Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti

In Turchia, la notte di violenza tra il 15 e il 16 luglio ha visto fallire il tentativo di un golpe. Il premier turco ha costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: profeta o abile architetto?
Se questo rimane un interrogativo, quel che è certo è che di fatto il colpo di stato fallito ha reso Erdoğan ancora più forte.
Sarebbero circa 15.000 le persone arrestate; oltre 45.000 le persone sospese o rimosse dall’incarico; 20 siti web sono stati bloccati e sono stati 89 i mandati di cattura nei confronti dei giornalisti1.

Alla domanda del presidente turco “L’occidente è dalla parte della democrazia o dalla parte del golpe?”, mi pare opportuno rispondere che un colpo di stato è qualcosa di essenzialmente illiberale. La Turchia non deroga la norma.
Nel migliore scenario possibile avrebbe portato ad un diverso tipo di autoritarismo; nel peggiore avrebbe scaturito una guerra civile.
Eppure il fallimento del golpe non ha coinciso con la vittoria della democrazia, anzi.
Se intendiamo la democrazia non solo come espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato, la democrazia ha fallito.
Erdoğan non si è fermato alle purghe. Il 21 luglio è entrato in vigore lo stato di emergenza. Il governo turco ha deciso di non applicare, in via temporanea, la Convenzione europea per i diritti umani. L’articolo 15 della Carta prevede la possibilità di sospensione della stessa «per motivi di pubblica sicurezza o di minaccia alla nazione», tuttavia, alcuni diritti non possono e non devono essere limitati.
Ad esempio, l’articolo 5 della suddetta recita: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». La pratica della tortura si prefigge lo scopo di annientare la personalità della vittima e negare la dignità della persona. Il divieto assoluto della tortura o qualsiasi altro trattamento inumano o degradante non tollera alcuna eccezione. Il governo turco si è reso protagonista di episodi di tortura e violenza nei confronti delle persone ree di essere state coinvolte con il tentato golpe.

Dobbiamo considerare Erdoğan come il Billy Budd di Melville? È davvero accettabile l’idea secondo la quale, in talune circostanze, la violenza sia l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia?

È una sfida tra violenze? In uno scenario di violenza contro violenza, la superiorità del governo è sempre stata assoluta; tuttavia, tale superiorità dura soltanto fino a quando la struttura di potere del governo è intatta, cioè finché si obbedisce agli ordini o le forze di polizia sono preparate a far uso delle loro armi. Quando non è più così la situazione cambia totalmente.

È venuta a crearsi una realtà nella quale la violenza appare come l’ultima risorsa per mantenere inalterata la struttura di potere contro i singoli sfidanti, sembra in effetti che «la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient’altro che una facciata, il guanto di velluto che o nasconde il pugno di ferro oppure si rivela come appartenente a una tigre di carta»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. www.amnestyinternational.it
2. Hannah Arendt, Sulla violenza

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Il ritrattista – Carlo Buccheri

Una Milano alla vigilia dell’Expo, Alfio Cafiero stagista al Corriere della Sera, un serial killer enigmatico; questi sono gli ingredienti principali del romanzo d’esordio di Carlo Buccheri.
Romanzo semplice, essenziale, che allo stesso tempo non rinuncia al particolare, alla descrizione dei personaggi, soprattutto del loro lato interiore.

Alfio Cafiero, il protagonista della storia, appare come un giovane giornalista promettente, più per la sua schiettezza e intraprendenza che per gli articoli, un po’ troppo ironici e poco professionali che tuttavia rispecchiano il suo carattere, i suoi modi di fare, talvolta irriverenti nei confronti di chi gli sta davanti: il direttore, due importanti registi italiani trapiantati negli ‘States‘, il commissario Battistella, l’assassino seriale che sconvolge la sua vita privata e professionale…
Solamente verso il suo tutor, il dottor Teruzzi, prova una sorta di rispetto e soggezione.
Un ragazzo alla ricerca del successo improvviso, dei sogni modellati sui film americani, a metà tra l’eroico e l’impacciato che tuttavia strappa sempre un sorriso.

Da semplice stagista, emarginato da colleghi ben più celebri, si ritrova al centro del caso mediatico che infiamma la cronaca locale e nazionale, viene scelto personalmente dall’assassino come interlocutore a cui affidare l’esclusiva degli omicidi, o ‘opere d’arte’ come le chiama lui.
Ma perché?
Perché “il dottor Cafiero” è tagliente, sincero, non tralascia nulla; un perfetto ritrattista per un uomo in cerca di macabra attenzione.

copertina-ritrattista1-378x537Attorno ad Alfio gravitano personaggi altrettanto caratteristici: Mauro, un professore di religione in pensione; Rosita, la ragazza ispano-abruzzese con la quale condivide l’appartamento e Pantaleo Frontino detto Diogene, ‘filosofo contemporaneo’ con la sua inseparabile fisarmonica.

Lo stile di scrittura è calzante, coinvolgente, il classico romanzo giallo che ‘prende’ e porta via le ore come se fossero minuti.
I riferimenti alla Filosofia sono filtrati attraverso gli occhi del protagonista e dei suoi amici, a loro volta pensatori eccentrici, quasi estranei al 2012, anno in cui sono ambientati i fatti.
Sono presenti salti temporali, brevi ma necessari per seminare indizi che il lettore è portato a raccogliere, conscio che verso le ultime pagine tutti i nodi verranno al pettine e i puntini saranno uniti da una linea che renderà definitivo il disegno dell’autore.
I sospetti ricadranno inevitabilmente su numero imprecisato di persone, ma il colpo di scena è garantito.

Alessandro Basso

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Spotlight: un caso che merita l’Oscar

Diciamolo subito: quest’anno la notte degli Oscar si preannuncia come un evento al di sotto delle tradizionali aspettative. Certo, c’è attesa per la vittoria (ormai certa) di Leonardo DiCaprio, ma tra i film in gara è davvero difficile trovare una grande pellicola, capace di distinguersi nettamente dalle altre, sbaragliando la concorrenza. I candidati sono tutti validi, ma sembrano destinati a regalare poche sorprese durante la serata delle premiazioni. Mad Max – Fury Road, da un punto di vista estetico e cinematografico, è il migliore tra i dieci selezionati dell’Academy, ma il vincitore potrebbe essere (un po’ a sorpresa) un film allo stesso tempo classico e coraggioso: Il caso Spotlight.

Dimenticatevi il cinema inteso come arte. Nell’opera di Tom McCarthy non troverete i piani sequenza del virtuoso Alejandro González Iñárritu e nemmeno la grande estetica tipica della filmografia di George Miller. Scordatevi l’azione e i colpi di scena tipici dei legal-thriller o dei film polizieschi. Il caso Spotlight non è nulla di tutto ciò. Non è un film che vi terrà incollati alla sedia, non vi regalerà una messa in scena indimenticabile e vi racconterà una storia che vi farà sentire molto a disagio. Nonostante questo però è l’opera che, più di molte altre, merita di vincere l’Oscar come miglior film. I motivi sono diversi: Spotlight è un film solido, costruito su un’ottima sceneggiatura che riporta alla luce un tema scottante come quello della pedofilia nella Chiesa cattolica, in un periodo in cui la nostra contemporaneità è segnata dal complesso dibattito sulle unioni civili. Spotlight non costruisce storie inventate, ma si serve della finzione scenica per raccontare la realtà. Il film di McCarthy è una lucida e quasi documentaristica ricostruzione della realtà dei fatti che nel 2002 portarono alla scoperta di uno dei più grossi casi di pedofilia al Mondo per merito della redazione del Boston Globe. Spotlight non giudica mai i protagonisti della sua storia, ne rimane oggettivamente distaccato e con una visione giornalistica racconta in modo preciso e dettagliato la sua versione dei fatti.

La regia, studiata e precisa, lavora qui per sottrazione quasi a voler scomparire per focalizzare tutta l’attenzione sulla vicenda narrata. Lodevole l’intero cast (Mark Ruffalo e Stanley Tucci su tutti) che si mette al servizio dei fatti, interpretandoli con accorato sentimento, senza eccessi o manierismi di alcun tipo. Il modello di riferimento è l’inarrivabile Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, primo esempio di cinema-giornalistico capace di raccontare la verità attraverso la finzione. Spotlight deve molto a un film come quello, ma allo stesso tempo riesce a superarne l’eredità, basandosi sulla potenza della trama e sull’inconfutabilità delle prove portate alla luce sul grande schermo. Uno scoop cinematografico in piena regola che merita di veder riconosciuto il suo valore. Nel 1977 il film di Pakula si portò a casa ben quattro premi Oscar. Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, non sarebbe immeritato dare la statuetta a un film, magari non perfetto o esaltante, capace però di ricordarci quanto sia importante ricercare e divulgare la verità delle cose.

Alvise Wollner

Giornalismo e Filosofia: interazione o rivoluzione?

Per Foucault, che considerava il proprio lavoro più affine a quello del giornalista che a quello del filosofo, giornalismo e filosofia si intrecciano e modellano a vicenda, dando vita, alla fine, alla soluzione della problematica sull’oggi e il rapporto tra l’evento del momento e l’attualità. Proprio Foucault è il punto di partenza (già alla fine del XVIII secolo) per analizzare il fatto che “non ci sono molte filosofie che non ruotino attorno alla domanda: Chi siamo noi adesso? Ma penso che tale domanda sia il fondamento di chi, forte della sua etica e deontologia professionale, dedica la sua vita al giornalismo”. Ecco che, al momento, la domanda da porsi, sia esso un filosofo o un giornalista è quale significato acquista, oggi per noi, il cosiddetto “giornalismo filosofico”.

La risposta va ricercata su entrambi i fronti, ascoltando la voce del “filosofo” e quella del “giornalista”, analizzando il tutto da entrambe le prospettive. L’obiettivo è proprio quello di capire in cosa consista la differente angolatura tra le due e dove risieda la loro specificità. In altri termini: cosa significa praticare giornalismo filosofico dal punto di vista di un giornalista e da quello di un filosofo. Ruolo importante, in entrambi i casi, lo svolge la pratica del dire la verità all’interno del giornalismo filosofico e di che tipo di verità eventualmente si tratta. Insomma, il “giornalismo filosofico” consiste in una sorta di “battaglia a colpi di verità” contro il potere o produce piuttosto uno slittamento della posizione, della funzione e anche del significato di “verità” (spostando il problema sul piano della visibilità, ovvero, in termini prettamente e squisitamente filosofici, rendendo visibile ciò che non lo è (tornando indietro nell’antichità la sostanziale differenza tra noumenon e phenoumenon)? In questo caso diventa fondamentale, per produrre un certo effetto politico, il fatto in sé di dire la verità. La verità intesa in senso oggettivo, senza giudizi personali, secca, così come è realmente accaduta. Entra, solo dopo, in gioco il rapporto tra “giornalismo filosofico” da un lato e critica dall’altro, e in che modo la critica può aprire concretamente nuovi spazi di resistenza. Partendo dall’Illuminismo, Foucault utilizzava l’espressione “ontologia critica di noi stessi“ per indicare un atteggiamento in cui “la critica di quello che siamo è, al tempo stesso, analisi storica dei nostri limiti e prova del loro superamento possibile“.

Un pensiero che sottintende al fatto che la pratica del “giornalismo filosofico” vada inserita all’interno di un processo di trasformazione e cambiamento rispetto al contesto, sempre specifico e politicamente determinato, in cui agisce. Questo non vuol dire alterare la verità piegandola al “volere” della politica trasformandola quindi in una “non verità”, ma analizzarla con oggettività e obiettività come base per una discussione finemente politica che faccia emergere problemi e conseguenti soluzioni. Diventa, se etica e deontologia vengono rispettate come dovrebbe un giornalista, inutile parlare o discutere di “militanza” nel caso della pratica del “giornalismo filosofico”, non additando, dunque, il “giornalismo filosofico” come modalità di “engagement” politico o di resistenza. La posta in gioco principale consiste, concludendo, nella capacità di superare definitivamente l’opposizione tra lavoro teorico ed “engagement” individuale, introducendo nuove possibilità per colui che pratica il giornalismo filosofico di essere coinvolto in prima persona rispetto al proprio presente. In parole più semplici, la verità inconfutabile come base per la discussione politica/filosofica su basi concrete e non su voli pindarici. Compito, quest’ultimo, che ritroviamo proprio nel pensiero di Foucault. “Ho tentato di fare delle cose che implichino un engagement personale, fisico e reale – diceva il filosofo – e che pongano i problemi in termini concreti, precisi, definiti all’interno di una situazione data”. All’interno di questa prospettiva di indagine, diventa fondamentale allora chiedersi, concretamente, quali siano le connessioni più efficaci e realizzabili che il giornalismo filosofico può intessere con gli specifici contesti sociali: in quali campi, oggi, la pratica del giornalismo filosofico abbia maggiori margini di manovra e possa dare luogo a trasformazioni significative al livello dei rapporti di forza esistenti.

La risposta sta nel giornalismo di indagine e nel lavoro di ufficio stampa e portavoce nel quale (se svolto con correttezza, etica e professionalità) l’indagine conclusa o l movimento politico (inteso anche come persona fisica che “vive” di politica) siano solo lo specchio pulito di una realtà oggettiva che, a quel punto, viene comunicata solo con un messaggio meno tecnico e accessibile a tutti. Per chi lavora nel capo della filosofia come nel campo del giornalismo, dunque, bisogna sempre tenere presente il detto che narra che “se tu non ti occupi di politica, prima o poi sarà la politica a occuparsi di te”. E se dunque, di necessità virtù, l’argomento va affrontato, questo avvenga senza alcuna negazione o mistificazione di una realtà oggettiva e narrata in modo cronistico.

Gian Nicola Pittalis

Lo schermo del quotidiano: quando il cinema racconta il giornalismo

Provate ad immaginare che il giornalismo ed il cinema siano come due conoscenti di vecchia data. Non si può dire che siano grandi amici, diciamo che si conoscono e di frequente si vedono, anche se ognuno teme e non si fida mai fino in fondo dell’altro. Non possono andare avanti se non sono strettamente connessi, ma appena possono colgono l’occasione per screditarsi a vicenda, cercando di mettere l’amico-nemico in cattiva luce. Uso questa metafora per semplificarvi un rapporto che è in realtà molto più complesso di così e che dagli Anni 40 del secolo scorso, va avanti con risultati tanto affascinanti quanto altalenanti.
Tutto ebbe inizio quando Howard Hawks girò nel 1940 “La signora del Venerdì” con l’insuperabile Cary Grant. Una commedia frizzante in cui emerge il ruolo della stampa che si muove nel sotterfugio e nella meschinità grazie al memorabile ruolo di Rosalind Russell qui nelle vesti di una giornalista brillante e divorziata dal marito che per sua sfortuna però è anche l’editore capo del giornale in cui lavora. Intenzionato a fare di tutto pur di farle perdere il posto di lavoro e a impedire la nascita di un suo nuovo amore, Cary Grant darà vita a una serie di memorabili situazioni. La critica alla stampa si rivolge qui alla bassezza morale degli editori che preferiscono anteporre le loro vicende sentimentali alla vera caccia alla notizia. E’ solo nel 1941 però che il giornalismo entra nella vera storia del cinema grazie ad Orson Welles e al suo “Quarto potere”, considerato da molti come il miglior film del Novecento. Protagonista assoluto è il magnate della stampa Charles Kane, un uomo che “è un’autorità quando si tratta di far pensare la gente nel modo in cui lui ha deciso”. Una storia in realtà di grande solitudine, che racconta come il potere smisurato che i mezzi d’informazione possono offrire, sia in realtà un’arma a doppio taglio capace di logorare ogni uomo. Il cinema si è poi divertito a screditare nel corso degli anni la figura del giornalista, quasi a volersi vendicare delle molte critiche che la stampa ha sempre scritto nei confronti della Settima Arte. Un esempio su tutti è il film del 1992 “Occhio indiscreto”,con un ottimo Joe Pesci nel ruolo di fotoreporter invischiato nei malaffari della vita newyorchese. Un personaggio meschino che pur di arrivare per primo sul luogo della notizia di cronaca nera sarebbe disposto a compiere i crimini peggiori. E non è l’unico caso: film come “Prima pagina”, o “Sbatti il mostro in prima pagina” sono solo alcuni degli esempi che ribadiscono quanto detto finora.
Se però pensiamo al cinema che racconta il giornalismo, a molti di voi verrà in mente un titolo su tutti. Mi riferisco ovviamente a “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, la pellicola che ripercorre le vicende che hanno portato alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, vincitrice nel 1976 di ben 4 premi Oscar. Il suo merito fu quello di raccontare con coraggio e diretta semplicità uno dei fatti più importanti della storia americana nel Novecento. Senza prendersi alcun merito, ma riconoscendo il giusto e grandissimo valore dei giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, interpretati magistralmente da Robert Redford e Dustin Hoffman. Più che un film, un vero e proprio reportage cinematografico su un pezzo di storia del giornalismo. Quello vero, questa volta. Quello che anche Umberto Eco racconta nel suo ultimo libro. Quello infine che ama indagare sulla Storia per metterne a nudo i fatti e arrivare alla verità più pura da raccontare al pubblico. Citando lo slogan della rivista Life: “Vedere il mondo, attraversare i pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi”. Questo dovrebbe sempre essere lo scopo del giornalismo.
Alvise Wollner
[immagini tratte da Google Immagini]

“Verità, sempre”. Intervista a Gabriele Parpiglia

Molti lo conoscono per averlo visto in televisione o per avere spesso letto il suo nome su un noto settimanale di gossip, ma nessuno sa chi c’è davvero dietro questo ragazzo che, attraverso l’impegno, la gavetta e la costanza è riuscito a diventare uno dei nomi più conosciuti nel panorama del giornalismo.

Per voi lettori de La chiave di Sophia, oggi abbiamo il piacere di intervistare Gabriele Parpiglia!

– Gabriele Parpiglia, giornalista professionista e nome conosciuto nel panorama delle notizie: quale è stata la gavetta che l’ha portata ad essere un numero uno?

Grazie ma non sono un numero 1. La gavetta non finisce mai e non è una frase fatta. Nel momento in cui pensi di aver finito la “gavetta” significa che hai finito di aver sete e fame, che ti sei adagiato, seduto e questo non deve MAI succedere. Ho iniziato come cameriere, ufficio stampa nei locali della Milano by night per mantenermi gli studi. Poi ho unito fortuna, costanza, fiuto e studio. I numeri 1 sono altri.

– Come è nata la passione del giornalismo? Cosa significa per lei essere un giornalista?

Io sono nato con l’idea di far questo lavoro. Fin da quando facevo i primi temi in classe alle elementari. Per dire: i miei amici compravano le prime sigarette o i giornaletti porno; io divoravo quotidiani e settimanali. Per me esser giornalista significa aver i crampi allo stomaco quando buco una notizia, aver i crampi allo stomaco quando ho una notizia in anteprima. Quando passeranno questi “crampi”, significa che mi sarà passata la voglia. Ma vengo dalla fame quindi… dureranno.

– Per Foucault, che considerava il proprio lavoro più affine a quello del giornalista che a quello del filosofo, giornalismo e filosofia sembrano intrecciarsi e modellarsi a vicenda, prendendo forma attorno alla problematica dell’oggi e del rapporto tra evento e attualità: scrive infatti Foucault, « non vi sono molte filosofie che non ruotino attorno alla domanda: Chi siamo noi al momento attuale? (…) Ma penso che tale domanda sia anche a fondamento del mestiere di giornalista ». Cosa ne pensa?

Mi sono “focalizzato” sulla risposta. Senza far ricerche, rispondo di pancia: al momento dell’ “attuale” noi siamo quello che produciamo, creiamo perché ci crediamo e realizziamo. Nella filosofia, certamente, vince la parola, il giornalista invece vince con la notizia che può esser fatta di parole ma anche di fotografie, video, del “non detto” e quindi prende forme e formule diverse. I mestieri non possono essere simili.

– Un altro concetto che ritorna sia nel giornalismo che in filosofia è quello di “verità”, in entrambi i campi la si insegue; oggi come oggi il giornalista lavora sempre per Lei o si spinge oltre arrivando in taluni casi a vera e propria finzione? Perché?

La parola finzione non può esser abbinata alla professione di giornalista. La finzione esiste nel cinema, in tv, ma non dove vive la notizia. La notizia che sia di cronaca o politica o leggera dev’essere sempre vera. Uccide più lingua che la spada e la lingua deve per forza di cose, per evitare di fare del male a terze persone, essere portatrice sana di vera verità. Sempre. Questa la considero una “non domanda”.

– Quanto conta la selezione delle notizie? Quali criteri vengono applicati a tal proposito?

Priorità all’attualità. Vince la notizia legata al fatto più eclatante, vince la tempistica legata all’evento che la notizia scatena.

– Quanto è rilevante, al fine di produrre un certo effetto politico, il fatto in sé di dire la verità?

Anche questa è una non domanda. Per me non esiste la possibilità di mentire o raccontare fatti irreali o artefatti. Quindi gli effetti prodotti da notizie politiche e non, se partono dalla verità, racconteranno conseguenze relative a discorsi… pur sempre veritieri.

– Quali sono le esperienze lavorative che le hanno lasciato positivamente il segno e perché?

Quando ho iniziato. Ricordo il primo stage gratuito a Panorama e il sogno di un contratto. Era un’Italia diversa ed ero più giovane, tredici anni fa. Poi è cambiata l’Italia, tutto è diventato più difficile. Ogni tipo di lavoro ha sentito la crisi sociale del Paese. Idem il nostro. L’avvento dei social oggi ha devastato parte del mondo della comunicazione e della cronaca leggera o se volete chiamiamola “People”. Un motivo in più per tirar fuori le palle e darsi da fare ancora di più e lavorare sodo per trovar notizie, notizie.

– Lei è un giornalista completo perché si occupa sia di ‘People’ che di cronaca: quale tra i due campi preferisce?

Ho sempre pensato che occupandoti di cronaca hai meno possibilità di far carriera. Ma in ogni caso quando fai il giornalista, devi essere giornalista a 360 gradi.

– Cosa distingue chi si limita al giornalismo ‘patinato’ da chi, invece, si rende capace di addentrarsi nel campo della cronaca?

La distinzione sta nell’essere un pirla. Chi si limita già di per se è un pirla. Ripeto: fare il giornalista significa saperne di tutto un po’.

– Il mondo dello showbiz è quello che si vede realmente nelle riviste patinate o, proprio in questi casi, la verità viene surclassata dal bisogno di dare una bella immagine di sé?

Non è la miniera per carità, ma non è un bel mondo. Ci vuole stomaco di facciata e stomaco di ricambio.

– Tra i personaggi noti chi la stupisce positivamente ogni volta che lo incontra? Perché?

Sono pochi e sono amici (veri) ma niente nomi. Almeno questo lo tengo fuori dal lavoro. Sarei scontato se dicessi Benigni o Fiorello. Oggi punterei molto su Emma Marrone. È una ragazza predestinata. Nata con un segno che lascerà il segno. Di lei ne sentiremo parlare, lei la sentiremo cantare per molti e molti anni.

– Negli ultimi anni le notizie si diffondono soprattutto sul web: è davvero preferibile alla carta stampata? Quale sarà, secondo lei, l’evoluzione?

Studi soprattutto americani dicono che la carta stampata andrà a morire. Dopo lo scandalo legato a New of the World e Murdoch la carta stampata ha subito un contraccolpo mondiale. La gente non ci credeva più. Come se fosse svanita la magia. In Italia, in piccolo, la vicenda legata a Fabrizio Corona, ha tolto il gusto di sfogliare i giornali. Svelare il dietro le quinte della notizia, per un breve periodo storico, significava alzar la macchina del fango. Poi la crescita dei social ha fatto il resto. Io sono un innamorato della carta e sono convinto che ci sono generazioni che non la abbandoneranno mai. Esempio: basta fare un giro negli ospedali e gli anziani non hanno l’Ipad accanto al letto, ma il settimanale di fiducia che gli tiene compagnia. E le signore al mare o in montagna non rinunciano al giornale nella borsa griffata. Idem gli stessi personaggi che ancora oggi nonostante tutto offrono “scoop” a colpi di cover. Ma io preferisco sempre trovar le notizie da me.

– Ad un giovane d’oggi che vorrebbe fare il giornalista cosa consiglierebbe? È davvero ormai un sogno proibito?

D’istinto mi verrebbe voglia di rispondere di pancia ma il messaggio sarebbe negativo. Di una cosa sono certo, se davvero ma davvero, ma davvero credi in qualcosa; devi spingerti oltre ogni tua possibilità. Noi siamo capaci di cose impossibili quando però lo vogliamo veramente. E se una volta raggiunto l’obiettivo, ci sediamo; beh è li che la vita arriva da dietro e con un colpo ti riporta a zero. Mai adagiarsi. Mai. Nemmeno quando si ha un minimo di potere. Il potere uccide non solo il singolo ma anche chi gli sta attorno. Purtroppo.

– Ultima domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cosa pensa della Filosofia?

Potrei andare su google e trovare una frase adatta per rispondere e fare il figo. Invece rispondo d’istinto. Dunque credo che per chi come me ha fatto gli studi classici, la filosofia è un qualcosa che ti resta dentro. Non tutto. Solo ciò che ti ha appassionato, che ti ha illuminato. Io ero “fan” di Parmenide e Socrate. Forse perché in quel momento, a quell’età, quel giorno, li ho sentiti miei, o forse perché l’insegnante nel giorno in cui li ha spiegati, non aveva litigato con il marito e li ha spiegati al meglio! Universi paralleli difficili da sviscerare in poche parole. Ma io ho approfondito e ammetto che sia Socrate e la sua parola che Parmenide con il suo “essere”, mi sono serviti nella vita e nel lavoro.

Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo.
Tiziano Terzani
Fare giornalismo significa vivere, vivere attivamente, senza farsi travolgere dagli eventi passivamente.
Fare giornalismo significa osservare la realtà circostante e le persone che la popolano.
Fare giornalismo significa capire cosa succede attorno a noi.
Fare giornalismo significa raccontare e spiegare agli altri, non cosa vedono solo i miei occhi, ma quello che tutti riescono a vedere ma senza percepirne il senso.
Questo amore per la ricerca e la trasposizione reale dei fatti vale per il giornalismo di cronaca ma anche per quello patinato, perché, come ci ha detto Gabriele durante l’intervista, le parole possono fare molto male, quindi non si può giocare con esse sulla pelle di qualcun’altro solo per il gusto di sottomettersi alle illogiche regole di taluni ambienti.
Per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.
Omero
Nel giornalismo che ci racconta Gabriele e che dovrebbe appartenere a tutti i giornalisti, non c’è spazio per la finzione, per l’artefatto, per la favola e se vogliamo anche per l’opinione personale perché tutto ciò porterebbe alla morte della verità come aletheia, cioè non-nascondimento.
La verità giornalistica la sovrappongo, dunque, a quella filosofica: in entrambi i casi essa è da considerarsi un’attività dinamica che confuta l’errore e smaschera il falso senza penetrare l’essenza delle cose, altrimenti si cadrebbe nella metafisica e come disse Wittgenstein: “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Grazie Gabriele per averci dedicato un po’ del tuo tempo!
Valeria Genova
[Foto di Gabriele Parpiglia da lui concessaci]