“Il sogno di un uomo ridicolo”: vincere l’indifferenza

Esiste un racconto di Dostoevskij – brevissimo, nascosto dai più voluminosi lavori dello scrittore russo – a cui non è mai stata dedicata troppa attenzione, forse perché non ha nemmeno un titolo accattivante: Il sogno di un uomo ridicolo. A sentirlo, ci si chiede che cosa avrà mai da dire un uomo che si definisce ridicolo.

Quando ci si imbatte in questo testo, l’inizio quasi non smentisce le aspettative del lettore. Vi è un uomo, di cui nulla si sa, né il suo nome, né la sua storia, ma tutto ciò che è importante sapere è che egli è ridicolo.
L’essere ridicolo racchiude ogni particolare del protagonista, tutta la sua essenza, e vi si spiega tutto il suo mistero. Nel momento in cui egli afferma che è un uomo ridicolo, che sempre lo è stato, e se ne è vergognato terribilmente, il lettore lo conosce profondamente.

Se da giovane egli provava immenso imbarazzo per se stesso, da adulto giunge a una consapevolezza che placa la sua vergogna e lo conduce a una decisione naturale: l’uomo ridicolo sa che la vita gli è indifferente, e che dunque tanto vale morire.

«Un po’ alla volta mi sono convinto che non c’è mai stato nulla. Allora ad un tratto ho smesso di essere irritato con gli uomini e quasi smisi di notarli»1.

L’uomo ridicolo giunge a considerare la morte, perché essa non è l’opposto della vita ma l’indifferenza lo è. Scoprire che le azioni, gli intenti, non sono nulla e che ovunque ogni cosa è priva di senso è il vero contrario della vita, e non la morte. L’indifferenza non è soltanto verso il mondo e gli altri ma nasce nell’uomo ridicolo come consapevolezza che egli stesso è indifferente per il mondo. L’indifferenza è il negativo che si sostituisce all’esistenza e alla sua potenza, che ingloba il protagonista, ed egli non si accorge nemmeno più della vita che cerca di catturarlo nuovamente.

Quando gli si avvicina all’improvviso una bambina in cerca di aiuto, ovvero la vita nella sua crudezza e banalità, egli è ormai sopraffatto dall’indifferenza e nulla può fare per lei, se non allontanarla.
Se la vita trascina l’essere umano nelle direzioni più disparate e nel modo più incomprensibile, l’indifferenza costringe l’uomo ridicolo a piegarsi su stesso, fino a rannicchiarsi in sé, e scomparire.
Giunti a questo punto, è allora vero che l’uomo ridicolo sembra non avere niente da insegnare a chi legge. E come potrebbe se ogni cosa è priva di peso?

Tuttavia, vi è un momento in cui nell’indifferenza che ingloba l’uomo ridicolo si forma una crepa. Egli, dopo aver scacciato la bambina, la vita stessa, ed entrato in casa con l’intento di spararsi, piomba in un sonno profondo e improvviso; sogna di essere catapultato in una terra identica alla nostra, ma in cui gli uomini sono puri, privi di angosce e colpe. L’uomo ridicolo, nel suo sogno, si imbatte in uomini che vivono, per i quali niente è indifferente, poiché sentono di non dover capire l’esistenza, ma solo goderne. Gli uomini innocenti non hanno scienza o religione, perché la vita non va studiata, o posseduta, ma solo vissuta.

«Ma il loro sapere era più profondo e più elevato di quello della nostra scienza; perché la nostra scienza cerca di spiegare la vita […]; loro, anche senza la scienza, sapevano come si fa a vivere»2.

Il sogno dell’uomo ridicolo si conclude con un paradosso: gli uomini puri vengono corrotti dalla sensualità della menzogna e dimenticano il loro stato originario. Gli uomini, la natura, gli animali non sono che strumenti, e il loro essere diviene perciò indifferente.
L’uomo ridicolo si sveglia con la verità negli occhi e nella mente, desideroso che tutti la conoscano.

Il sogno di un uomo ridicolo può sembrare l’ennesimo racconto sullo stato originario degli uomini, la storia della loro corruzione e la nascita, inevitabile, della civiltà. Vi è però un significato più profondo del racconto di Dostoevskij, che spiega perché il protagonista non può che essere un uomo ridicolo.

L’uomo ridicolo è colui che cerca di comprendere la vita, perché gli è lontana: è un mistero che non riesce a risolvere. Egli è ridicolo perché in questo fallisce e se ne vergogna. È solo tramite un sogno, cioè un’altra dimensione dell’esistenza, la stessa che gli sfugge, che egli riconosce di poter ritrovare ciò che ha perduto. Al suo risveglio, l’uomo ridicolo viene deriso dagli altri, a cui vuol donare la verità, ma egli non prova più vergogna per se stesso, poiché adesso non cerca più di metter la vita in provetta, o nei libri, ma di viverla per ciò che è.

Il sogno di un uomo ridicolo è lo scritto meno famoso di Dostoevskij e forse il racconto di cui abbiamo più bisogno in questo tempo. Uno scrittore trascorre la sua esistenza a cercare le parole giuste, e non è una vita sprecata, perché egli è un osservatore di uomini e riesce a mettere nero su bianco quel che in fondo sappiamo, ma che non siamo in grado di ammettere a noi stessi. Dostoevskij invita, con pochissime pagine, a vincere l’indifferenza, che è la vera morte della vita, il suo dissolvimento. L’uomo ridicolo, a cui non crede nessuno, è per certo colui che non può insegnare nulla, altrimenti non avrebbe imparato dagli uomini innocenti che nella vita bisogna entrare e non guardarla da un sogno.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. F. Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo, Roma, Newton Compton 2005, p.135.
2. Ivi, p. 147.

[Photo credit Sharosh Rajasekher]

 

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Universale inganno e verità

 «Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»1.

Questa breve citazione tratta da la Fattoria degli Animali – capolavoro di George Orwell – può essere lo spunto per una riflessione che vada ad analizzare il rapporto che intercorre tra società contemporanea e ideologia. Non solo, ci permette anche di comprendere come il nostro cinismo nei confronti della realtà sia inconcludente.

Procediamo con ordine, partendo da ciò che apparentemente sembra scontato, cioè dal significato dell’espressione inganno universale. Con il termine inganno comunemente intendiamo una modificazione della realtà dei fatti, la scelta poi di definirlo universale ci fa capire come esso non si limiti ad un solo aspetto della nostra vita ma che al contrario permei la nostra esistenza in tutte le sue sfumature, anche delle più inaspettate. Ma ne siamo consapevoli?

È il filosofo sloveno Slavoj Žižek a fornirci un chiaro esempio di come costantemente il reale venga distorto. Ci presenta una situazione di cui spesso siamo spettatori passivi; ossia la visione di sketch pubblicitari che mostrano la sofferenza di alcuni bambini costretti a vivere in condizioni di miseria. Per migliorare il loro stato, siamo chiamati a versare del denaro a determinate associazioni e questa è la soluzione che le istituzioni ci presentano come definitiva: agisci e risolverai il problema. Proprio in questo, secondo Žižek, consiste l’inganno: non siamo spinti ad indagare sulle cause scatenanti il fenomeno ma veniamo convinti del fatto che la soluzione sia già stata trovata e consista in una nostra donazione di denaro, comportandoci secondo il mantra non pensare, agisci.

Se vogliamo un altro esempio che ci possa mostrare di quanto sia capillare l’inganno che viene tessuto attorno a noi, basta richiamare alla mente un qualsiasi slogan di una qualunque pubblicità; per esempio, quello attuale della Burger King recita A modo tuo. Se ci soffermiamo a riflettere, possiamo renderci conto – senza chissà quale sforzo intellettuale – di come queste affermazioni non poggino i loro piedi sul terreno del reale, e che se le spogliamo ci rendiamo conto che esse non nascondono un significato: sono proposizioni vuote.

A questo punto è interessante notare come il concetto di inganno universale sia affine a quello di ideologia. Questa viene definita da Marx nel Capitale attraverso una frase lapidaria: «Non sanno di far ciò, eppure lo fanno»2. Peter Sloterdijk nella sua Critica alla ragion cinica ha ripreso quest’affermazione e l’ha attualizzata, mostrando come oggigiorno siamo consapevoli dell’infondatezza delle nostre azioni − sappiamo benissimo che la nostra donazione non è la risoluzione al problema della povertà nel mondo, o che Burger King non preparerà dei panini a modo nostro − ma ci comportiamo come se lo ignorassimo ed assumiamo una posizione di indifferenza cinica. La definizione contemporanea di ideologia proposta da Sloterdijk rovescia in qualche modo la frase marxiana e la trasforma nella proposizione «Sanno quello che stanno facendo eppure continuano a farlo»3.

Torniamo ora all’affermazione di Orwell da cui siamo partiti. È impossibile negare di trovarci in una situazione di universale inganno, di essere imbrigliati nell’ideologia – particolarmente nella sua accezione contemporanea del termine –, perciò cosa significa, alla luce di ciò, dire la verità? Può continuare a significare fare un resoconto oggettivo dei eventi? A questo proposito Žižek scrive:

«La distanza cinica è solo uno dei modi di renderci ciechi di fronte al potere che struttura la fantasia ideologica: anche se non ci prendiamo sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quel che facciamo, continuiamo pur sempre a farlo»4.

Ecco che in luce di ciò, la verità non può limitarsi ad un mero raccontare dei fatti o assumerli: comporta un rovesciamento della logica corrente. Credere che la mera consapevolezza di una situazione da sola sia in grado di cambiare una qualsiasi situazione, è una comodità che ci viene offerta in cui ci adagiamo. La verità è piuttosto in grado di attuare una rottura con i paradigmi che siamo soliti usare, è un volgere diversamente lo sguardo sulla realtà. Se infatti ci limitiamo ad una fredda esposizione dei fatti, non elimineremo l’inganno che nasconde il reale ma lo assumeremo e basta, lasciandolo continuare ad esistere.

Mi preme concludere usando le suggestive parole che Ugo Guarino ha impresso sui muri del Padiglione L dell’ex Opp di San Giovanni a Trieste e che vedo ogni volta in cui esco dalla palestra in cui mi alleno, ossia: «La verità è rivoluzionaria».

Lisa Bin

NOTE:
1. George Orwell, La fattoria degli animali, 1945.
2. Karl Marx, Il capitale, cit., vol. I, p.109.
3. Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit., p.53.
4. Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit, p. 57.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Sulla tv aveva ragione Popper?

Tra le opere più studiate di Karl Popper spicca il testo “Una patente per fare tv” meglio conosciuto come “Cattiva maestra televisione”, un saggio che mira alla messa al bando della neonata televisione, considerata nociva addirittura ai fini della realizzazione della democrazia. La tesi portante dello scritto identifica la televisione come un mezzo di comunicazione che educa alla violenza. Questa considerazione non deve apparire esagerata: Popper si avvale della testimonianza di alcuni responsabili di atti criminali, i quali hanno ammesso di aver agito ispirati da scene e situazioni viste in tv.

Al di là di questa considerazione, centrale nell’opera ma allo stesso tempo molto specifica, le osservazioni del filosofo si fanno più ampie, e giungono a riflettere sulla qualità della programmazione televisiva, che come può essere intuito, a sua detta è scadente. La causa da lui individuata è molto vicina a quello che è anche il mio pensiero: il sensazionalismo. Ovvero, per mantenere l’audience, le reti televisive cercano di catturare la nostra attenzione facendo leva sul nostro coinvolgimento emotivo. E in effetti, sempre più di frequente, si può assistere a scene di commozione collettiva che coinvolgono anche i conduttori stessi dei programmi, i quali non troppi anni fa si mantenevano invece composti e distaccati. Probabilmente in pochi anni, a causa anche dell’avvento delle pay-tv, sono cambiate le dinamiche dell’intrattenimento e attraverso questi piccoli accorgimenti ai limiti del patetico forse si ottengono migliori risultati nelle analisi auditel.

Una questione importante su cui vorrei soffermarmi è la famosa fascia protetta. Mi sembra infatti che non venga sempre rispettata. Certi programmi, che talvolta ammetto di guardare per curiosità e per “interesse antropologico”, possono essere ben più fastidiosi (oltre che mal fatti) di qualche scena di intimità fisica e risultare dunque poco appropriati agli occhi di un pubblico di telespettatori inesperti lasciati da soli con il telecomando in mano. Ma in fin dei conti, siamo nel terzo millennio, il millennio che ha elevato a moda l’eliminazione di ogni tipo di tabù, sulla scia della libertà di espressione e della libertà di parola, che erano però state concepite e sbandierate in maniera decisamente diversa. Oggi si può e si deve parlare di tutto, corpo, affetti, religione. Non importa in quale sede. Chi si scandalizza più? Che poi… Possiamo ancora considerarci in grado di scandalizzarci o l’indifferenza e il pensare per sé la fanno da padrone? Riservatezza, pudore e timidezza sono caratteristiche da outsiders?

Ma il mezzo televisivo non è sempre da spegnere! Un esempio tra tutti risale agli anni ’60, quando in Italia la tv stava svolgendo un’importantissima opera di vera educazione di massa. Grazie alle lezioni di italiano della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, il maestro Manzi, con l’appoggio del Governo, istruiva nel vero senso della parola decine di migliaia di telespettatori analfabeti e contribuiva in maniera esemplare all’unificazione linguistica della realtà italiana, di fatto esistente ancora soltanto da punto di vista geopolitico.

Tornando al testo di Popper bisogna dire che, letto al giorno d’oggi, chiaramente non riesce ad essere efficace nel suggerire il rifiuto o l’inutilizzo della televisione o degli altri mezzi di comunicazione di massa. Primo perché la loro comodità ed accessibilità sono indiscusse; secondo perché altrimenti potremmo apparire di fatto mal inseriti in questo gigantesco-piccolo mondo dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce.

La sua attualità consiste dunque nell’essere un promemoria per l’uomo: ci ricorda di utilizzare la tv e gli altri mezzi in modo consapevole. Ho in mente un utilizzo che sia prolungamento e arricchimento della vita, che non la sostituisca. Penso ad un utilizzo che non degeneri ad essere inteso, come a volte accade, come dimensione unica della vita. Penso ad un utilizzo della tv che non ci abbruttisca, che non ci rinchiuda in noi stessi, nelle nostre case, con i nostri display di fronte a mo’ di Fahrenheit 451, magari a commentare instancabilmente i nostri programmi preferiti a suon di app ufficiali o hashtag preconfezionati. Penso ad un utilizzo che non sia inteso come passatempo a cui scaricare i più piccoli, per sollevare i genitori o gli educatori dai propri compiti e doveri. Penso ad un utilizzo dello smartphone che non ci faccia incorrere in multe o semplici distrazioni perché troppo occupati dalla ricerca di un Pokemon.

Mi pare anche superfluo e banale il ricordarlo, ma l’autenticità del vivere viaggia su ben altro livello!

Federica Bonisiol

Qui un breve documentario sul Maestro Manzi.

[Immagine tratta da Google Immagini]

I piccoli muoiono, nel mondo dei grandi

In questi giorni è sufficiente aprire un quotidiano, sintonizzare la tv su d’un telegiornale oppure accedere al web, per avere notizia del precipitoso avvicendarsi di eventi che stanno coinvolgendo la Turchia. Una delle notizie che – sarebbe parso strano il contrario – stanno avendo maggiore risonanza è quella che riporta l’abolizione del reato di pedofilia per abusi sessuali commessi a danno di persone di età inferiore a 15 anni: alcune fonti ne parlano come di una delle azioni repressive conseguenti al fallito golpe, alcune altre riferiscono di un parere negativo della Corte Costituzionale turca a proposito del primo comma dell’articolo 103 del codice penale turco1. Non ci interessa, in queste righe, stabilire l’origine di un tale atto: le ragioni di quanto sta accadendo in Turchia, probabilmente, non si riveleranno nell’immediato e saranno più profonde di quanto è possibile intendere fino ad ora; inoltre, rischieremmo di ritrovarci in una impasse sterile. Se ci fermassimo soltanto dato attuale, all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, perderemmo di vista il punto cruciale della questione.

Bisogna invece fermarsi a riflettere sulla terribile esposizione dei bambini alle pratiche di violenza che interessano il mondo: la vita degli esseri umani adulti ha un effetto particolare su quegli esseri umani che adulti non sono ancora; e i bambini che abitano al di là della cortina dell’indifferenza, quel confine oltre il quale gli eventi più atroci non ci toccano mai davvero2. Anche prima di questo parere negativo da parte della Corte Costituzionale turca, i diritti dei minori sono stati sistematicamente violati, non solo nei paesi orientali, in cui la situazione è aggravata da un’instabilità politica notevole e dal proliferare di scontri armati.
Basta digitare le parole giuste su d’un qualsiasi motore di ricerca per avere sullo schermo dati preoccupanti; dati che, se correttamente sintetizzati, concorrono a tratteggiare un panorama agghiacciante. I dati dell’Archivio Disarmo3  riferiscono di più di 200.000 bambini utilizzati a vario titolo negli scontri mondiali di tutto il mondo: bambini utilizzati come spie, assassini, esche, molto spesso manipolati anche tramite la somministrazione forzata di droghe; i rapporti Unicef4 raccontano che almeno 200.000.000 di donne subiscono mutilazioni genitali quando hanno meno di 5 anni: nel 2015 si è registrato un aumento dei casi di mutilazioni genitali di vario tipo, causato anche da un concomitante aumento demografico e si stima che, se non si registrerà un’inversione di trend, nel 2030 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 ed il 2015 subirà mutilazioni genitali di vario genere5;  nel solo aprile 2014 Boko Haram6 ha rapito 219 ragazze, costrette a matrimoni con i guerriglieri, ne ha usata una di 9 anni come ordigno per un attentato in un mercato del Camerun; le gravidanze precoci cui vengono obbligate le cosiddette spose bambine causano, ogni anno, la morte di circa 70.000 ragazze d’età compresa tra i 15 ed i 19 anni; sono impiegati nel mondo più di 15 milioni di bambini e bambine, molti dei quali costretti a svolgere mansioni pericolose, anche in ambito domestico; 120 milioni di persone, di età inferiore ai 20 anni, dichiarano di aver subito violenze sessuali ad un certo punto della loro vita; un bambino siriano su cinque, tra quelli che hanno raggiunto l’Europa come profughi, soffre del disturbo post-traumatico da stress7.

E poi arriviamo a qualche giorno fa, quando una campagna delle Forze rivoluzionarie siriane mostra alcuni bambini che chiedono di essere trovati e salvati, con lo stesso zelo con cui l’Occidente si è mosso per andare in cerca dei Pokemon nascosti tra le trame della realtà aumentata, da un conflitto che – fino ad ora – ha mietuto più di 400.000 morti ed ha inciso indelebilmente sulle condizioni di vita di quei bambini.

Ogni giorno, accedendo ad internet, ciascuno di noi può osservare coi propri occhi le condizioni a cui costringiamo milioni di bambini; può osservare le sofferenze che contribuiamo a far passare sotto silenzio ogni volta che preferiamo non guardare: cresciamo con un’ostentazione programmata della violenza, con un feticcio per l’estetica del male e della sofferenza che causa; con un’ossessione per lo svelamento e la cronaca minuziosa delle pratiche più oscure, che talvolta scade in forme di perversa celebrazione. Eppure siamo troppo sensibili quando bisogna aprire gli occhi sulla carne e sul sangue dei nostri bambini, che muoiono ogni giorno, che patiscono in questa realtà senza sovrastrutture virtuali o vie di fuga, senza alcuna evasione possibile, nella realtà diminuita, la cui totalità sembra perdere ogni senso o spiegazione.

Dimentichiamoci, allora, di tutti i loro volti: siriani, europei, turchi, statunitensi.
Dimentichiamoci dei loro corpi, non solo di quelli che vengono annientati dalla parte sbagliata del confine, dalla parte dei buoni.
Dimentichiamoci una volta per tutte che i piccoli muoiono, nel mondo dei grandi, e continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, liberi anche di questo peso che grava sugli affari dei grandi, di quelli che contano, di quelli che ne capiscono.

Emanuele Lepore

Questo articolo viene volutamente pubblicato senza alcuna immagine specifica: ogni tanto, anche agli occhi va dato il loro silenzio.

NOTE:
1. Cfr http://www.davidpuente.it/blog/2016/07/21/annullato-il-reato-di-pedofilia-turchia-amnistia-le-nozze-con-le-spose-bambine/
2. Al limite ci scandalizzano in superficie, per pochi minuti, solo fino a quando non pubblichiamo uno tweet in cui ci diciamo indignati. In relazione all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, la superficialità ha impedito di riportare una notizia pulita, senza stratificazioni politiche che tradiscono un pregiudizio di fondo nei confronti dei paesi orientali.
3. http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/231-i-bambini-soldato
4. http://www.minori.it/it/news/rapporto-unicef-sulle-mutilazioni-genitali-femminili .
5. Tra le più cruente e frequenti, spiccano l’escissione e l’infibulazione.
6. Si veda il dossier pubblicato da InDifesa: http://www.terredeshommes.it/dnload/InDifesaDossier_2015.pdf?lang=it; il dossier qui citato propone dati sconcertanti a proposito di varie forme di violenza sui minori: aborti selettivi, violenze sessuali nei campi profughi.
7. La lista di questi dati, liberamente consultabili, potrebbe continuare a lungo e fare da contraltare alla narrazione  quotidiana di un mondo in cui le guerre sono combattute soltanto tra adulti, in cui le conseguenze delle nefandezze di cui siamo abituati ad avere più o meno notizia interessano soltanto gli adulti e sono lette soltanto per il loro peso strategico, militare, geo-politico ed economico. Si tratta, inoltre, di una lista volutamente parziale: non si tiene conto, in questo articolo, delle sofferenze a cui i bambini sono sottoposti specificamente nei paesi occidentali sviluppati.

Indifferenza assordante

– Mi chiamo Aarif, ho 15 anni ma me ne sento 70.

– Sono stanco, tutto sporco e bagnato.

– Sento ancora urlare, correte vi prego, sento la mia mamma che urla e…non sento più i miei fratelli!

– Ho freddo ho fame ho paura.

– Ho paura da quando sono nato. Nel mio paese c’è la guerra ed io sono cresciuto scappando, sempre correndo, infatti voglio partecipare alle Olimpiadi da grande, perché sono fortissimo!

– Ho cinque fratelli ma ora non li vedo. Sapete dove sono? E la mia mamma?

– Mi ricordo solo che mi hanno picchiato e mi hanno messo con la forza su una piccola barca, ma per me eravamo troppi, ma mamma diceva di non avere paura.

– Io mi fidavo della mia mamma.

– Ma dov’è? Non la vedo…voglio la mia mamma.

– Poi all’improvviso ho visto solo acqua, ho sentito solo urlare. Non ho più sentito il calore della mamma che mi stringeva forte e da allora la sento solo urlare. Anche adesso.

– Perché sento ancora le urla? È come per le armi. Quando vado a dormire sento sempre gli spari, anche se non ci sono. È molto fastidioso perché così non riesco a dormire.

– Ora non so dove sono. E non so dove sono tutti i miei compagni di viaggio.

– Ho visto tanti letti appena arrivato qui, con delle lenzuola sopra. Forse sono per farci riposare, ho pensato! Invece mi hanno detto di non avvicinarmi…ma non so perché.

– Ma insomma dove sono tutti i miei fratelli?

– Io da solo cosa faccio? Non conosco nessuno.

– Quasi quasi preferivo dormire sentendo gli spari ma abbracciato a mamma piuttosto che qua tutto solo con gente che mi parla ed io non capisco niente.

Una storia qualsiasi.

Una tra le pochissime che ancora possiamo ascoltare di fronte a 1750 storie distrutte dal mare dall’inizio del 2015 ad oggi.

Come vivranno tutti Aarif sopravvissuti? Tutti i bambini che hanno perso l’intera famiglia?

Ai rumori degli spari, nella notte, si uniranno le urla che hanno sentito, la solitudine che si porteranno dietro come un macigno e l’insaziabile domanda “Perché?”.

E noi? Come andiamo a dormire?

L’indifferenza verso queste storie credo stia diventando assordante.

Per tutti.

Valeria Genova

[Immagini tratte da Google immagini]

 

Quando con l’amore l’indifferenza sfuma

A volte, trovo davvero bizzarro il modo in cui perfino la parola “amore” sia arrivata ad essere utilizzata in ogni tipo di contesto, senza dare troppo peso al valore e al significato che potrebbe avere in ognuno di questi.

Ormai, perfino l’amore è diventato oggetto di scambio, merce come qualsiasi altra merce, con la sola differenza che però, in amore si dovrebbe parlare più spesso di esseri umani, piuttosto che di cose.

Secondo Aristotele, siamo “animali sociali”, tuttavia credo che ognuno dovrebbe comprendere l’importanza di diventare, per poi essere, “animale amante”, dove questo participio ha la funzione di riprodurre mentalmente l’immagine di una capacità, di una potenzialità intrinseca alla natura umana, costituita da energia di carica positiva.

Il primo giorno dell’anno, sono rimasta piacevolmente commossa dalle parole usate da Papa Francesco: in questa giornata mondiale della Pace, egli invita tutti a combattere contro ogni tipo di schiavitù al fine di riuscire a diventare tutti fratelli. Un messaggio pieno d’amore, le cui parole hanno colpito il mio cuore.

Ecco cosa disse durante l’Angelus, qualche giorno fa:

“Io leggo lì: “La pace è sempre possibile”. Sempre è possibile la pace! Dobbiamo cercarla… E di là leggo: “Preghiera alla radice della pace”. La preghiera è proprio la radice della pace. La pace è sempre possibile e la nostra preghiera è alla radice della pace. La preghiera fa germogliare la pace. Oggi Giornata Mondiale della Pace, “Non più schiavi, ma fratelli”: ecco il Messaggio di questa Giornata.”

Soltanto un paio di giorni prima, aveva scritto, in un suo tweet: “Oggi si soffre per indigenza, ma anche per mancanza di amore”.

Pace ed amore vanno di pari passo, tanto che non è possibile amare in assenza di una certa predisposizione al bene e alla pace e vice versa.

Pertanto, secondo Tommaso d’Aquino , la pace non è solo frutto della giustizia la quale ha il compito di rimuovere ogni tipo di ostacolo (come è possibile leggere anche dal terzo articolo della Costituzione italiana, secondo la quale “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana”), ma essa è frutto dell’amore: «La pace, così come la gioia, è effetto dell’amore», scrisse San Tommaso.

A volte, temo proprio che sia la mancanza d’amore la più distruttiva patologia dei nostri giorni. Dalle forme più lievi, a quelle più laceranti e distruttive, ognuno di no ha, a modo suo, sofferto per una qualche mancanza d’amore. Le guerre ne sono l’esempio più devastante, malgrado troppo spesso ci limitiamo a leggerle tra le righe di un quotidiano o lo schermo di un televisore, senza sentirci direttamente partecipi, ma solo pubblico distante.

Penso tuttavia che sia possibile vivere questa nostra vulnerabilità, questo nostro bisogno d’amore, nei semplici gesti della quotidianità, in una parola non ascoltata, in uno sguardo non ricambiato, in una mano non accarezzata, nelle grida provenienti dal piano di sopra, in una lacrima che scende delicata dalla guancia rosea di un bambino.

A volte addirittura si cade nell’indifferenza, come se i sentimenti non esistessero, come se nasconderli fosse più facile.

A volte, anzi, di continuo, mi accorgo anche io di peccare di indifferenza. Quando sono presa dai mille viaggi in metropolitana, con la borsa che mi scende dalla spalla, la spesa dall’altra e l’ombrello inzuppato d’acqua, con le goccioline che mi bagnano le scarpe e inizio così a lamentarmi, perché niente sembra andare per il verso giusto. Mi accordo che pecchiamo di indifferenza quando vedo che in quella sorta di lungo corridoio, siamo tutti così distanti, così presi dalle nostre vite frenetiche, dai nostri piani per l’università o per il lavoro, le consegne, e altri su e giù in metropolitana, atri cambi, una mela al volo, un panino di fretta tra una lezione e l’altra, e la pioggia fitta fitta e pungente, che rende tutto più pesante e insopportabile.

Eppure, al contempo, siamo tutti fisicamente estremamente vicini.

Mille vite si sfiorano, senza mai toccarsi.

Di tanto in tanto, però, c’è qualcosa che cambia e che attira la mia attenzione.

Proprio prima di tornare in Italia, in uno dei miei ultimi tragitti in metro, due anziani signori, presumo marito e moglie, si tenevano la mano. Non era una stretta qualsiasi, ne percepivo la forza e il calore. Lui le bisbigliava continuamente qualcosa all’orecchio e all’improvviso, per prevenire gli urti e le cadute per una brusca frenata, lui ha stretto a sé la sua compagna. E sono diventati una cosa sola.

Nella loro semplicità, sono stati gesti bellissimi, di una delicatezza e tenerezza incredibile.

E sono state quelle carezze e quell’affetto a farmi capire che, in fondo, di amore ce n’è. E l’indifferenza sparisce.

Basterebbe fermarsi e vederlo.

Sara Roggi 

[immagini tratte da Google Immagini]