Semplicemente essere, semplicemente insostituibile

Insostituibilità.

Quella vera. Quella che ci fa sentire autenticamente unici.
Quella che ci fa capire che, in fondo, abbiamo lasciato una traccia nel cuore delle persone.

Insostituibilità.

È l’unica cosa che cerchiamo. Per lasciare un segno di quello che siamo.
Per fare in modo che un pezzo di noi, anche solo un’ombra, riesca a fare la differenza.

Insostituibilità.

Quella autentica, profonda, che ci fa amare la vita.
Quella che, incondizionatamente e senza ragione alcuna, fa ricordare all’altro che anche noi esistiamo, che siamo qui, rannicchiati in un angolo, implorando anche solo di essere guardati, accarezzati, visti di sfuggita.
Anzi, no, è inutile convincerci che ciò basti. Lo sguardo fuggitivo di qualcuno che scappa all’improvviso è esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Irremplaçable. Insostituibile.

In questo caso è il francese, a mio avviso, a trovare la parola giusta per dirlo: “une place”, un posto, che non può essere occupato da nessun altro, in quanto solo nostro. Un ir privativo accostato al verbo remplacer (rimpiazzare), che mi fa subito venire in mente quelle belle parole di Kant, secondo le quali ogni essere umano ha una sua dignità che lo fa essere naturalmente insostituibile, non-rimpiazzabile

Une place che nessuno può toglierci, un po’ simile a quella stanza tutta per sé[1]di cui ci parla Virginia Woolf.
Ciascuno di noi  è irremplaçable, però talvolta siamo troppo presi dalla nostra vita liquida per capirlo.
Insostituibile perché unico. Perché abbiamo un corpo ed è solo nostro. E perché è attraverso questa corporeità che riusciamo a manifestare ciò che di più profondo esiste in noi.

Non una semplice place, quindi. Ma une place parlante, e laddove non è parlante, desiderante. E quando nemmeno il desiderio viene sussurrato, il corpo, in quella precisa e insostituibile place, diviene soffrente, perché è stato trafitto dalla lama tagliente del non- riconoscimento, un non-riconoscimento che l’ha privato di quell’irremplaçabilité necessaria per sentirsi accettato, considerato, ma anche solo per sentirsi speciale in quanto diverso rispetto ad ogni altro essere umano.

Nessuna copia. Nessun identico.

Al contrario, talvolta diveniamo vittime inconsapevoli di doveri ed etichette omologatrici che ci vengono sbattute in faccia, impedendoci di essere liberamente ciò che vorremmo.
Come se non avessimo il diritto di esistere, essere, vivere. Talvolta, perfino di amare.
Come se, quest’insostituibilità, dovesse essere a tutti i costi negata. Oppure negoziata, divenendo oggetti di un mondo già consumato da perversi meccanismi utilitaristici. Tutto il contario di ciò che il buon Kant sosteneva, quindi.

Siamo Insostituibili. E lo voglio ripetere! Ancora e ancora.

Perché sono la prima a dimenticarselo ogni giorno, o forse a non crederci abbastanza. Anzi, forse è anche per questo che finisco troppo spesso con il dimenticare l’importanza dell’ascolto e della comprensione della mia interiorità.
Eppure, è da ciascuno che deve partire questo movimento interiore, quest’apertura nei confronti del proprio orizzonte di senso, non da quell’alterità che tanto cerchiamo e ricerchiamo.
Ma in fondo lo so. Per quanto lo ripeta ogni giorno, ho sempre bisogno di una conferma dal mondo esterno. Come quel “grazie che esisti”, sussurrato all’orecchio prima di prendere due direzioni diverse. Quella carezza strappata allo scorrere del tempo. Quello sguardo commosso. Quel “non devi fare nulla”. Quel “ho bisogno di te..”.
E allora sì, anche io capisco che quel posto che ora occupo, non potrà prenderlo nessun altro. Magari anche solo per un istante, alcuni minuti, una giornata intera, chi lo sa..

Ogni essere umano è unico.

Unico, nel modo di tenere stretta la penna e di far scivolare la mano sul foglio. Unico nella maniera di camminare, un po’ sbilanciato a destra oppure a sinistra, con il peso equamente distribuito o le gambe che si sfiorano appena, come quelle di una ballerina.
Unico nel modo di attorcigliarsi i capelli, di disporre le pietanze sul piatto. Unico nelle proprie ossessioni e nei propri chiodi fissi.
Unici nel nostro modo di amare, indipendentemente da ciò che la società classifica come giusto oppure sbagliato, categorie spesso fuorvianti e che impediscono di inseguire il desiderio, anche andando controcorrente.
Perché ormai, l’ho capito, andare controcorrente è quello che mi definisce, e chi mi ama lo sa.

Irremplaçables, quindi. E irremplaçables proprio perché semplicemente siamo, e siamo noi, così veri.

E scrivo “semplicemente”, anche se non è poi così scontato ammettere la propria insostituibilità.
È il gesto d’amore più difficile e complicato che possa esistere. Talvolta implica coraggio, un salto in quel vuoto che fa paura.
Essere se stessi implica un’apertura, l’apertura progressiva della propria interiorità da quell’involucro che ci protegge talmente forte da impedirci di respirare.
Ci creiamo una sorta di crisalide in cui stare al sicuro, ma per aprirci liberamente al mondo come una farfalla, le nostre ali possono trovare respiro soltanto librandosi in volo.

Ho tanta voglia di credere che le cose cambino. Che esista la forza del coraggio e la libertà di essere ciò che si è, senza accuse, recriminazioni. Senza prezzi da pagare quasi come fossimo merce da scambiare. Divenendo intercambiabili, appunto, invece di fare l’elogio di quella che è la nostra più profonda insostiuibilità

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, traduzione di L. Bacchi Wilcock e J. R. Wilcock, Feltrinelli Editore, 2011.

Emma – Jane Austen

Ogni romanziere sa che scrivere un libro è difficile, ma scrivere l’inizio lo è ancora di più; gli incipit dei romanzi di Jane Austen sono invece del tutto naturali e portano subito il lettore al centro della storia perché in realtà racchiudono così tanti indizi del libro da lasciare tutti a bocca aperta.

Bella, intelligente e ricca, con una dimora confortevole e un carattere felice, Emma Woodhouse sembra riunire in sé alcuni dei vantaggi migliori dell’esistenza; e aveva vissuto quasi ventun anni in questo mondo con scarsissime occasioni di dispiacere o dispetto”.

Scopriamo dunque già molto della protagonista –il suo aspetto e carattere, la sua condizione sociale, la sua età- ma soprattutto intuiamo che tutto il libro ruoterà attorno alle piccole beghe di una giovane donna che (probabilmente) si troverà finalmente a dover fare i conti con un po’ di dispiaceri e dispetti. Infatti è proprio così: le vicende si collocano nella tranquilla campagna di inizio Ottocento e nella sua piccola società, all’interno della quale l’autrice stessa viveva, e che è dunque capace di ritrarre con vividezza e grande acume, ma soprattutto con velata ma assai decisa ironia.emma-jane-austen

Ecco dunque che ci troviamo immersi nella vita di Emma e ci vengono via via introdotti tutti i caratteristici personaggi che la animano: da prima il rispettabile ma comicamente lamentoso padre, il signor Knightley, uomo deciso ed impegnato nella missione di smorzare la vanità della protagonista, così continuamente sollecitata dall’ammirazione di tutti, e poi ancora la giovane Harriet Smith, ragazza di ignoti natali e quindi di scarse pretese sociali, la quale però riesce involontariamente a suscitare su di sé l’interesse di Emma. La nostra eroina decide dunque di prenderla sotto la sua ala, ed essendosi congratulata con se stessa per (dubbi) meriti nell’essere riuscita a maritare la sua cara governante, la signorina Taylor (ora signora Weston) è ormai risoluta a combinare un matrimonio per Harriet.

Altri coloratissimi personaggi entrano progressivamente in scena, ciascuno dei quali capaci di strappare al lettore un sorriso e spesso un arricciamento di sopracciglia; molti di loro sono destinati a creare un certo scompiglio nella tranquilla comunità di Highbury, ognuno a modo suo: compare dapprima Jane Fairfax, una giovane da tutti ammirata ma misteriosamente riservata, poi la signora Elton, garbatamente insopportabile, infine il signor Frank Churchill, l’eroe tanto atteso ed universalmente ritenuto amabilissimo, eppure inconsapevolmente osservato con sospetto dal signor Knightley. Emma ha su tutti loro il suo ben deciso parere, una risolutezza che viene sempre messa in dubbio dalla vena ironica di cui la prosa di Jane Austen è pervasa: la protagonista infatti (e spesso insieme a lei anche il lettore) verrà puntualmente costretta a ricredersi, arrossendo ma sempre incapace di ammettere di aver preso vere e proprie cantonate, provocando la serie di equivoci tipica delle trame dell’autrice. Attraverso di essi il lettore può osservare la crescita psicologica di Emma, l’accortezza con cui impara a vedere il mondo e se stessa: il momento in cui decide di smettere di cercare di combinare il matrimonio di Harriet coincide infatti con la rivelazione del suo stesso cuore, da lei sempre trascurato nella sicurezza di essere sempre superiore a tutti i tormenti del comune essere umano.

Con questo libro si riscopre soprattutto il piacere della conversazione: il mondo di Jane Austen consiste infatti di piccole azioni ma di grandi conversazioni, è un mondo dove i dettagli non devono passare inosservati nemmeno al lettore. Nei dialoghi possiamo andare a caccia di verità nascoste, opinioni segrete celate in impercepibili termini e aggettivi scelti con cura, ma anche imparare quanto una conversazione sul niente possa diventare elaborata, quanto possa essere riempita di piccole e cerimoniose accortezze. Senza dubbio un mondo molto distante dal nostro, in cui comunicazione diretta e messaggi chiari vengono maggiormente apprezzati, tuttavia ci ricorda quanto può essere affascinante l’acume che può nascondersi in una normale conversazione.

Il lettore potrebbe scovare in questo romanzo una lunga serie di morali, nascoste tra le righe di brillante ironia uscite dalla penna dell’autrice, ma forse, la vera morale è che non ci sono morali né giudizi: averli è legittimo, ma attaccarsi ciecamente ad essi è presuntuoso, oltre che infinitamente sciocco.

Giorgia Favero

[immagini tratte da Google Immagini]

Hannah Arendt: come la banalità genera il male

Il modo in cui Hannah Arendt descrive il momento della condanna a morte di Adolf Eichmann è impeccabile. Impeccabile nel peso che ogni singola parola espressa, acquista. Impeccabile nel valore che riesce a comunicare nella descrizione di alcuni particolari e di quei gesti che, anche durante il processo del 1961, hanno fatto la differenza, mettendo a nudo le contraddizioni di una mentalità perversa, incarnata in quell’essere umano, accusato di essere uno dei responsabili di uno dei più tragici crimini contro tutta l’umanità.

«Eichmann andò alla force con grande dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. […] Percorse i cinquanta metri della sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso»1.

Quello che possiamo percepire anche attraverso una prima e veloce lettura è il ritratto di un protagonista, la rappresentazione di un uomo che, fino all’ultimo, si è sentito al centro della scena. Anzi, egli non solo ha fatto in modo che le luci fossero rivolte su di lui fino alla chiusura del sipario, ma ha inoltre contribuito alla stessa costruzione della rappresentazione di quella scena teatrale finale che, attraverso la sua condanna a morte, lo proclamava e lo innalzava quasi come se, i suoi, fossero stati dei gesti eroici.

Nessuna colpa, nessun rimorso. Per lui quelli commessi non erano crimini orrendi, senza pietà e dei quali doveva essere ritenuto responsabile.

D’altronde, sostenne Eichmann, egli si occupava solamente del trasporto dei deportati verso i campi di concentramento: personalmente, non aveva mai ucciso nessuno, aveva solo rispettato gli ordini ed era diventato un piccolo ingranaggio di quella macchina infernale2, alimentata dall’odio verso il diverso, l’altro. Chi poteva dunque essere considerato il vero responsabile dell’uccisione degli ebrei? Poteva Eichmann definirsi innocente, solo per il fatto di aver rispettato le decisioni e gli imperativi di un comando superiore cui aderiva e cui non poteva in alcun modo sottrarsi? Che fine fanno la responsabilità e la colpa?

Hannah Arendt in Responsabilità e giudizio spiega come talvolta, quando un crimine commesso coinvolge un grande numero di attori, si finisce con il sostenere il valore di una responsabilità collettiva, in altre parole, una dimensione globale alla quale nessuno può sottrarsi. È importante ammettere tuttavia che l’idea di una responsabilità universale non solo impedisce che vengano definiti gradi di colpevolezza differenti a seconda del crimine commesso da ogni singolo individuo; ciò che è ancora più grave è che questo possa essere utilizzato come strumento attraverso il quale ciascuno, attraverso la logica del “se nessuno è colpevole, nemmeno io lo sono”, riesce a sentirsi innocente e ad uscirne “pulito”.

Strumentalizzare un concetto di responsabilità collettiva al fine di decolpevolizzarsi in quanto membro di una collettività in cui il dovere kantiano doveva ad ogni costo essere ascoltato e rispettato, in onore di un’ideologia, non può tuttavia permettere di dimenticare il valore di una responsabilità particolare che, anche Eichmann, avrebbe dovuto ammettere. Sotto il regime nazista, come nel caso di molte altri sistemi basati su una forte struttura ideologica, le norme imposte venivano assimilate come naturali e giuste e il loro rifiuto non era mai stato oggetto di una presa in considerazione. Gli ordini pertanto erano corretti e giusto era eseguirli. Al contrario, l’ingiustizia nasceva nel loro rifiuto.

In Banalità del male3 Hannah Arendt esprime chiaramente il suo giudizio a proposito dell’accusato: egli era una persona totalmente normale, a tal punto che perfino gli psichiatri lo avevano definito tale. Qualsiasi altra persona, dunque, avrebbe potuto prendere il suo posto ed essere accusato dello stesso crimine; ciò non toglie che, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto fare in modo che le cose cambiassero. Malgrado ciò potesse significare opporsi al sistema o costituisse una negazione del suo solito e profondo dovere morale. Nonostante un tale atto avrebbe potuto costargli la morte. Ma Eichmann no: fino all’ultimo si è dichiarato innocente.

Secondo Arendt, i giudici avrebbero dovuto sostenere che solo potenzialmente i cittadini di uno Stato avrebbero potuto compiere i crimini più inauditi, e che c’è un abisso tra ciò che egli ha fatto realmente e ciò che gli altri avrebbero potuto fare, tra l’attuale ed il potenziale4Eichmann doveva dunque essere ritenuto responsabile poiché attualizzò quegli ordini che, dall’alto, vegliavano su di lui come un imperativo categorico il cui valore assoluto era indubitabile e il cui rispetto non solo era necessario, ma per di più naturale.

Quanto può influire un’ideologia nella formazione della propria persona? Come fare in modo di poter preservare e custodire quella libertà che, attraverso un giusto utilizzo della ragione, ci permette di prendere delle scelte adeguate, secondo le circostanze? Il male commesso da Eichmann è stato sì, terribile. Malgrado ciò e senza giustificarlo, le azioni da lui commesse sono state frutto del rigoroso rispetto di un volere naturalmente reputato corretto.

Anche oggi, nel momento degli attentati terroristici in Francia e nel resto d’Europa ma anche in numerose altre occasioni, siamo diventati e continuiamo ad essere spettatori delle numerose manifestazioni della banalità del male. Adolf Eichmann è stato l’incarnazione di questa banalità. Una banalità che può provenire dall’ignoranza, sia volontaria, sia frutto di un’abitudine le cui profonde radici costituiscono le fondamenta di un’ideologia, la cui mostruosità non può essere percepita da chi, crescendo, è stato educato secondo il rispetto di particolari valori, credenze e imperativi morali.

Rilevare il peso che le circostanze esterne a noi può avere rispetto alle scelte che prendiamo, certo, è importante. Una cosa, tuttavia, è ammettere la loro influenza, tutt’altra è non prendersi carico, nonostante tutto, delle responsabilità dei propri atti e definirsi, come nel caso Eichmann, non colpevoli di una tragedia contro tutta l’umanità.

 

Sara Roggi

 

NOTE:
1. H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli Editore, Milano, 2011, p. 259.
2. H. Arendt, Résponsabilité et jugement, Editions Payot & Rivages, Paris, 2009.
3. Ibidem.
4. Ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Tutte le maschere della mia vita

 

Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.           William Shakespeare

Nuda davanti allo specchio mi guardo e mi risuonano ancora nella mente le sue parole. “Mi sembra di non conoscerti, Rachele. Io non so chi sei, non lo capisco. Non capisco cosa ti faccia felice e cosa ti faccia incazzare! Sembra che tutto ti vada bene, ma lo sai cosa ti piace? Chi sei veramente Rachele? Io non posso andare avanti così.”

Chi sei veramente, Rachele?

Allora inizio a spogliarmi. Tolgo i jeans e il maglione attillati che mi fanno risaltare le forme. Tolgo i tacchi che mi fanno sembrare le gambe più lunghe. Tolgo il reggiseno che mi regala un seno alto e pieno. Tolgo le calze che mi appiattiscono la pancia. Tolgo le extension che mi rendono i capelli più voluminosi. Tolgo il rossetto che fa sembrare le mie labbra più grosse. Tolgo il rimmel che mi dona uno sguardo da cerbiatta. Tolgo tutto quello che non sono io e guardo negli occhi l’involucro di me stessa. Guardo il mio corpo in tutte le sue imperfezioni che quotidianamente mi costringo a correggere e a voce alta mi domando:

Chi sei veramente, Rachele?

Chi sono non lo so più. O forse non l’ho mai saputo.

Mi ricordo la prima volta che salii sul palco da bambina. Per tutta la durata della recita mi sentii bene, come mai prima. E da allora forse iniziai a recitare in tutto il resto della mia vita nella convinzione che, se mi fossi comportata come gli atri volevano, sarei stata accettata, sarei stata amata.  E da allora a casa sono stata una bambina ubbidiente e rispettosa. Un’adolescente studiosa e sorridente. Una giovane donna forte e proiettata alla carriera. Con gli amici sono stata estroversa e spavalda, sempre pronta a provare cose nuove, senza mostrare mai paura; un’amica premurosa ma mai turbata dagli sgarbi. Con gli uomini mi sono sempre mostrata forte ma al tempo stesso accomodante, mai un segno di risentimento, di dolore. Nel lavoro mi sono mostrata passionaria e competente.

Ho passato una vita a essere quello che pensavo gli altri volessero. Mai un cedimento. Mai niente che rivelasse che quella non ero io. Sono apparsa ma non sono mai stata. Mi sono vista vivere senza vivere mai. Ferma in uno stato di gelo senza che niente mi potesse toccare. Con la testa svuotata, sorridente per sembrare spensierata. Un manichino tra tanti. I giorni sono passati, senza colori né sapori. Ho vissuto nel carnevale del mondo, indossando una, cento, mille maschere. Me ne sono stata in bilico fino a quando la vita mi ha travolto. E la risata mi si è smorzata.

Mi sono sentita infelice e stanca, senza mostrarlo mai, neanche a me stessa. Piuttosto che piangere mi sono impegnata, ho dedicato me stessa a costruire il mio personaggio. Mi sono sentita vuota e infelice e allora ho lavorato di più, ottenendo traguardi sempre più importanti. Mi sono dedicata alla scalata del successo per non sentire niente, lottando e servendomi della logica del potere e della competizione per prevalere, per arrivare prima. E ogni volta che ho raggiunto un nuovo obiettivo, il vortice di euforia e soddisfazione è sempre durato lo spazio di un momento, un uragano che poi mi lasciava vuota, come prima.

Ho passato la mia vita lasciando spazio solo alla razionalità, senza mai permettermi di provare niente. Sono stata sottovuoto. Ma la domanda “chi sei veramente Rachele?” ha creato il cedimento che non c’era mai stato. E sono caduta tutta d’un pezzo. Le mie maschere sono state scoperte e si sono lasciate cadere, frantumandosi, senza darmi il tempo di capire chi io fossi, senza darmi alcun preavviso. E mi ha sorpresa che nella strada di ritorno a casa mi sia sentita nuda. E mi ha sorpresa scoprire che la cosa mi fa paura, che provo timore e vergogna al pensiero di scoprire chi sono, di scoprirmi e mostrarmi nelle mie luci e nelle mie ombre.

E ho passato un’intera nottata nuda davanti allo specchio, sgomenta, a piangere tutte le lacrime che non avevo versato, lasciando andare tutte le maschere della mia vita, per morire e intraprendere il viaggio della mia rinascita, il viaggio per conoscere me stessa. Ci saranno momenti, forse anni, bui in cui dovrò affrontare senza cercare di fuggire tutto il dolore che emergerà. Volevo solo essere amata, questa è la ferita che ho cercato di coprire con un cerotto: le mie maschere.

È in questi giorni finito il Carnevale, la festa delle mille follie, del mondo al contrario e del divertimento mascherato. Ci siamo divertiti a travestirci e interpretare un ruolo a noi obsoleto. Semel in anno licet insanire, dicevano i latini; ma, se il Carnevale è finito, quella che ci è rimasta addosso è la maschera che ancora portiamo, quello strato sottile che mettiamo tra noi e gli altri, come scudo, in modo che nessuno possa vedere le nostre debolezze, le nostre insicurezze, quel velo invisibile che portiamo per cercare l’approvazione degli altri facendo finta di non averne bisogno. Se indossare delle maschere, talvolta, può essere utile a proteggere la nostra intimità, il rischio è di dimenticarcene, di scordarci di averla ancora addosso e di non riuscire più a toglierla senza che venga via anche la pelle. Le maschere prendono a prestito i nostri corpi e a volte ce ne privano, proponendo un personaggio, con modi di pensare, di parlare, di proporre il corpo, di camminare, di respirare, facendoci perdere noi stessi. Gli indiani proverbialmente dicono: “Se tieni troppo a lungo la maschera finisci per farla diventare la tua faccia”.

Giordana De Anna

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La sottile linea tra guardare e criticare

In un’epoca in cui tutti possono dire la loro opinione grazie al Web, la distinzione tra critica ragionata e una banale osservazione della realtà con relativo commento, si è annullata sempre di più. Ha ancora senso allora continuare a fare della critica al giorno d’oggi? Abbiamo provato a rispondere a questa domanda cruciale.

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Che cosa fa di un oggetto, “un’opera d’arte”?

 Di tutte le cose, oggetti o prodotti con cui entriamo in contatto ogni giorno, ne notiamo alcuni per la loro bellezza, altri per la loro bruttezza, altri ancora ci rimangono indifferenti. Solamente di alcuni, però, possiamo dire essere delle “opere d’arte”. A chi non è capitato di entrare in un museo o in una galleria d’arte e dinanzi ad una tela squarciata o di fronte ad un’istallazione di semplici sedie da tavolo, chiedersi: perché tale realizzazione viene considerata opera d’arte? Le opere d’arte si possono riconoscere per qualche proprietà specifica? Sono tali in modo indipendente o perché deciso da esperti? E ancora, sono tali in ogni epoca storica o sono frutto del loro tempo storico?

Domande che diventano ancora più rilevanti se consideriamo opere quali la famosa Fountain firmata R.Mutt, di Marcel Duchamp, del 1917, un semplice orinatoio, o ancora 100 Brillo Boxes di Andy Warhol, costituita da una serie di scatole contenenti spugnette abrasive utilizzate per pulire le pentole, o più in generale tutti i ready-made che pian piano si sono insediati in diversi musei del mondo.

È chiaro che si tratta di oggetti qualsiasi, selezionati dalla realtà quotidiana, opere puramente concettuali, che aboliscono qualsiasi valore alla manualità e tecnica dell’artista. La bellezza in questione non è più, dunque, qualcosa di percepito tramite i nostri sensi, ma è qualcosa che va oltre le nostre proprietà sensibili e percettive.

Ciò che alla fine fa la differenza tra una scatola Brillo e un’opera d’arte che consiste in una scatola Brillo è una certa teoria dell’arte 

scrive Arthur Coleman Danto, filosofo analitico e artista;

è la teoria che la assume nel mondo dell’arte, e la preserva dal ridursi all’oggetto reale che è.

Quello che Danto intende dirci è che, l’oggetto, una volta “trasfigurato” in un’opera d’arte, assume precise proprietà relazionali, che sono strettamente connesse con ciò che Danto chiama “Mondo dell’Arte”, costituito da istituzioni, storia e teorie. L’opera d’arte è definibile solo in rapporto a quelle determinate teorie e istituzioni, e a coloro che hanno acquisito competenze di rilievo in quella particolare epoca storica.

È proprio nell’individuazione delle proprietà relazionali che si rende possibile l’interpretazione che ha strettamente a che fare con la nostra capacità di porre giudizio.

Il giudizio del bello, cui tutti noi facciamo largo uso nella nostra vita, per esempio di fronte ad una foto, ad un quadro, quando guardiamo un film o un’opera teatrale, o semplicemente di fronte ad un oggetto naturale, è suscitato dallo “stato d’animo del libero gioco della fantasia e dell’intelletto” che si genera “dall’accordo della libertà dell’immaginazione con la legalità dell’intelletto” scrive Immanuel Kant nella Critica del Giudizio. Il bello non è una proprietà oggettiva ma scaturisce dall’incontro tra il nostro spirito che contempla la “forma” dell’oggetto e l’oggetto stesso. Il bello è qualcosa di puro, un piacere universale, libero da ogni interesse e condizionamento.

La domanda da cui siamo partiti, potrebbe ora essere sostituita più correttamente con la seguente: può un nostro giudizio individuale definire un’opera d’arte?
Certamente no, a meno che non siamo parte di quel Mondo dell’arte fatto di istituzioni e teorie cui Danto fa rifermento.

Ciò non toglie la grande capacità che un’opera possiede di suscitare emozioni, sensazioni, ricordi, positivi o negativi che siano, propri per ciascuno di noi, indifferentemente dal fatto di essere critici d’arte o professionisti, definendo quello che è il nostro mondo dell’arte.

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini: opere di Duchamp e di Piero Manzoni]