FANTASCIENZA: TRA CINEMA E LETTERATURA

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QUANDO LA VITA DIVENTA FANTASCIENZA: ADDIO MR. SPOCK

Cinema e letteratura sono arti legate tra loro da legami molto profondi. Nelle precedenti recensioni a quattro mani ve ne abbiamo illustrati alcuni, ma non c’eravamo ancora soffermati su un genere che ha costruito gran parte del nostro immaginario collettivo, grazie a molteplici libri e ad altrettanti film. Stiamo parlando della fantascienza, genere di narrativa popolare, sviluppatosi nei primi del Novecento prendendo spunto da quelli che erano conosciuti come romanzi scientifici. Il cinema ha capito fin da subito l’enorme potenziale attrattivo che questo genere poteva offrire al grande pubblico e si è lanciato in una serie di futuristici adattamenti che hanno caratterizzato gran parte della storia cinematografica, dal secondo Novecento fino ai giorni nostri. Solo un film però, ha saputo imporsi più di altri nel cuore degli spettatori. Stiamo parlando di “Star Wars” e di tutto l’universo ad esso collegato. Una saga che vanta milioni di seguaci nel mondo, e il cui unico rivale nel genere può essere individuato in “Star Trek”. Quest’ultimo è un media-franchise che ha avuto inizio nel 1966, partendo da una serie televisiva e non da un film, come nel caso di “Guerre Stellari”. La trama narra delle vicende degli umani del futuro, appartenenti ad una Federazione Unita dei Pianeti che riunisce sotto un unico governo numerosi popoli di sistemi stellari diversi, e delle loro avventure nell’esplorazione del cosmo, “alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima”. Un format che ha raccolto premi e consensi senza precedenti, anche grazie alla presenza di un personaggio entrato nella leggenda: il signor Spock. Presente nella serie classica fin dagli anni Sessanta, questo personaggio è diventato un modello di riferimento per la sua capacità di trasformare la propria vita in un film di fantascienza. Ne è un esempio lampante il retroscena sulla nascita del gesto di saluto vulcaniano, raccontato dall’attore Leonard Nimoy in un’intervista. Prendendo spunto dalla tradizione ebraica, il saluto che Spock compie in moltissimi episodi della serie deriva proprio dal gesto che compiono i cohanim durante la celebrazione della festività di Yamim Noraim, quando stendono in gesto benedicente le palme di entrambe le mani, con i pollici allungati in fuori ed il medio e l’anulare separati in modo che ciascuna mano formi due lettere V con una sorta di tratto aggiuntivo rappresentato dal pollice stesso. Questo gesto simboleggia la lettera ebraica Šin, la prima lettera della parola Shaddai, “Signore” in ebraico.

In realtà, come racconta Nimoy nell’intervista, tale gesto non può essere osservato direttamente dai fedeli, che lo devono ricevere con il capo velato da uno scialle, ma all’epoca (Nimoy aveva otto anni) lo osservò di sottecchi. Quando in seguito chiese una spiegazione del perché non fosse possibile osservare il gesto, ottenne la risposta che tale era il potere della Shekina, l’aspetto ‘femminile’ del Signore, evocato da esso, che poteva risultare fatale a chi lo osservava. Pur non condividendo questo aspetto della credenza, Nimoy fu talmente impressionato dal contenuto mistico sotteso da importarlo in seguito nella serie televisiva. La trovata di portare un aspetto così reale in una fiction che esplorava i segreti dell’ignoto fantascientifico, fu totalmente rivoluzionaria. Leonard Nimoy purtroppo ci ha lasciato nelle scorse ore all’età di 83 anni a causa di un tumore al polmone che l’ha consumato troppo in fretta. Attore, regista, scrittore e molto altro, la sua figura è un modello perfetto per farvi capire come non solo la vita possa unirsi talmente tanto all’arte da non poter più esserne separata, ma anche di come cinema e letteratura si siano compenetrate in questo attore straordinario. Per stessa ammissione di Nimoy infatti era nata in lui una sorta di identificazione mitica con Spock, l’alieno solitario e vulcaniano sul ponte dell’astronave. Un’ambivalenza che è diventata soggetto di due libri autobiografici, “I Am Not Spock” (Non sono Spock), pubblicato nel 1977, e “I Am Spock” (Sono Spock), pubblicato nel 1995. Cinema e letteratura di nuovo insieme non solo in uno dei più importati prodotti artistici del Novecento, ma anche all’interno di una singola persona. Con Leonard Nimoy la fantascienza non è mai stata così reale e ora che ha lasciato questo mondo terreno, potrà tornare tra le stelle e mettere in atto il motto ripetuto durante tutta la vita: “Long live and prosper”.

Alvise Wollner

FANTASCIENZA: UN GENERE DI ESCLUSIONE O TOTALIZZANTE NELLA SFERA INDIVIDUALE?

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Il 5 aprile 1926 esce negli Stati Uniti la prima rivista di fantascienza: “Amazing Stories”, diretta da Hugo Gernsback. Una data a cui, per convenzione, si fa risalire la nascita del genere fantascientifico. Quel genere che cattura l’attenzione dei più, quel genere che incuriosisce perché ignoto e al di fuori dell’esperienza comune, quel genere che racconta l’individuo da punti di vista differenti da quelli che conosciamo meglio. E’ la novità, è il gioco del cambiamento veloce, la pura commistione della scienza all’interno della società.
Sviluppatosi maggiormente nel ‘900, collocandosi sempre in quel margine sottile che divide e al tempo stesso unisce cinema e letteratura, era possibile ritrovarla già da tempo in opere precedenti. Soltanto un titolo, per citare un esempio: Frankestein, di Mary Shelley. L’esempio del “mostro” che è espressione non soltanto di ciò che è diverso, ma anche di quelle che sono le nostre paure. La scienza e l’esempio dell’operare illecitamente del dottore: quanto può la scienza spingersi nella sperimentazione dell’individuo? Quando la scienza prevale sulla società, annientandola? Temi di bioetica; spesso il romanzo con tratti fantascientifici ci ha offerto questi spunti di riflessione.
Nella pubblicazione di Amazing Stories, il direttore Gernsback annuncia di voler esporre

“…quel tipo di storie scritte da Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe – un affascinante romanzo fantastico in cui si mescolino fatti scientifici e visioni profetiche”. 

“Ventimila leghe sotto i mari” rappresenta l’anticipazione di quel genere fantascientifico del ‘900: mescolando la ricerca del mostro degli abissi e la coscienza di chi si è distaccato dal mondo degli uomini, crea un classico fondamentale della letteratura di tutti i tempi. Leggerlo ci rende sognatori anche ai giorni nostri: perfino noi che siamo testimoni di un progresso scientifico continuo e che sull’ignoto non ci sembra avere alcun dubbio.

Da queste basi essenziali, punti di partenza per chi ama la scienza e chi non la ama, il ruolo di essa nell’impatto con la società verrà affrontato sempre più da vicino: Huxley, Orwell, Burgess.
L’uomo proiettato nel futuro, l’individuo osservato da poteri dispotici attraverso meccanismi di generazioni ancora sconosciute. L’uomo evoluto, o l’uomo sotto controllo? L’uomo educato dalla società, o l’uomo sopraffatto dal progredire stesso di essa?
Alex del celeberrimo “Arancia Meccanica”, capolavoro letterario di Burgess, è un carnefice che diventa in prima persona una vittima della sperimentazione e della ricerca. La “terapia Ludovico” prevede la somministrazione di un farmaco molto pesante e la visione di film con scene di ultra violenza: il tutto è accompagnato dalla nona Sinfonia di Beethoven nel sottofondo, tanto adorata dal protagonista. Terapie di sperimentazione, che rappresentano il confine tra scienza e il momento in cui l’individuo, seppur colpevole di crimini, diventa incapace di difendersi dalla società stessa.

La fantascienza non è qualcosa di così distante da noi, ma è capace di investire le sfere di ogni individuo, senza distinzioni di genere o classe, senza differenze di animo o predisposizione.
Una scienza che domina su tutto, autoaffermandosi per dar vita al progresso; una società che non è sempre pronta ad accogliere l’evoluzione positivamente, perché il più delle volte, è destinata a soccombere.

“L’umanità teme sempre quello che non riesce a capire”.

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Cecilia Coletta

[le immagini sono tratte da Google Immagini]

I più giovani a bordo

Essendo io il più giovane a bordo, e ancora senza il collaudo di una posizione di grande responsabilità, ero propenso ad accettare come scontata la competenza degli altri,

scrive Joseph Conrad ne Il Compagno Segreto, racconto del 1909.

Come il Capitano protagonista di quell’avventura, anche il bambino si trova, spesso, nella medesima condizione. Apparentemente sereno, cela nel subconscio la voglia irresistibile di esprimersi liberamente, di lasciar andare la sua curiosità e l’interesse per ogni percezione, ancorché deformata. D’altra parte, propenso com’è ad accettare la “competenza degli altri”, limita già da sé molti dei possibili voli ed esperimenti ai quali sarebbe istintivamente portato, fidandosi di ciò che dice il genitore, l’insegnante, l’adulto che ha vicino. E fa bene! Perché l’inesperienza in natura può essere fatale e la natura, lo sappiamo, è dovunque, specialmente per un bambino.

Imparare da chi è già passato attraverso certe prove e certi errori, permette di evitare pericoli, dolori e inutili perdite di tempo, proseguendo il miracolo dell’evoluzione culturale dell’uomo che, generazione dopo generazione, avanza senza mai (quasi mai in verità) doversi ripetere, simulando un reale e al contempo illusorio progresso, direzione, verso.

Ciononostante, la natura dà al bambino, ovvero alla parte temporale che nello sviluppo facciamo corrispondere a ciò che genericamente definiamo bambino, possibilità straordinarie. E mi riferisco in parte a ciò di cui parla, tra le righe, Aldous Huxley ne L’arte di Vedere, del 1942, ma soprattutto a ciò che ci raccontano i manuali di neuropsicologia o di neuroscienze riguardo al cervello in via di sviluppo.

Ora, questo potenziale, che fece dire a Epicuro che

mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità

e che spinse molti altri a invitare i propri interlocutori atornare come bambini, deve però essere efficacemente esplorato, pena la sua maggiore o minore dispersione.

In questo senso ecco Huxley che cita Barmark e scrive nel saggio già menzionato:

un’attenzione che si sposta liberamente è un importante sostegno dell’attività vitale. Se l’attenzione è ristretta a un campo troppo piccolo l’attività vitale tende a deprimersi.

Il bambino, come qualsiasi altro essere che attraversa una fase “infantile” dello sviluppo deve essere sottoposto a un allenamento in grado di massimizzare l’attivazione di tutto il suo potenziale. Solo così Il Mito dell’Adulto (1963) di cui parla Georges Lapassade, cadrà dinanzi ai nostri occhi, lasciandoci accorgere di quanto possa essere importante dare ascolto ai bambini, domandare la loro opinione.

Una filosofia coi bambini che sia anche una filosofia dell’infanzia, deve concentrare molte delle sue energie nel comunicare agli adulti questo genere di messaggio: che l’apprendimento non basta, occorre che sia efficace. E l’efficacia dell’apprendimento segue leggi precise che la scienza può aiutarci a scoprire, la tradizione a comprendere e il buon senso ad accettare.

Non si può apprendere efficacemente in qualsiasi luogo, in qualsiasi tempo, in qualsiasi modo e soprattutto con chiunque. L’adulto che non abbia compreso il segreto che si nasconde dietro ogni apprendimento non può trasmettere efficacemente alcun insegnamento.

Un costante lavoro su se stessi è fondamentale per chi affianca i bambini nel tempo dell’apprendimento, posto che nessuno per quanta esperienza possa avere riuscirà mai a immedesimarsi fino in fondo nella mente di un bambino: un certo grado di “luminosità” della percezione si perde nel corso dello sviluppo e non torna.

Ecco perché, se è possibile – e doveroso, a mio parere – parlare e compiere progressi in campo educativo (come si parla e si fanno progressi in campo medico, ad esempio), questi dovranno esserci d’aiuto nello sfruttare sempre meglio la breve finestra dell’apprendimento. Le neuroscienze dello sviluppo ci indicheranno la strada, ma sarà compito della filosofia guidare il cambiamento sul campo.

Carlo Maria Cirino

www.filosofiacoibambini.com

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