Educare alla sofferenza tramite il dolore

«Gli uomini sofferenti si rendono simili tra loro mediante l’analogia della situazione, la prova del destino, oppure mediante il bisogno di comprensione e di premura, e forse soprattutto mediante il persistente interrogativo circa il senso di essa» 1.

Il dolore come passività, la pazienza, o sofferenza (da sub più fero, cioè porto su di me), parallelamente, come elaborazione positiva del dolore che gli riconosce un senso e ne fa una fonte di energia e non di depressione. Si pone, così, la “virtù della pazienza”, l’attiva assunzione del dolore come risorsa, consapevole colpo di sonda nel proprio intimo.
Il dolore è cosa diversa dalla sofferenza. Se da una parte c’è una risposta empirica ad uno stimolo nocivo, dall’altra c’è un fenomeno più complesso, la rivelazione della presenza di un qualcosa che non è controllabile.

É proprio nel modo di rispondere alla sofferenza che gli individui, singolarmente ma anche all’interno della comunità di riferimento, definiscono la propria identità, sviluppando così il proprio ethos.

Quella della sofferenza è un’esperienza unica ed intima, una sfida vissuta dalla globalità della persona, che emerge nel momento in cui le colonne del proprio foro interiore sono sotto assedio, minacciate da un qualcosa che è fuori o dentro di sé.
F. Dostoevskij, in Ricordi del sottosuolo, parla dell’essere umano come di colui il quale non rinuncerà mai alla vera e autentica sofferenza, perché è proprio lì che la fonte originaria della coscienza.
La sofferenza può così essere concepita, interpretata e dunque osservata come esperienza della contrazione del proprio, intimo, personale significato e nel riverbero della sua eco.

Parallelamente questa esperienza coinvolge l’individuo in un processo ampio e complesso il quale include la possibilità personale di confrontarsi, di affacciarsi, quasi tendendo una mano, anche al mondo interiore altrui.

Eric Cassel parla di questa nostra dimensione come di ciò che si sperimenta in risposta ad una minaccia del sé, ad un’offesa della propria identità e integrità:

«[…] Essa persiste fino a che la minaccia è superata o l’integrità è stata restituita. La sofferenza determina alcuni sintomi o fenomeni che minacciano il paziente a causa dei sentimenti di paura, dell’incertezza sul futuro e della natura stessa dei sintomi. I significati e i sentimenti di paura sono talmente personali ed individuali che pazienti che hanno gli stessi sintomi possono avere gradi e modi diversi di soffrire»2.

Il linguaggio che descrive e definisce la sofferenza del paziente è differente dal linguaggio abitualmente usato in medicina, infatti

«[…] vi è spesso una dissociazione fra il nostro modo di interpretare il caso e il modo di raccontare del paziente. Questa è una delle cause della nostra incapacità di dare sollievo alla sofferenza. […] Osservando la formazione e il modo di agire dei medici sembra che la persona, con il suo carico di opinioni […], di paure, di fantasie, di comportamenti fuorvianti, debba essere isolata dai suoi vissuti per poter meglio raggiungere l’obiettività della diagnosi»3.

Quando il medico si interessa del corpo e trascura la globalità della persona, diventa incapace di diagnosticare la sofferenza.

Il drammaturgo greco Eschilo, più di 2500 anni fa, parlava di questa dimensione come di uno strumento per educare gli uomini alla giustizia, proprio perché solo grazie alla consapevolezza di questo moto interiore, come risposta e rielaborazione di una forza esterna o interna che ha agito su di loro, saranno posti nella condizione di inclinare la testa, virare lo sguardo, magari solamente per un secondo, che così si stenderà su di loro, portandoli ad una più forte coscienza di sé.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE:
1. Giovanni Paolo II, in un Messaggio in preparazione alla VIII giornata Mondiale del malato, 6 agosto 1999, §.13.
2. E.J. Cassell, Diagnosing suffering: A perspective, “Annals of Internal Medicie” 131 (7), 1999, pp. 529-530.
3. Ivi, pp. 531-534.

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Tutto passa

«Pánta rêi»¹.

Tutto scorre, tutto passa.

Al tempo che scorre e agli eventi che cambiano vorrei dedicare questo promemoria filosofico. Forse un po’ per me o forse perché sembra sempre che ci sfugga di mano qualcosa.

Nel momento in cui nasciamo, cresciamo a vista d’occhio. Dal primo dente all’ultimo numero di scarpe, diventiamo adulti e siamo catapultati nel mondo.

Un bel giorno dobbiamo sorrergerci sulle nostre gambe e costruire qualcosa di nostro, più per una necessità che ci appartiene che per quella altrui. Peccato che non siano tutte rose e fiori.

Cominciano i sogni ma bisogna creare il terreno per coltivarli.

A volte non si hanno le forze di terminare la lista delle cose da fare della giornata e si rimanda al domani. A volte si ritorna, dopo una lunga giornata, a casa si vorrebbe trovare la cena pronta e fare una calda conversazione con gli affetti più cari, ma siamo soli, il pasto freddo in frigo e il posto accanto alla nostra sedia è vuoto.

Non ci si aspetta mai che i propri genitori divorzino, non ci si aspetta mai che una famiglia si divida. Ma tutto passa e qualcosa di nuovo prende vita.

Passa il tempo di stare sui banchi e di lamentarsi per tutti quei compiti per casa, ma poi si va all’università o a lavorare e ci si ritrova sommarsi da montagne di problemi in più, questa volta senza segni di addizione, sottrazione, divisione o moltiplicazione.

Passa il tempo dei primi appuntamenti e arriva il momento in cui si ha voglia di impegnarsi davvero con un altro che diventa Noi.

Passa il tempo di vedere spesso i tuoi amici perché ci sono troppi impegni, ma quando li incontri quella volta, dopo tanto, è come se davvero non fosse passato neanche un giorno.

Passano i giorni belli e colorati, ma anche quelli grigi e neri. Passano le giornate di sole e gli abissi in cui non sembra uscire mai. Non abbiamo tante possibilità, il tempo guarisce anche quando non c’è nulla da guarire, perché il tempo passa e per fortuna passa per tutti.

Cambiano anche i sogni ad un certo punto, per un motivo o per l’altro. Magari un motivo neanche c’è ma alla fine non importa. Gli obiettivi si decidono uno alla volta.

L’unico dettaglio che davvero si trasforma però, e non è talvolta evidente: siamo noi, è la nostra identità. L’identità non è altro che un grande puzzle che si costruisce ogni giorno, di tutte le esperienza fatte, di tutti gli incontri e gli scontri che abbiamo avuto e dalle relazioni che intrecciamo. È una statua in argilla che si può modellare dall’interno, ma che è anche soggetta al divenire esterno. Si perde l’egocentrismo infantile per apprendere una visione più ampia del mondo, che di continuo cambia; si deve affrontare la solitudine per permettersi l’indipendenza.

Può cambiare il pensiero dal confronto con altri pensieri e nella condivisione di intenti può nascere un’idea migliore di qualsiasi altra.

Lo specchio riflette quello che abbiamo passato, i segni, le cicatrici delle nostre scelte, come anche la piega dei lati del nostro sorriso. Siamo orgogliosi dei segni del tempo, hanno scolpito la nostra statua e ci hanno fatto essere quello che siamo. Le rughe intorno agli occhi e quelle che ci segnano la fronte solo le prove del nostro impegno in questa vita che cambia e ci passa davanti senza guardarci tanto in faccia.

Dopo questo promemoria sul divenire dell’esistenza, vorrei lasciarvi infine con questo augurio: «Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro»².

Azzurra Gianotto

In copertina: Giuseppe Armenia, Tutto scorre, 2014
[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
1. In greco πάντα ῥεῖ, tradotto in tutto scorre, è il celebre aforisma di Eraclito. Il riferimento è al frammento 91DK del trattato Sulla natura.
2. Citazione tratta dal discorso qui riportato di Papa Giovanni Paolo II: «Vorrei, prima di tutto, riprendere il discorso che tenni circa un mese fa […]. Dissi ai giovani in quella occasione di “non appiattirsi nella mediocrità”, di “non vivere solo a metà”, ma di “prendere nelle loro mani la propria vita”, per “farne un autentico e personale capolavoro”. Ciò naturalmente vale anche per voi, e ne ho avvertito l’eco nelle parole dei due vostri amici e interpreti, quando, accennando alle difficoltà e ai disagi dell’odierna realtà sociale, hanno denunciato il pericolo di adagiarsi nella provvisorietà come stile di vita, di cedere allo scoraggiamento e di cadere nell’emarginazione. Per questo anche a voi io ripeto: a nessuno è lecito “abbandonarsi”; oggi è più che mai necessario, proprio per superare le difficoltà, che “prendiate in mano” la vostra vita! Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!».