ordinata, grazie ad un’unione di due principi diversi: un corpo, che è quello di Osiride, che giace nell’oltretomba, e un sole, che è il ba dello stesso dio. Attraverso l’unione di questi due principi nel corso della notte si determinano i meccanismi di rinnovamento: rinnovamento del sole, ma anche rigenerazione del corpo di Osiride e della funzione del tempo. Si crea così un complesso meccanismo che coinvolge quell’insieme di elementi dinamici che determinano la vita dell’universo – ricordiamo che nella prospettiva egiziana l’ “ordine”, cioè la Maat, non è data da un’equilibro immobile, ma piuttosto da uno in costante movimento. Tutti questi elementi funzionano all’interno di un quadro unitario; nel momento in cui gli elementi non funzionano più c’è l’arresto, l’inerzia che è il segno concreto del caos; quindi, ciò che non si muove è il caos, secondo la prospettiva egiziana, ed è quindi al di fuori di questi meccanismi ordinati. Lo stesso individuo quindi diventa un “segno” di questo ordine; l’anima, intesa come ba, contribuisce  a definire questa positività, questa dinamica, che è segno di vitalità: è qualcosa di unito all’elemento fisico, il corpo, nel momento in cui l’individuo è in vita, ma che poi se ne separa, nel momento della morte, per tornare a unirsi con questo, nel momento in cui sia necessario ricomporre questa unità.

Il pensiero religioso-esoterico egizio sembra essere complicatissimo, sfaccettato e difficilmente accessibile. Anche all’epoca di questa civiltà, i segreti e i misteri del culto erano gelosamente custoditi dalla casta sacerdotale, a sua volta gerarchizzata al suo interno. La comprensione di eventuali tracce culturali è spesso difficile a causa del complesso simbolismo religioso delle tracce scappate alla rovina del tempo. Date queste premesse, l’Egittologia ritiene di aver decifrato completamente il pensiero dell’anima? Se no, ritiene possibile il futuro completamento di questo settore della conoscenza storica? È solo una questione di tempo, o mancano i reperti per una scansione totalmente soddisfacente di questa cultura?

La questione del pensiero egiziano e della sua accessibilità dipende dalla natura stessa di quello che noi chiamiamo “pensiero religioso”. Partiamo da una premessa: in egiziano non c’è nessun termine che noi possiamo tradurre come “religione”, né alcun termine che possiamo tradurre come “scienza”,  “società”, o altro. Piuttosto si parla di “conoscenza”; conoscere qualche cosa significa poter “intervenire” su quella data realtà; quindi, il sacerdote è un qualcuno che “sa” le cose, un sapiente; e qui ci stiamo già addentrando in un aspetto specifico della cultura egizia: il pensiero egiziano è esoterico perché è legato al tempio, che è per sua natura un luogo chiuso. Noi dobbiamo dimenticare l’idea di un tempio accessibile, in cui si presta un culto; molto spesso applichiamo l’idea di “esoterico” ed “essoterico” secondo uno schema che è dettato da forme cultuali di tipo assembleare, svolto in una chiesa, o una moschea o ancora in una sinagoga. Il tempio egiziano non ha lo scopo di ospitare un culto assembleare: è piuttosto la casa del dio. Nel tempio si entra solo per svolgere un servizio nei confronti della divinità, e l’unico ammesso al servizio è il re. È ovvio che il servizio venga poi svolto da sacerdoti delegati della funzione regale nei diversi santuari egiziani: il sacerdozio non ha quindi in origine una funzione sacralizzante della persona, come dimostrano i sacerdoti dell’Antico Regno, funzionari che periodicamente, tra le varie mansioni, hanno quella di garantire il culto. Ma il sacerdote continua ad essere un tecnico che sostituisce  l’unico vero sacerdote, cioè il re. Questo spiega anche perché, in alcuni casi, i sacerdoti, soprattutto nelle fonti  tarde, vengono chiamati “re”: si tratta probabilmente della necessità di vedere nel sovrano l’unico attore legittimato a compiere questi atti.
Questa natura del sacerdozio deriva dalla natura inaccessibile del tempio; gli uomini possono entrare al massimo nelle aree più periferiche del tempio, nella parte quindi più esterna del sistema di ambienti architettonici destinati alla residenza del dio. La parte più interna è invece preclusa, come ci conferma la stessa struttura del tempio: la cella dove è la statua del dio è l’ambiente più piccolo, e ha il solo scopo di ospitare quella presenza fisica. Si tratta di una presenza fisica che possiamo collegare all’idea stessa del corpo: secondo delle concezioni che troviamo ben documentate nel corso del I millennio, la divinità si manifesta in tre forme diverse: nel ba, che è in cielo; in un corpo, che è sottoterra e che può essere identificato con Osiride, e in un’effigie, presente sulla terra: l’effigie può essere o il re, o la statua di culto. Quindi è una delle manifestazioni divine che possiamo trovare nella dottrina egiziana.
Si può così capire perché sia difficile parlare di un’idea di anima paragonabile a quella che troviamo nelle fonti occidentali. L’anima come tale la possiamo riconoscere, secondo questa tripartizione dell’essenza divina, nella forma del Sole, inteso secondo delle concezioni del Nuovo Regno. Ma questa è solo una delle possibilità in questa prospettiva, come segno di qualche cosa che si muove autonomamente indipendentemente dal destino della sua spoglia fisica, che si trova invece in una realtà ed in una regione diversa.
Quanto questo discorso possa essere definibile nel corso del tempo, è difficile a dirsi, prima di tutto per una questione di documentazione, che si viene via via arricchendo, grazie non solo agli scavi, ma soprattutto all’accessibilità di fonti inedite, conservate in raccolte museali. Spesso molti progetti che sono stati promossi, e che vengono tuttora portati avanti, non hanno la funzione di andare a scoprire qualcosa di sepolto sotto la sabbia, ma piuttosto quella di scoprire qualcosa che già abbiamo sotto mano, ma che non è stato ancora studiato. Perché questa è la realtà dei fatti: abbiamo molte raccolte museali spesso parzialmente edite.
La realtà egiziana è molto complessa e articolata, come può esserlo qualsiasi realtà sociale di una civiltà antica, nella quale è presente un pensiero paragonabile a quello che noi chiamiamo religioso; non dimentichiamo però che molto di ciò che noi consideriamo essere un patrimonio di concezioni religiose, in realtà è il frutto di una costruzione (anche culturale) della realtà, così come veniva interpretata in Egitto. Molte rappresentazioni che è possibile trovare nelle tombe, ad esempio, che classifichiamo come letteratura funeraria, sono piuttosto rappresentazioni del reale, secondo un criterio che potremmo definire scientifico: se il re, dopo la morte, andrà a risiedere col Dio Sole che attraverserà lo spazio oltremondano nel corso della notte, andrà a risiedere in una parte di mondo rappresentabile secondo determinati schemi: uno schema  iconografico e testuale, ma anche architettonico, costituito dalla tomba come riproduzione dello spazio oltremondano. Ed è ovvio che in questo senso si comprende come un concetto paragonabile alla nostra “anima” si trovi ad essere in realtà presente in tutte le varie sfaccettature della documentazione; posso avere  testi che descrivono il destino dell’individuo anche nella sua essenza incorporea, come può essere il ba, ma anche una rappresentazione fisica di quello che sarà lo spazio dove il corpo attende di unirsi col suo ba, come dimostrano le tombe regali del Nuovo Regno.
E quando si analizzano sempre più dettagliatamente le fonti egiziane, ci si accorge che il quadro che emerge è estremamente complesso, ma nello stesso tempo coerente, perché cerca di risistemare tradizioni diverse, concezioni diverse, fiorite in varie fasi della storia egiziana, in un unico quadro organico. E questo è un trend caratteristico della cultura egizia: tutto viene quasi risistemato all’interno di un insieme che tende ad essere più sfaccettato e completo possibile.
Si pensi all’idea della figura umana, rappresentata secondo un criterio che a noi sembrerebbe essere quasi impossibile da adattare alla realtà: la testa ed il ventre visti di profilo, l’occhio e le spalle frontali; in realtà questo tipo di rappresentazione risponde alla necessità di assommare tutti i diversi elementi in un solo quadro unitario.

Nella sua esperienza di lavoro nel campo dell’egittologia, ha avuto spesso a che fare col tema dell’anima?

Io mi occupo prevalentemente di fonti religiose e funerarie, quindi mi è capitato più volte di misurarmi con un materiale che parla, più che di anima, di individuo e delle sue parti. Anche durante i corsi universitari può essere facile leggere con gli studenti testi che offrono spunti di riflessione circa i modi di manifestazione del divino in terra, come ad esempio la piena del Nilo. La stessa realtà fisica che caratterizza l’Egitto, diventa un segno di queste forme di sopravvivenza oltremondana. Se noi volessimo applicare l’idea di questa sopravvivenza all’anima dovremmo dire che effettivamente Osiride sopravvive alla sua morte, e la sua sopravvivenza è legata al fatto che c’è un fenomeno fisico come la piena diventa segno della sua vitalità e della sua individualità. Vorrei però far notare anche che, a fronte di tutta questa ortodossia del pensiero tradizionale, ci sono anche espressioni di quello che possiamo considerare un vero e proprio scetticismo nei confronti della sopravvivenza ultraterrena; abbiamo testi dove viene messa chiaramente in dubbio l’idea stessa di sopravvivenza dopo la morte. È un filone che si sviluppa come una vera tradizione letteraria, con composizioni che venivano in genere cantate da arpisti, rappresentati nelle scene di banchetto mentre cantano o recitano, accompagnati da musica, composizioni in cui si invitavano i partecipanti al banchetto a festeggiare e a godere del momento di letizia, perché del domani non si sa; “del doman non v’è certezza” dice qualcuno, un po’ più vicino a noi. Abbiamo anche un testo letterario molto singolare, il Dialogo del Disperato con il suo ba, conosciuto da un unico manoscritto, e improntato a un forte scetticismo, e costruito come un dialogo tra un uomo, che vede nella morte l’unica soluzione per angustie, pene e sofferenze, e il suo ba, l’interlocutore che nega con forza la sua posizione, perché l’unica certezza sarebbe quella del poter godere della vita terrena. Il testo è tanto più importante e singolare se pensiamo che queste affermazioni vengono fatte proprio dal ba, la sua anima, che non ha alcuna fiducia nell’idea di una sopravvivenza. Si tratta  di un testo particolare anche dal punto di vista formale perché è un dialogo, modello compositivo non frequente nella letteratura che si fonda piuttosto sull’esperienza del singolo.

Può essere importante oggi avvalersi degli studi sulla civiltà egizia: vi può essere un nesso e contributo importante legato alle questioni più contemporanee?

È difficile trovare una risposta sensata a una domanda del genere, nel senso che “quali sono le questioni più contemporanee? E quali sono le questioni importanti per una civiltà lontana come quella egizia?”. In alcuni casi possiamo vedere una forte affinità di pensiero, che si lega magari a dati molto concreti, tra una certa prospettiva egizia del mondo e il nostro modo di vedere; in genere si dice che l’Egitto del Nuovo Regno è quello  più moderno, cioè quello più vicino ad alcune forme del nostro sentire, anche quotidiano: ci sono esigenze concrete, materiali, che possono essere lontane dal modello ufficiale, come l’umorismo.
Credo sia difficile dare una risposta a una domanda del genere; non dimentichiamo che molto spesso l’atteggiamento mantenuto dalla cultura occidentale nei confronti di questo mondo egizio, come in genere del Vicino Oriente, è quello di una realtà nella quale, ad esempio, non si parla di “religio”, ma piuttosto di “magia”; intendo dire che c’è stata un’accezione quasi negativa nell’approccio a queste esperienze culturali esotiche, estranee all’Occidente. Ora, bisognerebbe evitare di passare all’opposto, ossia farle diventare un qualcosa di funzionale alla nostra interpretazione del mondo, alle nostre istanze più concrete; alcuni aspetti possono essere corrispondenti, ci può essere un’attinenza, ci può essere un legame: ma non bisogna superare un certo confine: non dimentichiamo che la civiltà egizia in quanto tale non è legata direttamente alla nostra esperienza di civiltà, alla nostra esperienza di cultura (qualsiasi cosa i termini “cultura” e “civiltà” possano intendere); se c’è stato un legame, questo è arrivato a noi per via indiretta. Non dimentichiamo che la cultura egizia a un certo punto scompare, e non c’è una continuità di tradizione paragonabile a quella della cultura classica, di cui il Medioevo è impregnato; ma c’è in ogni caso un collegamento. Ciò che può essere arrivato fino a noi, del mondo orientale come del mondo egizio, è quello che è passato attraverso un filtro, già esterno, che è quello, per esempio, degli autori classici, del testo biblico, o del Cristianesimo, che comunque si sono misurati con questa civiltà, dandone valutazioni diverse. Non dobbiamo adottare dei clichés nei confronti della presunta omogeneità di questo confronto tra civiltà, né possiamo pensare che il Cristianesimo automaticamente si scagli contro la civiltà faraonica, perché se è vero che molti dei danneggiamenti dei monumenti antichi sono stati fatti dopo l’affermazione del Cristianesimo, è anche vero che un autore come Clemente Alessandrino ha un atteggiamento di tutto rispetto verso la civiltà egizia. Ci sono state sicuramente delle ambivalenze nella valutazione; la stessa cosa fanno le fonti classiche: si va da un Erodoto che insiste sempre sull’aver avuto una fonte egizia autentica per le notizie che fornisce, a fonti latine che guardano al mondo egizio come ad un mondo di folli che adorano animali. È ovvio che c’è stata una molteplicità di approcci; ed è però singolare notare che sia proprio la “molteplicità degli approcci” a caratterizzare la cultura egizia stessa, secondo una definizione data da uno storico olandese, Henry Frankfort, che parla di questo sistema complesso di percezione del reale come di una caratteristica della cultura egizia e in genere di quelle vicino-orientali: un sistema in cui un singolo dato reale viene interpretato e misurato dell’esperienza dell’individuo attraverso diverse angolazioni.

Cosa pensa della filosofia?

Penso che la filosofia, intesa come amore per la conoscenza, sia un atteggiamento che muove qualsiasi persona: la filosofia non è poi altro che la curiosità; se non si è curiosi non ci si misura col mondo, al di là del fatto che si possa essere curiosi della civiltà egizia o di qualsiasi altra cosa: la curiosità è ciò che ti spinge a cercare spiegazioni, interpretazioni, valutazioni; e la curiosità deve essere sempre la molla che ci spinge a ripensare a quelle che sono le tue conclusioni precedenti. Forse la cosa che potrebbe essere più utile in una prospettiva filosofica è l’essere sempre pronti a mettere in discussione quelle che sono le certezze che ciascuno di noi ha maturato grazie alla curiosità pregressa. Non so se questa possa essere una definizione di filosofia, ma se non c’è curiosità probabilmente il discorso filosofico potrebbe essere più povero.
Da questa prospettiva, alcune culture antiche erano molto più filosofiche di quanto non sembrino. In genere la filosofia viene intesa come approccio astratto nei confronti dell’esistenza; quando leggiamo un testo filosofico, lo immaginiamo come qualche cosa che non ha un “vestito”; se si legge invece uno testo storico, come anche un testo letterario, si riesce ad ambientare la situazione in un determinato periodo; sembrerebbe quasi che la filosofia voglia staccarsi dalla realtà del mondo. Se leggo Antigone, immagino la realtà di una città che può essere la Tebe greca – che sia quella effettiva o meno poco importa, importa piuttosto che corrisponda a un modello di ambiente. Se invece penso al “discorso delle metà”, o al mondo delle idee di Platone, mi appare un mondo molto più neutro, più asettico. Penso che in questa prospettiva la filosofia corra il rischio di diventare un fenomeno parziale, perché la filosofia non può essere solo quello. Pensare solo in modo astratto porterebbe forse a una situazione prossima a quella di certe classi sacerdotali egiziane degli ultimi secoli, che discutevano a lungo su quale forma dei segni fosse più adatta per esprimere il concetto del dio, in una realtà in cui gli antichi modelli sono ormai destinati a estinguersi. Il rischio è di perdere di vista quello che è poi il discorso generale che alla filosofia appartiene, perché la filosofia è interpretazione del mondo, non solamente legata a temi dell’Essere.
Non dimentichiamo inoltre che quelli che vengono definiti in genere, anche con un atteggiamento un po’ sprezzante, “i presocratici”, sono quelli che più facilmente parlano un linguaggio vicino-orientale. Si pensi al discorso dello pneuma, o dell’acqua,  elementi che in qualche modo si ricollegano a forme di pensiero dell’Oriente preclassico, che cercano di definire un principio astratto, avvalendosi però di una realtà molto concreta, fisica. Il discorso legato, per esempio alla vitalità connessa con l’acqua si riferisce comunque alla ricerca di un elemento comune che possa valere indipendentemente dal caso specifico. Questa è la molla che fa scattare un ragionamento che porta poi alla filosofia, analizzando però il reale, partendo da un dato reale.
Se si pensa poi a Cartesio ed il suo “cogito ergo sum”, “esisto perché penso”: ma io penso perché sono curioso. Se non sono curioso, non ha molto senso pensare. Ritengo che certe cose vadano sperimentate nella loro concretezza, mi sembra difficile pensare che i filosofi siano stati necessariamente così astratti; arrivare all’astrazione significa comunque partire da un dato concreto. È difficile pensare che padri del pensiero filosofico quali Platone o Aristotele abbiano elaborato modelli che siano privi di rapporti con la loro storicità. È inoltre significativo che il pensiero filosofico occidentale antico giunga a piena maturazione nello stesso momento in cui Alessandro Magno proclama di aver avuto tre padri, uno umano, uno egiziano, e uno divino: due modi sicuramente diversi di elaborazione, ma frutto di uno stesso momento. Però sono probabilmente le facce di una stessa medaglia, di un mondo molto più complesso, molto più interessante, di quanto poi possiamo ricostruirlo volendo fare solo gli storici, o solo i filosofi o gli antichisti.

 

Concludendo, che dire? Tirate le somme di ciò che sappiamo – o piuttosto che “possiamo sapere” – di quei tempi lontani e misteriosi, dobbiamo dare una risposta ambivalente alla questione della derivazione prima di quella ancestrale idea dell’anima; se i primi fondamenti filosofici, artistici e civici della nostra odierna società derivano senza ombra di dubbio dalla società greca, non è dato sapere se precisamente il concetto di “anima” era stato a sua volta ereditato dagli egizi; un contatto c’era stato, ma non possiamo risalire a dati più specifici. Sembra comunque assurdo rifiutare del tutto l’idea di una seppur minima diffusione di una parte della cultura egizia, comunque sia imperniata sull’idea della vita oltremondana, mediata attraverso i già citati canali della cultura classica e medievale. D’altronde ogni traccia della storia reca quasi necessariamente dei segni in ciò che le sussegue, in un mondo dove le culture popolari umane si contaminano vicendevolmente fin dalla loro nascita, valicando i limiti geografici e i confini temporali.

Ringraziamo il professore Ciampini per questo interessante viaggio alla scoperta dell’antico Egitto.

Alessio Maguolo

Semplicemente essere, semplicemente insostituibile

Insostituibilità.

Quella vera. Quella che ci fa sentire autenticamente unici.
Quella che ci fa capire che, in fondo, abbiamo lasciato una traccia nel cuore delle persone.

Insostituibilità.

È l’unica cosa che cerchiamo. Per lasciare un segno di quello che siamo.
Per fare in modo che un pezzo di noi, anche solo un’ombra, riesca a fare la differenza.

Insostituibilità.

Quella autentica, profonda, che ci fa amare la vita.
Quella che, incondizionatamente e senza ragione alcuna, fa ricordare all’altro che anche noi esistiamo, che siamo qui, rannicchiati in un angolo, implorando anche solo di essere guardati, accarezzati, visti di sfuggita.
Anzi, no, è inutile convincerci che ciò basti. Lo sguardo fuggitivo di qualcuno che scappa all’improvviso è esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Irremplaçable. Insostituibile.

In questo caso è il francese, a mio avviso, a trovare la parola giusta per dirlo: “une place”, un posto, che non può essere occupato da nessun altro, in quanto solo nostro. Un ir privativo accostato al verbo remplacer (rimpiazzare), che mi fa subito venire in mente quelle belle parole di Kant, secondo le quali ogni essere umano ha una sua dignità che lo fa essere naturalmente insostituibile, non-rimpiazzabile

Une place che nessuno può toglierci, un po’ simile a quella stanza tutta per sé[1]di cui ci parla Virginia Woolf.
Ciascuno di noi  è irremplaçable, però talvolta siamo troppo presi dalla nostra vita liquida per capirlo.
Insostituibile perché unico. Perché abbiamo un corpo ed è solo nostro. E perché è attraverso questa corporeità che riusciamo a manifestare ciò che di più profondo esiste in noi.

Non una semplice place, quindi. Ma une place parlante, e laddove non è parlante, desiderante. E quando nemmeno il desiderio viene sussurrato, il corpo, in quella precisa e insostituibile place, diviene soffrente, perché è stato trafitto dalla lama tagliente del non- riconoscimento, un non-riconoscimento che l’ha privato di quell’irremplaçabilité necessaria per sentirsi accettato, considerato, ma anche solo per sentirsi speciale in quanto diverso rispetto ad ogni altro essere umano.

Nessuna copia. Nessun identico.

Al contrario, talvolta diveniamo vittime inconsapevoli di doveri ed etichette omologatrici che ci vengono sbattute in faccia, impedendoci di essere liberamente ciò che vorremmo.
Come se non avessimo il diritto di esistere, essere, vivere. Talvolta, perfino di amare.
Come se, quest’insostituibilità, dovesse essere a tutti i costi negata. Oppure negoziata, divenendo oggetti di un mondo già consumato da perversi meccanismi utilitaristici. Tutto il contario di ciò che il buon Kant sosteneva, quindi.

Siamo Insostituibili. E lo voglio ripetere! Ancora e ancora.

Perché sono la prima a dimenticarselo ogni giorno, o forse a non crederci abbastanza. Anzi, forse è anche per questo che finisco troppo spesso con il dimenticare l’importanza dell’ascolto e della comprensione della mia interiorità.
Eppure, è da ciascuno che deve partire questo movimento interiore, quest’apertura nei confronti del proprio orizzonte di senso, non da quell’alterità che tanto cerchiamo e ricerchiamo.
Ma in fondo lo so. Per quanto lo ripeta ogni giorno, ho sempre bisogno di una conferma dal mondo esterno. Come quel “grazie che esisti”, sussurrato all’orecchio prima di prendere due direzioni diverse. Quella carezza strappata allo scorrere del tempo. Quello sguardo commosso. Quel “non devi fare nulla”. Quel “ho bisogno di te..”.
E allora sì, anche io capisco che quel posto che ora occupo, non potrà prenderlo nessun altro. Magari anche solo per un istante, alcuni minuti, una giornata intera, chi lo sa..

Ogni essere umano è unico.

Unico, nel modo di tenere stretta la penna e di far scivolare la mano sul foglio. Unico nella maniera di camminare, un po’ sbilanciato a destra oppure a sinistra, con il peso equamente distribuito o le gambe che si sfiorano appena, come quelle di una ballerina.
Unico nel modo di attorcigliarsi i capelli, di disporre le pietanze sul piatto. Unico nelle proprie ossessioni e nei propri chiodi fissi.
Unici nel nostro modo di amare, indipendentemente da ciò che la società classifica come giusto oppure sbagliato, categorie spesso fuorvianti e che impediscono di inseguire il desiderio, anche andando controcorrente.
Perché ormai, l’ho capito, andare controcorrente è quello che mi definisce, e chi mi ama lo sa.

Irremplaçables, quindi. E irremplaçables proprio perché semplicemente siamo, e siamo noi, così veri.

E scrivo “semplicemente”, anche se non è poi così scontato ammettere la propria insostituibilità.
È il gesto d’amore più difficile e complicato che possa esistere. Talvolta implica coraggio, un salto in quel vuoto che fa paura.
Essere se stessi implica un’apertura, l’apertura progressiva della propria interiorità da quell’involucro che ci protegge talmente forte da impedirci di respirare.
Ci creiamo una sorta di crisalide in cui stare al sicuro, ma per aprirci liberamente al mondo come una farfalla, le nostre ali possono trovare respiro soltanto librandosi in volo.

Ho tanta voglia di credere che le cose cambino. Che esista la forza del coraggio e la libertà di essere ciò che si è, senza accuse, recriminazioni. Senza prezzi da pagare quasi come fossimo merce da scambiare. Divenendo intercambiabili, appunto, invece di fare l’elogio di quella che è la nostra più profonda insostiuibilità

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, traduzione di L. Bacchi Wilcock e J. R. Wilcock, Feltrinelli Editore, 2011.

Conformismo democratico: un dialogo tra A. Tocqueville e H. Arendt

Hannah Arendt, nella sua lunga riflessione, è sempre tornata sulle pagine di Alexis Tocqueville, tanto che potrebbe essere considerata vera erede del pensatore normanno. Pur potendo parlare di continuità di pensiero, visti i continui rimandi ai testi di Tocqueville da parte della Arendt, è utile quanto necessario un autentico confronto non solo tra i punti di contatto ma anche tra le differenze delle due prospettive. Dobbiamo tener conto infatti, che tra i due Autori vi è un contesto storico, sociale e intellettuale molto diverso.

Tocqueville aveva ben intuito quei dilemmi interni della società moderna, che secondo la Arendt, hanno poi trovato la loro massima espressione nel fenomeno totalitario. Se consideriamo poi le riflessioni circa la civiltà di massa che la Arendt delinea in Vita Activa, il richiamo a Tocqueville è evidente: egli aveva messo in evidenza infatti le trasformazioni antropologiche del cittadino democratico verso un universale livellamento dell’assetto egualitario e di conseguenza, l’inabissarsi del singolo verso una folla piatta. Siamo di fronte a un processo di de-individualizzazione che tocca sia l’uomo-eguale quanto l’uomo-massa arendtiano.

Hannah Arendt riconosce a Tocqueville il merito di aver individuato nell’uguaglianza dei moderni l’origine del conformismo della società moderna. Se per Tocqueville la massificazione, cui è sottoposto il cittadino americano, si realizza nel momento in cui l’uomo-eguale si abbandona al potere della maggioranza, per Hannah Arendt il livellamento dell’uomo-massa è rintracciabile all’interno di quel processo omologante che è emerso a partire da un individuo che non è più in grado di distinguere l’oikos dall’agorà e concentra tutta la propria esistenza attorno al labor, dove ciascun individuo altro non è che un semplice ingranaggio nella grande macchina produttiva. Un conformismo comportamentale nato da un agire strumentale standardizzato, che sfocia nella totale spersonalizzazione dell’individuo, il quale, spogliato di ogni tratto distintivo, è privato di quella dimensione intersoggettiva dell’in-fra in cui poter comunicare e relazionarsi. In Vita Activa così scrive Hannah Arendt:

«ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare, non è, almeno non lo è principalmente, il numero delle persone implicate, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle.[1]»

I due pensatori concordano sul delinearsi di un nuovo ordine sociale composto da individui eguali ma isolati l’uno dall’altro, individui interessati solamente al perseguimento di una felicità privata e non più interessati a quella felicità pubblica di cui parlava la Arendt, ovvero di quella felicità coincidente con la partecipazione alla vita politica, una partecipazione che però va intesa come azione diretta al potere politico. Leggiamo così:

perché felicità pubblica significava una partecipazione al governo degli affari, cioè al potere pubblico, in quanto distinto dal diritto, generalmente riconosciuto, di essere protetti dal governo persino contro il potere pubblico[2].

Visione comune è questo graduale inabissarsi dell’agire politico in epoca moderna. Ciò che è andato perso è quella capacità umana di agire e dialogare in uno spazio condiviso da una pluralità di individui diversi.[3] Solamente all’interno di uno spazio pubblico l’individuo può mostrare la propria unicità; così «la politica – ripensata e ri-immaginata a partire dalla suggestioni antiche, ma non esclusivamente aderente a esse – non è altro che lo spazio/tempo in cui la pluralità può mostrarsi.[4]» La ricerca di uno spazio politico nuovo dove il pluralismo possa dar vita a una nuova libertà degli antichi[5], è ciò che lega il pensiero di Hannah Arendt al liberalismo di Tocqueville.

 

Elena Casagrande

 

 NOTE

[1] H. Arendt, Vita Activa, trad. it. Bompiani, Milano, 1964, p. 59.

[2] H. Arendt, L’azione e «la ricerca della felicità», p. 345

[3] O. Guaraldo, Hannah Arendt: la politica come libertà, in Quaderni laici, n.7, 2012, p.99

[4] Ivi, p.103

[5] Rifierimento a B. Costant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni, Einaudi, Torino, 2005.

Io e l’eterno

  1. Quand je considère la petite durée de la vie, absorbée dans l’éternité précédente et suivante, le petit espace que je remplis, et même que je vois, abimé dans l’infinie immensité des espaces que j’ignore et qui m’ignorent, je m’effraie et m’étonne de me voir ici plutôt que là, car il n’y a point de raison pourquoi ici plutôt que là, pourquoi à présent plutôt que lors. Qui m’y a mis ? Par l’ordre et la conduite de qui ce lieu et ce temps a-t-il été destiné à moi ?[1]

[Trad. 88. : Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che riempio e che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non vi è motivo perché qui piuttosto che là, perché ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi mi è stato destinato questo luogo e questo tempo?].

     Pensieri, B. Pascal

È forse la percezione della propria piccolezza a spaventare l’essere umano? In quali termini si può parlare ancora oggi di un rapporto travagliato tra l’uomo e l’eterno?

Anche se le belle parole Pascal potrebbero, dopo una prima lettura, sembrare molto lontane dal nostro vivere quotidiano, quella che questo pensatore ci sta offrendo – e proprio per questo lo ritengo molto attuale – è una chiave di lettura che apre poeticamente spiragli di verità che aiutano a individuare e tradurre, per poi infine analizzare, alcuni meccanismi che si sono innestati nel pensiero contemporaneo, quali ad esempio l’ossessione rispetto alle proprie performances professionali oppure, più in generale, un delirio di onnipotenza dilagante. Meccanismi che fungono da armi con le quali proteggersi rispetto all’impotenza di ciascuno nei confronti di tutto ciò che sfugge al controllo: l’”eterno” dei giorni nostri.

Tant’è vero che, se abbandoniamo per un attimo quelle maschere fatte di sicurezza e determinazione che ci ossessionano fino a rincorrere la perfezione ideale e ci lasciamo andare alla trasparenza del nostro essere, ci rendiamo che ogni giorno siamo chiamati a fare i conti con tutti i limiti che segnano la nostra finitudine.

E allora anche noi ci spaventiamo, una volta presa consapevolezza del silenzio eterno di questi spazi infiniti[2], riprendendo un’espressione utilizzata da Pascal qualche riga più in basso.

Ma da quale infinito veniamo turbati oggi?

Qu’est-ce qu’un homme dans l’infini?[3]

Che cos’è dunque l’uomo rispetto all’infinito?

Qu’est-ce que l’homme dans la nature?Un néant à l’égard de l’infini, un tout à l’égard du néant, un milieu entre rien et tout[4].

Che cos’è l’uomo nella natura?Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.

 

L’estrema fragilità dell’essere umano non può essere celata nel momento in cui a entrare in conflitto in un polemos senza sosta sono da un lato, il desiderio dell’individuo di eccedere e sconfiggere i propri limiti, assecondando il desiderio, e dall’altro, l’accettazione dell’impossibilità di poter fare tutto e di ottenere tutto ciò che scaturisce da questa spinta a noi interna che non trova mai un oggetto di soddisfacimento definitivo. Si desidera tutto, dunque. E si desidera tutto poiché siamo naturalmente tendenti ad assecondare il principio di piacere che pulsa in noi e che ci chiama all’esperienza di forti sentimenti di piacere. Tuttavia, come sostiene Freud in Malaise dans la civilisation[5] (Titolo della traduzione italiana, “Disagio nella civiltà”), “nos possibilités de bonheur sont déjà limitées par notre constitution. Il y a beaucoup moins de difficultés à faire l’expérience du malheur”, (“Le nostre possibilità di essere felici sono già limitate dalla nostra costituzione. C’è molta meno difficoltà nell’avere esperienza del male.”).

Ciò che ci ostacola quindi è quel principio di realtà, Thanatos, che costituisce la natura dell’esistenza umana e che definendoci come esseri finiti e limitati, ci impedisce di rincorrere quell’aspirato desiderio di tutto, facendo diventare sempre più fioca la candela accesa dalla forza di Eros.

È la realtà, in altre parole la nostra “costituzione” riprendendo le parole di Freud, che ci spinge a fare i conti con noi stessi. Che ci invita a lasciare andare ciò che ci sfuggirà per sempre. Ad accettare quel caos che c’è dentro di noi e l’irrazionale che è presente al di fuori e che non potremmo mai gestire. Arrendendoci e accettandolo. Accogliendolo a braccia aperte.

 

Nella fattispecie e sul piano dell’intelligenza, posso dunque dire che l’Assurdo non è nell’uomo (se una simile metafora potesse avere un senso), e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza. Per il momento, è il solo legame che li unisca.[…]La singolare trinità che si mette, in tal modo, in luce, […]ha di comune con i dati dell’esperienza di essere insieme infinitamente semplice e infinitamente complessa.[…] Distruggere uno dei termini, è distruggerla interamente. Non può esistere assurdo al di fuori dello spirito umano. Così l’assurdo finisce, come tutte le cose, con la morte[6].

 

A. CAMUS, Il mito di Sisifo

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

[1] B. PASCAL, Pensieri, Bompiani, traduzione di Adriano Bausola, Milano, 2009, p. 74.

[2] Ibidem. [91. Le silence éternel de ces espaces infinis m’effraie.].

[3] Ibidem, p. 84.

[4] Ibidem

[5] S. FREUD, Le malaise dans la civilisation, p.64, Editions Points, Paris, 2010.

[6] A. CAMUS, Il mito di Sisifo, p. 31, Bompiani, Milano, 2013.

Da lupi a virus, genesi del parassitismo nelle relazioni sociali

L’espressione latina homo homini lupus, proverbio pessimistico, derivato dall’Asinaria di Plauto, e assunto dal filosofo T. Hobbes, nella sua opera “De cive”, per designare lo stato di natura in cui gli uomini, soggiogati dall’egoismo, si combattono l’un l’altro (Treccani), è oggi a mio avviso sostituibile con il motto Homo homini virus (titolo del mio secondo romanzo, in cui affronto il tema degli abusi di potere nell’epoca presente).

La filosofia hobbesiana, strumentalmente politica e asservita a un’idea assolutistica di potere, era innanzitutto possibile se la si considera inserita in un’epoca a cavallo tra due rivoluzioni ma soprattutto un’epoca in cui erano ancora pienamente in vigore nel bene e nel male quei valori forti, da cui conseguivano i doveri forti, che hanno poi caratterizzato la modernità e nella fattispecie l’ascesa dell’individuo, della sovranità nazionale degli Stati e del modello di contrapposizione natura/cultura, con conseguente appropriazione della natura.

Di fronte a valori e doveri che pongono l’uomo al centro dell’universo, possiamo incontrare due fondamentali concezioni dell’essere umano: quella di natura pessimistica, che vede nell’egoismo e nella guerra di tutti contro tutti l’essenza ultima dell’umano, seguita poi anche da Schopenhauer. E quella di natura ottimistica, base invece del pensiero anarchico, con le parole di Errico Malatesta:

“L’Anarchia, al pari del socialismo, ha per base, per punto di partenza, per ambiente necessario, l’eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà; e per metodo la libertà.”

Ora cosa accade? Entrambe queste visioni del mondo, che costituivano una contrapposizione di tipo polare, vengono a vanificarsi con il crollo del sistema di valori forti, e di conseguenza doveri forti, caratteristici dell’epoca moderna, simultaneamente crolla il concetto di centralità dell’uomo nell’universo e nella natura, possibilità dell’individuo, dello Stato e della coscienza, di essere realmente indipendenti dall’ambiente circostante.

Non si potrà qui considerare, per ragioni di spazio, in termini ontologici, tutto il processo di decentralizzazione dell’individuo ma, in particolare verrà affrontato il tema dell’implosione dei valori e della difficoltà di trovare un pensiero realmente antagonista (come fu nell’Ottoento il pensiero anarchico).

Per capire come gli esseri umani si siano trasformati da lupi in virus occorre considerare tre fondamentali fattori: l’economico, il sociale e lo psichico.

Dal punto di vista economico abitiamo chiaramente un’epoca che ha sostituito il modello economico al politico e dunque vive questo squilibrio tra le forze economiche in gioco e i meccanismi politici ad esse subordinati (si pensi al recentissimo fallimento del tentativo di Tsipras di ridare sovranità al popolo greco). Lo strapotere delle banche determina forme politiche asservite alla logica di un capitale sempre più volatile e sempre meno legato alle reali esigenze delle persone e, sul piano politico, istituzioni, partiti e Stati altro non sono che gli emissari di questa egemonia ultracapitalistica. Ciò determina situazioni più o meno torbide di precariato in cui a farne le spese sono per lo più i giovani e in particolare la classe media che, come aveva previsto Marx ormai due secoli fa, va via via proletarizzandosi, fino alla totale estinzione come entità.

Il precariato a sua volta determina inequivocabilmente una competizione sfrenata per potersi garantire un posto di lavoro a tempo e sottopagato, dunque sfruttamento e guerra, dove il più povero viene additato come capro espiatorio (si pensi alle recenti dispute infinite e spesso in malafede sul ruolo dei migranti) e viene demolita qualunque forma di sostegno per chi è considerato scarto.

È precisamente questo il punto da cui partire per considerare il mutamento antropologico dell’uomo da lupo a virus. Il lupo è l’individuo forte che può duellare con il proprio simile attraverso una chiara definizione dei ruoli e delle forze in gioco. Il virus non può duellare alla luce del sole poiché abita negli anfratti, è indovato e si confonde con gli acidi nucleici della cellula ospite, promuovendo, con la sua attività, la distruzione non solo dell’ospite ma, ovviamente, come conseguenza, anche di sé.

Dal punto di vista sociale assistiamo dunque alla tendenza verso l’ascesa assoluta del valore fasullo, poiché artificioso e innaturale, della reputazione, non direttamente confrontabile con le reali qualità personali, ma legata al simulacro sociale delle stesse. Operando dunque un ribaltamento dell’ordine semantico del lemma, come spesso accade (anche nel caso del termine virale), il lessico postmoderno agisce in modo mistificatorio e strumentale sull’ordine linguistico.

Reputazione da social network in particolare, si pensi a quante volte avvenga che per decidere di offrire o meno un impiego, non parliamo di lavoro equamente retribuito: ormai una lontana chimera del secolo scorso, ma semplicemente un impiego a qualche d’uno si vada a googlare il suo nome o direttamente a navigare sulla sua pagina Twitter o Facebook per accertarsi di quanti mipiace abbia, quanti seguaci, di quale tipo, cosa dicano di lui, e ci si fa così un’idea del livello di reputazione del suddetto individuo.

Ciò crea automaticamente scarti e livelli d’appartenenza sociale, non più definibili in quanto classi, e per ciò stesso capaci di coscienza di classe e dunque di lottare per la propria emancipazione, ma definibili in base alle proprie abilità comunicative, alle proprie abilità manipolatorie e alle proprie abilità associative. Scarti, per esempio, sarebbero grandi artisti e filosofi con carenze nella sfera socio-affettiva come, per citarne solo alcuni: Arthur Schopenhauer, Vincent Van Gogh, Emily Dikinson. Mi si potrebbe obiettare che costoro fossero considerati outsider anche nei secoli in cui hanno vissuto, ma esisteva ancora, nel corso del Novecento, la possibilità di rivalutare e rielaborare il passato secondo una logica non strettamente economica, una logica imperniata su valori umanistici e universali, che ponevano l’insegnamento e dunque la trasmissione di un messaggio, al centro della ricerca.

Veniamo ora alla questione della salute mentale. In un’epoca dove tutto è improntato sui numeri, sulla valenza economica degli individui e delle tribù, viene a saltare qualunque conquista basagliana. È paradossale come la follia divenga il centro focale del discorso: si chiede agli individui di essere estremi, di sperimentarsi fino a smembrarsi, di perdere l’identità, di conformarsi alla volatilità dell’epoca presente, dunque di impazzire, e contemporaneamente si etichettano come malati mentali tutti colori i quali eccedano dalla logica binaria delle appartenenze. Si creano nomi ad ok per vendere farmaci ad hoc. E qui i virus danzano, completamente liberati da qualunque forma di compassione. I virus si nutrono principalmente di fragilità umana, diversità, incapacità relazionale. I virus banchettano sulle ceneri degli adolescenti morti per abuso di sostanze, sui pazienti psichiatrici uccisi dai TSO, sulla dicitura “disfunzionale”.

Ora, è necessaria e urgente per contrapporsi alla logica binaria funzionale/disfunzionale, mipiace/nonmipiace, in/out, una riappropriazione del concetto hegeliano di riconoscimento, del concetto schopenahueriano di compassione, del concetto maffesoliniano di ecosofia.

Dunque re-imparare a riconoscere l’altro come sé, partendo dalla massima schopenhaueriana: “Rinascerai un giorno nelle vesti di colui che ora offendi e subirai la stessa offesa.” E per far questo, con i valori e i cardini mutati nel tempo presente, è necessario decentrarsi (de-egogizzarsi), riscoprire la prospettiva ecosofica di essere parte di un tutto vastissimo e immenso, noi, come l’altro, senza nessun gradino, senza nessuna scala sociale.

Ilaria Palomba

 

Biografia

Ilaria Palomba è una scrittrice italianma.
Ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in Germania per la Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; la raccolta poetica “I buchi neri divorano le stelle” (Arduino Sacco); la raccolta di racconti “Violentati” (ErosCultura), di cui un racconto pubblicato negli Stati Uniti per il Mammoth Book, l’antologia di racconti curata da Maxim Jakubowski. Grazie a una Borsa di Studio Internazionale, ha elaborato il saggio “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Dal Sud), durante un anno di studi al CeaQ, diretto dal Prof. Maffesoli; il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero), d’ispirazione per molte performance teatrali e di body-art; il racconto “Il potere della negazione”, tradotto in francese e pubblicato in duplice lingua nel numero “le BAROQUE” (2015) della rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”, fondata da Michel Maffesoli e Gilbert Durand.

Ha esperito sul proprio corpo, non solo come ricercatrice, l’ebrezza della performance art, grazie al workshop “Chi sei tu” con Franko B e al workshop di Performazione con Antonio Bilo Canella e Hossein Taheri.
Scrive per le riviste “Succedeoggi”, “Mag O” il magazine di Omero, “Night Italia”, “Pastiche”, “Nova”, “Flussi Potenziali”. Alcuni suoi scritti sono entrati a far parte di antologie letterarie.
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