Del concreto vivente, ovvero dello scorrere dei fiumi

Più volte, ad ognuno di noi, sarà capitato di domandarsi quali siano i meccanismi e i rapporti di forza che rendono possibile l’energia vitale dell’esistente, o come quest’ultimo si presenti alla nostra percezione sensibile. Che ci si trovi in compagnia delle chiacchiere degli amici, o nel silenzio dei pensieri della propria solitudine, il vivente e il suo travolgente richiamo sempre ci ricordano la necessità del confronto con il mondo e il dovere della comprensione dello stesso: sensi e intelletto, per questo, non possono restare nell’indifferenza.

Nel perseguire questo intento, si rivela più che mai utile la fatica delle tante menti di filosofi, artisti, intellettuali, che fecero dello studio del funzionamento della vita la propria professione, il proprio obiettivo primario. Tra questi, Romano Guardini (1885-1968), eminente teologo del panorama culturale europeo del secolo scorso, in un’opera tanto ambiziosa quanto ricca di spunti di riflessione (L’opposizione polare, 1925), dispose con rigore e, al contempo, con discorsività euristica la struttura portante del concreto vivente, ovvero dell’unità vitale che ci comprende e che fisicamente, quasi fosse materialmente tangibile, percepiamo. All’intuizione, unico metodo che a parere dello studioso può garantire di cogliere autenticamente l’esistenza nella sua completezza, questa totalità si presenta costruita, composita, in sé scissa in termini e qualità autoconsistenti e, assieme, comunicanti, posti in un rapporto di opposizione e contrasto, ma anche in un contesto di dialogo costruttivo.

Questo «dato di fatto degli opposti», per riprendere le parole di Guardini, è per l’appunto la matrice della vitalità di ciò che esiste e vive in terra, è la tensione generativa, l’attrito accumulante e sprigionante l’energia che muove gli eventi nella loro caoticità e nel loro ritmico e regolare accadere: una verità ambigua e contraddittoria che vince sulla mortificazione del puramente logico e univoco.

Così, complementariamente, si intersecano statico e dinamico, singolare e universale, forma e pienezza (sono queste alcune coppie di concetti indicate dal filosofo), coabitando nel medesimo corpo vitale. Ed una buona metafora, tanto efficace per la facilità della sua visualizzazione e per la sua reale ricorrenza nella nostra quotidianità, che dipinga in compendio i binomi sopra esposti, ci viene offerta dall’immagine dello scorrere di un fiume: la massa unitaria dell’acqua, già di per sé particellabile nell’infinità di molecole che la compongono, seppur contenuta nella forma geometrica o frastagliata delle sponde, turbina e mulina “disordinatamente”, impedendo qualsivoglia formalizzazione.

La forza suggestiva evocata dal fluire delle acque e dalla loro apparente staticità, quando considerate parte di un unico processo, si carica, peraltro, di ulteriori valenze, di approfondimenti e riflessioni che toccano argomenti in apparenza distanti tra loro. Herman Hesse (1877-1962), nelle vesti di un giovane indiano alla ricerca di sé, lesse tra le onde di un corso d’acqua l’evidenza dell’eterno, l’assoluto presente di un tempo che bagna le terre di ogni dove e simultaneamente diviene, scorre nel succedersi di ogni suo istante: «Nulla fu, nulla sarà: tutto è, tutto ha realtà e presenza»1, ed ugualmente la vita di un singolo uomo, che è d’altronde «anch’essa un fiume»2, permane nell’inesistenza del tempo.

Altri, lavorando a fondo sulla correlazione vita-fiume, intensificano il dubbio, l’incertezza sulla decifrazione dell’incedere dell’esistenza, confermando ancora la necessità di accettare senza riserva il suo duplice aspetto. Sarà allora lecito domandarsi, come Luzi suggerisce, «che cosa porterà con sé il fiume / al suo prossimo risveglio, / la pura ripetizione del già stato / […] o altro / non conosciuto / che si genera dal mutamento / di quella continuità»3. Il quesito tenta di indagare la natura delle vicende umane, distinguendo, forte dell’intervento critico della ragione, concetti logicamente inconciliabili, che contravverrebbero la logica della dizione (contra-dizione). Eppure, il mancato scioglimento della disgiunzione tra le due proposizioni impone anche al linguaggio il vigore dell’ambiguità del vivente, della ricorrenza di ciò che è già accaduto e, insieme, della novità del mai stato. In chiusa di poesia, è infatti solo la vita, nella sua complessità, a trionfare («La vita nasce alla vita, / è quello l’avvenimento, quella / la sola verità»4).

Molto altro si potrebbe dire a proposito di questo tema di inesauribile eloquenza, molto è stato detto e molto è stato scritto da Guardini nell’opera che abbiamo preso come punto di partenza. Ora, speriamo solamente di aver reso, in queste poche righe, il succo di un’immagine viva e sempre feconda del mondo, mai riducibile ad univoche e perentorie considerazioni, e di aver in tal modo stimolato una più curiosa apertura alla sua promiscuità.

 

Beatrice Magoga

 

NOTE:
1 Herman Hesse, Siddharta
2 Ibidem
3 Mario Luzi, Inferma, così, da Frasi e incisi di un canto salutare
4 Ibidem

[Photo credit kazuend su unsplash.com]

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La solitudine del riccio

 

La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. Hermann Hesse

Mi succedeva così. Di sentirmi sola in una stanza piena di gente. Di sentirmi sola in un abbraccio. Di sentirmi sola in una serata tra amici. Di sentirmi ancora una volta estranea alla Vita. Mi succedeva così. Di guardare il mondo attraverso un televisore e di sentirlo freddo o distante. E mi sentivo sbagliata. Perché c’è qualcosa di stonato nel sentirsi soli quando, almeno in apparenza, non lo si è. Come se, durante un film drammatico, qualcuno si mettesse a ridere. E c’è qualcosa di terribilmente ironico nella solitudine quando ti trovi a viverla, pensando che siano gli altri a non accettarti, mentre vivi nella speranza di trovare il calore dell’intimità.

In realtà ero come un riccio, lasciavo tutti a una certa distanza di sicurezza, perché se avessi lasciato avvicinare qualcuno sicuramente avrei dato amore. Perché se avessi iniziato a fidarmi di qualcuno, sicuramente avrei finito per star male. La mia solitudine era una scelta forzata di cui non ero consapevole. La mia solitudine era un ritiro rispetto alla Vita, rispetto all’idea che non ero capace di sostenere l’Altro. La mia solitudine era Paura. Paura di sentire. Paura d’amare e di lasciarmi amare. Di trovarmi nell’impossibilità di prevedere se, o meglio quando, sarei stata ferita, delusa o abbandonata. Paura d’essere felice. Paura che la felicità si presentasse con la sua luce dirompente e poi mi lasciasse al buio. Ho sempre pensato che Amare, nel senso più ampio della parola, vuol dire donare chi siamo all’altro. Sapevo come amare ma non volevo amare. Il rischio era troppo. La sfiducia nel mondo che provavo ha creato la mia difesa: la solitudine. Ed era una nemica tanto familiare da essere quasi amica. Ho affamato il mio cuore con esercizi di resistenza, costringendolo ad una guerra fredda. Una guerra che sempre più mi lasciava cicatrici profonde. Una guerra in cui stavo perdendo me stessa.

Ed era buffo, tutto sommato. Drizzavo i miei aculei per tenere il mondo alla lontana, senza capire che erano quelli a farmi così male. E così, a uno a uno, ho tolto tutti gli aculei. Rimanendo un po’ bruttina, un po’ spaurita. Ma guardandomi allo specchio mi sono scoperta viva.

Si può essere isolati e non sentirsi soli e sentirsi soli anche in mezzo a una folla. Ci si può sentire incompleti senza sapere quello di cui si ha bisogno. Ci si può chiudere alla vita e alla felicità che può riservare per paura. Aprirsi alla vita è accettare di non poterla controllare. Aprirsi alla vita è accettare che sia semplicemente assurda. Aprirsi alla vita è accettare di poter essere punti e pungere a propria volta. Aprirsi alla vita è una scelta consapevole e rischiosa ma è il solo modo perché sia davvero Vita, per riempire quel vuoto interiore in cui la solitudine ha affondato le sue radici.

 Giordana De Anna

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