La Patria delle trivelle

In seguito alle votazioni di ieri, mi è giunta forte fortissima la riflessione su un concetto tanto semplice quanto denso di significato, quello di Patria.

Nella modernità troppo spesso si è utilizzato il socialismo marxista per demolire l’amore di patria, infatti, si cercava di diffondere l’idea che se la patria è qualcosa di  ereditato dagli antenati attraverso la tradizione, allora il lavoratore dipendente, che non possiede nulla di suo, non trae alcun vantaggio dalla patria, quindi va respinta come mero vuoto sentimentalismo che le classi dominanti sfruttano per meglio assoggettare i popoli e di cui i proletari  è meglio che si sbarazzino per il progresso del mondo.

Questo pensiero per molto tempo è stato alla base di ogni più stupida e ridicola denigrazione dell’ideale della Patria e purtroppo si sente ripetere ancora troppo spesso da alcuni di vergognarsi di essere italiani, di non sentirsi italiani se rappresentati da una determinata fazione politica: questo non è essere patrioti!

La politica non deve mai compromettere il sentimento che si prova per la propria terra! Un sentimento, appunto, che non svanisce solo perché non si concorda con una determinata politica; l’amore per la propria Nazione deve trascendere questo puro materialismo, anzi, a causa di questo dovrebbe aumentare l’orgoglio patriottico.

La denigrazione del proprio Paese non ci rende degni di esso, di questo ne sono certa.

Concordo con Fichte, esponente dell’idealismo tedesco, quando afferma:

Ma dove mai si può trovare una garanzia per queste aspirazioni e questa fede dell’uomo bennato nell’eternità e perpetuità dell’opera sua? Evidentemente solo in un ordine di cose che egli possa riconoscere eterno in sé e capace di accogliere in sé l’eterno. Tale ordine è quella speciale forma spirituale dell’ambiente umano, che non si può chiudere in un concetto e tuttavia esiste realmente, da cui egli è uscito fuori con la sua attività e la sua mentalità e colla sua stessa fede nell’eterno: il popolo da cui è nato, in cui fu educato e crebbe qual è ora.

[…] Ecco dunque il significato della parola “popolo”, dal punto di vista di un mondo spirituale: quel complesso di uomini conviventi permanentemente e permanentemente riproducentesi sia naturalmente che spiritualmente, stando esso sotto una speciale legge di sviluppo dell’elemento divino che esso ha in sé. La comunanza di questa “speciale legge” è appunto ciò che cementa questo complesso di uomini nel mondo eterno e quindi anche nel mondo temporaneo, facendone un tutto organico e tutto! pervaso di sé. […] Quella legge di sviluppo dell’elemento primitivo e divino determina e compie ciò che si è chiamato il carattere nazionale di un popolo.”

Il concetto di popolo nell’idealismo si fonda con quello di spirito, visto come dimensione metaindividuale alla quale il singolo appartiene: attraverso questa identificazione l’uomo è in grado di oltrepassare i suoi limiti perché entra a far parte di un processo infinito ed eterno. In questo modo risulta chiaro che la Nazione è la vera dimensione dell’individuo in cui può effettivamente realizzarsi.

Ho scelto Fichte perchè a mio avviso esprime proprio il sentimento, la dimensione spirituale che lega l’uomo al proprio Paese: la Patria è ciò in cui vige un legame di partecipazione profonda, di vera e propria identificazione  mediante la quale l’individuo supera la propria particolarità per sentirsi un’unica realtà con gli altri.

La Patria è ciò che ci fa conoscere l’eternità nella nostra finitezza terrena, è

il fiorire del divino nel mondo, sempre più puro, più perfetto, più prossimo al limite nel suo infinito perfezionarsi. Perciò l’amor di patria deve governare lo Stato come suprema incontrollata istanza”.

La voglia di Unità d’Italia deve riguardare tutti gli italiani ogni giorno dell’anno, attraverso la riscoperta dell’universale ideale della Patria che è ciò che ci rende forti e pronti a combattere ogni tipo di sistema che non ci vada a genio, altrimenti, se questo sentimento lo manteniamo sopito dentro di noi o, anzi, lo deturpiamo, beh non lamentiamoci di chi siamo ora e di quello che saremo domani.

Valeria Genova

Scrittura automatica surrealista – La libertà

La storia è una lunga catena montuosa che in pochi sanno valicare ma che dalla quale ogni uomo può astrarre il meglio ed il peggio che vi sia già stato su questo mondo. Dopo una lunga scorpacciata di avvenimenti storici sorge così una domanda: Cercare o creare tutto ciò che manca? Subito sovviene una risposta: In questo eterno presente ciò che più conta non è vivere appieno il desiderio bensì ciò che lo rende autentico.

Quindi, cosa dovrei farne?

Indubbiamente qualunque cosa andrebbe fatta deve essere autentica seppure non eccessivamente brutta o veritiera; invalicabile, così da poter essere spacciata come ideale ed astratta cosicché più anime possano crogiolarsi nel torpore di questa nuova fede. Si dovrebbe redarre un testo che ne enfatizzi gli aspetti e che esorcizzi la sua eventuale fine: tuttalpiù, che rendi la morte di questo nuovo ideale il fiore all’occhiello della sua eventuale resurrezione.

Dovrei pensare ad una musica composta malamente ma che possa essere eseguita egregiamente anche dal più mediocre musicista. Dovrei pensare ad un’estetica artistica di facile accesso ma di difficile ascesso: ogni buona arte getta perché nel fondo dello spirito di ogni uomo, seppure piena di errori stilistici e incongruenze anacronistiche. Dovrei, dovrei, dovrei… ecco! Il dover Fare è la mia più alta aspirazione in un mondo così affollato da incompiuti vorrei e da una frenesia libertaria, tutta umana, che usa il suo oggetto – la libertà – come strumento per debilitare il prossimo dal suo personalissimo estro, rendendolo uguale al prossimo.

Confessioni di un idealista

<p>First View of Earth from Moon</p>

Due tendenze imperversano sul mondo – e a volte questo mondo è un delirio amico mio! – l’una esiste se contrapposta all’altra sino a confluire teneramente in una moderna ed anti – idealista teoria delle due fonti. Riponiamo speranze nel buon Dio? Potremmo tuttalpiù riporre qualche speranza nella buona sorte o disturbare quel mio potente Signore: il Caso. Ma il buon idealista – qual io sono – non si lascerà trasportare dalla felicità d’un Caso manifesto piuttosto preferirebbe tormentarsi con cieli inesistenti; donare le proprie membra a Verità che volano alte, più che per celestiale magnificenza, per evitare di esser disturbate. Quest’ultimo idealista, governato da un istinto che non trova pace e innamorato della buona sorte che persino i bambini sanno che ama alla cieca… quest’ultimo idealista non si arrenderà!

In viaggio con gli asceti

Nel mio primo viaggio, oscurato dalla mia stessa presenza, decisi di portar con me, per compagnia, tre uomini eguali nella carne ma differenti per vocazione spirituale. Dissi loro che sentivo il bisogno di uscire dal buio dell’incertezza e dell’incostanza; che desideravo la luce eterna di una verità assoluta. Al calare della sera, i tre stralucenti personaggi, ognuno a suo modo, volle dimostrarmi la forza delle proprie credenze; di quella tanto agognata sintesi ideale di luce eterna. Così il cristiano munito di frusta, incominciò a dilaniarsi la schiena e contemporaneamente urlò: “Vedi? Io non perirò perché vivo di luce divina! Dio ci salverà dal male che ci facciamo e dal buio in cui viviamo! Tu, nuovo idealista, abbandonati alla sua fede di vero e puro amore!” ed io annui e stetti a guardare quel sangue che traboccava dalle sue ferite. Il musulmano prese al volo l’occasione ed esclamò: “Io farò di meglio! Ti mostrerò che le porte del paradiso eterno sono di facile accesso, se seguirai i precetti di Maometto.” e detto questo si scagliò contro il cristiano, oramai esanime, e si lasciò esplodere. Questo buontempone nascondeva del tritolo – e le sue chiavi paradisiache! – sotto le vesti. Rimase con me solo quel terzo uomo, che si professò ateo: egli non ebbe nulla da dire e si limitò ad indicare l’alba del nuovo giorno, che oltrepassava la linea dell’orizzonte. Così vidi la luce che cercavo, fra le tenebre della notte, ed ero ebbro dell’unico narcotico che non mente mai: l’alba del domani, il mio ideale terrestre.

La quadratura del cerchio

Ma il più angoscioso dei miei viaggi fu quando partì alla ricerca della verità: irrimediabilmente finì in una paradossale ricerca del senso della morte. Fu tanta la pesantezza dei miei pensieri che per scacciarli via dovetti inscenare la loro implosione e così disegnai il loro perimetro come un cerchio non più grande del palmo della mano. Teso sino alla più assoluta trascendenza licenziai il pennello e di conseguenza lasciai al domani il restante viaggio: quel cerchio fu per anni la mia ossessione! Il fatto che esso sia ancora qui non è certo un buon segno, ma son certo che prima o poi chiuderò o quadrerò il cerchio; prima o poi annegherò i miei pensieri in qualche mare sterminato. Questo mare sterminato, senza fine ed irraggiungibile, lo chiamerò “Libertà”! Per onore della cronaca, questo viaggio – e la quadratura! – non lo completai più.

Plenilunio idealista

Tra questi viaggi, i pensieri divenivano concentrici: essi stringevano in una morsa il mio corpo. Dopotutto non c’era altra cosa da stringere! Presso me tutto eccedeva nel tempo, nella sostanza, volgendo al tramonto. Le strade europee sono le più adatte per il cammino di un idealista: spesse, ruvide, antiche e piene di storia e passeggi: adatte per chi avvia al tramonto una volontà, un amore o un valore irrancidito.
Solo tramontando, oltrepassai ogni limite che il mio corpo e la mia mente potevano tollerare; valicai l’inutile confine che mi rende italiano! Oltrepassai la legge, Dio e seppur d’una spanna superai persino lo stato d’ebbrezza del mio cuore ma nonostante tutto questo sforzo sono ancora qui, su questa meravigliosa Terra! Sono l’ultimo idealista e quindi, nonostante tutto, ho un alba sulla linea dell’orizzonte ed un mare di libertà che mi separa dalla prossima.

Macinavo chilometri, strade, tramonti, albe e nel frattempo stilavo la traiettoria dei miei desideri verso un imperativo avanguardistico. Senza lasciarmi sedurre dall’insaziabile sete di conoscenza; senza voler sapere qual è la massima verità di questo o di quell’altro mondo. Non mi andava di sapere la genesi del mio ideale. Così da lì a breve la mia gabbia prospettica diventò l’Arte: piena di intenzioni frivole e gregarie; di interessi e di risentimento. Sentimenti che poco dopo si sobbarcarono l’onere e l’onore di redarre per me testi, aforismi, manifesti e baleni vari. Così dopo tanti viaggi, tanti chilometri, tante parole e colori mi reinventai artista!

Novilunio idealista

Non mi bastava! Non mi saziava questa mia nuova veste da idealista e così decisi di rendermi – e vendermi! – come una risorsa utile: poliedrica e che potesse stare su molti campi. Entrai nella società civile con un curriculum vitae che rispecchiava il mio mondo anziché la mia personale escalation di fallimenti. In realtà a questa semplice e rozza società civile bastava ed avanzavano i fallimenti. Alla società civile non interessa il nuovo, l’avanguardia o la nicchia di un ideale bensì la ciò che fa massa e conserva; tuttalpiù qualcuno che sappia impressionare per bene e con maestosità. Ma mi rendo conto che l’errore fu ed è il mio: non si può parlare di società, di ideali e di avanguardia sul mercato, a meno che non siano vendibili e spendibili in e per denaro sonante.

Ah! Se questi uomini contemporanei avessero passato il loro tempo a costruire nuovi e semplici valori, condivisi ed illuminati anziché installare sul mondo questa macchina macina-denaro dai profondi abissi e dai cieli inesistenti chiamata mercato – o Finanzcapitalismo. Ma come accadde tutto ciò? Eppure anche i mercanti soffrono le pene dell’inferno, nel momento in cui vanno alla ricerca di amici e d’amore; anche loro non vengono ascoltati se prima non fan tintinnare le monete.

Ma il mio lungo viaggiare stava per giungere a termine ed io sentivo ancora l’ardere del fuoco della mia passione idealistica. Ammiravo il suo fiammeggiare, finché non vidi ogni mia emozione diventare cenere…
“Non lasciarci sole! Non lasciarci ma vieni con noi per continuare a creare!” dissero le mie emozioni prima di scomparire ed io, tutto solo, mi incamminai nell’oscurità andando incontro anche all’alba dell’altro mondo.

Salvatore Musumarra

[Fonte immagine: NasaPrimo scatto della Terra dalla Luna del 23 agosto 1966.]