Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti

In Turchia, la notte di violenza tra il 15 e il 16 luglio ha visto fallire il tentativo di un golpe. Il premier turco ha costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: profeta o abile architetto?
Se questo rimane un interrogativo, quel che è certo è che di fatto il colpo di stato fallito ha reso Erdoğan ancora più forte.
Sarebbero circa 15.000 le persone arrestate; oltre 45.000 le persone sospese o rimosse dall’incarico; 20 siti web sono stati bloccati e sono stati 89 i mandati di cattura nei confronti dei giornalisti1.

Alla domanda del presidente turco “L’occidente è dalla parte della democrazia o dalla parte del golpe?”, mi pare opportuno rispondere che un colpo di stato è qualcosa di essenzialmente illiberale. La Turchia non deroga la norma.
Nel migliore scenario possibile avrebbe portato ad un diverso tipo di autoritarismo; nel peggiore avrebbe scaturito una guerra civile.
Eppure il fallimento del golpe non ha coinciso con la vittoria della democrazia, anzi.
Se intendiamo la democrazia non solo come espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato, la democrazia ha fallito.
Erdoğan non si è fermato alle purghe. Il 21 luglio è entrato in vigore lo stato di emergenza. Il governo turco ha deciso di non applicare, in via temporanea, la Convenzione europea per i diritti umani. L’articolo 15 della Carta prevede la possibilità di sospensione della stessa «per motivi di pubblica sicurezza o di minaccia alla nazione», tuttavia, alcuni diritti non possono e non devono essere limitati.
Ad esempio, l’articolo 5 della suddetta recita: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». La pratica della tortura si prefigge lo scopo di annientare la personalità della vittima e negare la dignità della persona. Il divieto assoluto della tortura o qualsiasi altro trattamento inumano o degradante non tollera alcuna eccezione. Il governo turco si è reso protagonista di episodi di tortura e violenza nei confronti delle persone ree di essere state coinvolte con il tentato golpe.

Dobbiamo considerare Erdoğan come il Billy Budd di Melville? È davvero accettabile l’idea secondo la quale, in talune circostanze, la violenza sia l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia?

È una sfida tra violenze? In uno scenario di violenza contro violenza, la superiorità del governo è sempre stata assoluta; tuttavia, tale superiorità dura soltanto fino a quando la struttura di potere del governo è intatta, cioè finché si obbedisce agli ordini o le forze di polizia sono preparate a far uso delle loro armi. Quando non è più così la situazione cambia totalmente.

È venuta a crearsi una realtà nella quale la violenza appare come l’ultima risorsa per mantenere inalterata la struttura di potere contro i singoli sfidanti, sembra in effetti che «la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient’altro che una facciata, il guanto di velluto che o nasconde il pugno di ferro oppure si rivela come appartenente a una tigre di carta»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. www.amnestyinternational.it
2. Hannah Arendt, Sulla violenza

[Immagine tratta da Google Immagini]

I piccoli muoiono, nel mondo dei grandi

In questi giorni è sufficiente aprire un quotidiano, sintonizzare la tv su d’un telegiornale oppure accedere al web, per avere notizia del precipitoso avvicendarsi di eventi che stanno coinvolgendo la Turchia. Una delle notizie che – sarebbe parso strano il contrario – stanno avendo maggiore risonanza è quella che riporta l’abolizione del reato di pedofilia per abusi sessuali commessi a danno di persone di età inferiore a 15 anni: alcune fonti ne parlano come di una delle azioni repressive conseguenti al fallito golpe, alcune altre riferiscono di un parere negativo della Corte Costituzionale turca a proposito del primo comma dell’articolo 103 del codice penale turco1. Non ci interessa, in queste righe, stabilire l’origine di un tale atto: le ragioni di quanto sta accadendo in Turchia, probabilmente, non si riveleranno nell’immediato e saranno più profonde di quanto è possibile intendere fino ad ora; inoltre, rischieremmo di ritrovarci in una impasse sterile. Se ci fermassimo soltanto dato attuale, all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, perderemmo di vista il punto cruciale della questione.

Bisogna invece fermarsi a riflettere sulla terribile esposizione dei bambini alle pratiche di violenza che interessano il mondo: la vita degli esseri umani adulti ha un effetto particolare su quegli esseri umani che adulti non sono ancora; e i bambini che abitano al di là della cortina dell’indifferenza, quel confine oltre il quale gli eventi più atroci non ci toccano mai davvero2. Anche prima di questo parere negativo da parte della Corte Costituzionale turca, i diritti dei minori sono stati sistematicamente violati, non solo nei paesi orientali, in cui la situazione è aggravata da un’instabilità politica notevole e dal proliferare di scontri armati.
Basta digitare le parole giuste su d’un qualsiasi motore di ricerca per avere sullo schermo dati preoccupanti; dati che, se correttamente sintetizzati, concorrono a tratteggiare un panorama agghiacciante. I dati dell’Archivio Disarmo3  riferiscono di più di 200.000 bambini utilizzati a vario titolo negli scontri mondiali di tutto il mondo: bambini utilizzati come spie, assassini, esche, molto spesso manipolati anche tramite la somministrazione forzata di droghe; i rapporti Unicef4 raccontano che almeno 200.000.000 di donne subiscono mutilazioni genitali quando hanno meno di 5 anni: nel 2015 si è registrato un aumento dei casi di mutilazioni genitali di vario tipo, causato anche da un concomitante aumento demografico e si stima che, se non si registrerà un’inversione di trend, nel 2030 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 ed il 2015 subirà mutilazioni genitali di vario genere5;  nel solo aprile 2014 Boko Haram6 ha rapito 219 ragazze, costrette a matrimoni con i guerriglieri, ne ha usata una di 9 anni come ordigno per un attentato in un mercato del Camerun; le gravidanze precoci cui vengono obbligate le cosiddette spose bambine causano, ogni anno, la morte di circa 70.000 ragazze d’età compresa tra i 15 ed i 19 anni; sono impiegati nel mondo più di 15 milioni di bambini e bambine, molti dei quali costretti a svolgere mansioni pericolose, anche in ambito domestico; 120 milioni di persone, di età inferiore ai 20 anni, dichiarano di aver subito violenze sessuali ad un certo punto della loro vita; un bambino siriano su cinque, tra quelli che hanno raggiunto l’Europa come profughi, soffre del disturbo post-traumatico da stress7.

E poi arriviamo a qualche giorno fa, quando una campagna delle Forze rivoluzionarie siriane mostra alcuni bambini che chiedono di essere trovati e salvati, con lo stesso zelo con cui l’Occidente si è mosso per andare in cerca dei Pokemon nascosti tra le trame della realtà aumentata, da un conflitto che – fino ad ora – ha mietuto più di 400.000 morti ed ha inciso indelebilmente sulle condizioni di vita di quei bambini.

Ogni giorno, accedendo ad internet, ciascuno di noi può osservare coi propri occhi le condizioni a cui costringiamo milioni di bambini; può osservare le sofferenze che contribuiamo a far passare sotto silenzio ogni volta che preferiamo non guardare: cresciamo con un’ostentazione programmata della violenza, con un feticcio per l’estetica del male e della sofferenza che causa; con un’ossessione per lo svelamento e la cronaca minuziosa delle pratiche più oscure, che talvolta scade in forme di perversa celebrazione. Eppure siamo troppo sensibili quando bisogna aprire gli occhi sulla carne e sul sangue dei nostri bambini, che muoiono ogni giorno, che patiscono in questa realtà senza sovrastrutture virtuali o vie di fuga, senza alcuna evasione possibile, nella realtà diminuita, la cui totalità sembra perdere ogni senso o spiegazione.

Dimentichiamoci, allora, di tutti i loro volti: siriani, europei, turchi, statunitensi.
Dimentichiamoci dei loro corpi, non solo di quelli che vengono annientati dalla parte sbagliata del confine, dalla parte dei buoni.
Dimentichiamoci una volta per tutte che i piccoli muoiono, nel mondo dei grandi, e continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, liberi anche di questo peso che grava sugli affari dei grandi, di quelli che contano, di quelli che ne capiscono.

Emanuele Lepore

Questo articolo viene volutamente pubblicato senza alcuna immagine specifica: ogni tanto, anche agli occhi va dato il loro silenzio.

NOTE:
1. Cfr http://www.davidpuente.it/blog/2016/07/21/annullato-il-reato-di-pedofilia-turchia-amnistia-le-nozze-con-le-spose-bambine/
2. Al limite ci scandalizzano in superficie, per pochi minuti, solo fino a quando non pubblichiamo uno tweet in cui ci diciamo indignati. In relazione all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, la superficialità ha impedito di riportare una notizia pulita, senza stratificazioni politiche che tradiscono un pregiudizio di fondo nei confronti dei paesi orientali.
3. http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/231-i-bambini-soldato
4. http://www.minori.it/it/news/rapporto-unicef-sulle-mutilazioni-genitali-femminili .
5. Tra le più cruente e frequenti, spiccano l’escissione e l’infibulazione.
6. Si veda il dossier pubblicato da InDifesa: http://www.terredeshommes.it/dnload/InDifesaDossier_2015.pdf?lang=it; il dossier qui citato propone dati sconcertanti a proposito di varie forme di violenza sui minori: aborti selettivi, violenze sessuali nei campi profughi.
7. La lista di questi dati, liberamente consultabili, potrebbe continuare a lungo e fare da contraltare alla narrazione  quotidiana di un mondo in cui le guerre sono combattute soltanto tra adulti, in cui le conseguenze delle nefandezze di cui siamo abituati ad avere più o meno notizia interessano soltanto gli adulti e sono lette soltanto per il loro peso strategico, militare, geo-politico ed economico. Si tratta, inoltre, di una lista volutamente parziale: non si tiene conto, in questo articolo, delle sofferenze a cui i bambini sono sottoposti specificamente nei paesi occidentali sviluppati.