Mawlid al-Nabi, Natale e Hannukkah: buone feste!

Quest’anno, una volta tanto, sono arrivate le feste senza che partisse la solita, noiosa polemica sui presepi a scuola, sulle feste comandate, sugli uffici pubblici chiusi. Una volta tanto, insomma, ci sono cose più importanti di cui discutere, e tra crisi di governo nostrane e attentati internazionali parrebbe proprio così.

Anche nella crisi, soprattutto nella crisi, il periodo delle festività invernali rappresenta però un’occasione unica e necessaria di rientrare in sé, di riscoprire la dimensione del sacer, di coltivare relazioni, di dedicare almeno per qualche giorno tempo ed energia ad una spiritualità che non sia quella del dio dell’efficienza, del guadagno e del consumo. Un’occasione anche, e pare paradossale in un momento di forte divisione e di muri resi ancora più alti da quanto accaduto a Berlino e Zurigo, di riscoprire unità e comunione con chi vive forme diverse di spiritualità, appartiene ad altre religioni, professa altri credo. Il mese di dicembre, infatti, raccoglie alcune tra le feste più sacre di un gran numero di religioni differenti, in primo luogo delle tre abramitiche.

Per la religione ebraica, dal 25 al 31 dicembre si festeggeranno i giorni dell’Hannukkah, la Festa delle Luci. La festività, pur se non tra le più importanti del calendario rabbinico, ricorda un momento di forte unità culturale e nazionale per il popolo d’Israele, la vittoria della rivolta guidata da Mattatia contro i Seleucidi, che avevano conquistato Gerusalemme ed avevano proibito il culto ebraico. In origine le luci cui si riferisce la festa erano quelle del nuovo altare consacrato nel Tempio a memoria della vittoria, un segno tangibile della reistituzione del culto rabbinico, ma con gli anni il simbolismo ha prevalso, si festeggia la vittoria della luce sulle tenebre accendendo candele, si coltivano le relazioni familiari, si fa festa con balli e canti tradizionali.

Per la maggior parte dei cristiani (gli ortodossi festeggeranno a gennaio), il 25 dicembre è ovviamente Natale, commemorazione del mistero centrale del cristianesimo, la nascita di Gesù a Betlemme che segna il momento in cui Dio si fa Uomo, l’infinito scende nel finito, l’eterno entra nel tempo. Sorvolando sul fatto che con ogni probabilità Cristo è nato in tutt’altro periodo dell’anno, il Natale è sempre stato un’occasione di riunione e di incontro, nelle comunità e nelle famiglie. Non troppo recentemente, la seconda festa più importante del cristianesimo dopo la Pasqua si è ridotta ad un lucrativo business fatto di luci e regali, il trionfo del consumismo che campeggia dove invece si ricorda la semplicità e l’umiltà di un Dio che si fa povero, senzatetto e profugo: un paradosso che è necessario superare per riscoprire il senso vero della festa.

Lo scorso 12 dicembre, infine, moltissimi musulmani hanno festeggiato il Mawlid al-Nabi, la memoria della nascita del Profeta Muhammad. Non per tutto l’islam il Mawlid al-Nabi, o i Mawlid in generale (ogni ricorrenza della nascita di grandi personalità, di solito santi), è considerato una festività, dato che per alcune scuole di pensiero come la salafita festeggiare una creatura, sia pure il Profeta, sarebbe una mancanza di rispetto verso il Creatore; la tradizione popolare ha però perlopiù avuto la meglio sui divieti teologici, e il Mawlid è occasione di grandi celebrazioni in molte parti del mondo, un segno di gratitudine verso l’uomo che seguendo la volontà di Dio ha unificato la Umma (la comunità dei credenti) e ha indicato la via per il Paradiso.

Tutte e tre le religioni abramitiche, nel celebrare la propria identità, durante le festività di dicembre richiamano all’unione, all’incontro, alla riscoperta non solo e non tanto di tradizioni, quanto di relazioni e momenti di comunione. Anche e soprattutto alla luce dei recenti fatti di cronaca, sarebbe opportuno ascoltarle, meglio se lontani dal delirio consumistico e fagocitante della logica dell’Occidente capitalistico.

Buone feste a tutti, quindi. Ma proprio a tutti.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da The Friday Times]

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Il desiderio eclissato

Analizzare un tema come quello della pornografia e del suo rapporto con la sessualità non è cosa semplice. È necessario valutare attentamente le sfumature intrinseche a questo fenomeno, cercando di non cadere in facili semplificazioni e moralizzazioni che possono banalizzare un tema che si rivela di estrema complessità.

In che modo la pornografia si rapporta alla sessualità e che cosa la distingue dall’erotismo? La soggettività, l’individualità e il corpo come si presentano nella rappresentazione pornografica?

Spesso si crede che la pornografia sia una sorta di ‘erotismo’ più crudo ed esplicito, mentre tra le due forme di rappresentazione non solo c’è una netta differenza, ma una nega ciò che l’altra afferma. È la sessualità che entra in gioco in modo diverso nelle due forme di rappresentazione.

Michela Marzano ha sottolineato molto bene questo aspetto:

«L’oggetto dell’erotismo è il corpo erogeno: il corpo nel suo insieme in cui si concretizza il desiderio; il corpo reale non riducibile a oggetto parziale di una soddisfazione pulsionale. Quello della pornografia è il corpo-oggetto parziale, un corpo parcellizzato e privo di unità»1.

Da una parte abbiamo un corpo che ha perso la propria integrità, un corpo che diventa quasi un automa, ‘svuotato’ di ogni significato, un ‘pezzo di carne’ che viene semplicemente riconosciuto per il suo utilizzo. Di questo corpo diventato oggetto ci si concentra su singole parti e funzioni organiche, quelle che entrano in scena nella pornografia. In quest’ultima, la sessualità non appare più come un incontro, essa non riconosce la soggettività dell’altro.

Quel che è importante riconoscere e che rappresenta l’aspetto che spesso viene frainteso, è che non si tratta di considerare l’erotismo come una forma ‘dolce’ di sessualità e la pornografia, semplicemente perché più esplicita, come una forma brutale di rappresentazione dell’atto sessuale. Nessuno nega, infatti, quanto la sessualità possa avere di oscuro e violento. Pulsione istintuale e piacere si possono e si devono poter esprimere liberamente, attraverso forme molteplici e diverse. Tuttavia, nell’incontro sessuale la soggettività rimane integra, come qualcosa che non si può annientare, ma al contrario è ciò che più rende autentico l’incontro erotico.

La sessualità si fonda proprio sul pieno riconoscimento di due soggettività che si fronteggiano, che si scoprono nella loro nudità e nella loro fragilità, rivelando e nascondendo al tempo stesso. La pornografia, invece, lungi dall’essere semplicemente una descrizione esplicita dell’atto sessuale, non ha più nulla a che fare con l’incontro e con ciò che è alla base di questo, ovvero il desiderio.

Georges Bataille descrive così l’incontro sessuale:

«L’erotismo dell’ uomo differisce dalla sessualità animale, in quanto mette in questione la vita interiore. L’erotismo è nella coscienza dell’uomo, ciò che mette il suo essere in questione»2.

Nell’incontro sessuale, infatti, vi è sempre uno scarto che permane e che non può essere mai eliminato del tutto: incontro e sperimento attraverso i sensi l’alterità, ma quest’ultima non potrà mai essermi data una volta per tutte e in modo definitivo. È proprio questo che rende la sessualità una scoperta e una ricerca continua dell’altro e che fonda il ‘desiderio’, ciò che mi permette di non distruggere la soggettività che mi sta di fronte rendendola da soggetto semplicemente mera oggettualità a mio uso e consumo.

«La condanna a morte del desiderio messa in atto nella pornografia è perfettamente simboleggiata dall’occultamento del viso»3. Il viso è ciò che più rappresenta la soggettività e l’identità di un essere umano. Anche se nella pornografia la rappresentazione del viso non è completamente assente, è il significato della sua raffigurazione che si modifica. Il viso diventa una parte come un’altra di quel corpo ‘parcellizzato’, reso macchina, una ‘maschera’ che non possiede più caratteristiche umane.

Anche lo spazio e il tempo vengono completamente stravolti nella pornografia. Atti per lo più meccanici e figure stereotipate danno vita a una rappresentazione asettica, fatta di gesti a cui non appartiene più alcun significato e che sono lontani da tutto ciò che di vivo appartiene all’incontro sessuale.

Siamo così sicuri che la pornografia sia una forma ‘liberatoria’ di rappresentazione della sessualità? Non rappresenta piuttosto l’ennesimo riflesso di una società basata sul modello commerciale della transazione e dell’utilizzo che ha fagocitato anche quell’intimità e quel mistero che caratterizzano la sessualità come uno degli aspetti più affascinanti dell’interazione umana?

 

Greta Esposito

 

NOTE
1. M. Marzano, La fine del desiderio, p. 12
2. Georges Bataille, L’erotismo, p. 29
3. M. Marzano, La fine del desiderio, p. 37.

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Viaggiare humanum est

Intraprendere un viaggio può essere considerato un atto filosofico?

Fin dall’antichità, l’uomo ha sentito come una sua propria caratteristica la pulsione a muoversi. I primi grandi flussi migratori hanno dato vita a quelle che ora sono le varie civiltà e culture, declinando una razza in particolarità che oggi formano una pluralità di stili di vita che hanno sicuramente arricchito e potenziato il punto di partenza primordiale. Proprio in questo consiste il viaggio: lasciare alle spalle la propria esistenza e volgere lo sguardo dritto davanti a sé; mettersi in gioco, scoprire le proprie forze ed i propri limiti, potenziandole e superandoli.
Esistono infinite modalità di viaggiare: da una semplice vacanza, passando per un Erasmus fino ad una vera e propria vita in un altro luogo. Tutte – però – sono accomunate da un minimo comun denominare: la voglia di avventura, il rompere gli schemi, la necessità di cambiamento. Perché – a mio modo di vedere – è proprio la stabilità ad essere pericolosa. Una vita votata alla routine, all’abitudine, non fa altro che paralizzarci e costringerci ad un’esistenza che non fa parte del nostro Essere.
Utilizzando categorie ontologiche, si può intendere il discorso come un percorso nel Divenire. Non però quel divenire parmenideo che distrugge l’Essere, ma quel divenire aristotelico che trasforma le Potenzialità in Atti, che conferisce Forma alla Sostanza, che – in parole semplici – realizza la nostra Essenza.

Un viaggio può cambiare totalmente la nostra esistenza. Può farlo in maniera impercettibile come l’incontro con nuovi stili di pensiero, come anche mettere in discussione l’intero patrimonio conoscitivo che in precedenza si deteneva, sia del singolo, sia di una comunità (come la scoperta delle Americhe o il viaggio di Marco Polo).
Viaggiare non significa solamente spostarsi da un luogo ad un altro, e non significa neanche, banalmente, conferire importanza al viaggio in sé. Viaggiando ogni singola categoria del nostro vivere e del nostro pensare viene messa in discussione.

Anche i viaggi nascondono insidie. Ognuna è superabile ma è necessario prestare attenzione a ciò a cui si va incontro.
La malinconia della vita precedente, la mancanza degli affetti o l’insicurezza di un futuro incerto sono le più comuni problematiche con cui si può avere a che fare.
Ma la più pericolosa è la riproposizione di ciò da cui ci stavamo inizialmente allontanando, ovvero la paralisi, il pervenire ad un nuovo immobilismo.
È paradossale e spaventoso come una fuga possa ricondurci al punto di partenza, come l’arricchimento che ci investe durante il movimento sfoci in un nuovo isolamento derivante dalla successiva stabilità. La soluzione sta nel mantenere in movimento il pensiero, nel rinvigorire i contatti con le scoperte fatte, nel rafforzare le modalità di approcci alla vita con cui ci si è imbattuti.

Il viaggio, in poche parole, è solo il punto di partenza. Il resto, come in ogni esperienza vitale, sta a noi.
La necessità dell’incontro con l’altro e con la Natura è fondamentale. Esso permette la creazione di ideali e di esperienze uniche, che sono il veicolo dei nostri giudizi e delle nostre opinioni.

La tecnologia attuale ci aliena dall’esperienza reale con ciò che sta al di fuori di uno schermo di un computer o dai pixel di uno smartphone. Essi ci costringono a dare importanza solo alla visibilità che un pezzo estraniato dalla verità della nostra esperienza vitale può avere sui social network, dimenticandoci del qui ed ora ed obbligandoci a pensare solamente alla condivisibilità virtuale.
Un panorama va vissuto, un tramonto sul mare apprezzato per ciò che ci comunica, una valle faticosamente raggiunta va amata per la sua immediatezza emozionale.
Altrimenti ci troviamo nuovamente nella riproposizione dell’immobilismo.

Il viaggio è condizione e veicolo di conoscenza, e nella situazione di crisi mondiale – culturale, economica e terroristica – in cui viviamo oggi, forse il viaggio può darci una mano.
Chi ha visitato un Paese estero, ne ha conosciuto gli usi, ha vissuto i suoi costumi, ha respirato i suoi odori ed è entrato in contatto con i suoi abitanti avrà molta meno probabilità di innescare un movimento d’odio e repulsione che può poi mutare – ovviamente insieme ad altre cause, stimoli e vicissitudini – nel paradigma terroristico.
Inoltre, la conoscenza è la prima discriminante che può aiutarci a sconfiggere la paura dell’Altro; e solo vivendo, viaggiando e sperimentando in prima persona si posso acquisire conoscenze fondamentali per il dialogo con altre culture.

L’importante, insomma, sta nell’alzare la testa e tenere la mente allenata. Sicuramente anche un buon libro o un bel film possono costituire una particolare forma di viaggio, ma nella vita è necessario soprattutto vivere intensamente ogni singolo momento che attraversa la nostra esistenza. Consapevoli della sua unicità e del patrimonio di conoscenze, idee e ricordi che ad esso si accompagnano, fluttuando in quell’immenso oceano così minuscolo rapportato al Tutto che noi chiamiamo Vita e che costituisce il Viaggio con la V maiuscola che tutti noi siamo – volenti o nolenti – costretti a fare.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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“Una giornata particolare”

Una bellissima regia di un grande maestro del cinema italiano, Ettore Scola, da poco scomparso; una trama profonda e vera, spoglia di retoriche e ipocrisie. Una Giornata Particolare si svolge nell’arco di poche ore, è il 6 maggio 1938, giorno della visita di Adolf Hitler a Roma. La città è in fermento e riempie le strade per l’arrivo del dittatore tedesco. In un comprensorio di case popolari Antonietta (Sophia Loren), madre di sei figli, rimane sola in casa dopo aver salutato la famiglia pronta per la parata. Nel palazzo quasi deserto incontra Gabriele (Marcello Mastroianni), suo vicino di casa. L’incontro tra i due, seppur della durata di una giornata, sarà profondo, smuoverà le coscienze afflitte e sole di entrambi.

In questo film ci si trova immersi in un universo molto piccolo, muovendosi tra le scale, gli appartamenti e la terrazza di uno dei più classici e comuni condomini italiani; eppure Scola riesce a svelare e a trasmettere la complessità del momento storico, portandola allo spettatore tramite lo sguardo triste e rassegnato dei protagonisti. La fotografia color seppia avvolge la scena in modo ovattato, caricandola di attesa e portandola in un contesto che sembra fuori dal tempo, come se l’incontro tra Antonietta e Gabriele rappresentasse una timida parentesi. Ai dialoghi tra i due, che si fanno di volta in volta sempre più teneri e intimi, si oppone la vera radiocronaca dell’incontro tra Hitler e Mussolini, che irrompe nella storia, sottolineando ancor di più un senso di oppressione.

Mastroianni e la Loren sono magistrali; ancora una volta recitano in coppia ma la loro bravura lascia sempre sorpresi, come se mostrassero qualcosa di nuovo in ogni singolo lavoro. Sono perfetti nell’incarnare la solitudine e l’inadeguatezza dei due protagonisti. Vivono una discriminazione diversa ma che li avvicina. Il loro sguardo, inizialmente inconciliabile, arriva per fondersi in uno solo. Sono le personificazioni delle voci che il regime soffoca, quella della donna discriminata, relegata a guardiano del focolare, vittima incosciente. E la seconda voce, quella dell’intellettuale impotente seppur consapevole, timido, visto come diverso e pericoloso.
Questi percorsi, così differenti tra loro, si intrecciano, arrivando alla fine della giornata a coincidere; c’è un solo punto di vista, un’equivalenza di solitudine che lega i due in un abbraccio di coscienze sofferenti.

Una Giornata Particolare si dimostra un film straordinariamente acuto nel denunciare gli aspetti più subdoli e ipocriti del fascismo; qui è visto non solo come aberrante ideologia politica, ma come progetto di asservimento socio-culturale. Una macchina bieca che annulla le diversità e appiattisce gli spiriti. Antonietta e Gabriele sono lo specchio e l’esempio delle tante discriminazioni del regime, persone comuni, normali, costrette ad abbandonare le proprie idee e il proprio io.

Lorenzo Gardellin

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Carlo Magno ed Hārūn al-Rashīd: un incontro

Ciao a tutti, lettori di Sophìa!

Il tema che oggi accenno riflette la mia personale Weltanschauung e mi consente di espolorare un argomento più attuale che mai: l’incontro-scontro tra culture e civiltà differenti e lontani, l’Occidente da una parte, l’Oriente dall’altra. La filosofia è sempre stata uno scrigno di auto-descrizioni ed auto-rappresentazioni che hanno consentito alla formazione di identità. Un’identità, ci insegna il filosofo Ricoeur[1], è un’auto-descrizione che comporta però sempre una distinzione: è strano, ma riusciamo a capire un po’ di più chi siamo e cosa ci caratterizza osservando un Altro da noi, che ha qualcosa che noi non abbiamo, che è qualcosa che noi non siamo. Ebbene, complice l’ultimo esame che ho finalmente dato venerdì, oggi la mia intenzione è quella di immergermi nell’incontro che avvenne tra l’impero di Carlo Magno ed il califfato musulmano di Hārūn al-Rashīd: un reciproco scoprimento e riconoscimento che farà forse acquistare a quel concetto di identità, che nella attuale crisi europea e mediorientale sembra esser diventata la nuova parola d’ordine, nuove sfumature. Historia magistra vitae, non per niente.

Il medievista Giosuè Musca pubblicò nel 1963 Carlo Magno e Hārūn al-Rashīd, che ricostruisce i rapporti tra Carlo Magno ed il prestigioso e ricchissimo quinto califfo della dinastia abbaside che regnò sull’impero arabo dal 786 all’809. Tra il 797 e l’807 i due si scambiarono missioni diplomatiche che misero per la prima volta in contatto le loro civiltà, che purtroppo due secoli più tardi si sarebbero violentemente scontrate nelle crociate. Musca, nell’Avvertenza al libro dell’edizione del 1996, scrisse queste parole, che faccio mie: «[…] il libro fu pubblicato nel 1963. […] Erano gli anni della guerra fredda tra due superpotenze emisferiche […] l’aria che si respirava mi spingeva a cercare in un lontano passato episodi di comprensione e di convivenza. […] In più di trent’anni il genere umano non sembra aver fatto progressi sulla via della saggezza: i conflitti si sono frazionati e moltiplicati in un crescendo di ferocia più che “barbarica”, ad opera di uomini divenuti ancora più lupi per i loro simili. […] Rimango convinto che oggi la necessità di conoscere e di comprendere le diversità e le loro radici storiche è, se mai, più urgente. Perciò mi illudo che questo libro possa conservare ancora qualche motivo d’interesse[2]».

Le fonti del tempo ci presentano l’incontro tra i due grandi sovrani come il frutto delle rispettive volontà, ma la loro non fu solo un’iniziativa, bensì un incontro fra due mondi: quello franco-cristiano ed arabo-musulmano. Nel 797 Carlo Magno invia in Oriente presso Hārūn al-Rashīd una prima ambasceria e nell’801 gli viene annunciato che sono approdati a Pisa due legati che gli annunciano che sulla via del ritorno v’è Isacco, unico superstite della delegazione, con grandi doni (tra i quali un elefante, Abūl Abbās)[3]: colui che donava – Hārūn – e colui che riceveva – Carlo – riconoscevano l’uno all’altro un grande potere[4]. Sappiamo che Carlo Magno costruì case ad Abūl Abbās, sotto gli occhi meravigliati dei Franchi e che, purtroppo, solo otto anni dopo l’elefante morì nelle lande germaniche. Si dice anche che Carlo si addolorò per la sua morte improvvisa: gli si era affezionato[5]. In seguito, Carlo volle ringraziare il califfo e, nell’806, i suoi legati tornarono dalla missione nuovamente carichi di doni preziosi. Tra essi, un orologio d’ottone, descritto da Eginardo come un meraviglioso congegno meccanico azionato dall’acqua in cui il tempo era segnato da dodici cavalieri che uscivano a turno da dodici piccole finestre, i cui rintocchi avevano il suono dei cimbali[6]. Ci fu, poi, anche un altro dono di valore impressionante da parte del califfo a Carlo: la tomba di Cristo (dove era stato adagiato il corpo). Un gesto, questo da parte del califfo abbaside, che è un avvenimento senza precedenti.

L’asse Aquisgrana-Baghdad fu scevro di motivi di discordia e al tempo stesso unito da una comunanza di interessi (nei confronti dell’impero bizantino e sul fronte religioso – entrambi, infatti, aderivano ad una fede monoteista- ). Le trattative tra Carlo e Harūn costituirono una pausa rispetto allo scontro-confronto plurisecolare tra mondo cristiano e mondo islamico cui, ahimé, assistiamo ancora oggi, ed anzi, la presenza islamica ad Oriente contribuì a forgiare le relazioni internazionali del periodo del Medioevo che l’Europa intrattenne[7].

L‘identità non può che accompagnarsi all’incontro. Eppure, una differenza implicita è presente: tutto cambia in base alla disposizione o meno a seguire e ritenere invincibili solo i propri pre-giudizi. Carlo Magno ed Hārūn al-Rashīd erano curiosi l’uno dell’altro e tra essi si sviluppò una filo sottile simile alla simpatia che permise ad entrambi di accrescere le proprie conoscenze su un’altra civiltà, e quindi di capire un po’ di più la rispettiva identità culturale, arricchendola maggiormente. È più che mai necessario, oggi, conoscere la diversità. Possibilmente, senza troppi pre-giudizi. La Storia è meravigliosa in quanto ci dà ogni volta che lo vogliamo la possibilità di apprendere qualcosa in più sul tempo attuale, guardando al vecchio: perché non sfruttare questo dono?

Sara Caon

[ immagine tratta da Google Immagini]

[1]    Vedi P. RICOEUR, Sè come un altro, Jaca Book, Milano 2011.

[2]    G. MUSCA, Carlo Magno e Hārūn al-Rashīd, Edizioni Dedalo, Bari 1996, pp. 5-7.

[3]    MUSCA, ed. cit., pp. 15-17.

[4]    Ivi, p. 32.

[5]    Ivi, p. 33.

[6]    Ivi, p. 40.

[7]    Ivi, p. 148.

L’amore immaginato

Ma cos’è quello che gli uomini chiamano “amore”?¹

Io sono solo una cinica realista che con le mani cerca di tappare quel grande rubinetto delle proprie emozioni, di tutto il proprio romanticismo ed ottimismo, perché è vero, è proprio vero: viviamo in un mondo in cui tenere aperto il rubinetto è un lusso, anzi, un vero pericolo. Non ci si puo permettere di far allagare la propria casa, né di far inondare di fiori rosa e cuoricini la propria vita. Per quanto riguarda me, se non arginassi quel flusso piangerei ore intere per ogni gatto o cane che muore, darei immancabilmente il mio portafoglio ad ogni mendicante che incontro, e crederei anche ciecamente nell’amore a prima vista. Perciò tendenzialmente, se qualcuno me lo chiede, io non ci credo.

È stata la mia esperienza personale che mi ha portata a questa decisione, perché mi innamoro invariabilmente di ogni ragazzo o uomo che si dimostri in qualche modo gentile con me: quello che corre al posto mio alla fermata più vicina per bloccare il tram che altrimenti avrei perso, quello che davanti a un’opera della Biennale incrocia il mio sguardo perplesso e decide di condividere con me le sue congetture, e persino quello carino in fila alla cassa che si china a raccogliere la banconota che mi è appena sfuggita dal portafoglio. La mia mente crea storie d’amore da quel primo incontro all’accompagnare i nipotini a scuola molto più velocemente di quanto sia in grado di snocciolare la tabellina del sei, e pure con una serie disarmante di dettagli. Insomma, quel pericoloso gioco del “come sarebbe se” di cui riconosco amaramente d’essere campionessa mondiale. Poi però tutto si sgonfia, perché (per fortuna, si capisce) la gentilezza a volte viene davvero in modo disinteressato.

Ebbene sì, sono una smaniosa d’affetto da manuale, perennemente terrorizzata dalla possibilità di non essere amata da chi amo e scioccamente convinta che l’amore si possa trovare in ogni premura e gentilezza; il fatto che io sappia di tenere le mani sul rubinetto lo dimostra: la mia testa cerca di arginare la follia romantica che mi spremo dentro. So anche di essere in buona compagnia, perché ho sentito confessioni sul tema proferite da labbra di donne del presente, e tempo fa mi sono pure imbattuta nella testimonianza d’inchiostro di uno dei più grandi cervelli femminili del passato, che scriveva così: L’immaginazione di una donna è molto veloce: salta dall’ammirazione all’amore e dall’amore al matrimonio². È quasi come se fosse uscito da un libro fresco di stampa, perché molte donne sono così.  Siamo così (e beate le eccezioni).

Metto le mani sul rubinetto e penso: “Sbagliamo, ed è ora di smetterla”.

Poi però è successa una cosa. Come in tutte le storie che si leggono sfogliando un libro di favole, comincia con una sera non troppo diversa dalle altre: un locale, alcuni amici, qualcosa di buono da bere. Poco dopo essere arrivati ecco che lui si aggiunge al nostro tavolo, amico di amici che fatalità si trovava proprio in quello stesso posto a trascorrere la serata. Due chiacchiere generali tutti insieme e la me stessa interiore (quella che fa tutte le facce che la mia me stessa esteriore non vuole o non può permettersi di mostrare alla gente) ha già strabuzzato gli occhi e spalancato la bocca. Dopo mille indugi ho deciso che la mia me stessa incatenata poteva uscire a respirare un po’ d’aria fresca e così anche lui ha scoperto che in effetti avevamo mille cose in comune ed un mondo di desideri che sapevamo capire; tante parole andavano a segno, parecchi pezzi del puzzle andavano al loro posto, con naturalezza, altri invece finivano inaspettatamente da un’altra parte: solo che non rendevano l’aspetto del quadro stridente o sbagliato, era semplicemente più interessante. Avrei potuto ascoltarlo per ore e avrei potuto parlargli quasi altrettanto, avrei voluto scoprire quanti pezzi andavano nel posto che speravo e quali altri invece mi avrebbero sorpresa. Invece nemmeno due ore dopo abbiamo lasciato tutti il locale e ci siamo divisi: tutti in generale, io e lui in particolare. Bacio di qua, bacio di là, come vuole il moderno bon ton, e lui se n’è andato, io me ne sono andata.

Però ho continuato a pensarci per mesi. Mesi. Se non fosse successo a me, non ci avrei mai creduto.

Nel frattempo però tutto questo ha cominciato a scivolarmi via dalle dita: la sua immagine ora è una sagoma, l’intera conversazione solo frammenti di frasi, sprazzi di risate. Non so se fosse stato amore –un amore del tutto particolare come quello a prima vista, poi! Un amore che non è come quello consolidato, è fatto di continua sorpresa, improvviso piacere, inestinguibile simpatia (nel senso etimologico della parola), solo un travolgente ed inspiegabile istinto che non sta lì a chiedersi i per come e i per cosa; e poi anche desiderio, speranza. Ma appunto non lo posso sapere con sicurezza, e l’unica cosa che so per certa è che quella era stata una occasione: io avevo semplicemente deciso di perderla. Perché sono pigra, perché sono una sabotatrice di me stessa, perché ho avuto paura di avere quella risposta che cercavo? Tutte quelle domande con cui mi sono torturata per mesi non avevano nemmeno senso di essere e ancora meno ce l’hanno tuttora, anche se continuo a pormele. Per esempio, la peggiore di tutte: è andata davvero così? So che quella è stata la mia percezione della realtà –anzi, è il mio ricordo di quella percezione della realtà. Ma tutto sommato non si può neanche dire che sia falsa: siccome la realtà non ha una sola faccia, la mia percezione di essa non è affatto meno vera della realtà stessa. E quindi mi chiedo anche: qual è stata invece la sua percezione? Era così diversa dalla mia? Ma poi, quella mia percezione la posso davvero chiamare amore? Che cos’è quello che gli uomini chiamano “amore”?

Ecco appunto, tutte domande che ormai sono inutili. Odio non sapere le cose e odio dovermene fare una ragione. Soprattutto se mi rendo così chiaramente conto che quella da incolpare sono proprio io.

Giorgia Favero

[Immagine tratta da Google]

 

Note:

  1. Euripide, Ippolito, v. 347
  2. Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, 1813