Ritrovare il senso del mistero e recuperare la categoria del sacro

Non molti anni fa Giorgio Gaber cantava che «l’uomo non ha più il gusto del mistero»1, individuando nello smarrimento del senso del mistero e del sacro una cifra precipua del nostro tempo.

Osservando accuratamente molte manifestazioni umane, del mondo occidentale in particolare, si rileva come esse siano caratterizzate da superficialità e banalità che si palesano in un conformismo omologante e in un consumismo spersonalizzante. Una vera e propria mutazione antropologica, per servirci di una risoluta e profetica definizione pasoliniana2. Esseri umani che perdono la propria essenza di persone, abdicando al pensiero autonomo, alla riflessione, all’incontro autentico con tutto ciò che è altro da sé, in particolare l’altro uomo, il rapporto con il mondo della vita e con tutto quanto questo incontro può generare nell’interiorità del singolo.

Una delle peculiarità umane che, da diverso tempo a questa parte, stanno venendo meno è certamente il senso del mistero. Quella dimensione che si lega a tutto quanto non è spiegabile razionalmente, a ciò che “sfugge” ad ogni comprensione, a quanto emerge dal senso del limite. La condizione umana è quella di colui che non s’accontenta della propria connotazione finita ma è predisposto ad avvertire un senso di spaesamento, tremendo e al contempo affascinante, di fronte all’esistenza e a ciò che la trascende, a ciò che le è totalmente altro.

L’essenza della soggettività umana è predisposta ad avvertire il senso del mistero, che scaturisce proprio dalla continua relazione con l’indecifrabile complessità del mondo della vita e che conduce a percepire la dimensione infinitamente eccedente del senso della totalità. Quel senso che pur sfuggendo continua ad attrarre l’interiorità dell’uomo, poiché, come spiega il teologo e filosofo Rudolf Otto nell’opera Il sacro (Das Heilige, 1917), l’uomo oltre alle categorie della razionalità possiede pure la categoria del sacro, il cui dato originale è il numinoso, il razionalmente indeducibile, l’incomprensibile, l’indicibile, quanto è sovrabbondante rispetto alle proprie capacità intellettive. L’essere umano avverte, attraverso la categoria del sacro, la dimensione ineffabile, il mistero dell’esistenza, il suo carattere esorbitante rispetto alle categorie della ragione, mute dinanzi al mistero della Vita, al senso del limite, al senso ultimo. In proposito, così si esprimeva nel proprio testamento spirituale il filosofo Norberto Bobbio: «come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo e le varie religioni interpretano in vari modi»3.

La categoria del sacro permette di assaporare il mistero dell’esistenza, nel suo carattere terribile e affascinante al contempo. Il mistero, ciò che evade la prigione del concetto, è alcunché di sconosciuto, non manifesto, totalmente altro. L’essere umano è attratto esteriormente e attraversato interiormente dal mistero inesprimibile, tutt’al più avvicinabile con la parola poetica o l’esperienza mistica. In questo senso, come non ricordare l’esempio edificante, gli scritti e l’esperienza mistica della giovane ebrea olandese Etty Hillesum4, testimone di come il senso del mistero innalza l’uomo interiormente oltre la propria finitezza, lo attrae verso ciò che è altro, che sfugge, che è in-finito, avvicinabile solo asintoticamente, ma verso il quale l’uomo non è comunque propenso a rinunciare, perché tale attrazione, tale fascinazione che fa vibrare e suonare le fragili corde del suo spirito, è connaturata alla sua essenza.

Da qui, le religioni: tentativi per eccellenza, più o meno mirabili, di dare risposta al sacro. Invero, il senso del mistero e la categoria del sacro che ad esso si addice, appartengono alla complessa profondità di ogni spirito umano, teso per essenza a percepire, attraverso l’esperienza della vita, l’indicibile. Il sacro precede e può dunque fondare ogni religione, che solo su di esso può edificarsi. Diversamente, in assenza del sacro, di questo imprescindibile dato originale, il tempio, ogni tempio, di qualsivoglia religione, rimane una scatola vuota, il cui obiettivo non può coerentemente dirsi quello di dare risposta al numinoso e di configurarsi dunque come orizzonte di senso. È così comprensibile l’asserzione di Rudolf Otto quando scrive: «Ciò di cui parliamo – il sacro – […] costituisce l’intima essenza di ogni religione, senza la quale la religione non sarebbe»5.

Il sacro si configura dunque come una categoria a priori, non oltre quelle della ragione, ma in un certo modo al loro fianco. L’essere umano possiede entrambi questi a-priori per stare al mondo, l’utilizzo di uno solo dei due ne stralcia la sua essenza, ne elimina la complessa e straordinaria struttura interiore e le possibilità esteriori. L’una sostiene l’altra. Così come è importante educare la facoltà di pensare e ragionare criticamente6, altresì l’a-priori del sacro necessita oggi, con rinnovata urgenza, di essere riscoperto. Ma per riemergere, la categoria del sacro ha bisogno di essere risvegliata alla coscienza del singolo, ricondotta al centro dell’esperienza soggettiva e questo si può fare solo se si recupera il senso del mistero. Quest’ultimo abbisogna del silenzio, della riflessione, del raccoglimento interiore, lontani dal rumore delirante della quotidianità ipermoderna. Un frastuono contrassegnato da parole vuote, superficiali, che bombardano la nostra vita in una bulimia inarrestabile d’informazione. Invero, è solo dal silenzio e dalla contemplazione consapevole del reale che può ri-emergere nell’uomo la capacità di trascendere l’immanenza omologante nella quale è immerso, verso un’apertura e una consapevolezza del mistero che avvolge la vita. Anche questo qualifica un’esistenza umana completa: senza il senso del mistero, del sacro, l’uomo perde una dimensione centrale dalla propria essenza, verso una tragica mutazione antropologica. Diversamente, recuperando questa dimensione è possibile sperare in un nuovo umanesimo, una visione del mondo che abbia l’uomo al centro della vita. Un uomo nuovo che, evitando di adagiarsi al ristretto orizzonte del già dato, riconosca di poter oltrepassare la propria datità in favore di un contatto nutriente con il mistero dell’esistenza e della sua sacralità, sola fucina di slanci relazionali, artistici, intellettuali e spirituali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. G. Gaber, E pensare che c’era il pensiero, GIOM, 1994.
2. Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, Garzanti, Milano 2009.
3. Vedi: http://www.repubblica.it/2004/a/sezioni/spettacoli_e_cultura/bobbio/volont/volont.html
4. Cfr., E. Hillesum, Diario, tr. it. Di C. Passanti , T. Montone e A. Vigliani, Adelphi, Milano, 20133.
5. R. Otto, Il sacro, tr. it di E. Bonaiuti, SE, Milano 2009, p. 21.
6. Su questi temi mi permetto di rimandare ad un mio precedente articolo sulla centralità dell’educazione al pensiero critico e autonomo: http://www.lachiavedisophia.com/blog/educhiamoci-a-pensare/

[Photo credits Lenka Sluneckova via Unsplash.com]

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Trapianto e donazione d’organi: dialogo aperto sull’anonimato

Marco Galbiati è il papà di Riccardo, un ragazzo di 15 anni, morto per un arresto cardiaco nel gennaio 2017. Da allora questo padre, assieme a tanti altri genitori, mariti, mogli, figli, fratelli e sorelle di donatori d’organi, si batte per derogare all’obbligo di anonimato del donatore o del ricevente qualora entrambe le parti lo desiderino, nonostante il divieto delle norme in vigore nel nostro Paese.

Infatti, in Italia, la legge n. 91 dell’1 aprile 1999 (art.18, comma 2) sancisce che “il personale sanitario e amministrativo impegnato nelle attività di prelievo e di trapianto è tenuto a garantire l’anonimato dei dati relativi al donatore ed al ricevente”.

Tale norma, in linea con la deontologia medica, sancisce un divieto che fa riferimento solo al personale sanitario, ma non si esprime circa eventuali contatti tra i familiari dei donatori e i riceventi.

Chi ha ricevuto gli organi, da chi li ha ricevuti? Si tratta di una domanda legittima e comprensibile tipica sia di chi acconsente alla donazione dopo la perdita di un familiare, sia di chi grazie a quell’organo donato torna a vivere.

A questo livello la medicina, la psicologia e la bioetica, però si dividono: chi ritiene che la condivisione tra familiari del donatore e trapiantato possa essere un aiuto per le persone che lo hanno vissuto, e chi ritiene che in realtà quello che accade nella psicologia delle famiglie coinvolte sia molto più complesso e problematico.

A tal proposito, il Centro Nazionale Trapianti di fronte alle richieste di deroga dell’anonimato insiste sul fatto che quest’ultimo sia, invece, elemento necessario tanto per la tutela dei familiari del donatore, soprattutto per evitare la comparsa di proiezioni distorte nei confronti di chi ha ricevuto gli organi del proprio caro, quanto per chi ha ricevuto l’organo.

Infatti, il trapiantato è una persona che ha la possibilità di ritornare al vita e che inevitabilmente sviluppa un profondo sentimento di gratitudine nei confronti del donatore che gli psicologi chiamano vincolo di riconoscenza. Ecco perché il principio dell’anonimato si pone a tutela del ricevente, il quale potrebbe sviluppare dipendenze nei confronti di chi gli ha permesso di continuare a vivere oppure subire pressioni di diversa natura (relazionali, economiche ecc).

Di conseguenza la rete trapiantologica italiana, ad oggi, si “limita” a mettere a disposizione un’equipe di psicologi a sostegno nell’elaborazione del lutto e un servizio informativo per rendere noto ai familiari del donatore quali organi sono funzionanti e, nei casi in cui lo si richieda, le caratteristiche generali del ricevente (età e sesso).

In ogni caso, a fronte delle petizioni lanciate sul tema, il Centro Nazionale Trapianti ha ritenuto necessario analizzare la questione non solo dal punto di vista strettamente medico-psicologico, formulando un quesito al Comitato Nazionale di Bioetica circa l’opportunità di superare l’anonimato delle famiglie di chi dona e chi riceve gli organi. 

A tale riguardo, infatti, lo stesso Comitato il 27 settembre 2018 ha pubblicato un nuovo parere dedicato al tema della “Conservazione dell’anonimato del donatore e del ricevente nel trapianto di organi”. Il Comitato ritiene necessario mantenere il principio dell’anonimato nella fase precedente al trapianto degli organi al fine di conservare i requisiti di equità basati su: criteri clinici, priorità nella lista d’attesa ecc, e nell’intento di impedire eventuali ricatti, manipolazioni o coercizioni.

Nelle fasi successive alla donazione, a differenza di quanto previsto dalla legge 91/1999, il  Comitato si esprime positivamente rispetto alla possibilità di eliminare l’obbligatorietà dell’anonimato, a condizione però che entrambe le parti siano d’accordo, che sia stato firmato un consenso informato valido e che sia passato un tempo sufficiente per compiere delle scelte ponderate da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Il Comitato individua inoltre la necessità di una struttura terza, nell’ambito del sistema sanitario, responsabile della valutazione e della gestione del contatto tra donatore e ricevente in modo tale che sia assicurato il rispetto dei principi cardine della medicina dei trapianti (privacy, gratuità, giustizia).

Successivamente e in conseguenza al parere formulato dal Comitato Nazionale di Bioetica, il Centro Nazionale Trapianti ha fornito disponibilità e supporto tecnico nell’intraprendere un eventuale iter legislativo volto alla modifica della Legge 91/1999.

Personalmente ritengo che la rimozione dell’anonimato sia una possibilità eticamente giustificata. Reputo inoltre che la conoscenza dell’identità dei donatori e dei trapiantati debba avvenire in presenza di determinate condizioni, la condizione fondamentale essendo quella relativa al riscontro di un equilibrio psicologico degli interessati tale da permettere loro di interpretare ed assimilare in maniera obiettiva il significato che il trapianto può acquisire dal punto di vista della continuità dell’identità personale.

Infatti, nel caso specifico della donazione di organi, può risultare complesso discernere in modo netto l’identità di un “tutto” (inteso come “persona” o “corpo”) da quella di una sua “parte” (nel caso specifico un “organo”). Si consideri, ad esempio, il caso in cui il cuore appartenuto a un ragazzo morto venga trapiantato in un’altra persona, salvandole la vita: è plausibile che la famiglia del donatore ritenga che una “parte” del proprio figlio continui a vivere in un’altra persona.

Allo stesso modo, la persona che ha ricevuto l’organo in dono potrebbe pensare che, in seguito al trapianto, la sua identità (biologica) sia stata “modificata”, in quanto “integrata” da una parte (organo) precedentemente appartenuta a qualcun altro.

Detto ciò, dunque, credo che debba essere possibile talvolta fare in modo che il desiderio da parte della famiglia di un donatore di incontrare la persona in cui, in qualche modo, continua a vivere una parte della propria persona cara, possa essere perseguito. Ritengo tuttavia indispensabile gestire e prevenire, all’interno della pratica clinica di sostegno psicologico, il rischio di sviluppare, dall’una o dall’altra parte, da donatori e da riceventi, aspettative e proiezioni deviate così come logiche identitarie distorte o patologiche.

 

Silvia Pennisi

 

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Una parola per voi: passato. Gennaio 2019

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.»

da Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.

Gennaio, primo mese dell’anno, simboleggia sempre un nuovo inizio. Tuttavia, ogni nuovo inizio porta inevitabilmente con sé un bilancio, ossia uno sguardo a ciò che c’è stato prima, un volgersi indietro, verso il passato.

“Passato” è la parola per voi scelta per questo gennaio 2019, tratta dalla frase che chiude il romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1925. A parlare è Nick Carraway, narratore e amico di Jay Gatsby, il facoltoso innamorato che fa di tutto per riavere la sua Daisy. La battuta conclusiva di quest’opera letteraria evoca la speranza e la naturale spinta in avanti, verso l’avvenire, che caratterizza l’essere umano. Al contempo però, mette in luce anche una sua caratteristica del tutto opposta: l’uomo tende a tornare indietro, facendosi trasportare da una corrente contraria. “Risospinti senza posa nel passato”, scriveva Fitzgerald: non possiamo impedirci di ripensare a chi siamo stati, a quello che abbiamo fatto. I ricordi non ci abbandonano mai – sia che siano lieti, sia che siano infausti. Cosa saremmo, in fondo, senza il nostro passato? E come potremmo costruire il nostro futuro o alimentare i nostri progetti, senza la memoria di ciò che siamo stati?

Ecco per voi una selezioni di libri, film, canzoni e opere d’arte che riflettono sull’importanza del volgere lo sguardo al passato – specie prima di compiere un salto in avanti.

 

UN LIBRO

la-chiave-di-sophia-il-cimitero-di-pianoforti-peixotoIl cimitero dei pianoforti  – José Luis Peixoto

“Saudade”, direbbero i portoghesi. Un padre muore. Può così ripercorrere la sua vita, fatta, come tutte le esistenze, di gioie e dolori, rischiarata dalla passione e dall’amore, funestata dall’alcol. Un figlio, Francisco Lázaro, maratoneta portoghese, fa lo stesso. Mentre corre la maratona alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, ricordi e pensieri sul presente si intrecciano in un flusso di coscienza che si arresterà al trentesimo chilometro. Due persone si raccontano. Entrambe morte. Entrambe fortemente legate ai vivi.

 

UN LIBRO JUNIOR

caccia-alla-tigre-dai-denti-a-sciabola-chiave-di-sophiaCaccia alla tigre dai denti a sciabola – Pieter Van Oudheusden, Benjamin Leroy 

“Vieni, andiamo indietro nel tempo. Andiamo fino a un tempo di molto tempo fa e ancora prima”. Inizia così questo bellissimo album illustrato che, come avrete capito, vi porterà al tempo degli uomini preistorici. Se voi foste uno di loro vorreste di sicuro andare a caccia della temuta tigre dai denti a sciabola come vorrebbe fare Olun, il piccolo protagonista del racconto. Riuscirà a trovarla? Divertitevi a scoprire tutti i particolari delle illustrazioni di questa storia, adatta ai bambini dai 4 ai 6 anni all’incirca.

 

UN FILM

la-chiave-di-sophia-lettere-di-uno-sconosciutoLettere di uno sconosciuto  Zhang Yimou

Ci vuole tempo, per un paese, per guarire dalla propria storia, e la Cina di oggi ancora tenta di venire a patti con gli effetti a lungo termine del maoismo e della Rivoluzione Culturale. Zhang Yimou racconta queste ferite attraverso la storia di Feng Wanyu, che lo stesso giorno, ogni mese, va alla stazione attendendo il ritorno del marito, un intellettuale che il regime ha arrestato e deportato anni prima. Al ritorno dell’uomo, però, Feng, ormai malata, non è in grado di riconoscerlo. Starà al marito, Lu, calarsi da estraneo nel mondo della moglie, prigioniera del proprio passato, e rivivere con lei anni di umiliazioni, tradimenti e solitudine, ma anche di speranza e di tenacissimo amore.

 

UNA CANZONE

la-chiave-di-sophia-incontro-radici-gucciniIncontro – Francesco Guccini

Appartenente all’album Radici (1972), Incontro narra di un rendez-vous tra Guccini e una sua amica, professoressa di ginnastica, trasferitasi prima in America poi a Berlino, la quale fece ritorno in Italia dopo il suicidio del suo compagno durante le festività natalizie. Con una scrittura cinematografica, per immagini veloci (E correndo mi incontrò lungo le scale; il sole che calava già rosseggiava la città; auto ferme ci guardavano in silenzio; carte e vento volan via nella stazione..), Incontro è un’occasione di bilancio, tra rievocazioni nostalgiche e constatazione dei cambiamenti avvenuti (quasi nulla mi sembrò cambiato in lei; eran belli i nostri tempi; ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via).  Un brano “color nostalgia” sospeso tra la nebbia modenese e il vagone di un treno, avvolto come miele dalla tristezza e dalla bellezza della verità (Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno).

 

UN’OPERA D’ARTE

la-chiave-di-sophia-giosue-mostra-a-mose-il-vitello-doro-ludovico-carracciGiosuè mostra a Mosè il vitello d’oro  Ludovico Carracci, 1610 circa

La tentazione di guardare al proprio passato è sempre forte, specialmente nei momenti di cambiamento, durante i quali la nostra forza di volontà tesa verso un futuro incerto può per un attimo vacillare, lasciando che la nostra debolezza faccia appello a una sorta di istinto di sopravvivenza che riconduce a ciò che risulta già noto e accomodante. Questa antitesi tra passato da lasciarsi alle spalle, pieno di errori ma anche di certezze, e futuro denso di imprevisti e sacrifici si dispiega in modo evidente nell’episodio biblico dell’adorazione del vitello d’oro, ben raffigurato nel dipinto di Ludovico Carracci conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. Durante il viaggio verso la terra promessa, il popolo ebraico approfitta della breve assenza di Mosè, recatosi sul Sinai per ricevere i comandamenti, per creare un idolo pagano, il vitello d’oro. Quest’ultimo viene elevato a divinità con conseguente abbandono dell’unico Dio in grado di liberare dalla schiavitù. Ciò scatena l’ira di Mosè, che al suo ritorno dal Sinai, vedendo il suo popolo caduto nel grave errore di ritornare per inerzia al proprio passato, scaglia a terra le tavole della legge distruggendole.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Giacomo Mininni, Rossella Farnese, Luca Sperandio

 

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Connessioni virtuali o incontro umano?

Il tempo iperteconologico sembra voler sostituire sempre più le relazioni umane con delle connessioni virtuali, che sono espressioni marcate del dominio dell’intelligenza artificiale sull’intelligenza umana. In un contesto che esalta e incentiva questo genere di connessioni digitali, si va via via smarrendo la vera relazione umana.

Ad uno sguardo attento, profondo e non superficiale appare chiaro che, se da un lato la tecnologia digitale permette uno scambio d’informazioni inimmaginabile sino a qualche anno fa e imprescindibile per molti aspetti relativi alla qualità della nostra esistenza, è altresì vero che pur sempre di trasmissione di informazioni si tratta e non invece di relazioni. La relazione è un rapporto umano, un incontro fatto di presenza, di carne e fiato, di sguardi, profumi, calore e passione. Al centro vi è l’incontro, che dilata gli orizzonti di senso della nostra esistenza stimolando il cambiamento, aprendoci alla creatività, all’esplosione di idee per la costruzione di futuro. Diversamente, lo scambio d’informazioni computazionali che avviene ormai ordinariamente tramite chat, videochiamate, siti d’incontri, social network e social media è pressoché privo delle peculiarità che caratterizzano la dimensione generativa del vero incontro umano, fatto di tempi, di attese, delusioni, fatiche, gioie, sogni, speranze.

L’incontro reale, inteso come fondamento esistenziale, ci è stato trasmesso da grandi uomini, maestri di vita e di pensiero, quali Socrate e Gesù di Nazareth, solo per citarne alcuni. Costoro facevano dell’incontro umano la via preferenziale per fare comunità, per ricercare la giustizia, il bene, il bello e la verità. Costoro amavano passeggiare intrattenendosi con gli altri esseri umani facendo silenzio, ascoltando, parlando, confrontandosi insieme, accettando punti di vista differenti dai propri, accogliendo pensieri, gioie e fatiche, al fine di costruire significati esistenziali profondi.

Non dimentichiamo la gioia dell’incontro reale, l’apertura all’altro come possibilità di crescita e conoscenza di se stessi, proprio attraverso l’altro. Queste sono dimensioni imprescindibili per poter superare la reificazione della relazione con l’altro operata dalle connessioni virtuali e sperare in un nuovo umanesimo dell’incontro reale. In proposito ricordiamo le profonde e sfavillanti parole scritte dal filosofo Martin Buber rispetto all’incontro umano: «Se sto di fronte a un uomo come di fronte al mio tu, se gli rivolgo la parola fondamentale io-tu, egli non è una cosa tra le cose e non è fatto di cose […] ma, senza prossimità e senza divisioni, egli è tu e riempie la volta del cielo. Non come se non ci fosse nient’altro che lui: ma tutto il resto vive nella sua luce»1.

La tecnologia è sicuramente un mezzo formidabile e straordinario, ma deve restare tale, non diventare un fine sostituendosi all’insostituibile e cioè alle relazioni umane fatte di corpi, sentimenti, gesti e pensieri che s’incontrano e s’intersecano nella relazione viva e vitale fra i singoli. Le conseguenze di questo modus vivendi che si sta diffondendo massivamente sono lampanti ad uno sguardo etico, psicologico e antropologico: chiusura in se stessi, che può giungere a vere proprie sindromi che conducono all’isolamento nella stanza della propria abitazione, sino alla paura dell’altro e del mondo. È questa la sindrome, non più solo giapponese, ma ormai universale che prende il nome di hikikomori. Su questa via la vita si isterilisce, si coagula in un deserto emozionale e cognitivo spaventoso. Per arrestare questa desertificazione ontologica dell’uomo-monade, è decisivo che ciascuno rifletta, responsabilmente, sulle scelte che quotidianamente opera rispetto all’uso delle connessioni tecnologiche che rischiano di frapporsi nel cammino personale e relazionale con gli altri significativi che ci circondano, fino ad intaccare il nostro rapporto con la vita e tutta la realtà esterna.

In questo senso, difficilmente possono essere d’aiuto alcuni dei moderni professionisti della relazione d’aiuto che promettono e consentono sedute di counseling e psicoterapia tramite videochiamate e dispositivi virtuali, poiché altrettanto piegati sotto la logica imperante delle connessioni digitali. Proponendo e permettendo colloqui on-line, alcuni di questi professionisti, che dovrebbero far leva sui fondamenti della relazione umana come opportunità per il cambiamento e la cura, cadono in una contraddizione in termini. Invero, così facendo, svuotano di senso e valore quello che dovrebbe essere lo spazio e il tempo per eccellenza di ascolto, comprensione empatica e crescita personale che caratterizzano un incontro umano che voglia definirsi nutriente e generativo nel senso autentico del termine.

In questo panorama talvolta sconfortante e massificato, è utile ripartire dall’educazione degli adulti all’uso ponderato, equilibrato e critico dei nuovi mezzi di comunicazione e connessione, affinché possano diventare esempi edificanti per le generazioni future di un ritorno a relazioni umane i cui componenti siano davvero menti e corpi, spiriti e presenze, non solamente click del mouse o tocchi sullo schermo di un tablet o di uno smartphone.

Quanto scritto non intende condannare tout court le nuove tecnologie e le importantissime opportunità ch’esse offrono, intende piuttosto invitare a riflettere criticamente circa le possibili conseguenze di un uso smodato e squilibrato di queste recenti frontiere che spesso tendono a sostituirsi a quanto di più bello e meraviglioso la vita abbia da offrirci: l’incontro autentico con l’altro da noi che si nutre e abbisogna, anche e soprattutto, della presenza.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, tr. it. di A. M. Pastore, Edizioni San Paolo, Milano 20143, p. 64.

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Odia il prossimo tuo come te stesso

Qualcosa sta cambiando nel mondo. Serpeggiano venti strani che ci spingono sempre di più a guardarci con diffidenza. La tesi che sosterrò in questo articolo è che abbiamo iniziato ad odiare molto di più gli altri nella misura in cui odiamo noi stessi.

Del resto risulterebbe altrimenti inspiegabile l’accanimento che stiamo riversando costantemente verso quattro (proporzionalmente sono pochi, andate a guardarvi le statistiche) disperati che decidono di salire sui barconi mettendo in gioco le loro vite, e poco cambia che siano migranti economici o rifugiati: da qualcosa scappano.

L’argomento che mi interessa veramente affrontare è perché noi scappiamo da noi stessi. Scappiamo da ogni legame di fratellanza o di vicinanza verso la nostra stessa specie, indulgiamo di più nel mettere il cappotto al cane, magari pure di marca, al posto di metterlo a un nostro simile, che è simile in tutto: organi interni, dentatura, sguardo, labbra, mani, ogni tanto differisce solo per il colore della pelle, ma credo che lì sia solo una questione di melanina.

Riusciamo a dare amore incondizionato ai nostri “simili” o a ciò che percepiamo come tali, compresi i nostri affetti animali, che comprendo, ma non giustifico. Avendo due gatti capisco bene che ci si possa pure affezionare, ma ciò non giustifica un dato fortemente inquietante: stiamo forse diventando tutti schizofrenici? Credo e spero proprio di no, considerato che la matrice della schizofrenia (dal greco schizein σχίζειν, “dividere” e phrēn φρήν, genitivo φρενός, “mente”) è sostanzialmente una «dissociazione come limitazione, distorsione o perdita dei comuni nessi associativi nello svolgimento logico del pensiero»1 che riguarda anche il comportamento verso gli altri. Il punto vero è che ormai tale dissociazione rischia di insinuarsi nel nostro selettivo modo di essere, cioè nella capacità di riconoscere anche i nostri simili come tali e noi come specie.

Come siamo arrivati a questo punto?

Come abbiamo potuto, nonostante le nostre radici cristiane, dimenticarci di noi stessi?

L’Europa cristiana che vorremmo contrapporre ad altri modelli si basa sul Vangelo, cioè un racconto dove si intrecciano volti, storie, la potenza e la fragilità degli incontri. C’è un luogo che Gesù predilige per i suoi incontri: la tavola. Vi si siede insieme con le persone più diverse, con puri e impuri, con amici e perfino con gli avversari. Ed è in quegli incontri nelle case, intorno al cibo e al vino, che Gesù propone sogni di futuro, immagini di Dio e di un mondo nuovo dove l’umanità sia più forte e numerosa che in qualsiasi altro luogo.

Se apriste il Vangelo invece di giurarci sopra vi accorgereste che la tavola non è per l’alimentazione, ma per la condivisione, quella vera. L’evangelizzazione stessa passa da quello strumento lì: la convivialità, lo stare insieme, il sedersi gli uni accanto agli altri. Secondo qualche autore il 50% del Vangelo di Luca si svolge intorno alla tavola (così sostiene J. Tolentino Mendonça2). La tavola in questo caso non è solo luogo di approvvigionamento di sostanze nutritive, ma luogo privilegiato per gli incontri, incontri che hanno il sapore buono dell’amicizia.

Seduti alla stessa tavola noi ci nutriamo di cibo, ma soprattutto ci alimentiamo gli uni gli altri, della presenza degli altri. La tavola comune è una invenzione antropologica fondamentale che ha come obiettivo le relazioni, non la nutrizione, il dare spazio a quegli incontri che costruiscono la nostra identità. Tutti abbiamo bisogno di essere curati e custoditi nelle nostre differenze, ma senza la relazione con l’altro da noi non abbiamo speranza salvo la prigionia inarrestabile delle nostre convinzioni. Senza turbamento non sussiste nemmeno il concetto stesso di normalità. Senza dialettica, senza confronto, non esiste il movimento: tutto resta fermo, statico e inerte.

Alla fine resteremo soli, carichi delle nostre invidie, in un mondo che diventerà sempre più piccolo − e forse meno significante, più semplice − ma meno stimolante.

Odiamo il prossimo ma dimentichiamo che l’amicizia di Gesù è quella che accoglie tutti prima della loro stessa conversione; un modo di essere che non cerca seguaci, ma gente che stia con lui. Forse qualcuno si convertirà, forse nessuno. Ma Gesù non fa calcoli di questo genere. Il suo sguardo non si posa sulla dignità o meno delle persone, sulla loro fedina penale, sulla purezza rituale, sul colore della loro pelle. La forza dell’Occidente e delle sue origini cristiane è quella di scavalcare le norme e le clausole acquisite, raggiungendo davvero l’essenza della “creatura”, del suo bisogno e della sua povertà, della sua strutturale imperfezione.

La forza dell’Occidente è che non si avvicina alle persone con una griglia di classificazioni morali ma offre un’amicizia che abbraccia l’imperfezione; mostra il suo bisogno nativo, divino, di abbracciare l’imperfezione di questa esistenza.

L’amore è esigente, bruciante; l’amicizia è benevola e indulgente. E poter tornare a parlare di amicizia tra i popoli al posto dell’odio imperante di questi tempi ha un vantaggio enorme; amore e passione di unirsi, irruenza di fusione. L’amicizia cammina per la via umile della gratuità, abbraccia l’imperfezione, prende tempo, ammette che un rapporto possa essere strutturalmente imperfetto. La vita è così: una relazione con l’Altro da noi reale e imperfetto.

Una delle particolarità del Vangelo di Luca è di raccontarci ben tre incontri di Gesù ospite alla tavola dei farisei: «Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.» (7,36); «Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola.» (11,37); «Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.» (14,1).

Tutto parte da un invito, da un gesto di rispetto, di attenzione, forse nei confronti del giovane rabbi o forse nel riconoscimento che tutti siamo stati bambini, che tutti in un certo modo siamo uguali e viviamo e conviviamo ogni giorno con le nostre imperfezioni. Odiamo gli altri perché sono poveri, miserabili, fragili senza accorgerci che odiamo in loro esattamente quello che siamo noi stessi. Odiamo noi stessi come odiamo gli altri.

 

Matteo Montagner

 

NOTE
1. U. Galimberti, Dizionario di Psicologia, UTET, Torino, 2008, p. 835.
2. José Tolentino Calaça de Mendonça è un arcivescovo cattolico, teologo e poeta portoghese; dal 26 giugno 2018 arcivescovo titolare di Suava.

[Credit Tobi Oluremi]

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Nel regno della fantasia: Monica Monachesi sulla mostra di Sarmede

Anche quest’anno Sarmede, piccolo, piccolissimo comune della marca trevigiana, diventa per i mesi autunnali polo della fantasia, dell’illustrazione e dell’immaginazione, popolandosi di artisti internazionali, autori, poeti, atelieristi e narratori, ma anche di visitatori sognatori. Tutto questo grazie alla Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia Le immagini della Fantasia, giunta alla sua 35esima edizione.

Questa annuale magia è resa possibile dalla Fondazione Štěpán Zavřel e oggi chiediamo alla sua curatrice, la dottoressa Monica Monachesi, di condividere con noi alcune riflessioni da cui è scaturita questa mostra e tutte le attività che nei prossimi mesi coloreranno l’iniziativa.

 

La fantasia e l’immaginazione superano ogni confine geografico e storico, ma vanno anche oltre l’età anagrafica. Se questo ci unisce alle persone del presente, passato e futuro e di tutti i popoli, si riscontrano delle diversità culturali nella grammatica dell’illustrazione e del racconto nei vari paesi?

Le rispondo subito così: imprevedibile e stupefacente è l’esito dell’osservazione che ogni anno si conduce sul mondo dell’illustrazione. Questo mondo bellissimo, che ogni volta ci sorprende, è fatto di racconti, è fatto di parole che ci avvicinano, ci dispongono all’ascolto e fanno bene all’anima di grandi e piccoli, qualcosa di cui oggi abbiamo bisogno più che mai. Parole per stare bene dentro e con gli altri. Parole pacificatrici, anche quando generano piccole necessarie rivoluzioni. Io credo che sia proprio questa la chiave di tutto il lavoro che la Fondazione svolge ogni anno attraverso la Mostra: diffondere con gioia racconti dal mondo e per il mondo.
Dare spazio, dare voce a belle storie, far sapere e condividere che la bellezza esiste e fa bene, condividere la consapevolezza rasserenante che, su un foglio prima bianco, su un pezzetto di carta, l’uomo sa creare universi meravigliosi che prima non esistevano, l’uomo sa fare l’impossibile, sa realizzare anche l’utopia; questo si fa attraverso la Mostra.

Poi ognuno può leggerla a modo suo, e questo è l’altro aspetto che dà un risvolto universale e di grande libertà a questo lavoro. Come ogni volta capita per qualsiasi libro, anche la Mostra vive pienamente e in modo sempre diverso in relazione al suo lettore/visitatore. Si tratta di una passeggiata attraverso il libro illustrato, immancabilmente completata dall’interiorità di chi, passo dopo passo, osserva e legge.
Bellissimo, no?

Per questo motivo ogni scelta è fatta con grande attenzione, mettendosi in ascolto del lavoro sviluppato da autori e editori di tanti Paesi. Ascoltiamo e poi organizziamo i contenuti che riguardano l’illustrazione in tre modi diversi: una mostra personale per raccontare il lavoro di un ospite d’onore con cui lavoriamo per quasi un anno, una mostra collettiva per portare lo sguardo sull’editoria internazionale attraverso 30 libri, una mostra tematica, sulla cultura particolare di un Paese o di un’area geografica vista attraverso l’albo illustrato.

 

In particolare quest’anno proponete un’ “immersione” nel mondo un po’ strano ed estremamente interessante del Giappone. Che cosa ci può raccontare in proposito?

Al ritmo di parole come Mukashi Mukashi che vuol dire c’era una volta, nella musicale lingua giapponese e attraverso tre progetti  – anzi quattro – concepiti appositamente per la Mostra, Le immagini della fantasia apre percorsi dedicati all’immaginario di questa straordinaria cultura che ci ha investiti con tutto il suo fascino millenario.
Alla poesia Haiku, fiore della poesia giapponese è dedicata un’antologia di Bashō e Issa, illustrata dagli allievi della Scuola Internazionale di Illustrazione (con le docenti Mara Cozzolino e Linda Wolfsgruber);
alle fiabe tradizionali giapponesi è dedicato il 13° albo della collana Le immagini della fantasia che si intitola appunto Mukashi Mukashi, c’era una volta, in Giappone; alle più terrificanti figure dell’immaginario è infine dedicato un gioco, il Memory Yōkai, mostri e spiriti giapponesi.
Tutti questi progetti sono stati ideati e curati in modo da creare un dialogo genuino con la cultura giapponese, per sillabare assieme a Bashō e Issa immagini del trascendente percepito in attimi di contemplazione del mondo terreno; per rinarrare, attraverso la scrittura di una grande autrice come Giusi Quarenghi, le fiabe più amate dai bambini giapponesi, con piccoli eroi che cambiano il mondo; e per giocare a conoscere quali forme sono state date a paure ancestrali e recenti, disegnate per noi da sei artisti giapponesi, stampate in serigrafia in Italia, confezionate con grande cura e raccontate in un libriccino cucito a mano.

img-intervista-monica-monachesi_la-chiave-di-sophiaPerò ho scritto sopra: – anzi quattro – , perché raggiungiamo il Giappone anche passando attraverso uno specialissimo Torii (portale che si trova davanti ai tempi shintoisti) preparato dall’ospite d’onore Philip Giordano, che ha vissuto sette anni a Tokyo e anni fa passò da Sàrmede per frequentare i corsi estivi come allievo molto emergente. Varcata la soglia che separa il mondo reale da quello immaginario, nella sua mostra Storie dall’Arcipelago sottosopra, l’illustratore si racconta con testi inediti che collegano il bambino Philip al disegnatore/autore di oggi e che ci fanno conoscere alcune delle più belle fiabe giapponesi, come Oshirasama, Urashima Taro, La principessa splendente, confermandoci la passione di Giordano per i lungomentraggi di Miyazake (Nausicaa nella valle del vento, Principessa Mononoke e altri) e dando forti motivazioni alla presenza dell’elemento del viaggio nei suoi ultimi albi illustrati da lui firmati come autore unico.

Riguardo al Giappone c’è anche un quinto punto, anche se non nato appositamente per noi, ma presente nel Panorama dell’albo illustrato: sono presenti in Mostra, nella sezione collettiva, anche cinque illustratori a rappresentare questo ricchissimo mondo con albi tra di loro molto differenti: dagli esilaranti e deliziosi  menu di Yocci a due libri nati in Francia grazie ad un ‘crogiolo italo-nipponico’, come lo ha chiamato l’autore italiano Gabriele Rebagliati che ha visto pubblicati in Francia due suoi racconti illustrati di giapponesi Susumu Fujimoto e Michico Watanabe (Le panier à pique-nique e Tout une vie pour apprendre), fino ad un silent molto giapponese in cui il confine tra mondo animale/naturale e quello umano fluttua o neppure esiste: La visite di Junko Nakamura; e infine altro libro in cui si coglie tutta la speciale relazione con gli oggetti d’uso quotidiano sentita in Giappone: il delicatissimo e toccante  Botan –chan  di Chiaki Okada – lo sapete che per i giapponesi dopo 100 anni gli oggetti d’uso acquistano un’anima? Meglio trattarli bene!

 

In quale senso intendete il libro illustrato, che è uno dei protagonisti della vostra mostra, come “strumento di conoscenza e veicolo di bellezza”?

Forse in parte ho già risposto, ma bene riprendere questo punto. La letteratura è forma di meravigliosa conoscenza dell’umano, e un libro illustrato, nel suo specifico di piccolo grande spazio letterario con immagini rivolto soprattutto ai bambini, ha una valenza pedagogica che Stepan Zavrel vide chiaramente 35 anni fa e coinvolse altri entusiasti estimatori dell’illustrazione, oggi strutturati nella Fondazione Štěpán Zavřel, a costruire un appuntamento che sembrava impossibile, all’insegna della meraviglia. Che cosa voglio dire? Un libro illustrato ha molto a che fare con altre arti, ha molte similitudini con uno spettacolo teatrale, è in qualche modo come uno spazio scenico: davanti ai nostri occhi si muovono personaggi, entriamo in mondi anche lontanissimi lì raffigurati. Mentre guardiamo tutto è possibile e in quel momento siamo ben predisposti alla conoscenza, desideriamo ascoltare ancora e ancora, sono attimi bellissimi che spesso si svolgono anche consolidando relazioni preziose: tra genitori e figli, con altre persone care, a scuola, tra amici. E si diventa più capaci di esprimersi a propria volta frequentando il libro illustrato che ci offre linguaggi su linguaggi, e che cosa c’è di più importante al mondo della capacità di esprimere pienamente se stessi?  Si potrebbe rispondere: “ascoltare gli altri!” e leggendo avviene proprio tutto questo!

 

Altro tema indagato e che da sempre è un filo conduttore delle attività della Fondazione Štĕpán Zavřel e della mostra Le immagini della fantasia è quello della migrazione, un fenomeno quanto mai attuale e generatore di riflessioni. In che modo il vostro festival riflette su tale argomento?

L’immagine del viaggio è usata spesso per raccontare la mostra e a volte rischia di divenire scontata, un semplice ‘volo della fantasia’ di Paese in Paese.
Prendiamo però molto sul serio la fantasia, come risorsa irrinunciabile dell’essere umano, e l’immaginazione da tenere sempre allenata, per aprire strade inattese, e crediamo che nella conoscenza reciproca ci sia molta speranza. Ogni anno raccontiamo ai più piccoli le fiabe dal mondo, per la vocazione di scambio culturale che la mostra ha da sempre e sempre più cerchiamo il dialogo genuino con il Paese ospite, con la sua cultura e con chi la racconta.
Mai come quest’anno in questa edizione il viaggio è esperienza di vita che la letteratura e l’arte visiva trasformano e mettono a disposizione come esperienza estetica e, di conseguenza, etica. Anche nella personale dedicata a Philip Giordano, ospite d’onore dell’anno – di madre filippina che lasciò il suo Paese e padre svizzero – si può leggere il medesimo tema. Questo autore nato e cresciuto in Italia si muove tra Occidente e Oriente e pone nei suoi picture book una tensione serena, piena di speranza e il suo disegno è un mezzo per stare al mondo, per resistere, per rispecchiarsi.

img2-intervista-monica-monachesi_la-chiave-di-sophiaInoltre, in questa 35esima edizione, c’è un gruppo di cinque libri più una piccola esposizione che arriva dal Cile, un punto in cui fare una sosta di riflessione: Pianeta Migrante.
Il fenomeno della migrazione è planetario, non esiste un luogo della Terra che non ne sia interessato. Le illustrazioni di Amélie Fontaine raffigurano persone, cose, strade, recinzioni, muri, ma soprattutto il libro comincia con una domanda: Che cos’è un migrante?

In mostra questo sfaccettato argomento prende luce in modi diversi per raggiungere lettori delle età più varie. Dal ritratto spietato di ciò che accade in mare, e in terra, dipinto da Armin Greder in Mediterraneo, alla rivisitazione moderna del classico di De Amicis Dagli Appennini alle Ande (illustrato da Francesco Chiacchio) che cambia la rotta e diventa Dall’Atlante agli Appennini, fino a Guridi che dall’Andalusia fa nascere un vero e proprio libro dalla suggestione del tema propostogli dalla Mostra e racconta la storia di un bambino che dovendo partire, non si rassegna a lasciare la sua balena rossa, vuole metterla in valigia (Como meter una ballena en la malleta). Il libro parla della forza delle risorse interiori, della creatività che diventa vitale, nella crisi, per la sopravvivenza.

E poi dal Cile arriva una processione di figurine in viaggio, anche loro in valigia, di Francisca Yañez. La parete è brulicante di piccole figure di carta, che sembrano volare, sono in cammino incessante, si muovono piedi, valigie, pensieri, ricordi. Ci sono sguardi da incrociare, vite da immaginare, occhi da ascoltare nel silenzio di un flusso che, mentre osserviamo la mostra, esiste davvero, in più di un luogo, nel nostro pianeta. Al centro ci sono pagine di passaporto che raccontano una storia: quella di Francisca esule dal Cile dittatoriale che con la sua famiglia scappa in Europa negli anni Settanta. Un racconto di chi al viaggio è costretto, di chi cerca di portare con sé un pezzetto di qualcosa, il sapore di un cibo, il profumo di un fiore, la gioia di un gioco.
Figurine di carta che, fatte quasi di niente, nella loro vulnerabilità insistono a raccontare le loro storie per creare empatia e consapevolezza, per cominciare a immaginare un pianeta solidale. Assieme ai Bambini Francisca parla e riflette e poi crea altre figurine: un laboratorio fatto di materiali semplici, ripetibile ovunque, con poco, come la mostra stessa, fatta per poter viaggiare più possibile.

 

Delle proposte culturali del festival ammiro molto i laboratori, che sono aperti a tutte le età: calligrafia, xilografia, acquerello. Quale valore hanno per voi questi laboratori? Per quale motivo la sola contemplazione di un’opera d’arte non è sufficiente?

La sola contemplazione è molto importante e non è affatto messa in discussione, ma semmai confermata da attività didattiche che creano esperienze attorno ai contenuti della mostra. 
Quest’anno abbiamo per esempio proposto la xilografia giapponese e credo che il corso abbia dato la possibilità di un’esperienza molto profonda, un vero viaggio nel tempo assieme a Mara Cozzolino che si reca continuamente in Giappone per specializzarsi sempre di più e per conoscere strumenti e materiali di antichissima tradizione che ancora oggi sopravvivono e danno nuovi frutti.

La parola contemplare che lei ha usato ci porta poi in qualche modo nella sfera dello spazio interiore, e questo mi piace molto. Si contempla per concentrarsi, per raggiungere… i bambini sanno farlo molto meglio di noi adulti ed è una forma di ascolto attento che va stimolata è una forma anche di nutrimento, nel nostro caso di contenuti visuali e narrativi, bene farne scorpacciate perché coltivare la bellezza nella vita è fondamentale non solo per il singolo ma per l’intera comunità.
Inoltre il disegno è strettamente collegato alla contemplazione, nel senso che le immagini che si possono contemplare in mostra derivano certamente a loro volta da numerose e attente contemplazioni da cui discende il fare artistico. Un collegamento necessario tra fare e vedere che mette in circolo energia creativa e fa anche incontrare tante persona che condividono passioni e desideri che a volte possono sembrare folli, visti uno ad uno, invece insieme si ritrova anche maggior determinazione a perseverare. I corsi possono essere vere fonti di nuove progettualità.

 

Che cosa sperate si portino a casa i bambini dall’esperienza delle vostre mostre, incontri, letture e laboratori? E gli adulti invece?

Curiosità, entusiasmo, immaginazione stuzzicata, pensiero portato lontano, la voglia incessante di scoprire che cosa c’è da ascoltare tra le pagine, la consapevolezza che ognuno di noi è speciale e può, con impegno, saper dire gran belle cose.
Amore per l’impegno, per l’applicarsi, per il riuscire a fare capolavori.
Amore per la poesia, per l’arte, per cose che se perdessero il loro valore, sarebbe perduto il mondo.
Vorremmo contagiare tutti, riempire le teste di bei pensieri, di sogni, di speranza, perché al mondo ci sono davvero molte belle umanità.

 

L’inaugurazione ha avuto luogo sabato 21 ottobre alla Casa della Fantasia a Sarmede e le attività arriveranno a conclusione il 28 gennaio 2018. Vi rimandiamo al sito della Mostra per maggiori informazioni, invitandovi caldamente a prendere parte a questa meravigliosa manifestazione.

Buona fantasia!

 

Giorgia Favero

Incroci letterari a Venezia: un festival per l’incontro culturale

Anche quest’anno si è svolto a Venezia, dal 29 marzo al 1 aprile, Incroci di civiltà, il consueto festival internazionale di letteratura promosso dall’Università Ca’ Foscari, dal Comune e dalla Fondazione di Venezia, con la partnership di Marsilio, di Fondazione Musei Civici Venezia e di Bauer Venezia.

Come ogni anno, Incroci di civiltà ha aperto le porte a moltissimi scrittori provenienti da tutto il mondo: dalle firme più prestigiose, come l’israeliano Abraham B. Yehoshua e lo statunitense Michael Chabon (premio Pulitzer nel 2001), alle nuove speranze quali Jonas Hassen Khemiri, il giovane talento proveniente dalla Svezia, e l’argentina Mariana Enriquez (vincitrice del premio Bauer Giovani).

Oltre a incrociare, per l’appunto, culture, lingue e stili narrativi, il festival è stato ospitato in varie strutture veneziane e mestrine. Fra queste si ricorda la splendida Fondazione Querini Stampalia, il Fondaco dei Tedeschi da poco restaurato e l’auditorium di Santa Margherita, splendide cornici per un festival in grado di abbracciare ogni angolo della città entrandone in armonia attraverso la forza della letteratura.

A presentare la manifestazione, che quest’anno festeggia il suo primo e personalissimo anniversario decennale, ci hanno pensato la vicesindaco di Venezia Luciana Colle, il rettore di Ca’ Foscari Michele Bugliesi, il prorettore alle Attività e Rapporti culturali Flavio Gregori, la direttrice del Festival Pia Masiero e il direttore della Fondazione di Venezia Giovanni Dell’Olivo.

«Nascono molti festival – ha esordito Colle – ma pochi arrivano all’importante traguardo della decima edizione raggiunto da Incroci di civiltà. Un graditissimo appuntamento culturale il cui successo cresce ogni anno grazie alla capacità di rinnovarsi, pur rimanendo nel solco di quella tradizione che da sempre ha visto Venezia come luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Gli scrittori di tutto il mondo che parteciperanno a questo prestigioso festival onoreranno con la loro presenza e le loro opere l’intera città, orgogliosa di riscoprirsi elemento vitale del panorama letterario nazionale e internazionale».

Per concludere, non occorre neanche sottolineare la grande affluenza di pubblico che si è dimostrato, come ogni anno, estremamente interessato alle voci internazionali della letteratura. Un successo, dunque, che incentiva le istituzioni veneziane a pensare già a Incroci di Civiltà 2018.

Marco Donadon

L’arte vista dal vero: distanze tra oggetto e rappresentazione

Negli ultimi anni mi è capitato numerosissime volte di parlare con amici o conoscenti di opere d’arte studiate o viste in un qualche documentario e di constatare come troppo spesso si tenda a dare dei giudizi in merito senza aver visto l’opera in questione dal vero, e senza aver quindi vissuto in prima persona l’esperienza di percorrere un dato spazio architettonico o di essersi avvicinati a osservare nel dettaglio un dipinto o una scultura.

Sembrerà una questione di secondaria importanza, ma quella del vedere le opere d’arte dal vero è a mio parere una condizione necessaria non solo per giudicare un’opera, ma anche per poter affermare di conoscerla. Verrebbe a questo punto da pensare che qui si stia esagerando: che differenza c’è tra vedere un quadro dal vero e vederlo in una fotografia in altissima definizione, che ne enfatizza i colori e permette di analizzare perfettamente il manufatto?

La differenza c’è, e può essere enorme. Anche in senso negativo: quante volte vi sarà capitato di avere aspettative elevatissime per un’opera che poi si è dimostrata “deludente”? Questo è quello che accade, per esempio, ogni volta che qualcuno mi racconta di essersi recato al Museo del Louvre e di aver visto la Gioconda: “Ma è piccola!”. Tutti commentano così, facendo spesso trapelare un certo senso di disprezzo (che va oltre la delusione). Tuttavia, “bella” o “brutta” che sia, per conoscere un’opera bisogna incontrarla, bisogna sperimentarne in prima persona la visione: esattamente come accade per le persone, non si conosce un individuo solo avendolo visto in fotografia. Perché, bisogna ricordarlo, l’arte non è solo concetto o contenuto, ma anche (e direi soprattutto) materia, e in quanto materia presenta delle caratteristiche (talvolta definite “difetti”) che dalle immagini fotografiche non emergono.

E così ecco delinearsi una serie di elementi che dalle immagini (e nemmeno dai video) non è facile captare: le dimensioni (in particolare in riferimento a uno spazio architettonico), i colori, i particolari più remoti, e soprattutto la luce e la sua distribuzione in un ambiente o su una superficie. Tutti questi elementi contribuiscono e definire di fatto la qualità visiva di un manufatto, e se non sono percepibili (o lo sono solo in parte) il manufatto non può essere valutato oggettivamente.

Per quanto riguarda la mia personale esperienza, sono stati moltissimi i casi in cui mi sono ritrovato davanti a un’opera d’arte diversa da quella che avevo conosciuto nei libri, cosa che il più delle volte non ha pregiudicato la mia opinione sull’opera medesima ma quasi sempre ha cambiato completamente il mio modo di considerarla. Così, per esempio, la famosa Maschera di Agamennone del Museo Archeologico Nazionale di Atene non è una piatta lamina d’oro lavorata, ma è piegata e modellata sulle forme del volto del defunto (cosa ovvia? Provate a guardarne un’immagine e vedrete che sembra piatta in tutto tranne il naso); la Nascita di Venere di Botticelli non ha i colori smaglianti che sembra avere nelle foto; il decantato specchio sullo sfondo dei Coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck inizia improvvisamente a dare ragione ai libri che affermano (e si limitano ad affermare) che esso riflette perfettamente l’ambiente visibile; la Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini è dipinta su tavola, e non ci sono dubbi, perché basta vederla dal vero per intuire la diverse tavole che la costituiscono; i quadri di Pollock (e di molti altri artisti del Novecento) presentano pennellate dense e pastose che solo se viste dal vero rivelano veri e propri grumi di colore sulla superficie; il bassorilievo con il Banchetto di Erode di Donatello solo dal vero manifesta il raffinato studio prospettico molto lodato dagli insegnanti ma appena mediocre se visto in foto; e, ancora una volta, solo dal vero i grandi saloni decorati di alcuni palazzi storici sanno impressionare il visitatore, comunicando a chi li osserva tutta la loro ricchezza e la munificenza dei committenti che li hanno fatti realizzare.

Non è dunque una questione secondaria quella di recarsi nei luoghi che hanno fatto la storia dell’arte o che contengono capolavori della nostra civiltà. Anzi, dovrebbe essere un obbligo per tutti coloro che l’arte la studiano o la apprezzano particolarmente. Solo così, infatti, si può apprezzare totalmente un’opera d’arte, con la quale si deve interagire per creare un rapporto di comunicazione visiva ed emotiva che ci metta in contatto con il manufatto reale così come pensato e creato dall’artista, e a noi tramandato da tempi spesso remoti che rappresentano un tassello indispensabile della nostra cultura.

 

Luca Sperandio

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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