È meglio viaggiare tra le stelle o nel profondo dell’anima? Jung risponde

Per quanto la missione europea ExoMars non sia perfettamente riuscita, rimane comunque vero che imprese come questa confermano ogni giorno di più l’impressione che la rotta sia ormai tracciata: il pianeta Terra al­l’uo­mo non basta più, ed è quindi arrivata l’ora di incominciare a pensare a una nuova dimora per l’umanità. Le prospettive e gli scenari che si stanno aprendo sono senz’altro emozionanti, ma non tutti guardano con entusiasmo all’avventura che la specie umana si accinge a compiere nello spazio profondo. Pochi mesi prima di morire, Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, dichiarò ad esempio in un’intervista: «i voli spaziali sono solo un’eva­sio­ne, una fuga da noi stessi, perché è più facile andare su Marte o sulla Luna che non penetrare il proprio essere». Era il gennaio del 1961; appena otto anni dopo l’uomo avrebbe mosso i primi passi sulla superficie lunare con la missione Apollo 11.

La frase di Jung può, oggi come allora, destare qualche perplessità, ma non bisogna pensare che il famoso psicologo svizzero fosse un uomo incapace di guardare al futuro. Il percorso che Jung intende proporre all’Occidente non è infatti alternativo rispetto a quello già imboccato dal progresso tecnico e scientifico, ma è piuttosto un sentiero complementare a esso: egli sta suggerendo al­l’uo­mo moderno di ricordarsi di viaggiare nel profondo della propria anima, oltre che tra le stelle del cielo. Ciò che Jung cerca di dire a tutti noi è che c’è un mondo – anzi, un vastissimo universo – da esplorare non solo al di sopra delle nostre teste, ma anche all’interno della nostra stessa mente. Secondo Jung, infatti, «l’anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l’universo con [tutte] le sue galassie», e solo scoprendo che cosa alberga all’interno di sé, l’uomo potrà veramente esprimere tutte le proprie potenzialità.

Jung, nel corso della sua lunga e fortunata carriera, ha scritto letteralmente fiumi di parole per cercare di descrivere le infinite costellazioni che ognuno di noi (e l’umanità nel suo complesso) porta nel proprio intimo. «È [proprio] questo» – egli afferma – «che intendo per psicoanalisi: scandagliare l’anima alla ricerca dei fattori psicologici nascosti». Si può senz’altro dire che egli sia stato l’autore di una delle teorie sulla psiche più profonde e ardite che siano mai state concepite. A differenza di Freud, che riteneva che l’inconscio fosse «soprattutto materiale rimosso, una sorta di discarica per le esperienze spiacevoli», Jung credeva che esso fosse «un fattore reale, autonomo, capace di agire in modo indipendente [dalla coscienza]». Per Jung, infatti, oltre all’in­con­scio personale individuato da Freud, che è diverso per ognuno di noi perché consta delle esperienze negative e traumatizzanti che abbiamo cercato di rimuovere e censurare, esiste anche un inconscio collettivo, che è identico per tutti gli esseri umani.

Tale tipo di inconscio è popolato dagli archetipi, che sono a tutti gli effetti dei ‘fossili psichici’, ovvero esperienze umane universali che, con il passare di innumerevoli generazioni, si sono cristallizzate e sedimentate nella struttura mentale della nostra specie. Scrive Jung: «così come l’essere umano ha un corpo, che in linea di principio non si differenzia da quello degli animali, anche la sua psicologia possiede per così dire dei piani inferiori, nei quali dimorano ancora gli spettri di epoche passate dell’umanità, come le anime animali del periodo del­l’an­tro­popi­teco, poi più in basso la ‘psiche’ dei sauri a sangue freddo e, infine, al livello più profondo, il mistero trascendente e il paradosso dei processi psicoidi del [sistema nervoso] simpatico e […] parasimpatico».

Jung sottolinea spesso che gli archetipi sono entità cariche di energia psichica, che, se viene sfruttata nel modo corretto, può portare gli uomini a conseguire grandi risultati, ma, se non viene adeguatamente espressa e incanalata, può portare la psiche umana a ‘ristagnare’ e a marcire, o anche ad andare in ‘corto­cir­cui­to’ e a incendiarsi, ossia a cadere preda della follia. Si può in questo senso paragonare l’inconscio a una pentola a pressione, che, se usata con saggezza, può cuocere a dovere quanto viene messo al suo interno e produrre così del buon cibo, ma, se viene ‘scoperchiata’ al momento o nel modo sbagliato, può esplodere e distruggere in un istante non solo la mente dei singoli, ma anche quella di interi popoli, se a ‘saltare in aria’ è non l’inconscio personale ma l’in­conscio collettivo.

«L’inconscio collettivo», sostiene Jung, «è più pericoloso della dinamite, tuttavia c’è il modo di maneggiarlo senza correre troppi rischi». Le attività artistiche, religiose e culturali permettono infatti al­l’e­­ner­gia contenuta negli archetipi di defluire verso la coscienza nel modo corretto, evitando che essa si accumuli in quantità eccessive per poi deflagrare all’improvviso in forma vulcanica e violenta. Proprio per questo, secondo Jung, dovremmo coltivare di più le doti creative che usualmente reprimiamo e teniamo nascoste: ciò, infatti, permette al nostro organismo di ripulirsi dalla «spazzatura psichica» che conserva al suo interno e di «fare spazio al libero gioco della fantasia».

Lo scopo non è necessariamente quello di esibirsi in chissà quali grandi opere o azioni, ma di trovare una nuova consapevolezza di sé, che si può rivelare anche nell’impegno che mettiamo nelle cose semplici e nei piccoli gesti quotidiani che rendono bella la vita, come preparare il caffè la mattina o piantare un cavolo nell’orto: «volgiamo lo sguardo della coscienza dentro la psiche per scoprire che cosa vi si cela. Cerchiamo di capire che cosa possiamo fare, ciascuno nel suo piccolo. Se pianto un cavolo nel modo giusto, ecco che nel mio pezzettino di orto ho reso un servizio al mondo. Che cosa potrei fare di meglio?».

«L’uomo in pace con se stesso», conclude Jung, «dà il suo infinitesimale contributo al bene del­l’uni­ver­so. Ognuno presti […] attenzione ai suoi conflitti interiori e personali e avrà ridotto, [anche se solo] di un milionesimo di milione, la conflittualità del mondo». Come a dire che se vogliamo veramente avere cura dell’universo e del pianeta che abitiamo, dobbiamo innanzitutto partire da noi stessi. In fin dei conti, anche sbrigare qualche faccenda nel nostro giardino o fare una carezza a chi ci vuol bene è un modo per esplorare e conoscere un po’ meglio il firmamento infinito che ci avvolge e ci ospita.

Gianluca Venturini

Sono nato a Treviso nel “lontano” 1989. Al Liceo Berto di Mogliano Veneto ho scoperto la filosofia. Fu in qualche modo amore a prima vista, ma non potevo immaginare che da lì a qualche anno sarebbe diventata una delle grandi “luci” della mia vita. Stregato dalla profondità inaudita dei pensieri che scaturivano da tale disciplina e conquistato dalla grande libertà intellettuale che essa rendeva possibile, decisi di seguirne le tracce iscrivendomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove mi sono laureato prima in Filosofia nel 2011 e poi in Storia nel 2013. Attualmente sto completando gli studi che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in “Filosofia della società, dell’arte e della comunicazione”.

BIBLIOGRAFIA:
C.G. Jung, Opere, vol. 8: La dinamica dell’inconscio, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
C.G. Jung, Opere, vol. 14: Mysterium coniunctionis, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
C.G. Jung, Jung parla. Interviste e incontri, a cura  di W. McGuire e R.F.C. Hull, trad. di A. Bottini, Adelphi, Milano 2009.

“Dall’altra parte”: esserci o non esserci

Paolo Barnard è un noto giornalista italiano che ha redatto interessanti inchieste su temi di grande attualità, quali ad esempio la malasanità, per la trasmissione Report e tramite anche la collaborazione del canale Rai Educational. Lui ha proposto una critica all’attuale sistema sanitario italiano, impreziosita dalla narrazione dell’esperienza di vita di tre luminari italiani. I contenuti e i personaggi di cui si parla nell’opera Dall’altra parte, divenuto un libro grazie al successo mediatico riscosso dalla proiezione della puntata inchiesta cui mi riferisco, sono stati protagonisti di un reportage che il celebre giornalista ha realizzato per la serie televisiva La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli, trasmessa la sera del 27 giugno 2005 da Rai 3, dal titolo Nemesi Medica. Barnard ha così pensato di rivolgersi a grandi medici italiani, gravemente ammalati: e ciò perché solo loro, in quanto possessori di queste caratteristiche, avrebbero potuto costituire le guide cui rivolgersi. Solo loro, infatti, che hanno vissuto il mondo della Sanità, che l’hanno analizzato e sviscerato, che hanno studiato le più diverse patologie e avanzato delle proposte di terapia, risultano essere detentori di un sapere unico e irriproducibile, grazie alla loro parallela esperienza di malattia. Sono stati vittime di un male, e proprio nel momento di caduta nel buio psico-fisico sono stati proiettati dall’altra parte, nell’altro polo, quello più vulnerabile, nel rapporto di comunicazione e relazione tra medico e paziente. Loro hanno coniugato nel profondo di se stessi, in un vortice di emozioni e stati d’animo, ogni singola nozione scientifica che possedevano, ogni struttura ospedaliera da loro abitata, «ogni anfratto dell’universo medicina in cui erano vissuti»1. Barnard, così, confida al lettore:

«[…] A loro ho chiesto aiuto. Aiutateci a cambiare non solo la figura del medico ma anche quella della Sanità. Raccontateci come voi la rifareste oggi, dopo averla vissuta in pigiama, attaccati a un catetere venoso o urinario, nella solitudine che si prova dentro una risonanza magnetica o mentre ci si riveste in un ambulatorio; oggi che conoscete la depressione e la nausea, che anche a voi è capitato l’incontro con la logopedista o con l’oncologo dai modi poco azzeccati se non brutali, oggi che potete capire più di altri cosa vive chi è nelle vostre stesse condizioni di sofferenza ma non possiede i vostri privilegi»2.

La malattia, così come viene narrata attraverso le confessioni dei tre medici, pare più un «sequestro di persona che non [il corsivo è mio] un incidente biochimico: ti blocca ovunque tu sia, […] senza risparmiare nessuna delle tue esigenze, dei tuoi progetti e dei tuoi diritti, ti porta via in un luogo lontano da tutto ciò che hai sempre conosciuto come te stesso, il tuo ambiente, e ogni tua sicurezza»3. La malattia costituisce quella realtà che una volta insidiata e imposta nell’esistenza dell’individuo ne diventerà tiranna, sarà ciò che ne scandirà i ritmi, che ne condizionerà il percorso, condizionando allo stesso tempo la struttura della rete di affetti in cui il malato è immerso. Il periodo di malattia si propone quale insieme di stati d’animo, esperienze emotive di enorme complessità, senza dubbio più articolato rispetto a delle quantificabili e oggettivabili manifestazioni biochimiche: è ciò che, come Barnard suggerisce, segna la fine, il superamento della sfera d’innocenza e l’inizio di una nuova visione delle cose, di una diversa e imposta condotta di vita. Anche se la guarigione potrà verificarsi, la primigenia e originaria innocenza si è ormai dissolta per sempre, polverizzata dal dolore.

«In un letto alieno, in un ambiente in cui non si ha alcun controllo […] chi se ne sta supino sotto le lenzuola nel momento forse più vulnerabile di tutta la sua esistenza ha il terrore che se protesterà, se qualcuno della sua famiglia oserà difendere anche il più sancito dei suoi diritti, verrà preso in antipatia e magari poi lo cureranno male, magari la volta dopo il medico sarà più sciatto, oppure l’infermiere non verrà di notte o lo farà aspettare di più, e se in futuro dovrà tornare in quel reparto lo tratteranno peggio e gli parleranno ancora meno. In gioco c’è la propria vita e la paura della sofferenza, che rendono deboli come mai prima. Meglio tacere e ingoiare tutto»4.

Parallelamente, a mantenere e aumentare sempre più l’abisso tra malattia e professione medica, tra paziente e medico, contribuiscono senza dubbio anche strutturali limiti organizzativi e culturali di cui il medico è vittima tanto quanto l’ammalato. Ma proprio per questo,  in tale contesto, il ruolo che ricopre il medico è cruciale: sarà proprio lui a fare la differenza nel modo con cui il paziente riuscirà ad affrontare e sostenere il peso della malattia.

«I medici camminano svelti e concentrati fra ali di anime pesanti e disorientate, scrutano referti con parole che sono un destino segnato, che non li riguarda però, mentre il paziente ha appena compreso che quell’ –oma alla fine di un’astrusità che non capisce significa semplicemente che da oggi tutto ciò che ha sempre costituito il suo sé, la sua vita, e ogni altro suo riferimento è saltato per aria»5.

L’intento dell’opera, come sostiene il curatore stesso, è quello di cercare di colmare l’abisso che impedisce la comunicazione tra la scienza medica e la sofferenza del paziente: per raggiungere questo fine è necessario sostenere e spingere il medico a un profondo incontro con se stesso, con il paziente e con la malattia.

L’opera consta di quattro sezioni, dedicate alle toccanti confessioni di questi medici-pazienti, la cui ultima prevede un Decalogo, frutto della serena collaborazione dei terapeuti. Si tratta di Sandro Bartoccioni, cardiochirurgo vittima di un tumore allo stomaco, Gianni Bonadonna esempio d’eccellenza nell’oncologia medica mondiale, colpito da ictus, infine Francesco Sartori, caposcuola di chirurgia toracica a livello europeo, sopravvissuto a un devastante melanoma.

«[…] Chi è abituato a curare gli altri ha enormi difficoltà ad accettare il ruolo di paziente. Tende a negare, sminuire i sintomi, a consultare frettolosamente un collega, magari al telefono o nel corridoio dell’ospedale, a curarsi da sé. Eppure, proprio da professionista della salute, dovrebbe ricordare che il momento culminante della medicina è la diagnosi di malattia cui segue il cammino terapeutico per curare e guarire il paziente. E l’abilità nella diagnosi sta nell’annotare in modo corretto la storia clinica che il paziente racconta, i sintomi e i segni di malattia, le sue condizioni generali. Sulla base di queste osservazioni il medico formula una prima ipotesi diagnostica che, attraverso gli opportuni accertamenti, verrà avvalorata o negata. E proseguendo in una linea strategica corretta, formulata la diagnosi di malattia, il medico, porrà in atto tutti i presidi adeguati per curare e assistere il paziente che a lui si è affidato»6.

Questo articolo vuole essere solo un semplice accenno a pagine dense di testimonianze di vita, lavoro ed esperienza di malattie, prive di filtri. Dedicare un po’ di tempo alla lettura di questo interessante intreccio di storie ed esperienze di vita, legate tra loro dal dolore, dalla sofferenza e da una vocazione divenuta una missione comune, significa accettare il regalo di questa intima confidenza che ci è stata donata da questi tre medici, e così ben confezionata e narrata (sia sottoforma di proiezione televisiva che come testo) da un giornalista a volte tacciato quasi di profetismo presuntuoso, ma che ha deciso di immergersi nelle profondità di luoghi molto spesso evitati o, ancora peggio, mantenuti nell’ombra, chissà, forse per (dis-) interessi secondari o, semplicemente, per cieca ignoranza altrui.

La sfida attuale alla ricerca, all’analisi e alla diffusione di esempi di scorci di verità come questi,  relativi ad esperienze spontanee, a volte fortemente toccanti, e proprio per questo scomode, è un possibile investimento verso una serena e matura evoluzione di prospettive.

Riccardo Liguori

NOTE:
1. S. Bartoccioni, G. Bonadonna e F. Sartori, Dall’altra parte, a cura di Paolo Barnard, Bur, Milano, 2006, pag. 12
2. Ibidem
3. Ivi, pag. 6
4. Dall’altra parte, pag. 9
5. Ivi, pag. 8
6. Ivi, pag. 165

[Immagine tratta da Google Immagini]