Spotlight: un caso che merita l’Oscar

Diciamolo subito: quest’anno la notte degli Oscar si preannuncia come un evento al di sotto delle tradizionali aspettative. Certo, c’è attesa per la vittoria (ormai certa) di Leonardo DiCaprio, ma tra i film in gara è davvero difficile trovare una grande pellicola, capace di distinguersi nettamente dalle altre, sbaragliando la concorrenza. I candidati sono tutti validi, ma sembrano destinati a regalare poche sorprese durante la serata delle premiazioni. Mad Max – Fury Road, da un punto di vista estetico e cinematografico, è il migliore tra i dieci selezionati dell’Academy, ma il vincitore potrebbe essere (un po’ a sorpresa) un film allo stesso tempo classico e coraggioso: Il caso Spotlight.

Dimenticatevi il cinema inteso come arte. Nell’opera di Tom McCarthy non troverete i piani sequenza del virtuoso Alejandro González Iñárritu e nemmeno la grande estetica tipica della filmografia di George Miller. Scordatevi l’azione e i colpi di scena tipici dei legal-thriller o dei film polizieschi. Il caso Spotlight non è nulla di tutto ciò. Non è un film che vi terrà incollati alla sedia, non vi regalerà una messa in scena indimenticabile e vi racconterà una storia che vi farà sentire molto a disagio. Nonostante questo però è l’opera che, più di molte altre, merita di vincere l’Oscar come miglior film. I motivi sono diversi: Spotlight è un film solido, costruito su un’ottima sceneggiatura che riporta alla luce un tema scottante come quello della pedofilia nella Chiesa cattolica, in un periodo in cui la nostra contemporaneità è segnata dal complesso dibattito sulle unioni civili. Spotlight non costruisce storie inventate, ma si serve della finzione scenica per raccontare la realtà. Il film di McCarthy è una lucida e quasi documentaristica ricostruzione della realtà dei fatti che nel 2002 portarono alla scoperta di uno dei più grossi casi di pedofilia al Mondo per merito della redazione del Boston Globe. Spotlight non giudica mai i protagonisti della sua storia, ne rimane oggettivamente distaccato e con una visione giornalistica racconta in modo preciso e dettagliato la sua versione dei fatti.

La regia, studiata e precisa, lavora qui per sottrazione quasi a voler scomparire per focalizzare tutta l’attenzione sulla vicenda narrata. Lodevole l’intero cast (Mark Ruffalo e Stanley Tucci su tutti) che si mette al servizio dei fatti, interpretandoli con accorato sentimento, senza eccessi o manierismi di alcun tipo. Il modello di riferimento è l’inarrivabile Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, primo esempio di cinema-giornalistico capace di raccontare la verità attraverso la finzione. Spotlight deve molto a un film come quello, ma allo stesso tempo riesce a superarne l’eredità, basandosi sulla potenza della trama e sull’inconfutabilità delle prove portate alla luce sul grande schermo. Uno scoop cinematografico in piena regola che merita di veder riconosciuto il suo valore. Nel 1977 il film di Pakula si portò a casa ben quattro premi Oscar. Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, non sarebbe immeritato dare la statuetta a un film, magari non perfetto o esaltante, capace però di ricordarci quanto sia importante ricercare e divulgare la verità delle cose.

Alvise Wollner

Nella testa di una jihadista – Anna Erelle

“Fratelli del mondo intero, lancio la fatwa contro questo essere impuro che si è preso gioco dell’Onnipotente. Se la vedete, ovunque siate, rispettate le leggi islamiche e uccidetela. A condizione che la sua morte sia lenta e dolorosa. Chi si fa beffe dell’Islam ne pagherà le conseguenze col sangue. Essa è più impura di un cane, violentatela, lapidatela, finitela. Insciallah”.

Leggo la fatwa lanciata da Abu Bilel verso Anne Erelle nel luglio 2014 e sento pervadere il mio corpo da brividi di orrore e al tempo stesso da una repulsione che contengo a fatica.

Famosa giornalista d’inchiesta francese, Anne Erelle si è sempre definita interessata all’indagine sui comportamenti devianti; poco importava quale ne fosse l’origine, la sua ricerca è sempre andata ben oltre i fatti, cercando di cogliere i motivi per cui i destini di moltissime giovani fossero fatalmente caduti in trappola. E’ fenomeno estremamente attuale quello che vede protagoniste le adolescenti europee: vengono reclutate tramite internet per scappare dai loro paesi d’origine e dirigersi in Siria ed affrontare la guerra santa per lo Stato Islamico. E’ molto forte il proselitismo jihadista, non ha nulla a che fare coi metodi più vecchi: la “Jihad 2.0” è efficace, moderna, accattivante.

La vicenda riportata in “Nella testa di una jihadista” ha inizio nel marzo 2014. La giornalista d’inchiesta francese Anne Erelle, durante una delle sue indagini, entra in contatto attraverso un profilo fake in cui si fa chiamare Melanie con Abu Bilel, importante mujahiddin di origine europea. L’uomo si invaghisce della ragazza già dai primi scambi di messaggi, ritrovando in lei un bersaglio ideale per il reclutamento di giovani convertite, e in meno di ventiquattro ore le chiede già di incontrarsi su Skype, offrendole un matrimonio e un futuro in cui poter combattere per uccidere gli infedeli, per contribuire alla trasformazione dell’Islam in unico sovrano mondiale.

Un uomo che chiede a Melanie del profumo che porta e al tempo stesso esalta i suoi luoghi di battaglia in cui si vede ancora il sangue dei corpi uccisi.

E’ un lavoro duro quello di uccidere gli infedeli, mica sono in un villaggio turistico“: così afferma con fierezza, rimarcando tratti di fanatismo che non rendono giustizia all’umanità, che offendono il concetto stesso di vita per qualsiasi religione o culto che meriti di chiamarsi tale.

Dopo settimane di chat, Anne Erelle e la sua sete di indagine la portano ad accettare la proposta di matrimonio di Abu Libel e a dirigersi in Siria: al confine viene però scoperta e costretta a tornare immediatamente in Francia. Su di lei viene lanciata la fatwa mortale, un esito che la porta ad essere costretta a vivere sotto copertura e falso nome, nascosta per sopravvivere.

E’ una storia di coraggio ed indagine, è un diario di lotta e determinazione. Una donna che lotta per comprendere un fenomeno che è ancora troppo distante dalle nostre concezioni, pur avvicinandosi a noi sempre più pericolosamente. Cosa affascina le giovani donne che lasciano famiglie, parenti e amici per una vita ad estremo contatto con la violenza in cui alternano continuamente gli status di vittime sottomesse e carnefici spietati?

E’ un meccanismo complicato ed avvincente quello degli jihadisti, che considerano più facile conquistare l’Occidente avvicinandosi alle donne, perché il sesso più debole ed influenzabile.

“Voi donne europee siete maltrattate e considerate oggetti. Gli uomini vi esibiscono al loro fianco come un trofeo. E’ necessario che l’IS raggiunga il maggior numero di persone, ma prima di tutto quelle più maltrattate, come le donne”.

Abu Libel offre a Melanie la salvezza, sembra volerla portare via da un mondo che non la considera abbastanza. Abbastanza importante. Abbastanza persona. Abbastanza donna. Le prospetta importanza, ma al tempo stesso il suo tono non è soltanto autorevole, ma piuttosto autoritario. Un’autorità che non lascia dubbi sulla differenza tra oggettività o soggettività di una donna. Un’autorità che affascina troppe donne indifese, perché alla ricerca di considerazione. Un’autorità che preoccupa le donne che lottano ogni giorno per essere considerati tali. Un’autorità sfrontata, che non conosce limiti e riserve.

L’esperienza di Anne Erelle è quella di una donna che lotta per le donne. E’ quella di una passione talmente forte da mettere a rischio la propria vita. E’ quella di chi ha talmente tanto coraggio da poter rinunciare alle paure più comuni e giustificate. Un diario d’inchiesta da leggere d’un fiato per aprire gli occhi su una realtà terribilmente in prospettiva e – ancor prima di tutto – per raccontare una storia di coraggio.

“La storia dell’Uomo è anzitutto e soprattutto una storia di coraggio: la prova che senza il coraggio non fai nulla, che se non hai coraggio nemmeno l’intelligenza ti serve”. Oriana Fallaci

Cecilia Coletta

[immagini tratte da Google Immagini]