Uomo, natura e tecnica: il paradiso perduto dipinto da Gauguin

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Nell’angolo in alto a sinistra dell’omonimo quadro, Gauguin ci mette davanti a questi tre interrogativi che, da soli, riescono a racchiudere i problemi (o le soluzioni problematiche) di secoli di filosofia, ci coinvolge così in una riflessione sulla nostra essenza più profonda e sul nostro essere uomini che stanno al mondo.

gauguin-natura-uomo-tecnica_la-chiave-di-sophia

L’opera si srotola da destra a sinistra (secondo l’uso orientale) in un susseguirsi di immagini apparentemente sconnesse l’una dall’altra, a rappresentare le varie fasi dell’esistenza: da un bambino abbandonato a se stesso – che rappresenta il venire al mondo – a una donna anziana, raggomitolata nell’angolo opposto – a significare la vecchiaia e la paura della morte. Al centro del quadro una figura giovane, che sembra dividere lo spazio a metà, è rappresentata nell’atto di cogliere un frutto: è la giovinezza che si ciba della parte più florida e fugace dell’esistenza. Tutta l’ambientazione richiama alla cultura e alla religione indigena con la quale Gauguin si trovò a convivere durante i suoi anni di permanenza a Tahiti (prima dal 1891 al 1893, poi dal 1895 al 1901).

L’intera opera sembra descriverci un paradiso terrestre incontaminato, una dimensione surreale di purezza e autenticità, lontano dal nuovo mondo industrializzato da cui Gauguin fuggiva.

Tuttavia, nell’immagine immacolata che il pittore ci propone del connubio uomo-natura, letto in chiave mistica, è presente – proprio nella sua assenza – l’invasività della tecnica. L’uomo nella sua purezza (qualcuno potrebbe dire bestialità) originaria è descritto in un’atmosfera inquieta e labile, che rappresenta la crollata illusione del pittore.

La modernità della vita quotidiana, caratterizzata dal picco tecnologico della seconda metà dell’800 (dopo la seconda rivoluzione industriale), si snoda tra delirio di onnipotenza e terrore di soccombere alle proprie creazioni; curiosità perversa e paura dell’ignoto – in questo tempo caotico la sensibilità dell’artista è costretta a piegarsi all’esigenza pratica e a perdere di rilevanza.

«Parto per starmene tranquillo lontano dalla civiltà. Voglio fare dell’arte semplice, molto semplice; per questo ho bisogno di ritrovare le mie forze a contatto con la natura ancora vergine, di vedere solo selvaggi e vivere la loro vita, senz’altra preoccupazione che tradurre con la semplicità di un bambino le fantasie della mente con gli unici mezzi veri ed efficaci: quelli dell’arte primitiva».                                     

In quest’ottica, il viaggio a Taithi e i dipinti relativi al suo soggiorno sull’isola polinesiana, rappresentano il tentativo di evadere dalla realtà meccanizzata del quotidiano, per ricercare un paradiso perduto e incontaminato dal quale poter trarre ispirazione per una pittura altrettanto pura. L’illusione di Gauguin, però, crolla ben presto: è costretto a spostarsi attraverso varie località dell’isola, dopo averne constatato amaramente la forte “europeizzazione” dovuta alle imprese coloniali.

Il paradiso perduto, baluardo e speranza dell’artista in crisi di fronte alla tecnologia, non esiste e l’eden ideale di Gauguin prende forma, solo artisticamente, nei suoi quadri, nuovi sogni davanti alla disillusione.

È in questi dipinti che la sofferenza individuale di una vita difficile, caratterizzata da problemi e perdite (che lo porteranno fino a un tentato suicidio), si confonde con il mistero del dolore che abbraccia e coinvolge l’Essere Umano, che assume una nuova forma e nuove sembianze nell’Età della Tecnica, ma che nella sua radice scarna è lo stesso degli uomini nudi che vagano senza meta in una Tahiti ideale, che si schermano davanti alla morte, che si piegano davanti al Mistero.

Gauguin dipinge l’uomo di ieri, l’Adamo, ma parla dell’uomo del suo tempo, che cerca, senza rimedio, un riparo al progresso che avanza; sa dirci, dunque, qualcosa dell’uomo di oggi, la cui vita è diventata indissolubile dalla tecnologia di cui è schiavo e fautore e che, attraverso nuovi sistemi, continua a chiedersi da dove veniamo?, chi siamo?, dove andiamo?

Federica Biscardi

Federica Biscardi nasce a Campobasso (nella terra che non c’è) il 26 Febbraio 1997. Frequenta il Liceo Classico Mario Pagano di Campobasso, diplomandosi nel 2016. È studentessa del Collegio Internazionale Ca’ Foscari di Venezia, iscritta al corso di laurea in filosofia dell’omonima Università.

[Immagini tratte da Google Immagini]

La terza via probabilistica

Lo avvertite? Riuscite a sentire questa strana sensazione? Voglio fermarmi qui con voi, su questa pagina ancora bianca. Perché siamo qui? Che valore ha questo spazio che ci è concesso? Provo una sensazione e credo che la sentiate anche voi, potete negare e mentire ma non potete sfuggirvi. Cerco di scrivere le parole migliori, come voi, ogni volta che cercate di farvi comprendere, di far risultare sensato e comunicativo un discorso attraverso una selezione di parole, in un incredibile gioco linguistico che vorrebbe accomunarci tutti, direbbe Wittgenstein. Eppure siamo qui, sono qui e ancora devo dire qualcosa. L’insicurezza gioca un gran ruolo nelle nostre vite, nelle nostre possibilità. L’insicurezza può addirittura negare, uccidere la dimensione potenziale, basti pensare che il non agire è da considerarsi comunque un agire. Sono qui e agisco, su di me, su di voi, su questo testo, e mi pongo mille domande, mille dubbi su ciò che potrei creare ed esprimere.

Nei meandri del gioco letterario dello scrivere, ogni scrittore ha dei pensieri fissi, delle cose da donare al mondo e alle infinite pagine bianche che si presentano nella nostra vita. Un fine c’è, insieme ad un’idea che ci corrompe, che si insedia in noi, che guida i nostri discorsi e ci fa dire quel che lei vuol dire. Certe visioni del mondo possono essere davvero pessimistiche, realistiche, o peggio semplicemente passive. Io stesso sono qui a combattere certe mie idee, certi agenti di corruzione. Eppure sto scrivendo e lo faccio sì con delle immagini, ma soprattutto con delle sensazioni. La psicologia divide la nostra topografia mentale in tre grandi zone: la zona del pensiero, la zona dell’azione, ed infine la zona che rappresenta l’incredibile spazio del “sentire”. Sto sentendo tutto questo, la sensazione di cui vi parlavo all’inizio vorrei condividerla con voi: una tensione verso un qualcosa di indefinito, di irrimediabilmente sfuggevole. Mi verrebbe in mente una sorta di “élan vital”, per dirla alla Bergson, che ci fa tendere verso… verso cosa? Inconoscibile, noumenico, ignoto, dategli l’interpretazione che volete, ma datela. Date un contributo anche voi, perché so che lo state facendo durante questa lettura, come si fa con ogni cosa che leggiamo, viviamo, o appunto sentiamo. Siamo in costante ricerca, siamo animali migratori che non si danno pace finché non trovano quella che potranno definire “casa”, anche se, probabilmente, per molto meno tempo di quanto si potrebbe immaginare. Siamo nomadi mentalmente, non abbiamo una casa, non siamo mai soddisfatti del qui ed ora, di ciò che ci fa stare qui, in questo esatto punto in cui si è o si dovrebbe essere. È la costante ricerca di un’ideale, di un’immagine, o di una sensazione mai provata e che speriamo di poter scoprire; un pensiero da scartare come un regalo inaspettato. Qui mi insedio, qui il pensiero che mi corrompe si fa passivo e subisce quel che voglio dire, cioè che voglio agire nell’unicità dell’azione che ci è concessa, prendere le redini di me stesso, della mia vita. Scelgo la terza via in un bivio, vado controcorrente, o meglio mi ritaglio quella possibilità che ad ognuno di noi è concessa, ma che molto spesso non si vede o non si vuol vedere.

In una condizione tale, in un’infinita tensione verso qualcosa di indefinito possiamo riscoprire noi stessi, il nostro senso di stare nel mondo e di porci nella dimensione del rischio. Mi piace molto quest’idea di territorio inesplorato, pericolante, che dà meno certezze di quel che si potrebbe sopportare come essere umani razionali. Ed è proprio entrando nella logica probabilistica che riscopriamo valori, identità e identità dell’azione. Ci banalizziamo e consegniamo tutta la nostra dimensione ontogenetica a quella filogenetica senza rischiare, senza essere. Una scommessa pascaliana sulla vita, sulla formazione, ci apre lo spazio, la trascendentalità della dimensione incerta, del rischio umano e della probabilità che non ci darà mai la perfezione statistica. La formazione, un concetto incredibile che è insito in noi, sul quale scommetto, sul quale addosso il titolo di terza via che sopprime la logica biunivoca, il bianco e il nero attraverso i quali vogliamo vedere una vita vera o una vita falsa. Attraverso il sentiero che dobbiamo avere il coraggio di tracciare, scavando tra le mille inutilità che si presentano davanti a noi come verità, ma che verità non sono. La formazione non cerca la verità, non si pone come risoluzione ma come percorso. «Non un traguardo da raggiungere ma strade da attraversare», volendo rileggere Nietzsche in chiave pedagogica. Già nella modernità le varie dispute religiose, le riforme, e le revisioni dei concetti di fede, hanno portato l’uomo a sviluppare qualcosa. Un’originaria incapacità e la mancanza di strumenti hanno portato a realizzare che gli strumenti erano già in noi e che andavano cercati nell’interiorità, andavano sviluppati al nostro interno attraverso una via non immediata. Penso che questo possa essere il punto di partenza per capirci, per ripensare la pedagogia e la formazione proprio ora che ne abbiamo più bisogno, ora che ci siamo consegnati ad una crisi spirituale, una crisi di valori e intenzioni che svaluta noi stessi e quelli che saranno in futuro con noi. Un passo, anche se piccolo, è pur sempre un avanzamento che ti porta più avanti nella strada che si ha davanti; e lo stesso agire, se incontra la rinuncia, si perderà per sempre se non viene compiuto da noi in quel preciso momento.

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

Io, quaestio io – La libertà dell’Io

Io, quaestio io, che non sono ciò che appaio e che non faccio mio ciò che gli altri dicono che io sia.

Io, uomo, carnefice delle mie apparenze e delle mie Arie; quaestio Io che lotta perennemente contro le sue molteplici e discordanti voglie e che non può far a meno di dichiararsi guerra se non quando dal mondo arrivi un’aria – quella pesante e omologante – dalla quale non si riesce a percepire, compiutamente, la quantità di potenza e sapienza che rendono conto – e giovino – appieno dell’irrimediabile posa e portata soggettiva che si ripone nei termini di ‘Essere’ e ‘Essenza’.

Io, in quanto uomo, non sono che un Io, originalissimo, sempre imbellettato di questo come di quell’argomento: Io come concetto irrisolvibile, sempre in pena, sempre alla ricerca di un nuovo superamento o di un nuovo annullamento. Eccomi, come una sorta di ‘Impossibile a divenire’, o tuttalpiù come un Faust che gioca a dadi col Tempo e le sue tentazioni; l’ignoto, il dubbio, l’inquieto vivere di un’anima che non trova un mare, un ideale massificante, nel quale annegare. Io, quaestio io, un cumulo di segni, gesti ed espressioni su tela in tecnica mista che non vuole risolversi in un unicum artistico: un Io senza dubbio illuminato da una luce inspiegabile, una sorta di follia beneaugurante.

Di nuovo, eccomi, spoglio dalle censure del mondo e dai cosiddetti, psicologicamente, Altri: libero, presuntuosamente presente, su un palcoscenico intellettualmente sempre sconosciuto: eccomi, libero, danzare come un potente dio sulle note di mille vite, attraverso colori, forme, dizioni, metafore e congiunzioni. Un dio mi attraversa, mi rende potente ed al tempo stesso solitario: colmo di lacrime, di pena e ancora di follia, di presunzione, di forza e di coraggio.

Io, quaestio io, che morde il tempo; che ritaglia spazi e costruisce congetture per darsi la massima libertà in un mondo e in una società che, ahimè, inscatola la Libertà in un concetto fin troppo semplice. Cos’è la Libertà? Alcuni dicono che la libertà di un individuo abbia come limiti la libertà del suo interlocutore, eppure la Libertà è un concetto fin troppo aleatorio, cangiante e soggettivamente opinabile: quindi, cos’è la Libertà se non l’arrogarsi il diritto, con la conseguente potenza, di dir la propria in barba al giudizio degli altri e del mondo intero?! È o non è, la Libertà, questa mia perenne ricerca di un ‘Me stesso’ tra i meandri di un Io costruito attraverso giudizi, opinioni, sindacalizzazioni, pregiudizi di Altri e del Mondo?!

Io, quaestio io, in perenne viaggio tra le beghe di una moltitudine di Essenze, di Esseri, di Nulla, di Mondo, alla ricerca di Me stesso, della mia potenza, di una mia probabile influenza e di una sorta di Fine di Me stesso.

Attraverso gli altri e il mondo, in perenne viaggio tra mille vite e mille valori e ideali, alla continua ricerca di un Vero Essere, oltre le apparenze e le appartenenze, ivi alla ricerca della mia Morte: sì! Alla ricerca della mia morte, della morte dell’essere costruito dagli Altri e dal mondo. In viaggio alla strenua ricerca della morte del prodotto di questa libertà qual sono diventato: di tutta quella mia ‘Arte al condizionale’. Praticamente, sono alla ricerca di una dissoluzione in terza persona.

Salvatore Musumarra

Confessioni di un idealista

<p>First View of Earth from Moon</p>

Due tendenze imperversano sul mondo – e a volte questo mondo è un delirio amico mio! – l’una esiste se contrapposta all’altra sino a confluire teneramente in una moderna ed anti – idealista teoria delle due fonti. Riponiamo speranze nel buon Dio? Potremmo tuttalpiù riporre qualche speranza nella buona sorte o disturbare quel mio potente Signore: il Caso. Ma il buon idealista – qual io sono – non si lascerà trasportare dalla felicità d’un Caso manifesto piuttosto preferirebbe tormentarsi con cieli inesistenti; donare le proprie membra a Verità che volano alte, più che per celestiale magnificenza, per evitare di esser disturbate. Quest’ultimo idealista, governato da un istinto che non trova pace e innamorato della buona sorte che persino i bambini sanno che ama alla cieca… quest’ultimo idealista non si arrenderà!

In viaggio con gli asceti

Nel mio primo viaggio, oscurato dalla mia stessa presenza, decisi di portar con me, per compagnia, tre uomini eguali nella carne ma differenti per vocazione spirituale. Dissi loro che sentivo il bisogno di uscire dal buio dell’incertezza e dell’incostanza; che desideravo la luce eterna di una verità assoluta. Al calare della sera, i tre stralucenti personaggi, ognuno a suo modo, volle dimostrarmi la forza delle proprie credenze; di quella tanto agognata sintesi ideale di luce eterna. Così il cristiano munito di frusta, incominciò a dilaniarsi la schiena e contemporaneamente urlò: “Vedi? Io non perirò perché vivo di luce divina! Dio ci salverà dal male che ci facciamo e dal buio in cui viviamo! Tu, nuovo idealista, abbandonati alla sua fede di vero e puro amore!” ed io annui e stetti a guardare quel sangue che traboccava dalle sue ferite. Il musulmano prese al volo l’occasione ed esclamò: “Io farò di meglio! Ti mostrerò che le porte del paradiso eterno sono di facile accesso, se seguirai i precetti di Maometto.” e detto questo si scagliò contro il cristiano, oramai esanime, e si lasciò esplodere. Questo buontempone nascondeva del tritolo – e le sue chiavi paradisiache! – sotto le vesti. Rimase con me solo quel terzo uomo, che si professò ateo: egli non ebbe nulla da dire e si limitò ad indicare l’alba del nuovo giorno, che oltrepassava la linea dell’orizzonte. Così vidi la luce che cercavo, fra le tenebre della notte, ed ero ebbro dell’unico narcotico che non mente mai: l’alba del domani, il mio ideale terrestre.

La quadratura del cerchio

Ma il più angoscioso dei miei viaggi fu quando partì alla ricerca della verità: irrimediabilmente finì in una paradossale ricerca del senso della morte. Fu tanta la pesantezza dei miei pensieri che per scacciarli via dovetti inscenare la loro implosione e così disegnai il loro perimetro come un cerchio non più grande del palmo della mano. Teso sino alla più assoluta trascendenza licenziai il pennello e di conseguenza lasciai al domani il restante viaggio: quel cerchio fu per anni la mia ossessione! Il fatto che esso sia ancora qui non è certo un buon segno, ma son certo che prima o poi chiuderò o quadrerò il cerchio; prima o poi annegherò i miei pensieri in qualche mare sterminato. Questo mare sterminato, senza fine ed irraggiungibile, lo chiamerò “Libertà”! Per onore della cronaca, questo viaggio – e la quadratura! – non lo completai più.

Plenilunio idealista

Tra questi viaggi, i pensieri divenivano concentrici: essi stringevano in una morsa il mio corpo. Dopotutto non c’era altra cosa da stringere! Presso me tutto eccedeva nel tempo, nella sostanza, volgendo al tramonto. Le strade europee sono le più adatte per il cammino di un idealista: spesse, ruvide, antiche e piene di storia e passeggi: adatte per chi avvia al tramonto una volontà, un amore o un valore irrancidito.
Solo tramontando, oltrepassai ogni limite che il mio corpo e la mia mente potevano tollerare; valicai l’inutile confine che mi rende italiano! Oltrepassai la legge, Dio e seppur d’una spanna superai persino lo stato d’ebbrezza del mio cuore ma nonostante tutto questo sforzo sono ancora qui, su questa meravigliosa Terra! Sono l’ultimo idealista e quindi, nonostante tutto, ho un alba sulla linea dell’orizzonte ed un mare di libertà che mi separa dalla prossima.

Macinavo chilometri, strade, tramonti, albe e nel frattempo stilavo la traiettoria dei miei desideri verso un imperativo avanguardistico. Senza lasciarmi sedurre dall’insaziabile sete di conoscenza; senza voler sapere qual è la massima verità di questo o di quell’altro mondo. Non mi andava di sapere la genesi del mio ideale. Così da lì a breve la mia gabbia prospettica diventò l’Arte: piena di intenzioni frivole e gregarie; di interessi e di risentimento. Sentimenti che poco dopo si sobbarcarono l’onere e l’onore di redarre per me testi, aforismi, manifesti e baleni vari. Così dopo tanti viaggi, tanti chilometri, tante parole e colori mi reinventai artista!

Novilunio idealista

Non mi bastava! Non mi saziava questa mia nuova veste da idealista e così decisi di rendermi – e vendermi! – come una risorsa utile: poliedrica e che potesse stare su molti campi. Entrai nella società civile con un curriculum vitae che rispecchiava il mio mondo anziché la mia personale escalation di fallimenti. In realtà a questa semplice e rozza società civile bastava ed avanzavano i fallimenti. Alla società civile non interessa il nuovo, l’avanguardia o la nicchia di un ideale bensì la ciò che fa massa e conserva; tuttalpiù qualcuno che sappia impressionare per bene e con maestosità. Ma mi rendo conto che l’errore fu ed è il mio: non si può parlare di società, di ideali e di avanguardia sul mercato, a meno che non siano vendibili e spendibili in e per denaro sonante.

Ah! Se questi uomini contemporanei avessero passato il loro tempo a costruire nuovi e semplici valori, condivisi ed illuminati anziché installare sul mondo questa macchina macina-denaro dai profondi abissi e dai cieli inesistenti chiamata mercato – o Finanzcapitalismo. Ma come accadde tutto ciò? Eppure anche i mercanti soffrono le pene dell’inferno, nel momento in cui vanno alla ricerca di amici e d’amore; anche loro non vengono ascoltati se prima non fan tintinnare le monete.

Ma il mio lungo viaggiare stava per giungere a termine ed io sentivo ancora l’ardere del fuoco della mia passione idealistica. Ammiravo il suo fiammeggiare, finché non vidi ogni mia emozione diventare cenere…
“Non lasciarci sole! Non lasciarci ma vieni con noi per continuare a creare!” dissero le mie emozioni prima di scomparire ed io, tutto solo, mi incamminai nell’oscurità andando incontro anche all’alba dell’altro mondo.

Salvatore Musumarra

[Fonte immagine: NasaPrimo scatto della Terra dalla Luna del 23 agosto 1966.]

Il silenzio della Comunicazione

<p>Denuncia surreale, quasi dada, contro il falso ideale della comunicazione</p>

S’eternano le mie ore silenziose che si dispiegano nel presente come fogli di un buon libro.

Ecco la storia, che dopo un lungo viaggio, rivuole indietro tutto ciò che visse e trascorse lungo la linea del Tempo umano. Vuole il suo ritorno; vuole vita, passione ed ogni suo vecchio ideale.

La storia confuta questo presente e più la riporto a mente più si dispiega e diviene, paradossalmente, in tutto ciò che non le appartiene. Ogni mio No si rivolta ed all’unisono, sotto un simbolo ed un manifesto – un’opera, un’avventura o un romanzo – assaltano e incendiano quanto la storia insegna, riscrive e decostruisce. Ogni cosa negata al Caso ed al divenire della vita sui generis ritorna forte e potente Si: come un contraccolpo.

Divenire ed Essere: tra caso e causa

La società, la religione, la scienza, la morale: tutte queste dolci e belledonne della vita umana! Ognuna influenza l’altra ed insieme muovono la vita dell’uomo in divenire, seppure questa si percepisce meglio nell’Essere. Per quanto se ne possa dire in merito ed in discredito, società, religione, scienza e morale, insieme, convogliano nel mettere in piedi un tipo ideale di umano: tutte, apparentemente per diverse vie, convogliano in un ideale, del quale non si potrà mai raschiare il fondo ne lambirne il cielo.

La casualità della vita – e solo successivamente la causalità! – trova terreno fertile in questo gran numero di potenti iperboli seppure si nasconde dietro queste macchinose parole e dietro la Storia dell’umanità. Il Caso diventa Causa e in questa mia contemporaneità intrisa di tecnica e di duro calcolo, ogni Causa sembra divenire Caso!

La vittoria di Cartesio

La vittoria di Cartesio è totale! Scindendo l’intelletto dalla corporeità e rendendo cosciente tutto ciò che è – apparentemente – mentale, diede il primo indizio per capire che ogni fare nasce da un atto, un abitudine o da una reazione ai sintomi e agli allarmi, in primis, del corpo nel mondo et in secundis dalla fisiologia di questo mondo sul corpo, su se stesso e sulla società umana – di corpi.

Vogliamo rendere utile Cartesio? Capovolgiamo il suo intento! La vittoria di Cartesio è totale nel momento in cui si ammette che l’intelletto è inscindibile – e tutto ciò che è mentale cosciente e mentale non cosciente – dal corpo: ogni lacrima versata per l’umanità, per una tragedia che non graffia in prima istanza il corpo del soggetto in osservazione, connota il valore della profonda rete intellettuale che ogni uomo, in bene o in male, ha contribuito e contribuisce, con o senza intenzionalità, a tessere sulle parole Storia e Passato e quindi su Scienza, Religione, Morale. Sentirsi in pena per un uomo lontano e che non si conosce, è umanità; godere della sua pena e della sua povertà: anch’essa è umanità!

Il problema della comunicazione

La vita intellettuale di ogni uomo, attraverso le reti sociali, sommandosi a quello dei suoi simili, tesse l’ideale sociale, religioso, scientifico e morale influendo così sulla realtà dei singoli. Quindi con Cartesio han vinto tutti i bravi comunicatori: basti che il soggetto abbia ottime argomentazioni sulle quali far partecipare gli altri – anche in forma blanda e povera – ed è così possibile dar la forma d’ideale ad ogni scemenza! Del resto se si desidera comunicare ad un vasto pubblico un concetto profondo, bisogna prima snaturalizzarlo, renderlo blando, povero quindi fruibile!

Seppure si rinnovano, anche gli ideali degenerano e muoiono; nella vita tragica si smuovono uomini come se si arasse la terra prima della semina: potremmo smuovere il mondo come se fossimo un terremoto. Il segreto sta nel comunicare loro il meglio e al meglio: di ogni Caso farne una Causa e di ogni Causa antagonista farne un semplice Caso.

Eterno ritorno

Ah gli uomini! Questi esseri che si interrogano l’un l’altro su quanto fu, è e sarà di essi, della terra dove poggiano i piedi e del cielo in cui il loro intelletto ed il loro corpo s’inventa e s’ingegna. Un po’ tutti noi, ognuno a suo modo, affermiamo di subire gli influssi della società, della religione, della scienza e della morale: malediciamo ognuna di queste, ma in realtà ne siamo semplicemente invaghiti.

Come tutti gli amori non corrisposti vengono via via esorcizzati o come la volpe che disprezzo l’uva perché non riuscì ad ottenerla; parimenti come dei bimbi con un gelato tra le mani, siamo affascinati dai nostri mezzi e dai nostri affari purché questi non stramazzino a terra o non passino di mano. Di ogni uomo, della forza e della potenza dobbiamo farne un simpatico punto della situazione: ognuno di questi, che siano uomini, ideali, etc., si rinnoveranno seppure li percepiamo fissi ed immutabili. Durante il processo evolutivo descritto, intellettualmente, viviamo il divenire di una forma ideale come un “Essere”. Che sia l’Eterno Ritorno di nietzschiana memoria?

Beati gli uomini che vivono tutto ciò come un gioco o un avventura: questi vivono esclusivamente della e per la loro vita e ne fanno qualcosa a sé; come qualcosa scollegata dalla Terra, dall’Universo e dall’Umanità. Questi uomini saranno eternamente beati ma all’occorrenza degli eccellenti imbecilli: ma l’imbecillità è malvagia? Non credo, forse ingenua.

Se dovessimo percorrere questo surreale ragionamento dalla parte opposta al percorso fin qui dispiegato, direi che tutti gli uomini della conoscenza soffrono per ogni scelta e durante tutto il tragitto. Ogni Sapere umano riga il viso e rende pesante ogni piccola gioia: si problematizza l’ovvio e si cerca sempre una scappatoia da ciò che è consolidato ed apparentemente accertato! Ah se ci fosse un canale di comunicazione tra le virtù della povera gente e quelle dei ricchi di spirito, chissà a quanti paradossi e contraddizioni avremmo così dato il beneficio d’eclissarsi nella Storia.

Invece eccoli che ritornano: ognuno di loro, dentro la loro etichetta, imbellettati ed in bella mostra, usano mezzi e coordinate reali e virtuali che li connotano e li distinguono, come individui, l’un dall’altro e, come etichetta, divisi e distanziati da stretti abissi, usano la tecnologia ed ogni altro mezzo umano per ripresentarsi e reinterpretarsi; non si fanno scrupoli nel distinguersi fino a quando non si presenti loro un grande ideale, massificante – benigno o maligno che sia.

Il contraccolpo

La Storia gioca a favore del presente perché sa bene che ogni caratteristica di quest’ultimo è legata sentimentalmente ad ogni azione compiuta in passato e seppure, in questa contemporaneità, gli ideali son presenti, vivi e percepibili, ogni divisione si approfondisce e contemporaneamente diminuiscono le distanze, producendo sensi di vuoti e complessi d’inferiorità che inevitabilmente portano all’annichilimento del periodo e del contesto storico. Ricchi e poveri di spirito si percepiscono eguali e si avviliscono l’un l’altro.

Ah quanto è bello scrivere senza un vero senso e senza un chiaro scopo! Questo è il miglior tempo per far alchimia dell’uomo e di ogni suo prodotto intellettuale; questo è il tempo giusto per far esperimento di ogni iperbole umana e di ogni imbellettamento ideale. Questo è il tempo della Comunicazione e per quanto noi tutti ci impegniamo a chiarire ogni nostro concetto, non ci verrà dato altro tempo oltre questo, che casualmente, abbiamo di buon grado accettato. Accettandolo ne diamo un senso ed una causa mentre negandolo diamo la possibilità agli uomini postumi e a quelli futuri di trovare basi e tesi per nuovi concetti.

Questo scritto non ha nessun valore se non quello di gettar discredito sul mondo della comunicazione: è uno scritto indubbiamente surreale, forse dada. Uno scritto che usa i mezzi di comunicazione (sintassi, semiotica, lingua, mezzi tecnologici, etc.) per sovvertire il valore della stessa comunicazione.

Questo scritto non ha un senso seppure ne abbia una dolce parvenza.

Salvatore Musumarra

[Immagine tratta dal quadro di Salvatore Musumarra, “Crisiradori dada”, 2015, tecnica mista e collage]

Il mito dell’eterna giovinezza

Pelli morbide come la seta, a qualsiasi età. Labbra carnose rivestite di un colore luminoso che va dal rosso passione al fucsia e il rosa tenue. Ciglia lunghe, ben definite, forse troppo definite, tanto da sembrare innaturali e di plastica. Guance rosee, che nascondono i segni del passare degli anni. Unghie impeccabilmente rifinite e curate come piccoli trofei da portare sempre con sé.

L’Oreal, perché voi valete. 

Read more