Conosci te stesso. L’imperativo dimenticato

Il tempo presente, dominato dal vivere superficiale, sembra aver dimenticato l’importanza decisiva di un’autentica e profonda conoscenza di se stessi. Alle radici della nostra storia e della nostra cultura vi è proprio il motto socratico “conosci te stesso”. Socrate non l’aveva inventato, ma l’aveva letto, stando a quanto riferisce Platone, sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e l’aveva assunto come guida della ricerca filosofica. Il pensatore, passeggiando per le strade di Atene, incalzava i suoi giovani interlocutori mettendoli nelle condizioni di scendere nella propria interiorità, conoscerne ombre e luci, moti profondi della propria anima, così da partorirela verità.

A partire da Socrate la filosofia ha assunto il motto “conosci te stesso” come bordone per la ricerca esistenziale. Una ricerca che suggerisce all’uomo di conoscersi, di operare quindi un cambiamento per pervenire al proprio sé migliore, edificando se stesso secondo il proprio desiderio. Da Agostino d’Ippona che, nel De vera religione, rammenta come la Verità risieda nell’interiorità dell’uomo (in interiore homine habitat veritas) sottolineando l’urgenza di intraprendere un viaggio intellettuale e spirituale dentro se stessi per ri-trovarla. Passando per Kierkegaard, ammiratore dell’esempio socratico, che intende la filosofia non solo come costruzione astratta, quanto piuttosto come ricerca esistenziale su se stesso, al punto da scrivere: «Ciò che in fondo mi manca è di veder chiaro in me stesso, di sapere ‘ciò ch’io devo fare’ [At 9,6] e non ciò che devo conoscere, se non nella misura in cui la conoscenza ha da precedere sempre l’azione. Si tratta di comprendere il mio destino»2. Attraversando il pensiero di Nietzsche che in Ecce homo cerca di penetrare in se stesso e conoscersi per tentare di rivelarci “come si diventa ciò che si è”. Per giungere infine alla psicoanalisi che, agli inizi del Novecento, richiama all’importanza decisiva per la qualità della propria vita, di rendere conscio l’inconscio – che per natura sfugge al controllo e alla percezione dell’Io cosciente – affinché non domini la nostra esistenza impedendoci di realizzare noi stessi con equilibrio e secondo verità.

Un esempio edificante che testimonia quanto sia fondamentale e possibile, conoscere profondamente se stessi per poter condurre in pienezza la propria esistenza, anche in circostanze sfavorevoli, ci giunge dalla vicenda umana di Etty Hillesum. Questa giovane ebrea olandese, al culmine di un disordine psicologico interiore e con l’avanzata inarrestabile delle persecuzioni naziste in Olanda e in Europa, ha scelto di prendersi per mano, conoscersi, per conquistare il proprio sé migliore. Lo ha fatto con l’aiuto dello psicoanalista Julius Spier, raffinato terapeuta, mentore culturale e spirituale, ma soprattutto con il decisivo coraggio e l’imprescindibile volontà personale di costruirsi con nobili materiali, consapevole che per raggiungere la bellezza della sorgente interiore era necessario attraversare le tenebre che la abitavano e che dimorano altresì in ciascuno di noi. Scrive nel proprio Diario: «ecco l’inizio, l’inizio assoluto: prendersi sul serio ed essere convinti che abbia senso trovare una propria forma»3. Questo è stato possibile solo guardando in faccia, ben prima della tragedia esteriore, il proprio abisso interiore, attraversato il quale è pervenuta alla luce della Vita con la sua carica di significato, anche alle porte di Auschwitz. La luce è il proprio desiderio profondo, il proprio amore per la Vita. È la fedeltà alla parte migliore di se stessi. Per questo, al culmine dell’instancabile lavoro interiore, la giovane studentessa di Amsterdam può annotare nel Diario che riesce a sperimentare «una tale intensità di vita, la sensazione di diventare sempre più coscienti e al tempo stesso di vivere più profondamente, nell’intimo, sottraendosi sempre più al caos e acquisendo la propria forma»4.

L’itinerario interiore di Etty Hillesum non è un idillio. È un cammino lungo – che «non può tener conto del tempo»5 – faticoso, irto di difficoltà, che richiede perseveranza e volontà. Poiché, come afferma il coro nell’Agamennone di Eschilo «non c’è conoscenza senza sofferenza», conoscere se stessi ha un prezzo che può consistere in un’iniziale fatica psicologica e spirituale, essenziale per abbandonare una modalità esistenziale mal funzionante. Così infatti si può pervenire ad un nuovo e fruttuoso equilibrio interiore, una nuova saggezza, una nuova luce, che si riverbera poi in una maggiore consapevolezza della propria esistenza, unica e irripetibile e della possibilità di incidere positivamente su di essa, se non esteriormente, almeno e sempre interiormente. Per edificare se stessi con nobili materiali è dunque fondamentale «mettere ordine nel caos»6, comprendere la propria storia, le proprie gioie, le proprie ferite, le proprie dinamiche interiori evitando che ci impediscano di restare fedeli al nostro desiderio, non aderendo al quale «la vita si ammala»7. E se, come afferma Recalcati parafrasando Lacan, «c’è un solo peccato, un solo senso di colpa giustificato: cedere, nel senso di indietreggiare sul proprio desiderio»8, è quanto mai fondamentale riabilitare l’imperativo delfico “conosci te stesso”, come massima che ci conduca alla scoperta del desiderio che ci abita. Quest’ultimo non è capriccio o irrefrenabile impulso ma guida e condizione per la realizzazione di una vita bella e ricca di significato.

 

Alessandro Tonon

NOTE
1. Socrate, paragonandosi alla madre Fenarete che faceva la levatrice,  esercitava l’arte della maieutica per risvegliare nei propri interlocutori il gusto di conoscere se stessi e la verità.
2. S. Kierkegaard, Diari 1834-1842 I, tr. it di C. Fabro, A. G. Quinzio e G. Garrera, Morcelliana, Brescia, 20104, p. 67.
3. E. Hillesum, Diario, tr. it. di C. Passanti e T. Montone, Milano, Adelphi 2013, p. 586.
4. Ivi, p. 309.
5. Ivi, p. 116.
6. Ivi, p. 120.
7. M. Recalcati, La forza del desiderio, Magnano, Qiqajon, 2014.
8. Ivi, p. 51.

 

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Invece che questuare la politica

Sempre più spesso ci si affida alla politica per la risoluzione di problemi essenziali (addirittura a volte non semplicemente chiedendo ma pretendendo tale risoluzione) – sintomo di uno spaesamento generale che innalza la richiesta di pater familias. Ma una simile richiesta, pretesa, supplica è giustificata? La politica può e/o deve soddisfarla?

Innanzi tutto, per avere almeno una chance di soddisfarla i politici dovrebbero essere degli uomini di cultura e pensiero, cosa oggi sempre più rara, basti notare la pochezza culturale e la piattezza argomentativa di molti di loro.

Ma soprattutto, i politici non possono e non devono soddisfare quella questua di senso, perché la politica – che evidentemente prendo qui in termini istituzionali – è mera amministrazione dell’esistente.

L’amministrazione è il tratto distintivo della politica. Esattamente a questo si riferiva la Arendt in Vita Activa quando comparava il modello politico antico con quello moderno. La teorica della politica notava infatti come nelle poleis la vita domestica, da lei definita come “sfera privata”, era nient’altro che gestione delle necessità biologiche per la sopravvivenza, oikonomia nel senso di amministrazione della casa, mentre la vita pubblica, che si esercitava in quello che lei definiva come “spazio pubblico”, era la sede deputata al perseguimento dell’eccellenza, e l’eccellenza non è amministrabile, è al di là di qualsiasi amministrazione – en passant, ecco il perché del disprezzo per gli schiavi nell’antica Grecia: essi preferiscono aver salva la vita rinunciando al perseguimento dell’eccellenza, possibile solo per gli uomini liberi, anziché rischiare di perdere la vita nel ricercare quella libertà che è conditio sine qua non per il perseguimento di qualcosa di eccellente, e in quanto tale degno di essere ricordato dalle future generazioni. Successivamente (attraverso uno sviluppo per la Arendt imputabile sostanzialmente al cristianesimo ed al marxismo), la politica ha assunto i caratteri che erano in precedenza della sfera privata, trasformandosi in ciò che la pensatrice tedesca chiama il “sociale”, divenendo così mera amministrazione dell’esistente; ed ecco che scompare dal mondo un luogo deputato al perseguimento dell’eccellenza.

A questo punto possiamo chiederci: perché mai la politica come amministrazione non è in grado di affrontare le questioni essenziali?

In sintesi, per almeno due ordini di motivi, uno generale ed uno particolare.

In generale, perché l’amministrazione delle cose lascia le cose essenzialmente come sono: non inserisce fratture nel divenire, non muta l’ordine stabilito delle cose, essendo anzi essa stessa a definirlo, non permette che si diano deviazioni, anomalie, differenze, anormalità ma le riconduce a sé amministrandole; invece, perseguire un’eccellenza, ovvero mettere al mondo il proprio talento, significa proprio eccedere l’ordine stabilito delle cose.

Nel particolare, perché la specifica forma di amministrazione di oggi è dettata dalla razionalità strumentale, esito di un certo rapporto che intratteniamo con la tecnica. Ovvero, è un’amministrazione informata dal criterio della pura efficienza, dell’efficienza per l’efficienza – che in quanto tale, si badi, è efficienza cieca. Prova ne sia il fatto che i politici si vantano di essere efficienti, ad esempio nell’amministrazione di una città o di un Paese, e criticano chi appare non tale.

Eppure, di un’amministrazione c’è pur sempre bisogno. Infatti, cercando di integrare il discorso della Arendt, si può affermare come anche l’antico spazio pubblico fosse retto da un certo tipo di amministrazione. E allora come si può uscire dalla problematica di un’amministrazione senza la quale non si può stare e che però al tempo stesso tende ad impedire l’eccellenza che si dà nella messa al mondo del proprio talento?

Con un tipo speciale di amministrazione, che sia finalizzata alla creazione di luoghi e tempi, contingenze, propedeutici alla realizzazione del proprio talento. Ma come sviluppare un simile tipo di amministrazione?

Assolutamente non chiedendo, pretendendo o implorando che i politici facciano ciò (e così mi ricongiungo all’inizio di questo breve articolo). La politica si può orientare alla realizzazione di talenti solo se e quando le persone, in primis, vivono il proprio talento. Nel Simposio Platone afferma che tutti gli uomini nascono gravidi ma che solo alcuni riescono a sbloccare la propria gravidanza. Bene, coloro i quali partoriscono il proprio talento non vi riescono certo perché un politico, o chi per lui, lo ha fatto in loro vece. Il parto di qualcosa che è dentro di sé avviene sempre in prima persona, o non avviene affatto. E se ciò avviene su larga scala, la politica si adeguerà a tali circostanze: l’amministrazione amministra quel che trova da amministrare.

Invece che questuare la politica, dunque, ci si dovrebbe dedicare alla coltivazione di se stessi. I problemi che emergono nella politica odierna non sono altro che il frammento terminale di una mancanza ben più originaria: artisti e pensatori che accettano di non essere tali, poeti che non poetano, filosofi che non filosofano…

Ma per riuscire a realizzare ciò per cui si è nati – quindi, tanto per farlo quanto per non illudersi che lo si stia facendo solo perché i risultati sociali possono essere buoni e/o perché si sta facendo qualcosa di eccentrico – l’inaggirabile punto di partenza resta sempre il socratico gnothi seauton, conosci te stesso.

Impresa ardua sempre, soprattutto nell’epoca della dismisura strumentale e mediatica.

Federico Sollazzo

[Immagine: Google Immagini]