Papà, che cos’è la Shoah?

“Papà, che cos’è la Shoah?”

Interrompe così Giulia la cena tranquilla con suo padre. Proprio stasera non doveva essere a casa sua moglie? pensa, mentre intanto maledice di aver tenuto la televisione accesa durante la cena. Lo dice sempre Giovanna che bisogna mangiare con la televisione spenta.

“Papàààà, mi hai sentito?”

La voce della bambina lo richiama alla realtà, respira a fondo e inizia a rispondere, prendendola un po’ larga.. perché non ha idea di come spiegare a una bambina di sette anni una delle pagine più buie della nostra storia. E si sente quasi in colpa a dover spalancare gli occhi ancora così innocenti di sua figlia sulla più grande tragedia dei nostri tempi. Una tragedia che ha portato il mondo a dire MAI PIU”. Ma gli tornano in mente le parole di Primo Levi

se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare

e capisce quanto sia importante spiegare a sua figlia quel che è successo, anche se terribile, per crearle il ricordo di qualcosa che non le è accaduto. Così, respira a fondo e comincia:

“Beh, Giulia, Shoah intanto è una parola ebraica che vuol dire “catastrofe”. Ed è una parola utilizzata per riferirsi all’Olocausto.”

“Cos’è l’olocausto papà?”

“L’olocausto è una parola utilizzata per descrivere la persecuzione e lo sterminio del popolo ebraico.”

“ E perché il popolo ebraico è stato sterminato?”

“Questa è una bella domanda Giulia.. se la pongono ancora in molti senza riuscire a darsi una vera risposta.. accade che a volte si abbia paura della diversità di un uomo rispetto a te stesso. Accade che a volte l’uomo abbia paura di se stesso e delle sue stesse diversità. E succede che allora inizi una guerra. E in ogni guerra Giulia ci sono sempre uomini contro uomini. E ci sono bambini separati dai loro genitori, uomini e donne che non hanno più forza, hanno solo occhi vuoti, senza vita né espressione, occhi pieni di paura e privi di speranza..”

“Papà basta.. mi viene da piangere.. mi è anche passata la fame.. non voglio più sapere.. e se succede che divento anche io così?”

“No bambina mia.. non diventerai così. Basterà che tu abbia il rispetto per le idee degli altri, anche quando non ti piaceranno. Basterà che non cercherai di cambiarle con la forza. Basterà che tu veda sempre che dietro a quell’idea c’è un altro uomo che è proprio come te. E il fatto che stasera ne parliamo, io e te, è già un passo avanti sai.. è molto importante Giulia la domanda che mi hai fatto, perché, in una civiltà come la nostra che tende a vivere solo l’immediatezza del presente, ricordare serve proprio a evitare che queste mostruosità si possano ripetere. Ricordare vuol dire essere attivi, vuol dire porsi delle domande. Ricordare sollecita il cuore e la mente. Ogni 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria perché si ricordi sempre quello che è successo. Ogni 27 gennaio si ricordano le sofferenze che hanno subito uomini, donne e bambini come noi. E ogni 27 gennaio ci si sentirà sempre un po’ colpevoli, Giulia, per non aver potuto impedire, per aver ignorato, per essere uomini. Ma tutto questo dolore lo dobbiamo proprio ricordare per imparare a scegliere oggi di evitare nuovamente quell’errore in qualsiasi parte del mondo. Ora finisci la cena amore, un primo piccolo passo per oggi l’abbiamo fatto.”

Oggi, 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, lo Stato italiano celebra il “Giorno della Memoria“. Si spezza il silenzio che tesse una ragnatela così sottile e insidiosa che rischia di cancellare la memoria dell’orrore. Un silenzio pericoloso che è importante infrangere, anche solo con un pensiero.

Giordana De Anna

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L’Islam intorno a me

I recenti fatti accaduti a Parigi hanno portato in primo piano un unico argomento: l’Islam.

La rete web, i canali social, le testate giornalistiche stesse hanno sottolineato quanto sia “cattivo” l’Islam e quanto sia “buono” tutto ciò che non è Islam.

Nessuna informazione potrebbe essere più sbagliata.

Se il terrorismo è da condannare a prescindere, senza conoscere nemmeno la giustificazione (se mai ne possa esistere una) che sta alla base di questi gesti estremi, l’Islam no. Non si può e non si deve condannare a prescindere.

Ormai sono circa due anni che frequento il mondo arabo. Due anni in cui mi sono resa conto che tutto l’astio che si prova verso l’Islam è assolutamente ingiustificato, ma capibile. Capibile perché le informazioni che arrivano in Italia sono spesso distorte e molto confuse.

L’Islam non è una religione “cattiva”. Anzi. L’Islam è una religione basata su principi che chiedono al fedele di vivere la propria vita in nome della fede, della carità e della pietà.

Nella vita quotidiana di un musulmano dovrebbe esserci molta carità. Le opere di bene dovrebbero essere all’ordine del giorno.

La tolleranza un concetto non sconosciuto.

E così è per la maggior parte dei musulmani. Quel condizionale usato poco fa si riferisce invece a quella ristretta ma purtroppo potente minoranza che invece in nome di Allah uccide.

Non voglio entrare in questioni politiche. Non sono un’esperta di politica e finirei per aggiungere ulteriori informazioni sbagliate alla lunga lista già esistente.

Preferisco scrivere chi è per me il musulmano, dopo questi primi due anni di incontri.

Musulmana è quell’amica che mi ha aiutato ad ambientarmi quando ancora non conoscevo niente e nessuno qui a Doha.

Musulmano è colui che ha aperto le porte della proprio religione e mi ha spiegato tanti perché e per come che io completamente ignoravo.

Musulmano è colui che nel suo piccolo cerca di combattere la povertà. Aiuta il prossimo, poco importa di che religione sia.

Musulmano è chi accetta anche le mie tradizioni. Mi chiede del Natale e mi augura Buona Pasqua.

Musulmani sono le mie amiche, con cui uscire, con cui chiacchierare, con cui divertirmi.

Le differenze tra le culture sono tante. Non posso nasconderlo.

Ma personalmente credo che questi confronti mi arricchiscano invece che pregiudicare la mia libertà.

Musulmani, infine, sono tutti colori che inorridiscono come noi, soffrono come noi, si rattristano come noi, si rammaricano come noi quando, in nome della loro religione, uomini, donne e bambini perdono la vita.

Ecco, è così che io voglio vedere l’Islam. E sono fermamente convinta che tutti coloro che uccidono in nome di una religione sono gli unici a non aver capito nulla della religione stessa.

Chiara Amodeo

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La Guerra (contro) del Tempo

 

Nelle condizioni di guerra lo scorrere del tempo, soprattutto in trincea, è monotono, noioso, a tal punto da indurre a sperare che succeda qualcosa, come un attacco nemico:

Di notte non si dorme perché o si è di turno alla mitragliatrice o si è scossi dalle cannonate nemiche. Spesso speriamo che gli Austriaci attacchino per romperci la noia.

Balbinetti Sabrina, Trincea (1^ Guerra Mondiale)

In questa situazione il soldato vive in una dimensione passata, per poter sopravvivere senza impazzire, quindi si rifugia nel ricordo del passato di pace per proiettare il proprio pensiero a casa, ma anche nella dimensione del futuro attraverso i sogni e l’attesa del ritorno. Passato e futuro sono concatenati tra loro, il presente è solo la dimensione dell’attuale esistenza, indesiderata ma temporanea parentesi, il vero significato della vita è riposto nel passato che fu ma che presto sarà. È il cosiddetto tempo ciclico: non vi è dubbio che la fine del conflitto significherà un ritorno alla vita precedente. In questa ciclicità non vi è la finalità ma solo una fine attraverso cui si giunge al fine, al compimento. Quest’ultimo è rappresentato dalla morte che sola consente la nascita di nuove forme di vita. Anche passato, presente, futuro entrano a far parte del ciclo, però esse vengono a coincidere: il futuro diventa ripresa del passato a sua volta ripetuto dal presente. Tutto ritorna in questo tempo ciclico.

L’unica cosa da fare per il soldato è attendere con rassegnazione, cioè assumere quell’atteggiamento morale necessario evocato ogni volta che il peso degli avvenimenti e la consapevolezza della caducità dell’uomo si fanno insopportabili.
Giuseppe Ungaretti è il poeta che esprime al meglio la concezione angosciosa del tempo in guerra: egli riprende Bergson e vede il tempo come

pura durata e continuità interiore per recuperare una dimensione più complessa e problematica dell’esistenza e lo introduce in una dimensione mitologica, avvertito nella violenza e nel torpore degli attimi e nel fluire delle stagioni:

ecco, dunque, la poesia del tempo e delle sue metamorfosi, nell’incessante travaglio delle ore e delle stagioni. Parla appunto di travaglio e per definire il tempo in guerra si esprime con le seguenti parole

una civiltà minacciata di morte m’induceva a meditare sul destino dell’uomo e a sentire il tempo, l’effimero in relazione con l’eterno, (G. Ungaretti)

effimero è questo tempo che sottolinea la nostra finitezza, molto ben espressa nella poesia Soldati:

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.,

 

la vita dei militari è, infatti, paragonata a quella delle foglie in autunno, dando l’idea dell’imminenza della fine: in questi brevi versi è espressa tutta la precarietà e l’attesa del soldato. La foglia sul ramo secco, fragile e indebolita dal vento d’autunno che la minaccia, attende, inerme e vulnerabile come il soldato, dopo una lunga stagione di guerra Ungaretti riesce ad esprimere la finitezza dell’uomo, la sua precarietà, perché è stato a contatto con la morte, il terrore e l’atrocità:

Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, nel Porto sepolto, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole. (G. Ungaretti)

Si nota, quindi, come l’uomo-soldato si renda conto della sua precarietà, quindi della limitatezza del suo tempo solo davanti alle atrocità della guerra.

Vi è, dunque, una certa angoscia nell’avvertire il tempo da parte dei soldati, perché non sanno cosa il destino riserverà loro, come nella raccolta Il dolore in cui la vita appare a Ungaretti sì intrisa di violenza e sofferenza e con una fine ineludibile, ma vi è tuttavia sommesso un sentimento di fiducia e di speranza verso la vita dettato appunto dalla quasi

incoscienza in cui l’uomo si trova in guerra.
Il tempo è scandito dalle giornate che passano monotone, una uguale all’altra, a volte scosse da qualche avvenimento che riporta gli uomini alla realtà, alla nuda verità di essere ancora lì in attesa di un passato che chissà se ritornerà mai: per qualcuno succederà, per altri, purtroppo giungerà la morte, improvvisa che stroncherà le speranze dei sopravvissuti e alimenterà il desiderio che tutto, prima o poi, possa finire. È, appunto, questo prima o poi che rende indecifrabile il futuro in tempo di guerra; non vi sono certezze, né positive né negative, differentemente dal tempo nella malattia in cui vi è un’unica, immutabile certezza: la morte vicina.
Il soldato sente profondamente il veloce scorrere del tempo, il fluire delle cose, il passaggio delle persone amate e questo sentimento produce, per contrasto, la nostalgia del passato e il più tenace attaccamento alla vita.

[…]

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

In questa poesia, Veglia, Ungaretti descrive la condizione in cui spesso si venivano a trovare i soldati: la notte trascorsa accanto al cadavere di un amico; un tempo infinito passato insieme alla morte che di colpo fa tornare alla mente la caducità dell’uomo, lo zittisce, lo rende consapevole di quanto sia preziosa la vita e quanto questo debba essere sempre tenuto a mente, perché non possiamo sapere cosa accadrà domani. Nonostante questa situazione penosa e terrificante, però, l’istinto dell’uomo non l’abbandona e lo rende attaccato alla vita come non mai: nella drammaticità della situazione, percepisce solo la propria volontà di vivere, che prevale su tutto. Ecco che qui si può notare una somiglianza con il tempo nella malattia, il quale, precludendo ogni speranza futura, fa capire all’uomo quanto fosse importante la vita prima della malattia e quanto si dovesse vivere ogni istante: per Seneca, infatti, il problema dell’alienazione dell’uomo sta nell’inconsapevolezza dell’individuo della sua fragilità. Se egli si rendesse conto di non essere immortale, saprebbe sfruttare il tempo nel modo migliore.

Non ha alcuna importanza la quantità di tempo che viene assegnato, se non c’è una base su cui poggi, essa passa via attraverso animi sconnessi e bucati.

Seneca

La guerra, dunque, è circoscritta in una parentesi tra un passato e un futuro che si vogliono uguali l’uno all’altro; un’esperienza, questa, che s’inserisce all’interno di una visione non escatologica ma ciclica del fluire del tempo.

Valeria Genova

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Guerriera senza precedenti

 

La sofferenza è un mistero intrinseco nell’uomo, può essere considerata come un dolore fisico o morale per l’essere umano; quando si parla di sofferenza morale si intende una profonda afflizione interiore non oggettiva perché legata all’esperienza del soggetto. È proprio questo genere di dolore che scaturisce dalla consapevolezza di avere più o meno tempo per vivere, in seguito ad una diagnosi negativa, o alla incoscienza di poter avere tutto sotto controllo. Questa sofferenza è quella più difficilmente gestibile anche dal soggetto stesso che ne è sottomesso, perché coinvolge la sfera più intima della persona umana e può nascere e crescere inconsapevolmente fino a consumare l’individuo, ma soprattutto perché da una visione completamente distorta del proprio tempo. Infatti, fino a quando l’essere umano non è colpito da un evento tragico, il tempo scorre tranquillo, lineare, proiettato verso un futuro ricco di progetti; non appena, però, qualcosa lo colpisce da vicino, la superficialità lo abbandona e viene sopraffatto dagli eventi, il tempo lo travolge ed entra in crisi.

Valeria Genova, Il tempo nella sofferenza

Giulia, soltanto ventun anni.

Non è una ragazza qualunque, è molto di più. Giulia conosce il cancro, anzi, per l’esattezza conosce il linfoma di Hodgkin, un tumore di stadio avanzato da cui è stata colpita circa un anno fa.

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