Il legal thriller, tra cinema e letteratura

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Quando arte e giurisprudenza si incontrano, il connubioche ne nasce è sempre di grande effetto. Una formula che vale anche per “The Judge” il film con Robert Downey Jr. che in questi giorni sta riscuotendo ottimi successi al botteghino. Vi portiamo alla scoperta di un genere che sa essere sempre attuale e coinvolgente, sia in letteratura che sul grande schermo: il legal thriller.

Sapete qual è la trasmissione più longeva di un’emittente televisiva come Rai 3? La risposta è “Un giorno in pretura.” Dal Gennaio del 1988 infatti, gli italiani si sono appassionati a un format che proponeva un focus su alcuni dei fatti più rilevanti della storia del nostro Paese, in cui venivano esaminati processi riguardanti scandali politici e finanziari, famosi casi di cronaca nera, la criminalità organizzata, il terrorismo, le stragi naziste e così via. Le telecamere trasformarono l’aula giudiziaria in uno studio televisivo. L’iper-realtà superava di gran lunga la finzione e migliaia di persone anche non esperte di giurisprudenza si interessarono agli eventi giudiziari del nostro Paese. C’è in effetti nell’atto processuale una ritualità che ricorda vagamente gli schemi di una funzione religiosa, di una messa in scena studiata a puntino. Un rito che cattura la nostra attenzione perché carico di imprevedibile suspance, ed incerto fino al suo verdetto finale. L’industria cinematografica ha visto in questa struttura un enorme potenziale scenico e l’ha subito sfruttato fin dai suoi albori.

Come ci fa notare giustamente Mario Sesti in una sua riflessione: “Prima che il cinema facesse dell’amministrazione della giustizia una scena considerevolmente prolifica per la sua produzione, la storia, la politica e la letteratura ne avevano fatto l’oggetto di un’ampia narrazione e tematizzazione. La rappresentazione cinematografica delle dinamiche sociali, giudiziarie e psicologiche annodate intorno allo spettacolo pubblico di un processo, più che dare vita a un genere a sé stante, si è diffusa nelle forme diversificate dei generi più popolari. Pur nell’ambito di tale varietà, a prevalere è stato il dominio sull’immagine della parola e del discorso, attraverso cui il conflitto drammatico viene infaticabilmente esplorato, narrato e analizzato, trasformando lo spettatore stesso in una sorta di giurato, vulnerabile alla retorica di tutte le voci in campo.”

Canoni e concetti che ritroviamo benissimo anche in “The Judge” di David Dobkin. Film ben studiato e parecchio gigione nel momento in cui si affida a una serie di schemi e situazioni già collaudate per far colpo sullo spettatore. La storia è quella dell’avvocato senza scrupoli quando si tratta di entrare in aula, ma con un sacco di scheletri nell’armadio nel momento in cui si affronta il suo passato. Il classico protagonista a due facce, che da una parte ispira affezione e fiducia, mentre dall’altra ci solleva un contemporaneo istinto di repulsione. Un buono-cattivo, fin troppo visto al cinema e soprattutto in tv (sì, mi riferisco a “Dexter” e “Breaking Bad”) in questi anni recenti. A fargli da spalla c’è il grande e vecchio padre. Leggenda fin troppo ingombrante, a cui bisogna venire in soccorso. Nel mezzo c’è il dilemma eterno sul problema di difendere o meno una persona chiaramente colpevole di un reato gravissimo, la moralità, i conti con il passato e i legami familiari andati in frantumi. Tutto costruito intorno alla figura di Robert Downey Jr. che quando vuole sa benissimo come togliersi la maschera di Iron Man, essendo forse il più gran paraculo della sua generazione. Robert Duvall è invece il valido comprimario, anche se si vede chiaramente la prova di un attore avviato già da un pezzo sul viale del tramonto. “The Judge” è un film che sarebbe sbagliato definire brutto o banale. Resta però un lavoro studiato e calcolato in maniera eccessiva all’interno dei canoni del cinema commerciale, ed è proprio questa sua ricerca del successo e della storia convincente ad allontanarlo da quella magica e coinvolgente imprevedibilità che ha da sempre caratterizzato l’atto processuale.

Alvise Wollner

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“In un’altra epoca forse il processo è stato veramente una pratica per la presentazione dei fatti, la ricerca della verità e l’imposizione della giustizia.
Adesso un processo è una competizione, con un vincitore e uno sconfitto. Ognuna delle parti si aspetta che l’altra pieghi le regole o imbrogli, per cui nessuna delle due gioca lealmente. E la verità si perde nella confusione”.
L’ex avvocato – John Grisham

Inutile dirlo, quasi potrebbe essere scontato. Il legal thriller affascina; il legal thriller cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina.
La ricerca di una verità che ogni cittadino vorrebbe aspettarsi dalla Legge, quella legge che tanto affascina quanto spesso delude. Nasce nello scenario del common law il legal thriller; il sistema giudiziario di cui ci rende attenti testimoni il grande Grisham meglio si presta all’atto scenico che rappresenta il processo.
John Grisham è il padre del giallo giudiziario: ha fatto storia, scuola, oltre duecentosettantacinque milioni di copie vendute.
Da avvocato di periferia e geniale scrittore: qual è la prospettiva con cui si guarda la propria professione quando si riesce a distaccarsene?

Lavorava dieci ore al giorno e scriveva nelle restanti in cui non dormiva. Determinato, fermo, efficace. Come uno dei suoi best seller: semplice, crudo, alla ricerca della verità, che dovrebbe essere – in un mondo migliore – sinonimo di giustizia.
Ogni individuo assimila in maniera diversa ciò che subisce: ogni crimine commesso corrisponde ad un’ingiustizia accusata da un altro. Se il criminale delinque per le più svariate ragioni, le vittime – dirette o indirette – ricercano un solo obiettivo: l’occasione di rivalsa.

Cosa può provare un padre a seguito dello stupro della propria figlia?

Gli si offrono due possibilità: confidare nella giustizia oppure scegliere di essere il vero giustiziere.

Non facile il compito di John Grisham, che nel suo primo lavoro, del 1989, racconta proprio la storia di un avvocato chiamato alla difesa di un padre assassino degli stupratori della figlia. “Il momento di uccidere” è il primo tra i suoi lavori; eppure cattura lettori, cattura la gente. Affascina fino al momento del verdetto finale: la giustizia è quello che non ti aspetti, nei gialli giudiziari.

Siamo affascinati dal diritto di avere una giustizia, dal diritto di conquistarcela a tutti i costi, nonostante potrebbe esserci un prezzo alto da pagare. In un’intervista di qualche tempo fa, il padre del legal thriller ha sostenuto il fascino di ogni individuo verso il “diritto alla giustizia”: perché di questo si parla nella Carta dei diritti americana, così come se ne parla nelle carte costituzionali degli altri paesi.
Un lettore comune rilegge i suoi desideri di rivalsa in ogni riga di questi scritti, un lettore comune diventa capace di valutare come sia più indicato ottenere la propria giustizia. Non è soltanto un fatto personale, nel legal thriller: si sposta dal rituale scenico del processo alla necessità di toccare con mano la verità e lasciare che quest’ultima domi l’intero intreccio.

Epicuro, in tempi non sospetti, sosteneva che “La giustizia non esiste di per sé, ma solo nei rapporti reciproci, e in quei luoghi nei quali si sia stretto un patto circa il non recare né ricevere danno”: poco applicabile alla società odierna, poiché lo scontro nel causarsi danni è la prassi. Nessun patto di correttezza o codice di condotta ci insegnerà mai come si prevengono le ingiustizie. Si è talmente abituati ad osservarle nella vita di tutti i giorni che si riesce a pensare soltanto a come esserne ripagati.

Spettatori di ingiustizie di ogni giorno, vogliamo cogliere l’unione di giustizia e verità: il legal thriller ce lo permette svelandoci i retroscena, il legal thriller ci rende consci di una morale che ci sembrava di aver dimenticato. Vivere, in ogni momento del processo, insieme ai protagonisti. Che sia l’avvocato difensore, che sia l’imputato, che sia la vittima. Il verdetto lo aspettiamo amalgamati a loro, condividendo aspettative e ferite che il processo ha portato con sé.

“Affrontare un processo importante è come tuffarsi in uno stagno d’acqua scura piena di alghe con una cintura zavorrata. Riesci a riemergere per una boccata d’aria, ma tutto il resto del mondo non ha più importanza. E hai sempre l’impressione di essere sul punto di annegare”. John Grisham

Cecilia Coletta

“Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria

Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria viene pubblicato nel 1764; è un saggio che ancora oggi si eleva a una delle basi più solide del sistema penale, grazie ad un’attenta analisi dei difetti delle legislazioni giudiziarie di quell’epoca e al tempo stesso al suo intento di avanzare possibili soluzioni per colmare lacune e ingiustizie dei vari sistemi penali.

Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri.

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