Pensiero laterale: perché applicarlo alla quotidianità

Non sempre per la risoluzione di una problematica è vantaggioso insistere sulla medesima soluzione. È più probabile che quella determinata situazione richieda un cambiamento di prospettiva; quello stesso movimento che Socrate auspicava per i suoi concittadini. È questa prospettiva alternativa ciò che Edward De Bono definì nel 1967 come pensiero laterale. Il concetto alla base del pensiero laterale è proprio l’idea secondo cui, per ciascun problema, sia sempre possibile individuare diverse soluzioni; alcune di queste emergono solo nel momento in cui si esuli da ciò che inizialmente appariva come l’unico percorso possibile e si inizi a cercare elementi, intuizioni e spunti fuori dal dominio di conoscenze secolari e dalla rigida catena logica. 

Nel corso dell’esistenza ogni essere umano si è trovato almeno una volta in un momento di crisi. Questo provoca solitamente un circolo vizioso dovuto a un pensiero statico, ripetitivo, capace di vedere e affrontare la situazione da un unico punto di vista. Per lo psicologo maltese De Bono, è possibile imparare a pensare in modo diverso per evitare questi loop, proprio attraverso la capacità umana del pensiero laterale. Il pensiero laterale, di natura intuitiva, è differente rispetto a quello verticale, ovvero a quella tipologia di pensiero logica e consequenziale, da sempre l’unica degna di considerazione. A volte quest’ultimo ci ingabbia e non ci permette di guardare oltre la nostra visuale, interagendo in modi differenti con la realtà.
Il pensiero laterale vede con favore il volersi sottoporre a una grande quantità di stimoli. Infatti, invece di lasciare che una sola idea faccia capolino nella propria mente, l’intrecciare molti concetti ed idee eterogenei, sviluppati magari in momenti differenti, può portare allo sviluppo di idee straordinarie. Ciò richiede una ferma volontà di non escludere alcuna sfaccettatura, perché nulla è davvero fonte di disturbo. Spesso questo incrocio di binari, o l’uso arbitrario di essi, permette scoperte e sviluppi del tutto inaspettati. Come scrive De Bono: «l’ideale, per l’intelletto umano, sarebbe di diventare una casa ospitale dove ogni apporto informativo è ben accolto e possano entrare non soltanto gli ospiti invitati o interessanti, ma anche il forestiero di passaggio e l’intruso» (E. De Bono, Il pensiero laterale, 2016).

A differenza del pensiero logico, quello laterale accetta di brancolare nel buio. Accetta il caos e il non ancora definito. Lo fa in quanto esso è lo spazio in cui per eccellenza brulicano le idee e, quindi, dove risulta più facile che emerga qualcosa di nuovo. 
Qui sta la pars costruens del pensiero laterale. Esso, a differenza di quello logico, non si limita a schemi rigidamente accettati, esso aspira a nuove idee. Idee più semplici e più efficaci che si inseriscono in un orizzonte diverso, in un  nuovo ordine, migliore rispetto al precedente. Basti pensare a chi, nonostante abbia risolto un problema in modo soddisfacente, continua a sentire uno stimolo a tentare nuove strade.
Di certo il pensiero laterale si scontra con la realtà. Ovvero, una volta concepita una nuova idea, non è facile individuare chi la metta in pratica. È sotto gli occhi di tutti come il concepimento di una nuova idea sia spesso molto più entusiasmante della sua realizzazione pratica. Solitamente, l’interesse se lo accaparrano quelle idee che mostrano in se stesse l’utile che è possibile ricavare, la loro valenza pratica.
Le idee nuove, tuttavia, rischiano di andare incontro ad una prova falsata proprio perché sono nuove. Lo spirito di conservazione rende difficile staccarsi dal passato. Si è riluttanti a dar credito a nuove idee. 

La pratica di nutrire nuove idee viene solitamente riservata ai ricercatori, quasi fosse parte integrante solamente del loro lavoro. Ciò giustifica tutti gli altri a non interessarsene, a non educare la propria mente al pensiero laterale. Ma esso è utile a tutti. A tutti coloro che necessitano di idee nuove, anche nelle piccole situazioni di vita quotidiana. Tutti possono acquisire una mentalità laterale ed essa richiede pratica: non ha delle ricette o delle tecniche specifiche di applicazione, richiede piuttosto una forma mentis, non di immediata acquisizione. È infatti faticoso abbandonare una determinata impostazione per un nuovo ordine, che scardini la prima. Chi applica una mentalità laterale si occupa di cercare nuove correlazioni tra gli elementi del problema, nutrendo così uno sguardo totalmente nuovo.

La nostra contemporaneità, come le singole esistenze, ha bisogno di persone che accolgano ed allenino questa forma mentis, che non si accontentino di soluzioni prefabbricate ma lascino vagare il proprio intelletto finché non approda su isole inaspettatamente vicine e fertili.

 

Sonia Cominassi

 

[Photo credit Dollar Gill via Unsplash]

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Non aver paura di chiamarti filosofo

Ammettiamolo, quante volte ci è capitato di provare imbarazzo nel presentarsi studiosi di filosofia a causa dello stigma sociale, economico e professionale cui il ruolo del filosofo oggi è destinato? Ma soprattutto quante volte ci siamo morsi la lingua prima di chiamare filosofo qualcuno, perfino un intellettuale già formato? Effettivamente — ci si racconta spesso fra sé e sé — filosofo è una parola forte, categorica. D’altronde — ci si continua a raccontare — l’immagine ideale del filosofo-tipo prevede un uomo, piuttosto invecchiato, ma anche bianco e, com’è ovvio, morto, meglio se molto tempo fa. Ebbene, ciò che mi preme tematizzare, non è tanto rispondere all’agognata, irrisolvibile domanda del “che cos’è la filosofia?”, quanto semmai tematizzare le ragioni, più o meno implicite, per cui si ha spesso un timore reverenziale o una sottintesa sufficienza quando chiamiamo filosofo qualcuno. Perciò non tanto o soltanto “che cos’è la filosofia?”, ma anzitutto e soprattutto “chi è il filosofo?”.

Della filosofia si sono offerte nel corso dei millenni innumerevoli formulazioni. Alcune sono più estensive e inclusive, altre più restrittive e selettive. Alcune rimandano alla vita concreta e pratica, mentre altre associano la filosofia allo status di scienza prima, scienza della verità. Da Platone e Aristotele fino a Nietzsche e Wittgenstein, passando per Montaigne, Cartesio e Heidegger, ogni nome del discorso filosofico si è abbandonato in definizioni sull’essenza della filosofia. Ma come si è detto ciò che qui si vuole trattare, quasi volendo imitare la rivoluzione copernicana di Kant, non è l’oggetto della filosofia quanto il suo soggetto, la voce attraverso cui e a partire dalla quale nessuna definizione sarebbe stata possibile. È proprio una delle tante definizioni della filosofia a dirci qualcosa di essenziale sul filosofo. A tal riguardo, senza nessuna volontà di cadere nel già sentito, va infatti ricordato ciò che sia l’ateniese Platone sia il suo massimo allievo Aristotele hanno detto, facendo propria la lezione attivistica di Socrate. L’uno nel Teeteto1, l’altro nel primo libro della Metafisica2, fanno luce sulla radice meravigliosa della filosofia: essa nascerebbe dal sentimento (pathos) che l’uomo prova di fronte a ciò che non conosce, dallo stupore (thaumazein) per ciò che è sempre stato davanti ai suoi occhi e che finalmente si è aperto a scoprire. Splendido o spaventoso che sia, il meravigliarsi dell’ignoto è un processo così poco lontano dalle nostre vite comuni che capiamo bene come la filosofia sia contemporaneamente qualcosa che non rimanda a una mistica fuga dal mondo, un’evasione dalla realtà che ci circonda; ma anche qualcosa che non impone un’illustre carriera di studi, eccellenti risultati accademici, una statura intellettuale senza precedenti. Lungi da me sostenere che non c’è differenza tra il bambino che si chiede chi siamo e da dove veniamo e un esperto di logica modale, voglio piuttosto sostenere che per quanto differenti per grado, essi non differiscono per natura: le domande inconsapevolmente esistenziali del bambino condividono il medesimo approccio filosofico del logico, abbracciano entrambe l’amore per la conoscenza, sono entrambe espressioni del medesimo filoso-fare.

Parafrasando le parole di un grande pensatore del nostro tempo, Umberto Galimberti, la filosofia è, molto prima e molto più che una scienza e un sapere, un atteggiamento e un agire. La filosofia si nutre di problemi a cui è facile non si riesca mai a dare una risposta; sorge nel dialogo, sia esso un soliloquio, sia esso un acceso confronto con l’altro; consiste nell’essere curiosi e critici di sé stessi, del prossimo e del mondo, non nell’avere nozionistiche informazioni da manuale. Significa sperimentare possibilità, ragionare e imparare; semplificare per complessificare, sviscerare problemi insoluti per crearne degli altri. Significa amare sapere, scoprire, fallire; inserirsi in uno sguardo più ampio, pensarsi insieme, in relazione, chiedersi il ‘che cos’è’ o ‘cosa fa’ delle azioni osservate, compiute o esperite. Significa, in ultima istanza, sospendere il giudizio quando necessario, sentire la responsabilità dei propri gesti, avere il coraggio di dubitare. In una sola parola, la filosofia è una disposizione, una faccenda morale e non per forza una questione epistemica, un conoscere.

Perciò, considerando la filosofia come quel sentimento qual è la curiosità, da cui principia un altro sentimento, il coraggio di uscire dalla propria minorità per pensare con la propria testa, al di là di lauree, convenzioni e sofisticati argomenti; il nome ‘filosofo’ andrebbe usato molto più spesso verso chi fa filosofia e al contempo meno abusato verso chi ha in mano una semplice pergamena, sa la filosofia. Non bisogna avere paura ma anzi, bisogna avere il coraggio di dirsi filosofi, oggi più che mai.

 

Nicholas Loru

Nicholas Loru, classe 1993, nato a Cagliari ma studia a Milano. Dopo il liceo classico si laurea triennalmente in Filosofia presso l’Università degli Studi di Cagliari con una tesi su Platone e le dottrine-non-scritte, anche se attualmente sta ultimando il suo percorso specialistico presso l’Università degli Studi di Milano Statale con un lavoro sulla filosofia del gioco nella cattedra di Human and Animal Studies. I suoi temi di riferimento spaziano dalla storia della filosofia alla filosofia morale, mentre nutre grande interesse per il pensiero antico, Nietzsche, la Scuola di Francoforte e il Postmoderno. Da qualche anno gestisce un profilo Instagram e un blog dal nome “FilosoficaMente” dedicato alla divulgazione del mondo filosofico, delle sue voci e opere, nella speranza che qualcuno si innamori della conoscenza com’è capitato a lui.

NOTE:
1 Platone, Teeteto, 155d.
2 Aristotele, Metafisica, I, 982, b 12.

[Immagine tratta da Frank Vessia]

Damien Hirst e il paradigma dell’arti-star

Le buone pratiche per diventare un arti-star sono poche, ma devono essere seguite con coerenza e in modo rigoroso sin dall’inizio: costruisci il tuo marchio personale con attenzione, snobba il sistema istituzionale, diventa miliardario, alterna periodi di silenzio a grandi eventi. Stupisci, sempre.

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E su questo non si può dire niente, Mr Hirst ha stupito il suo pubblico un’altra volta. Dopo mesi di febbrile attesa, lo scorso 8 aprile a Venezia, La Fondazione Pinault ha inaugurato la totemica personale dell’artista, allestita in contemporanea nelle due sedi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Una scelta che fino ad oggi non si era mai vista.

Ma d’altronde il ritorno di Hirst, dopo quasi dieci anni di assenza dalle scene, non poteva che puntare all’eccesso. Ed infatti l’artista ci offre il privilegio di scoprire niente di meno che il più grande successo archeologico dell’ultimo decennio: il ritrovamento del tesoro della nave Apistos (che in greco significa incredibile, l’unbelievable che dà il titolo alla mostra), naufragata secoli fa nelle profondità dell’Oceano Indiano. Leggenda vuole che questo tesoro appartenesse al liberto Cif Amotan II, vissuto tra il I e il II secolo a.C. in Antiochia.

Il signor Hirst si presenta dunque come il mecenate della spedizione di archeologi che nel 2008 ha scoperto il luogo dove tale immensa ricchezza si era inabissata. Questa dunque, sarebbe la storia.

Attraverso l’esposizione l’artista ci spiega tutti i passaggi del ritrovamento, esattamente come farebbe uno storico: dallo studio alla catalogazione dei reperti, tutto è documentato da fotografie e filmati dettagliati, e le opere sono accompagnate da didascalie esplicative, proprio come in un museo d’archeologia e storia naturale. La messa in scena è precisa, chiara e coerente.

Ogni tanto però Hirst ci fa l’occhiolino: evidentemente Mikey Mouse ricoperto di alghe e coralli non può essere un reperto archeologico, né la statua del faraone con il volto di William Pharrell o Mowgli disteso sulla pancia dell’orso Baloo. Si tratta di espedienti che ci permettono di uscire dalla narrazione per riappropriarci del nostro sguardo critico − che sia solo una favola colossale?

E nel concreto danno il ritmo ad una mostra che effettivamente per la sua ridondanza e tendenza alle dimensioni esagerate, tende ad opprimere lo spettatore.

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Insomma, solo Damien Hirst poteva fare una cosa del genere, e forse proprio per riconfermare il suo essere Hirst, nel caso ci fossero dubbi: l’enfant terrible dell’arte, sempre sopra le righe e irritante per più di qualche gallerista. D’altronde per ogni arti-star è fondamentale ricamarsi addosso una propria mitologia, lavorare bene sulle aspettative, dare ogni tanto una spolverata al brand. In fondo Damien Hirst è un marchio, che ha dimostrato di essere ancora attuale individuando nello storytelling la mossa vincente per l’autopromozione.

Ma questa è solo una prima lettura del suo lavoro, e forse quella più semplice di fronte ad un artista diventato letteralmente miliardario e inseritosi nel mercato con idee efficaci, per certi versi geniali, ma che sanno tanto da escamotage.

Effettivamente il problema di essere un arti-star è che spesso la tua poetica passa in secondo piano.

Molti hanno visto in quest’ultimo lavoro dell’artista la sua capacità di rinnovarsi e di sorprendere con idee nuove. A me sembra invece tutto molto coerente, semmai scorgo un certo smussamento di un carattere indagatore più radicale, crudo e impulsivo, probabilmente dovuto alla maturità. Resta di base, e ben evidente, l’ossessione per il tempo che passa, per la deperibilità di esseri e oggetti, tra la fascinazione e la paura. Non ci troviamo più di fronte allo squalo in formaldeide da 12 milioni di dollari, oppure al teschio umano ricoperto da 8.601 diamanti purissimi. Se qui Hirst metteva in teca la morte stessa, ora con The treasures on the wreck of the unbelievable, c’è una riflessione sul valore del ricordo e la memoria, che appaiono facilmente falsificabili. Ma anche sul fascino che esercita la storia per il suo carattere immaginifico, mentre insinua sottilmente il dubbio sulla sua autenticità. Le certezze non sono così solide, e il cinismo si è addolcito, la domanda non è più cos’è la morte ma semmai cosa significa la storia: un infinita collezione di ricordi, vite passate, ricchezze inabissate, appunto.

Senza dimenticare però che Hirst è anche collezionista, e che già in precedenza si era espresso più volte su questo tema:

«Collezionare è come raccogliere oggetti portati a riva, in un posto sulla spiaggia, e quel posto sei tu. Quando poi muori tutto sarà di nuovo portato via».

Risulta quindi naturale vedere nella figura di Amotan – divenuto da schiavo signore ricchissimo – una citazione dell’artista stesso.

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L’abisso come metafora della morte e dello smarrimento del passato potrebbe essere un livello di lettura; d’altronde una riflessione sul mare che inghiotte e poi restituisce è particolarmente attuale, anche se purtroppo nelle profondità marine più spesso si ritrovano corpi che tesori.

Ma considerando quanto questa interpretazione strida con lo sfarzo e l’opulenza percepita, con il senso di autocelebrazione – sia dell’artista che del collezionista – che emerge dall’inizio alla fine dell’esposizione, mi riservo di considerarla una riflessione totalmente personale.

D’altronde è la prima regola di un arti-star: lasciare che il pubblico la pensi come vuole.

Claudia Carbonari

INFO:

Treasures from the Wreck of the Unbelievable — Palazzo Grassi, Punta della Dogana 09/04 – 03/12/2017, Venezia
Maggiori informazioni qui.

Libertà d’opinione is not diritto alla cazzata

«Quali sono i confini dell’universo?
Avrò chiuso il portoncino?
Però i confini dell’universo esistono perché non riuscirei ad immaginare l’infinito…
Sento il mio cuore battere, non mi addormenterò prima delle tre, sicuro come la morte.
E poi sono libero di pensarla come voglio, cioè se alla fine dell’universo trovo, che so, un cartello con scritto “arrivederci” posso dirlo a voce alta no? No dai, si sente che è una cazzata…
Ma quale sarà il confine tra la libertà di opinione e il diritto a dire una cazzata?
Comunque il portoncino non l’ho chiuso…»

Questi sono i pensieri-tipo che affollano la mia mente durante una normalissima nottata in attesa di prender sonno e molto probabilmente – con leggere modifiche al contenuto – sono gli stessi pensieri di milioni e milioni di persone. Ad un certo punto succede qualcosa, scatta un meccanismo che trasporta queste elaborazioni campate in aria dal crepuscolo della notte alla realtà quotidiana; alcune diventano burle, altre diventano chiacchiere da bar, altre ancora si trasformano in scherzi più complessi, del resto con internet tutto è possibile: la cazzata diventa notizia, la notizia corre alla velocità di un click, viene condivisa, e diventa magicamente vera.

Tuttavia esistono gradazioni (o degradazioni?) molto più fosche di quelle appena descritte: sto parlando dei casi, anche recentissimi, in cui pensieri reconditi dal dubbio gusto e dalla dubbia natura, dimenticano di essere cazzate spacciandosi per oculati pareri che devono essere sempre giustificati in nome della libertà di opinione.
Nel concreto la maggior quantità di novelli pensatori gravita attorno alla galassia dell’immigrazione, un tema scottante che necessita una conoscenza adeguata per poterlo affrontare con l’efficacia che merita.
Con la scusa delle grandi fallacità organizzative, molte persone si sentono in dovere di sguazzare nella terminologia più animalesca, invocando – naturalmente con la super benedizione di Dio – la morte per delle persone che la fuggono o, nel peggiore dei casi, di esultare, di gioire quando essa effettivamente ha luogo.

È vero, esistono dinamiche che difficilmente possiamo comprendere a prima vista traendole da social, dal sentito dire, da quel famosissimo ‘cugino che dice cose‘; esistono evidenti punti oscuri in un fenomeno che tocca molti Paesi del mondo e vite di molti uomini.
Esistono problemi legati all’integrazione, alla compatibilità tra culture, alla deriva della ghettizzazione provvisoria – che poi diventa definitiva – alla creazione di due o più società parallele destinate a non incontrarsi mai.
Ma ha davvero senso rincarare la dose con atteggiamenti ostili, con commenti disgustosi volti principalmente alla speranza della morte altrui?

A metà gennaio era trapelata la notizia del licenziamento di una professoressa di Venezia che aveva espresso, sulla piazza di Facebook, la necessità di eliminare anche i bambini musulmani colpevoli di essere futuri delinquenti.
Ovviamente la maggior parte delle persone ha reagito come ci si aspetta reagiscano le persone normali, ma un nutrito manipolo di illustri, al posto di accorgersi dell’opportunità mancata dell’insegnante quindi educatrice – per dimostrare la propria adeguatezza al mestiere, fece notare di come fosse venuta meno la libertà di pensiero, la libertà di esprimere una propria opinione, e che il crudelissimo Politburo sovietico che governa le nostre menti brillanti aveva ignobilmente fatto sospendere dal lavoro una persona.

La libertà di opinione è preziosa, permette il confronto e il confronto permette la crescita, il cambiamento, oppure il rafforzamento delle proprie idee. Attualmente basta affacciarsi sui social, o per la strada, o nelle università, o in qualsiasi luogo di incontro, per poter esercitare questo diritto, ma non è sempre stato così.
Probabilmente, proprio perché non abbiamo l’esatta percezione di questo potere, abbiamo dimenticato di come esso sia stato il frutto di lotte portate avanti da chi la dittatura, intesa come pensiero unico e totalizzante, la visse e la subì davvero.

Questa notte, dopo esservi assicurati di aver chiuso il portoncino, e dopo aver finalmente deciso cosa c’è alla fine dell’universo, pensate pure a tutte le cazzate che vi vengono in mente, ma se avete dubbi sul loro gusto, se avete dubbi sull’opportunità di renderle di dominio pubblico sottoforma di commento “serio”, se avete un qualsiasi tentennamento, significa che potete tenervele per voi.
Vi assicuro che non è reato.

Alessandro Basso

[In copertina: Diego Rivera, Agitazione e confusione, 1933. Immagine tratta da Google Immagini]

Anima, corpo; carne, spirito : Griffin

I Griffin (Family Guy nel titolo originale), stagione dodicesima, puntata dodicesima: Stewie (un bambino a dir poco anomalo, per chi non lo conoscesse) scopre improvvisamente di essere, al pari di ogni altro uomo, mortale; l’idea, fino ad allora, non lo aveva neppure sfiorato.                                                                                                                                                                                                                                                                                   È il suo cane, Brian (che nella serie ricopre il ruolo dell’intellettuale cinico, materialista e ateo), a farglielo comprendere; al bambino che , sconcertato, gli chiede con ansia cosa ci sarà dopo la fine della vita, Brian risponde tranquillamente : “Niente, spengo la luce, tutto qui. Mi sembra abbastanza chiaro che siamo solo sacchi di carne e ossa. A un certo punto si decomporranno diventando cibo per vermi. Veniamo dal niente e torneremo ad essere niente, fine. Buonanotte, Stewie”.                          

Già quest’ultima affermazione (nichilistica) riguardo il “niente” mi strappa un sorriso: sarebbe divertente vedere Brian a colloquio con Parmenide a Severino riguardo l’ Essere e il niente; probabilmente, il nostro simpatico cane ne uscirebbe un po’ malconcio, stremato, con la famosa formula “L’Essere è e non può non essere, il non Essere non è, e non può essere” che gli martella la testa. Ma non è di questo che volevo trattare, anche se è molto pertinente al tema che stiamo per introdurre.                                                                                                                                                                                                                                                         Ora, io credo che una grande quantità di persone sarebbe disposti a sottoscrivere la dichiarazione di Brian; una grande maggioranza. Brian ha adottato una concezione della vita molto semplice, diretta e, a prima vista, razionale: noi uomini veniamo al mondo e compiamo le nostre vite esattamente come “sacchi di carne e ossa”, e non ha senso credere in un qualcosa di più, chiamato “anima”, che sopravviva alla morte terrena, perché la scienza non la può misurare, rilevare. “Io credo solo a quello che vedo”; ho sentito molte volte questa frase, che viene spesso interpretata come “la regola” scientifica per eccellenza (e certo anche qui ce ne sarebbe da ridire). Nella vita di ogni giorno, la nostra esistenza fisico-materiale è la nostra più sicura certezza, la prima evidenza, il non-dubitabile. Ciò vale solo ad un livello di riflessione elementare: la pura riflessione filosofica ci porta invece su strade molto diverse, dove questa sentenza non è semplicemente negata, ma del tutto ribaltata: La prima evidenza, l’in-discutibile non è il mio essere corpo, ma il mio essere pensiero: “Cogito ergo sum”. A questo risultato era arrivato Cartesio, il quale era disposto a riferirsi a sé stesso, secondo verità, almeno e solamente come sostanza pensante; altro che corpo.                                         Ho accennato a Cartesio anche per introdurre un tema caro alla tradizione della filosofia morale greco-medievale: il pensiero come tale e il suo rapporto con l’anima. Uomini come Pitagora, Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, Tommaso d’Acquino smonterebbero in poche battute il nostro povero Brian, che, come molti altri, pretende una soluzione scientifica alla questione dell’anima; io chiaramente ci metterò di più, ma cercherò di essere più conciso e diretto possibile. Riassumendo molto, ma davvero molto, il pensiero che corre lungo questa grande tradizione è questo: chi, per conoscere, ha bisogno di smaterializzare, è a sua volta immateriale; il nostro pensare di uomini si riconduce e confluisce sempre nel Pensiero come tale, in ciò che Platone chiamava “idee”, e che Plotino chiamava “nous”; ciò è alla base della capacità umana del ragionamento astratto, come notava Tommaso riflettendo sul tema degli universali.            

Cosa vuol dire tutto questo? Semplicemente, c’è qualcosa di noi che, quando pensiamo, diviene ciò che pensiamo: come un fluido metafisico, immateriale, in grado di divenire qualsiasi cosa pensata, dotato della massima plasticità intellettuale. Cosa di noi diviene un quadrato quando pensiamo la figura geometrica? Eppure quell’immagine ci appartiene, è in qualche modo noi. Il pensiero sta nella testa? Ha un luogo fisico? È fisico? Quando penso l’idea di “uomo”, non mi trovo certo un prototipo umano nel cranio; semmai, nel pensiero. A questo proposito Aristotele rilevava nel De Anima che “L’anima è in qualche modo tutte le cose”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    A questo punto Brian mi obietta che il pensiero è perfettamente comprensibile con la sola scienza: che è il cervello a pensare, e che non c’è bisogno di ricorrere alla metafisica per spiegarlo; che “il pensiero sta nel cervello”, come dicono in moltissimi quando si parla di questi delicati temi. Ma io rilancio, gli dico che non ha senso parlare della collocazione fisica del pensiero: che valore, che significato dai alle parole quando dici “pensiero-nel-cervello”? il cerchio come tale è solo un’idea: per definizione, nella realtà materiale non esiste nulla di così perfetto; se pensi un cerchio, lo materializzi? Lo trascini nel dominio degli enti materiali? No, impossibile. Eppure tu usi il cerchio se fai geometria, come pensi in astratto ogni sorta di idea quando rifletti. Tutto questo accade, ma non si può dire che accada fisicamente. Non è già qualcosa di materiale che stiamo indagando qui, non è più qualcosa di misurabile dalla scienza; semmai, dalla logica.

Per quanto l’immaterialità, la non-fisicità siano proprietà del tutto atipiche, dobbiamo riconoscerne la validità; e l’anima, come le idee e il Pensiero, sembrano avere vita proprio in questa strana “a-dimensione” di non-spazialità, non-temporalità.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Ecco, ora Stewie si è già addormentato, dorme tranquillo. Brian è assonnato, decidiamo di continuare il discorso in futuro; buonanotte Brian, ci vediamo…

Alessio Maguolo                                                                                       

Artisti di vita

A volte a nostra insaputa ci troviamo diretti verso un precipizio, sia che ciò avvenga per caso o intenzionalmente, non possiamo fare niente per evitarlo. 

Il curioso caso di Benjamin Button

Viviamo una vita nella piena convinzione di riuscire a segnare in agenda anche l’ora più insignificante della giornata. Agenda, ma che dico; ci sono il tablet, lo smartphone e il computer a ricordarci di aver annotato ogni cosa.
Agire in maniera programmata, sopravvivere per non vivere troppo rischiando di dimenticarsi gli impegni presi. Ogni giorno è considerato con un contagocce. Ogni giorno non è aria ma ore definite.
E a volte siamo perfino convinti che sia così, perché inconsapevoli che tutto ciò che abbiamo organizzato è disposto in quel modo apposito per essere sconvolto.

Passi veloci, passi che battono l’asfalto. Camminava Filippo in una grigia giornata di dicembre. Camminava verso il suo nuovo lavoro, aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Aveva preparato tutto, era pronto. L’orologio del nonno, il suo portafortuna da tempo immemore. I capelli tagliati al punto giusto, gli occhiali da sole che le aveva regalato Marta. Il sorriso non troppo ostentato eppure sicuro di esserci. Erano le otto e trentadue. L’orario era il migliore per essere puntuale. Aveva scandito ogni impegno preso, con dedizione e poca emozione. Era soddisfatto senza essere felice. Era realizzato senza rendersi conto della fatica che aveva fatto.
Navigava nel vortice delle sue cose da fare, quando all’improvviso si accorse di quella stupida dimenticanza. Un gemello soltanto ad un polso. E l’altro? Scordato.
Era presto, sarebbe riuscito a tornare indietro.
Corse le scale, varcò la soglia di casa, il gemello dimenticato era lì sul tavolo. Eccolo lì, che fortuna trovarlo subito. Proprio una frazione di secondo in fondo, non aveva nemmeno perso del tempo.
Scese in strada di fretta, per avere i minuti esattamente necessari per un caffè. Scese e fece per attraversare la strada.

Il taxi investì Filippo. In un attimo. Quel tassista che quel mattino era in anticipo, perché aveva litigato con la moglie e aveva deciso di uscire prima di casa. Quel tassista che correva più veloce del solito per fuggire dai suoi guai rinchiusi tra quattro mura. Un rumore di freni che non erano stati abbastanza pronti. Filippo era steso sull’asfalto, non si muoveva.

Rimase vivo Filippo, i medici dissero per miracolo. Chi lo sa se sia un miracolo rimanere vivi avendo perso l’uso delle gambe. Vivendo a guardare il mondo da una diversa prospettiva, smettendo di accontentarsi di sopravvivere e bramando la vita vera di ogni momento.

Una serie di coincidenze, un caso fortuito e ben poco fortunato. Chiamalo ingiusto, chiamalo sadico, chiamalo cinico. Ma pur sempre Caso. Come sarebbe vivere la propria vita da un’angolazione differente? Senza impegni e costruzioni, senza trattenere le emozioni e gioendo in un momento o sgretolandosi poco a poco?
Costruiamo idee, progetti a breve o lungo termine, non sapendo che la nostra vita è pronta a cambiare senza chiederci il permesso, non sapendo che i piani sono fatti per essere sconvolti e le aspettative per essere disattese. Conosciamo chi ci cambia la vita senza programmarlo. E perdiamo chi non ce l’ha cambiata allo stesso modo.
Io li ho visti quelli che vivono sul serio, quelli che guardano dalla prospettiva della Vita e non della mera sopravvivenza. Io li ho visti quelli che non dicono “Non ho tempo”, “Ho una serie di cose da fare”, “Devo annotarmi le cose da dire”, “Ho un progetto da realizzare in queste tempistiche” e “Voglio una relazione a queste condizioni”. Io li ho visti e li ho invidiati. Tremendamente.
Io li ho visti essere impegnati senza saperlo, li ho visti fare qualcosa e riuscire ad esserne appassionati. Li ho visti ricordare le cose che dovevano fare perché le volevano realizzare per davvero. Li ho visti viversi una relazione, li ho visti ascoltare davvero i loro amici, li ho visti baciare davvero chi amano.

Un musicista, quando suona, non annota lo scorrere del tempo. E’ immerso in una dimensione che gli altri non conoscono, la gente è lontana, i suoi timori non vivono in lui, ma escono. Non ha programmato con quanta intensità suonerà quella sera, né la sfumatura che darà al suo pezzo. Suonerà e basta, perché in quel momento si sentirà vivo.
E non farà tutto il possibile per finire di suonare velocemente perché ha un impegno successivo, perderà la cognizione di tempi e luoghi.

E’ la capacità di essere gli artisti della propria vita, non limitandosi ad esserne i meri esecutori. E’ la capacità di non scriversi il proprio destino, ma di realizzarlo con ogni mezzo.
Perché quando avremo scritto tutto – su quel tablet o su quello smartphone – qualcun altro verrà a cancellarlo. Perché quando avremo progettato e costruito, finiremo per scoprire che manca un pezzo.

Le maschere che creiamo e vengono tolte. Le idee che non ci fanno dormire ed esplodono in un sogno. Le persone che “accadono” nella nostra vita e ci cadono a pennello. Gli imprevisti che rivelano chi siamo per davvero.

La vita è un’avventura con un inizio deciso da altri, una fine non voluta da noi, e tanti intermezzi scelti a caso dal caso. Roberto Gervaso

Cecilia Coletta

[immagini tratte da Google immagini]