Contro la cementificazione della Memoria

Ogni 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria, una data istituita in Italia per ricordare:

«la Shoah (lo sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Legge 211, 20 luglio 2000

Da questo momento, ogni 27 gennaio, le sale cinematografiche proiettano un film sul tema − quest’anno è la volta di Nebbia in agosto di Kai Wessel −, le biblioteche o le istituzioni culturali promuovono conferenze o spettacoli teatrali − solitamente su Hannah Arendt − e le scuole concedono il permesso a fugaci visite ai musei della Memoria, solo per obblighi istituzionali. Ed io, scrivendo un articolo sul giorno della memoria, mi cimento nel ruolo ricoperto da altri milioni di autori, che ogni anno dedicano 800 parole al 27 gennaio.
Tutto ben organizzato per trovare il tempo di ricordare. Alla fine occupa solo un giorno, o al massimo una settimana. Da domani ci si può finalmente sentire meno in colpa perché il nostro dovere di buon cittadino è stato eseguito. Anche da casa con Facebook. Da domani finalmente potremo condividere e postare a piacimento notizie riguardanti le terribili malattie portate dagli immigrati o quelle sui cani bisognosi di cura. I sommersi (nel vero senso della parola) e i salvati dei nostri tempi.

Il Giorno della Memoria è una memoria abitudinaria, ferma e passiva che sbiadisce con il tempo. Per quale motivo, allora, ci si ostina a fissarla − la memoria − in un preciso istante, quando è essa stessa un meccanismo in movimento che conserva e riformula le tracce di ciò che vediamo, sentiamo, guardiamo e tocchiamo?
Perché tendiamo a istituzionalizzarla e a monumentalizzarla in modo tale da isolarla e allontanarla dalle persone, rischiando che quest’ultime nel corso degli anni perdano la sensibilità nei confronti di ciò che è stato? Insomma, perché vogliamo mummificare la memoria delle stragi naziste?

Credo fermamente che occorra pensare a un qualcosa di permanente, al quale si possa aderire volontariamente senza l’incombenza di “dover” ricordare. Serve, dunque, un progetto che si riappropri del tempo e dello spazio, individuale e sociale, in maniera riservata e silenziosa, ma costante.
Un esempio, a mio parere, estremamente positivo è rappresentato dall’iniziativa Pietre d’inciampo1 partita da Colonia, una cittadina tedesca, grazie al genio dell’artista Gunter Demnig. Di cosa si tratta? Di un’idea semplice ed efficace: un sampietrino ricoperto da una piastra di ottone posto davanti alle abitazioni di chi venne deportato nei campi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Una piccola targa quadrata sopra la quale è riportato il nome della vittima, l’anno di nascita, la data e il luogo di deportazione. Se conosciuta, anche la data di morte.
Ad oggi di questi sampietrini ne son stati depositati circa 60 mila in quasi tutta Europa. Anche a Venezia se ne possono trovare alcuni2. Occorre fare attenzione però, perché le pietre d’inciampo non son semplici targhe dall’importanza irrilevante, bensì vere e proprie tracce in grado di relazionarsi con la quotidianità delle persone. In breve, le pietre d’inciampo sono vulnerabili: è possibile calpestarle inavvertitamente, o magari levarle volontariamente per negare ciò che è stato e ancora sono inermi di fronte alle intemperie e all’inquinamento urbano. Senza alcun tipo di timore reverenziale, come spesso accade davanti ai grandi monumenti ottocenteschi, si avrà qualche incontro con queste presenze permanenti e integrate nella città. Magari casualmente, ma in ogni caso si dovrà fare i conti  con questi quadratini dorati che pazientemente ricorderanno le storie delle “possibilità negate” dal nazismo.
La memoria, d’altronde, non deve essere astratta dalla vita, ma deve avere il coraggio di confrontarsi e scontrarsi con essa per tornare ad essere viva.

Marco Donadon

NOTE:
1. Per approfondire, si veda il sito dell’iniziativa.
2. Qui trovate una mappa aggiornata delle Pietre d’inciampo poste a Venezia.

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Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti

In Turchia, la notte di violenza tra il 15 e il 16 luglio ha visto fallire il tentativo di un golpe. Il premier turco ha costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: profeta o abile architetto?
Se questo rimane un interrogativo, quel che è certo è che di fatto il colpo di stato fallito ha reso Erdoğan ancora più forte.
Sarebbero circa 15.000 le persone arrestate; oltre 45.000 le persone sospese o rimosse dall’incarico; 20 siti web sono stati bloccati e sono stati 89 i mandati di cattura nei confronti dei giornalisti1.

Alla domanda del presidente turco “L’occidente è dalla parte della democrazia o dalla parte del golpe?”, mi pare opportuno rispondere che un colpo di stato è qualcosa di essenzialmente illiberale. La Turchia non deroga la norma.
Nel migliore scenario possibile avrebbe portato ad un diverso tipo di autoritarismo; nel peggiore avrebbe scaturito una guerra civile.
Eppure il fallimento del golpe non ha coinciso con la vittoria della democrazia, anzi.
Se intendiamo la democrazia non solo come espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato, la democrazia ha fallito.
Erdoğan non si è fermato alle purghe. Il 21 luglio è entrato in vigore lo stato di emergenza. Il governo turco ha deciso di non applicare, in via temporanea, la Convenzione europea per i diritti umani. L’articolo 15 della Carta prevede la possibilità di sospensione della stessa «per motivi di pubblica sicurezza o di minaccia alla nazione», tuttavia, alcuni diritti non possono e non devono essere limitati.
Ad esempio, l’articolo 5 della suddetta recita: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». La pratica della tortura si prefigge lo scopo di annientare la personalità della vittima e negare la dignità della persona. Il divieto assoluto della tortura o qualsiasi altro trattamento inumano o degradante non tollera alcuna eccezione. Il governo turco si è reso protagonista di episodi di tortura e violenza nei confronti delle persone ree di essere state coinvolte con il tentato golpe.

Dobbiamo considerare Erdoğan come il Billy Budd di Melville? È davvero accettabile l’idea secondo la quale, in talune circostanze, la violenza sia l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia?

È una sfida tra violenze? In uno scenario di violenza contro violenza, la superiorità del governo è sempre stata assoluta; tuttavia, tale superiorità dura soltanto fino a quando la struttura di potere del governo è intatta, cioè finché si obbedisce agli ordini o le forze di polizia sono preparate a far uso delle loro armi. Quando non è più così la situazione cambia totalmente.

È venuta a crearsi una realtà nella quale la violenza appare come l’ultima risorsa per mantenere inalterata la struttura di potere contro i singoli sfidanti, sembra in effetti che «la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient’altro che una facciata, il guanto di velluto che o nasconde il pugno di ferro oppure si rivela come appartenente a una tigre di carta»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. www.amnestyinternational.it
2. Hannah Arendt, Sulla violenza

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Telefono senza fili: il proibizionismo nell’era della connettività

“Impossibile connettersi”: il regime nordcoreano proibisce di telefonare all’estero.

Viviamo tempi grotteschi: gli smartphone sono egòfoni, colui che ne fa uso compulsivamente viene definito digitambulo e nascono nuove diagnosi, come la Sindrome da Sguardo Basso, parafrasando Michele Serra. E mentre siamo impegnati a pubblicare il nostro prossimo post sui social network, esiste un luogo dove la realtà è ben diversa. La situazione in Corea del Nord appare drammatica.

Il divieto di avere ogni tipo di contatto con i Paesi al di fuori del territorio, imposto dal Regime, genera uno scenario orwelliano. Le persone si sorvegliano a vicenda. Ognuno controlla l’Altro, nella vita domestica e nei luoghi di lavoro. Coloro che tentato di contattare i propri parenti fuggiti all’estero rischiano di finire nelle carceri di detenzione.

L’esperienza dell’isolamento, si badi bene, non della solitudine, contraddice la condizione umana della pluralità. Una domanda mi sorge spontanea: isolamento, estraniazione o sradicamento?

L’incapacità di agire, dettata dalla condizione di isolamento, è un tratto caratterizzante dell’autocrazia. Concetti differenti quelli di isolamento ed estraniazione. Come ci ricorda Hannah Arendt:

“Posso essere isolato, cioè in una situazione in cui non posso agire perché non c’è nessuno disposto ad agire con me, senza essere estraniato; e posso essere estraniato, cioè in una situazione in cui come persona mi sento abbandonato dal consorzio umano, senza essere isolato”.

La condizione dei cittadini nordcoreani è l’isolamento nella sfera politica e l’estraniazione nella sfera dei rapporti sociali. L’estraniazione, che nega la libertà di volere o il suo opposto, di negare, alimenta e si allea con il protrarsi dello status totalitario.

È interesse della tirannide esasperare la condizione di isolamento e traslarla in quella dell’estraniazione, ciò che annulla la vitalità dello spirito dell’uomo. La Corea del Nord è andata oltre, sradicando le radici affettive. Viene meno un bisogno fondamentale dell’uomo: comunicare. La comunicazione, oltre ad essere una necessità, appartiene alla natura umana. L’uomo coglie sé stesso in quanto uomo solo nel momento in cui si confronta e instaura un rapporto con un “Tu”. Entrare in rapporto significa comunicare. Il passo antecedente è l’emergere dell’Io. Tutto questo è negato nella realtà dispotica sopracitata. Mi domando se l’impossibilità di comunicare si traduca nell’impossibilità di esistere.

Ha il suono di una doppia condanna quel che accade ai cittadini nordcoreani: non solo non possono sapere cosa avviene al di fuori della loro realtà, ma non possono raccontare ciò che accade dentro. In questo dualismo il controllo sulle comunicazioni si trasforma in un’arma che cancella ogni informazione sull’atroce situazione dei diritti umani.

Nell’era digitale, ove ancora si pone in discussione la possibilità di restare “umani” nonostante il progresso tecnologico, ci ritroviamo spettatori inermi di una realtà, quella nordcoreana, che frena questo flusso di divenire.

Jessica Genova

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I competenti

Non si può fare politica senza pronunciarsi su questioni che nessun uomo sensato può dire di conoscere. Si deve essere infinitamente stupido o infinitamente ignorante per avere un’opinione sulla maggior parte dei problemi posti dalla politica.

P. Valéry, Des partis

Sono molti i luoghi in cui Galimberti mette in evidenza come, sotto la spinta dell’iperspecializzazione che lo sviluppo della tecnica (mi permetto di specificare, questo sviluppo di questa tecnica) ci richiede, la democrazia sia destinata ad estinguersi per mancanza delle competenze tecniche necessarie per prendere una decisione su uno specifico tema – sicché, le decisioni vengono poi prese con la “pancia” e i politici diventano affabulatori di masse incompetenti (su questo, una scorrevole e affascinante lettura può essere il suo La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica).

Le implicazioni etiche di un simile scenario sono state individuate dalla Arendt nel suo dirompente La banalità del male dove identifica nella specializzazione, e quindi nello specialista (in quel caso, della “soluzione finale”, amministrata come un qualsiasi indifferente atto specialistico: Eichmann), la fine non solo della possibilità di pensare ma anche della facoltà di giudicare, quindi della responsabilità – tema già anticipato nel’44 da Camus (Eichmann in Jerusalem è del ’63), quando nel suo articolo Non tutto si sistema (pubblicato su Lettres françaises, giornale clandestino del Comité national des écrivains, con un certo imbarazzo), imputa al membro del Governo Vichy, Pucheu, un torto che definisce come “mancanza di immaginazione”; tipica, oggi lo si può constatare ancor più di ieri, dello specialista.

Stando così le cose, il problema non risulta superabile né trasformandoci in “tuttologi”, né diventando claustrofobici iperspecialisti. La prima cosa non è, per fortuna, realizzabile. La seconda è antidialettica, perché circoscrive il pensare all’interno di parametri predefiniti, rendendolo quindi nient’altro che una funzione di quei parametri (con tutte le implicazioni e conseguenze culturali, sociali, politiche ed etiche che molti pensatori contemporanei hanno già evidenziato).

Sia chiaro, con questo non voglio dire che lo specialista non abbia diritto di cittadinanza in società: se devo essere operato voglio esserlo da un chirurgo professionista. Sto dicendo invece che non si può assumere il pensiero specialistico come se fosse quello migliore, se non addirittura l’unico, per prendere decisioni – peraltro, senza neanche chiedersi quali siano i fondamenti culturali dello stesso. In parole povere: al mio computer chiedo di navigare su internet, ma non chiedo di dirmi il significato di internet.

Ecco allora la chiave di volta, che stiamo sempre più dimenticando: il significato.

Quando siamo interrogati su questioni su cui non siamo tecnicamente competenti (dalle centrali nucleari, alla ricerca medica, alle trivellazioni petrolifere…), non siamo necessariamente destinati al silenzio, o a dire la prima cosa che ci passa per la testa (questa è la democrazia oggi) o ad una rapida acquisizione di competenze tecniche (cosa impossibile; inoltre l’ostentazione di qualche superficiale competenza ci fa diventare ancor più grotteschi di chi parla senza competenza alcuna). C’è invece un’ulteriore possibilità, a mio modo di vedere, quella sensata: porci un problema di significato. Ovvero, non soffermarsi su misurazioni e calcoli tecnici relativi ad un evento, ma sul significato di quell’evento nel mondo.

Sul significato nessuna misurazione o calcolo può dire qualcosa, dato che un significato non è quantificabile. Le competenze tecniche sono incompetenti in materia di senso. L’incompetente par excellence, dunque, è l’ipercompetente su qualcosa.

Ma in quale luogo del mondo si può oggi apprezzare non una calcolazione tecnica degli eventi ma un’interrogazione del loro significato, se anche l’attività del pensare è nelle università sempre più ridotta ad una misurazione che ne attesti la competenza?

Federico Sollazzo

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La disumanizzazione ieri e oggi

Lunedì sono andato al cinema: “Race – il colore della vittoria”. Parla delle vicende di J. Owens, corridore afroamericano che partecipò ai giochi olimpici del 1936 a Berlino sotto il regime Nazista. Vinse quattro medaglie d’oro e diventò un simbolo della lotta alle ideologie razziste dell’Hitlerismo ma anche interne agli USA. La storia è molto curiosa e ricca di spunti interessanti; tra questi, uno che mi ha colpito e fatto riflettere è il processo di disumanizzazione perpetrato dal Nazismo che tanto sconvolge e del quale non si parlerà mai abbastanza.

La riflessione di H. Arendt nell’opera “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme” punta l’attenzione anche su questo aspetto. È una delle possibilità più spaventose che l’uomo possa produrre: com’è possibile che si possa considerare un’altra persona non umana? Perché è proprio questo che permetteva ai nazisti di compiere i loro crimini. Non stavano uccidendo una persona, ma un animale. Non stavano eliminando delle vite, ma liberando il Paese da un’infestazione. Non stavano compiendo sperimentazioni contro qualsiasi etica o diritto, perché i pazienti non erano degli uomini.

Cosa avremmo fatto noi in quegli anni se ci fossimo trovati immersi in quel clima?

Avremmo osato morire per difendere una persona che magari neanche conoscevamo e che sarebbe comunque stata uccisa dopo di noi?

Avremmo rischiato la morte per proteggere degli sconosciuti invece di incassare una ricompensa per la loro denuncia?

Insomma: ci saremmo fatti anche noi contagiare dalla banalità del male, che permette di mettersi il cuore in pace spegnendo il cervello?

Eichmann, infatti, ha introdotto il pericolo dell’irriflessività: una massa di uomini normali – la stessa Arendt definisce così Eichmann quando lo vede e lo ascolta a Gerusalemme – che compivano azioni mostruose. È il trionfo della follia, spacciata per legge e “giustizia”. Il contesto ideologico all’interno del quali si era inseriti conferiva agli uomini nuove categorie di interpretazione del reale. Un gesto che prima poteva ripugnare diventava semplice e normale – anzi – forse addirittura doveroso.

Non è un discorso astratto, perché la situazione si sta ricreando – per alcuni già ha preso il sopravvento – proprio qui, in Italia. Certo, magari sono cambiati i toni (basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che non è proprio così); forse il risultato che si vuole ottenere è diverso (idem); potrebbe darsi che questa volta si risparmino almeno i bambini (l’immagine di quel corpicino disteso inerme sulla spiaggia dovrebbe essere ancora fresca nelle nostre menti), ma il bersaglio rimane sempre lo stesso: un capro espiatorio che incarni tutti i problemi del Paese e contro il quale scagliarsi sottraendogli lo statuto di persona. La crisi migratoria ha messo in luce le reali difficoltà dell’Unione Europea nel corso degli anni, e l’accordo con la Turchia entrato in vigore il 4 Aprile ne ha sancito il fallimento. Come si può pensare che il rimpatrio in Turchia sia una scelta corretta e soprattutto etica nei confronti dei profughi? In ogni caso, la chiusura della rotta Balcanica ha riportato l’Italia a meta privilegiata di chi fugge, complicando ancora di più la nostra già precaria situazione.

I numeri dell’ondata sono impressionanti: secondo l’Unhcr – l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – nei primi tre mesi del 2016 in Italia sono arrivate 18.400 persone. Nel 2014 l’Is ha incassato circa trecento milioni di dollari dal traffico di esseri umani secondo un rapporto della Global iniziative against trasnational organized crime. Tom Keatinge del Royal united services institute afferma – però – che “non è l’Is a gestire il traffico, ma tassa chi lo fa”. «Più che la minaccia del gruppo Stato islamico, l’impegno del governo italiano è dovuto all’urgenza di fermare i migranti e tutelare l’interesse dell’Eni» queste le parole di Alberto Mucci, ripreso dal settimanale “Internazionale” riguardo all’impegno italiano in Libia. Il petrolio. Sembra inconcepibile che di fronte alla tragedia che si sta compiendo anche in questo preciso istante l’interesse sia rivolto a quel maledetto liquido nero. Eppure «[…] in Libia l’Italia ha già grandi interessi. L’Eni ha quasi un monopolio sul settore petrolifero libico: è presente nel paese dal 1959 ed è l’unica azienda internazionale a operare a pieno regime. La sua presenza in Libia ha un’importanza strategica vitale per l’Italia e, nonostante gli enormi costi per la sicurezza, è forse il principale motivo degli sforzi di Roma per pacificare il paese nordafricano, con o senza alleati. […]»: sempre parole di Mucci.

Finché l’Europa non vorrà prendere a cuore la questione in modo serio, le morti in mare continueranno e gli sbarchi aumenteranno. Ma se gli interessi principali rimangono il petrolio ed il denaro proveniente dal traffico di esseri umani invece che salvaguardare le loro vite mi viene da pensare che questo non costituisca un problema. Dobbiamo renderci conto che la disumanizzazione dei profughi è già in atto. Una differenza rispetto al passato però è individuabile: per non vedere ciò che sta succedendo non li identifichiamo come animali senza diritti come facevano i Nazisti, semplicemente facciamo finta che il loro sangue in mare sia azzurro, in modo che non ci guasti il panorama.

Massimiliano Mattiuzzo

 

Invece che questuare la politica

Sempre più spesso ci si affida alla politica per la risoluzione di problemi essenziali (addirittura a volte non semplicemente chiedendo ma pretendendo tale risoluzione) – sintomo di uno spaesamento generale che innalza la richiesta di pater familias. Ma una simile richiesta, pretesa, supplica è giustificata? La politica può e/o deve soddisfarla?

Innanzi tutto, per avere almeno una chance di soddisfarla i politici dovrebbero essere degli uomini di cultura e pensiero, cosa oggi sempre più rara, basti notare la pochezza culturale e la piattezza argomentativa di molti di loro.

Ma soprattutto, i politici non possono e non devono soddisfare quella questua di senso, perché la politica – che evidentemente prendo qui in termini istituzionali – è mera amministrazione dell’esistente.

L’amministrazione è il tratto distintivo della politica. Esattamente a questo si riferiva la Arendt in Vita Activa quando comparava il modello politico antico con quello moderno. La teorica della politica notava infatti come nelle poleis la vita domestica, da lei definita come “sfera privata”, era nient’altro che gestione delle necessità biologiche per la sopravvivenza, oikonomia nel senso di amministrazione della casa, mentre la vita pubblica, che si esercitava in quello che lei definiva come “spazio pubblico”, era la sede deputata al perseguimento dell’eccellenza, e l’eccellenza non è amministrabile, è al di là di qualsiasi amministrazione – en passant, ecco il perché del disprezzo per gli schiavi nell’antica Grecia: essi preferiscono aver salva la vita rinunciando al perseguimento dell’eccellenza, possibile solo per gli uomini liberi, anziché rischiare di perdere la vita nel ricercare quella libertà che è conditio sine qua non per il perseguimento di qualcosa di eccellente, e in quanto tale degno di essere ricordato dalle future generazioni. Successivamente (attraverso uno sviluppo per la Arendt imputabile sostanzialmente al cristianesimo ed al marxismo), la politica ha assunto i caratteri che erano in precedenza della sfera privata, trasformandosi in ciò che la pensatrice tedesca chiama il “sociale”, divenendo così mera amministrazione dell’esistente; ed ecco che scompare dal mondo un luogo deputato al perseguimento dell’eccellenza.

A questo punto possiamo chiederci: perché mai la politica come amministrazione non è in grado di affrontare le questioni essenziali?

In sintesi, per almeno due ordini di motivi, uno generale ed uno particolare.

In generale, perché l’amministrazione delle cose lascia le cose essenzialmente come sono: non inserisce fratture nel divenire, non muta l’ordine stabilito delle cose, essendo anzi essa stessa a definirlo, non permette che si diano deviazioni, anomalie, differenze, anormalità ma le riconduce a sé amministrandole; invece, perseguire un’eccellenza, ovvero mettere al mondo il proprio talento, significa proprio eccedere l’ordine stabilito delle cose.

Nel particolare, perché la specifica forma di amministrazione di oggi è dettata dalla razionalità strumentale, esito di un certo rapporto che intratteniamo con la tecnica. Ovvero, è un’amministrazione informata dal criterio della pura efficienza, dell’efficienza per l’efficienza – che in quanto tale, si badi, è efficienza cieca. Prova ne sia il fatto che i politici si vantano di essere efficienti, ad esempio nell’amministrazione di una città o di un Paese, e criticano chi appare non tale.

Eppure, di un’amministrazione c’è pur sempre bisogno. Infatti, cercando di integrare il discorso della Arendt, si può affermare come anche l’antico spazio pubblico fosse retto da un certo tipo di amministrazione. E allora come si può uscire dalla problematica di un’amministrazione senza la quale non si può stare e che però al tempo stesso tende ad impedire l’eccellenza che si dà nella messa al mondo del proprio talento?

Con un tipo speciale di amministrazione, che sia finalizzata alla creazione di luoghi e tempi, contingenze, propedeutici alla realizzazione del proprio talento. Ma come sviluppare un simile tipo di amministrazione?

Assolutamente non chiedendo, pretendendo o implorando che i politici facciano ciò (e così mi ricongiungo all’inizio di questo breve articolo). La politica si può orientare alla realizzazione di talenti solo se e quando le persone, in primis, vivono il proprio talento. Nel Simposio Platone afferma che tutti gli uomini nascono gravidi ma che solo alcuni riescono a sbloccare la propria gravidanza. Bene, coloro i quali partoriscono il proprio talento non vi riescono certo perché un politico, o chi per lui, lo ha fatto in loro vece. Il parto di qualcosa che è dentro di sé avviene sempre in prima persona, o non avviene affatto. E se ciò avviene su larga scala, la politica si adeguerà a tali circostanze: l’amministrazione amministra quel che trova da amministrare.

Invece che questuare la politica, dunque, ci si dovrebbe dedicare alla coltivazione di se stessi. I problemi che emergono nella politica odierna non sono altro che il frammento terminale di una mancanza ben più originaria: artisti e pensatori che accettano di non essere tali, poeti che non poetano, filosofi che non filosofano…

Ma per riuscire a realizzare ciò per cui si è nati – quindi, tanto per farlo quanto per non illudersi che lo si stia facendo solo perché i risultati sociali possono essere buoni e/o perché si sta facendo qualcosa di eccentrico – l’inaggirabile punto di partenza resta sempre il socratico gnothi seauton, conosci te stesso.

Impresa ardua sempre, soprattutto nell’epoca della dismisura strumentale e mediatica.

Federico Sollazzo

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De immigratione

In primo luogo noi non desideriamo essere chiamati «profughi». Tra di noi ci chiamiamo «nuovi arrivati» o «immigrati». I nostri giornali sono per «americani di lingua tedesca»
Solitamente il termine «profugo» designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica. È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo, tuttavia non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale. Con noi il significato del termine «profugo» è cambiato. Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell’aiuto dei Refugee Committees.”[1]
Queste le parole di Hannah Arendt nel saggio “Noi profughi” contenuto all’interno dell’opera Ebraismo e Modernità. E da notare come questa testimonianza non abbia solo un valore storico ma anche ontologico-esistenziale. Infatti, come sottolinea la pensatrice, si ha una trasmutazione del significato di “profugo” che determina un cambiamento dell’accoglienza che sta alla base dell’arrivo in un nuovo paese.

“Abbiamo perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana. Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo. Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle relazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti. Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.”[1]

“Profughi” sono diventate le persone ultime tra le ultime, chi non ha più niente: casa, lavoro, lingua. «Le nostre vite sono state spezzate»: a sottolineare come la morte non ha a che fare solo con la fisicità, ma – più intimamente – con la mente, con il pensiero. La vita non sarà mai più quella di una volta: ci si trova ad essere stranieri tra gli stranieri, con il bisogno di essere accettati ma con l’incapacità di portarlo a termine. Si è persa la casa, cioè l’intimità dei legami – della vita quotidiana -, il radicamento alla terra, si è perso il lavoro, ciò che ci rende socialmente utili e accettati; e si è persa la lingua, cioè l’identità con se stessi e con il proprio mondo.

Certo, le situazioni e condizioni non sono identiche di quelle ebraiche ai tempi dell’Hitlerismo, ma quale argomento più attuale se non il flusso migratorio che interessa il momento? La descrizione che fa H. Arendt calza tristemente a pennello con chi è costretto a salire su un barcone verso l’Europa, visto che scappare per salvare la vita lasciandosi alle spalle tutto ciò che prima essa rappresentava è esattamente quello a cui erano costretti gli Ebrei
Ne abbiamo sentite di tutti i colori, ed è oltremodo semplice sentirsi confusi o ritrovarsi traviati dal calderone di idee che interessa quello che viene definito un problema.
Perché – effettivamente – di un problema si tratta.
La mia personale opinione, però, è che sia la nostra volontà a renderlo tale.
Infatti: cosa trasforma una potenziale risorsa in un problema? La risorsa stessa o chi gestisce la questione?
Aristotele aveva fatto luce sul passaggio da un tipo di essere ad un altro, qualificando il divenire come passaggio da potenza ad atto. Ebbene: quale malsano ragionamento ci permette di rendere qualcosa che in potenza può essere utile in un danno totale in atto?
Mi spiego meglio. Il diverso – l’altro – fa sempre paura ad un primo impatto. È un sentimento legittimo: dal nuovo non possiamo sapere cosa aspettarci. Ora, superata questa prima caratterizzazione, il successivo passo logico dovrebbe essere quello di scoprire la fondatezza o meno dei nostri timori. Ecco il punto nevralgico: la fonte di informazioni che crea in noi la nostra “personale” – le virgolette sono d’obbligo vista la facilità con cui ci facciamo manipolare – opinione in merito alla questione. Aggiungiamo un altro tassello: in Italia, ma non solo, l’informazione non è libera; o meglio: l’informazione lo è, ma indipendenti non sono le modalità con cui possiamo raggiungerla.
La dimostrazione è semplice: domandiamoci quali sono i mezzi che partecipano al parto di un’opinione. Nella maggior parte dei casi la risposta è banale: giornali, televisione, internet; ed è proprio nella semplicità con cui possiamo raggiungerli che si cela l’inganno. Il filosofo austriaco Karl Popper aveva proposto una patente che regolasse le comparse in televisione, proprio a causa dell’enorme potenzialità di questo mezzo, capace di influenzare ogni vita umana. La forza risiede nell’enorme visibilità che può avere un’opinione espressa attraverso la tv, in grado di indirizzare le nostre scelte verso ciò che viene trasmesso o affermato durante un programma, basta pensare alla pubblicità.

 
L’esperimento sociale condotto da P.F. Cottone – docente di psicologia presso l’Università di Padova – è un chiaro esempio di come la manipolazione mediatica agisce sulle nostre opinioni. Egli ha intervistato a Lampedusa uomini e donne di varie età domandando cosa ne pensassero della situazione profughi e le risposte erano state varie ma comunque indirizzate verso un’accoglienza calorosa e per nulla distaccata, con la convinzione che fosse un’opportunità di riscatto e per mettersi in gioco. È necessario sottolineare che, al momento delle interviste, non fosse possibile la lettura di giornali. Successivamente – quando il flusso di notizie cartacee ebbe ripreso a scorrere in città – Cottone ripropose l’intervista alle medesime persone, ottenendo risposte differenti, non nella sostanza ma nei modi, sull’onda della paura – per non dire odio – che le testate giornalistiche propongono ogni giorno.
Toniamo quindi a noi, al punto più importante della questione: siamo noi a trasformare in problema la situazione attuale?
Usciamo da buonismi e semplicismi, ma anche da pregiudizi e generalizzazioni; allontaniamo posizioni politiche o pseudo-politiche – non è il risvolto politico che mi interessa – e concentriamoci solo ed esclusivamente su semplici fatti.
La crisi delle carceri in Italia è in atto almeno da un decennio, ben prima che il flusso migratorio diventasse così cospicuo.
È stato sotto gli occhi di tutti noi, tutti i giorni, come qualsiasi governo – da qui ad almeno venti anni or sono – non sia stato in grado di gestire in maniera adeguata l’emergenza migranti, e non solo quella.
A ciò aggiungiamo il contributo Europeo, che prima investe milioni per le accoglienze, poi si dimentica dell’esistenza del problema, proprio nel momento in cui si aggrava, poi cambia di nuovo idea con l’attuale riassegnazione delle quote (e l’accordo tra i vari Paesi è ancora molto lontano).
E questo è ciò che riguarda noi; ora diamo uno sguardo – breve e superficiale, ne sono consapevole, ma quanto basta per farci una prima idea – alla situazione del continente Africano.

 
Guerre. Fame. Povertà.
Tre semplici parole, il cui uso è stato ormai abusato, ma che non possiamo ignorare. È solo comprendendole che possiamo iniziare a capire cosa spinge migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese, la propria casa, i propri conoscenti – a volte la stessa famiglia! – per intraprendere un viaggio che sembra più una condanna che una salvezza. Alcuni Paesi vivono una tale situazione di terrore che la famiglia è costretta a celebrare un finto funerale per chi scappa, altrimenti se si venisse a conoscenza della partenza le ripercussioni sui suoi famigliari sarebbero terribili.
Chiediamoci, allora, cosa può spingere una persona a mettere a rischio la vita della propria moglie, del proprio marito, dei propri figli, pur di partire; e quale può essere il suo scopo? Scappa perché è povero e vuole andare a rubare per arricchirsi? Scappa perché non gli bastano la moglie – o le mogli – che già ha e vuole andare a stuprare? Scappa perché odia così tanto gli europei a tal punto da voler rubar loro il lavoro? Io non credo.
Con questo – per evitare generalizzazioni malsane – non voglio santificare i profughi o far finta di non vedere le situazioni critiche di povertà a cui sono sottoposti anche gli italiani. Non deve esistere una gerarchia della sfortuna, un criterio che scelga chi aiutare e chi no, men che meno se questo criterio è la nazionalità. Allo stesso modo un criminale è colpevole di ciò che fa e deve rispondere dei suoi atti, non del Paese nel quale il Fato ha scelto di farlo nascere!
E smettiamola con le fantasie che l’informazione – o dovremmo dire disinformazione? – propone ogni giorno.
L’idea che dobbiamo crearci deve essere dettata da buon senso, da fatti, dati , prove, da ragionamenti che non favoriscano uno o l’altro partito, ma che cerchino di dare uno sguardo d’insieme che sia il più possibile oggettivo, o al meno ragionevole.
Ribadisco il mio assoluto distacco da quel che ormai – il motivo non me lo spiego – viene definito buonismo. Ma cos’è il buonismo? Il vocabolario Treccani afferma: «Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico».
“Avversari”. Chi decide chi è mio avversario? Non dovremmo essere noi stessi a farlo, invece che venga sempre scelto un capro espiatorio come causa di ogni male da qualcun altro?
Ecco perché la soluzione non è sicuramente quella di un’accoglienza totale ed indiscriminata, come non può esserla la chiusura delle frontiere. L’estremismo non risolve mai nulla. È ovvio che accogliere ed aiutare tutti allo stesso modo non è possibile – o almeno non lo è da soli – ma anche la politica opposta non risolve nulla, visto che i barconi continueranno a sbarcare persone anche se decidessimo di non accettarle, aggravando ancora di più la situazione a causa del fatto che verrebbero a mancare anche i primi fondamentali controlli. Bisogna rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro con decisione, con impegno, ma anche con umanità, perché non possiamo dimenticarci che è sempre della vita di esseri umani come noi che si sta parlando. Iniziamo a tagliare vitalizi e mega-pensioni, diminuiamo l’evasione fiscale, diminuiamo l’età pensionabile e re-investiamo in un’accoglienza che sia finalmente ragionata, coerente con lo scopo che si è prefissata e priva di sprechi (di quei famosi 30 euro – e si sentono cifre ancora maggiori – quanti vanno veramente in mano ad un profugo e quanti sono invece messi in tasca da chi – italiani – gestisce la cosa?).
Re-investiamo nel lavoro e nell’entrata in società, per italiani e non ovviamente. Come possiamo pretendere l’inserimento sociale se non sono presenti le condizioni che lo rendano tale?
Diamo una possibilità al “nuovo”, sfruttiamone la potenzialità come risorsa – non solo materiale ma anche culturale – invece che trasformalo in un problema che non siamo capaci di risolvere. Costi e sacrifici ce ne saranno per tutti, ma ogni cosa ha il suo prezzo, e il risultato vale bene qualche sacrificio da parte di ognuno di noi.

Massimiliano Mattiuzzo

Gli uomini del fare

Politici (di tutti gli schieramenti) e opinione (sempre più) comune, concordano: con la cultura non si mangia, leggere non serve a niente, meglio laurearsi presto anche se male anziché tardi anche se bene (o forse non laurearsi affatto, tanto oggi per trovare un posto, che so, da ministro, basta saper usare i social), ecc., e ogni qualvolta che qualcuno se ne esce con qualche esternazione del genere, ne consegue un profluvio di articoli e commenti indignati, un coro in difesa della cultura, e la cosa si riduce così ad uno scontro binario fra guelfi e ghibellini.

Come piccola e ovvia premessa, va da sé che quando gli uomini del fare criticano il sapere, si riferiscono alla cultura, quindi al sapere umanistico, e certamente non al sapere tecnico, pratico, operativo, quello delle scienze applicate (le scienze “pure” sono tollerate solo perché servono per arrivare a quelle applicate), quello del know-how, che è già una forma di fare. È (dovrebbe essere) infatti ormai chiaro anche ai sassi che è in corso una risignificazione di termini, e delle relative pratiche, quali sapere, conoscenza, istruzione, educazione, facendoli coincidere con l’acquisizione di competenze dettate dalle esigenze del mercato (a loro volta, dettate dalle esigenze della tecnica, ma qui il discorso diventa lungo). Scuole e università si trasformano così in nuovi centri di avviamento al lavoro, che differiscono da quelli del passato solo per l’iperspecializzazione dei nuovi operai che producono – sarebbero queste la “Buona Scuola” e la “Buona Università”? E la cultura – en passant, una cultura alla quale ormai non prepara più nessuno, se scuole e università sono impegnate solo nella produzione di futura manodopera – è tollerata al massimo come ornamento del fare, come divertissement nelle pause del fare. Ora, so che è utopistico e obsoleto pensare oggi che dovrebbe essere il lavoro ad essere subordinato ai princìpi della cultura, ma sarebbe già un risultato (oggi impossibile, lo so) se almeno la si smettesse di ritenere che dovrebbe essere la seconda a sottomettersi al primo.

Ad ogni modo, in queste brevi righe, per quanto mi senta distante anni luce dagli “uomini del fare”, non voglio però unirmi al coro degli “uomini del sapere”. Innanzitutto per una mia personale allergia all’appartenenza ad un qualsiasi schieramento, ma soprattutto perché mi sembra che la cosa sia ormai alquanto inutile (o forse utile solo per alimentare il circo mediatico e quindi, appunto, inutile). Vorrei invece qui prendere seriamente in considerazione il punto di vista degli uomini del fare, ammettere che possano aver ragione e vedere che cosa deriverebbe da un’applicazione sociale di questa ragione.

Quindi, gli uomini del sapere pensano, cosa inutile perché equivale a fare niente, mentre gli uomini del fare fanno, ovvero fanno il mondo. È per questo che gli uomini del fare supportano, e sopportano, gli uomini del pensare. Bene, ma nel loro fare, gli uomini del fare, che cosa fanno? Indipendentemente dalla cosa specifica che fanno, il punto è che fanno sempre la stessa cosa. Per fare qualcosa di diverso, infatti, bisogna saper iniziare qualcosa di nuovo, ma per mettere al mondo un nuovo inizio bisogna prima pensarlo – non a caso la Arendt pensava che l’iniziare qualcosa di nuovo fosse la cifra dello stare al mondo.

Un esempio elementare (accessibile così anche agli uomini del fare). Oggi si parla tanto del passaggio dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili. Benché il passaggio dalle une alle altre, in termini teoretici, sia un piccolo passo, è però pur sempre un nuovo inizio, un incominciare, la messa al mondo di una nuova possibilità, una differenza, uno scarto rispetto a ciò che vi era, che si faceva, prima. Insomma, è un pensiero. Invece, semplicemente seguendo il fare, si continuerebbe a fare, sempre nella stessa maniera, fino all’inevitabile esaurimento per consumazione di quello che si fa. Si moltiplichi questo esempio banale su scale di eventi più raffinati, e si vedrà la differenza tra l’autismo mortifero del fare e l’apertura vitalizzante del pensare.

Il fare quindi non può che rifare sempre la stessa cosa, poiché per introdurvi uno scarto qualitativo servirebbe il pensare, fino a consumarla del tutto, tanto idealmente quanto materialisticamente. Il fare, senza il pensare, senza la cultura, è destinato e destina all’estinzione.

E allora, esattamente al contrario di quel che dice il mantra della vulgata del fare, sono gli uomini del sapere, inteso come cultura e come pensare, a supportare (e sopportare?) gli uomini del fare. E se, come sembriamo ben avviati, prima o poi arriveremo all’autoestinzione, da non intendersi necessariamente solo come una possibilità fisica, un attimo prima guardiamoci intorno per vedere quanti uomini del fare e del sapere ci sono, e quindi la presenza di quale dei due sta portando tutti e tutto verso la fine.

Federico Sollazzo

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Conformismo democratico: un dialogo tra A. Tocqueville e H. Arendt

Hannah Arendt, nella sua lunga riflessione, è sempre tornata sulle pagine di Alexis Tocqueville, tanto che potrebbe essere considerata vera erede del pensatore normanno. Pur potendo parlare di continuità di pensiero, visti i continui rimandi ai testi di Tocqueville da parte della Arendt, è utile quanto necessario un autentico confronto non solo tra i punti di contatto ma anche tra le differenze delle due prospettive. Dobbiamo tener conto infatti, che tra i due Autori vi è un contesto storico, sociale e intellettuale molto diverso.

Tocqueville aveva ben intuito quei dilemmi interni della società moderna, che secondo la Arendt, hanno poi trovato la loro massima espressione nel fenomeno totalitario. Se consideriamo poi le riflessioni circa la civiltà di massa che la Arendt delinea in Vita Activa, il richiamo a Tocqueville è evidente: egli aveva messo in evidenza infatti le trasformazioni antropologiche del cittadino democratico verso un universale livellamento dell’assetto egualitario e di conseguenza, l’inabissarsi del singolo verso una folla piatta. Siamo di fronte a un processo di de-individualizzazione che tocca sia l’uomo-eguale quanto l’uomo-massa arendtiano.

Hannah Arendt riconosce a Tocqueville il merito di aver individuato nell’uguaglianza dei moderni l’origine del conformismo della società moderna. Se per Tocqueville la massificazione, cui è sottoposto il cittadino americano, si realizza nel momento in cui l’uomo-eguale si abbandona al potere della maggioranza, per Hannah Arendt il livellamento dell’uomo-massa è rintracciabile all’interno di quel processo omologante che è emerso a partire da un individuo che non è più in grado di distinguere l’oikos dall’agorà e concentra tutta la propria esistenza attorno al labor, dove ciascun individuo altro non è che un semplice ingranaggio nella grande macchina produttiva. Un conformismo comportamentale nato da un agire strumentale standardizzato, che sfocia nella totale spersonalizzazione dell’individuo, il quale, spogliato di ogni tratto distintivo, è privato di quella dimensione intersoggettiva dell’in-fra in cui poter comunicare e relazionarsi. In Vita Activa così scrive Hannah Arendt:

«ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare, non è, almeno non lo è principalmente, il numero delle persone implicate, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle»1.

I due pensatori concordano sul delinearsi di un nuovo ordine sociale composto da individui eguali ma isolati l’uno dall’altro, individui interessati solamente al perseguimento di una felicità privata e non più interessati a quella felicità pubblica di cui parlava la Arendt, ovvero di quella felicità coincidente con la partecipazione alla vita politica, una partecipazione che però va intesa come azione diretta al potere politico. Leggiamo così:

«perché felicità pubblica significava una partecipazione al governo degli affari, cioè al potere pubblico, in quanto distinto dal diritto, generalmente riconosciuto, di essere protetti dal governo persino contro il potere pubblico»2.

Visione comune è questo graduale inabissarsi dell’agire politico in epoca moderna. Ciò che è andato perso è quella capacità umana di agire e dialogare in uno spazio condiviso da una pluralità di individui diversi3. Solamente all’interno di uno spazio pubblico l’individuo può mostrare la propria unicità; così «la politica – ripensata e ri-immaginata a partire dalla suggestioni antiche, ma non esclusivamente aderente a esse – non è altro che lo spazio/tempo in cui la pluralità può mostrarsi»4. La ricerca di uno spazio politico nuovo dove il pluralismo possa dar vita a una nuova libertà degli antichi5, è ciò che lega il pensiero di Hannah Arendt al liberalismo di Tocqueville.

 

Elena Casagrande

 

NOTE
1. H. Arendt, Vita Activa, Bompiani, Milano 1964, p. 59.
2. H. Arendt, L’azione e «la ricerca della felicità», p. 345
3. O. Guaraldo, Hannah Arendt: la politica come libertà, in Quaderni laici, n.7, 2012, p.99
4. Ivi, p.103
5. Rifierimento a B. Costant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni, Einaudi, Torino, 2005.

Hannah Arendt: come la banalità genera il male

Il modo in cui Hannah Arendt descrive il momento della condanna a morte di Adolf Eichmann è impeccabile. Impeccabile nel peso che ogni singola parola espressa, acquista. Impeccabile nel valore che riesce a comunicare nella descrizione di alcuni particolari e di quei gesti che, anche durante il processo del 1961, hanno fatto la differenza, mettendo a nudo le contraddizioni di una mentalità perversa, incarnata in quell’essere umano, accusato di essere uno dei responsabili di uno dei più tragici crimini contro tutta l’umanità.

«Eichmann andò alla force con grande dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. […] Percorse i cinquanta metri della sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso»1.

Quello che possiamo percepire anche attraverso una prima e veloce lettura è il ritratto di un protagonista, la rappresentazione di un uomo che, fino all’ultimo, si è sentito al centro della scena. Anzi, egli non solo ha fatto in modo che le luci fossero rivolte su di lui fino alla chiusura del sipario, ma ha inoltre contribuito alla stessa costruzione della rappresentazione di quella scena teatrale finale che, attraverso la sua condanna a morte, lo proclamava e lo innalzava quasi come se, i suoi, fossero stati dei gesti eroici.

Nessuna colpa, nessun rimorso. Per lui quelli commessi non erano crimini orrendi, senza pietà e dei quali doveva essere ritenuto responsabile.

D’altronde, sostenne Eichmann, egli si occupava solamente del trasporto dei deportati verso i campi di concentramento: personalmente, non aveva mai ucciso nessuno, aveva solo rispettato gli ordini ed era diventato un piccolo ingranaggio di quella macchina infernale2, alimentata dall’odio verso il diverso, l’altro. Chi poteva dunque essere considerato il vero responsabile dell’uccisione degli ebrei? Poteva Eichmann definirsi innocente, solo per il fatto di aver rispettato le decisioni e gli imperativi di un comando superiore cui aderiva e cui non poteva in alcun modo sottrarsi? Che fine fanno la responsabilità e la colpa?

Hannah Arendt in Responsabilità e giudizio spiega come talvolta, quando un crimine commesso coinvolge un grande numero di attori, si finisce con il sostenere il valore di una responsabilità collettiva, in altre parole, una dimensione globale alla quale nessuno può sottrarsi. È importante ammettere tuttavia che l’idea di una responsabilità universale non solo impedisce che vengano definiti gradi di colpevolezza differenti a seconda del crimine commesso da ogni singolo individuo; ciò che è ancora più grave è che questo possa essere utilizzato come strumento attraverso il quale ciascuno, attraverso la logica del “se nessuno è colpevole, nemmeno io lo sono”, riesce a sentirsi innocente e ad uscirne “pulito”.

Strumentalizzare un concetto di responsabilità collettiva al fine di decolpevolizzarsi in quanto membro di una collettività in cui il dovere kantiano doveva ad ogni costo essere ascoltato e rispettato, in onore di un’ideologia, non può tuttavia permettere di dimenticare il valore di una responsabilità particolare che, anche Eichmann, avrebbe dovuto ammettere. Sotto il regime nazista, come nel caso di molte altri sistemi basati su una forte struttura ideologica, le norme imposte venivano assimilate come naturali e giuste e il loro rifiuto non era mai stato oggetto di una presa in considerazione. Gli ordini pertanto erano corretti e giusto era eseguirli. Al contrario, l’ingiustizia nasceva nel loro rifiuto.

In Banalità del male3 Hannah Arendt esprime chiaramente il suo giudizio a proposito dell’accusato: egli era una persona totalmente normale, a tal punto che perfino gli psichiatri lo avevano definito tale. Qualsiasi altra persona, dunque, avrebbe potuto prendere il suo posto ed essere accusato dello stesso crimine; ciò non toglie che, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto fare in modo che le cose cambiassero. Malgrado ciò potesse significare opporsi al sistema o costituisse una negazione del suo solito e profondo dovere morale. Nonostante un tale atto avrebbe potuto costargli la morte. Ma Eichmann no: fino all’ultimo si è dichiarato innocente.

Secondo Arendt, i giudici avrebbero dovuto sostenere che solo potenzialmente i cittadini di uno Stato avrebbero potuto compiere i crimini più inauditi, e che c’è un abisso tra ciò che egli ha fatto realmente e ciò che gli altri avrebbero potuto fare, tra l’attuale ed il potenziale4Eichmann doveva dunque essere ritenuto responsabile poiché attualizzò quegli ordini che, dall’alto, vegliavano su di lui come un imperativo categorico il cui valore assoluto era indubitabile e il cui rispetto non solo era necessario, ma per di più naturale.

Quanto può influire un’ideologia nella formazione della propria persona? Come fare in modo di poter preservare e custodire quella libertà che, attraverso un giusto utilizzo della ragione, ci permette di prendere delle scelte adeguate, secondo le circostanze? Il male commesso da Eichmann è stato sì, terribile. Malgrado ciò e senza giustificarlo, le azioni da lui commesse sono state frutto del rigoroso rispetto di un volere naturalmente reputato corretto.

Anche oggi, nel momento degli attentati terroristici in Francia e nel resto d’Europa ma anche in numerose altre occasioni, siamo diventati e continuiamo ad essere spettatori delle numerose manifestazioni della banalità del male. Adolf Eichmann è stato l’incarnazione di questa banalità. Una banalità che può provenire dall’ignoranza, sia volontaria, sia frutto di un’abitudine le cui profonde radici costituiscono le fondamenta di un’ideologia, la cui mostruosità non può essere percepita da chi, crescendo, è stato educato secondo il rispetto di particolari valori, credenze e imperativi morali.

Rilevare il peso che le circostanze esterne a noi può avere rispetto alle scelte che prendiamo, certo, è importante. Una cosa, tuttavia, è ammettere la loro influenza, tutt’altra è non prendersi carico, nonostante tutto, delle responsabilità dei propri atti e definirsi, come nel caso Eichmann, non colpevoli di una tragedia contro tutta l’umanità.

 

Sara Roggi

 

NOTE:
1. H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli Editore, Milano, 2011, p. 259.
2. H. Arendt, Résponsabilité et jugement, Editions Payot & Rivages, Paris, 2009.
3. Ibidem.
4. Ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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