Hikikomori: l’universo in una stanza

Un ritiro dalla vita sociale e da tutto ciò che la caratterizza. Ogni forma di comunicazione con l’esterno viene interrotta, la stessa identità inizia a vacillare sotto il peso del silenzio che l’isolamento porta con sé. Questi sembrano essere i denominatori comuni dell’hikikomori, fenomeno dilagante in Giappone che sembra stia assumendo i contorni di una vera e propria “piaga sociale” e le cui vittime sono soprattutto i giovani.

Hikikomori, espressione formata dalle parole hiku (tirare) e komoru (ritirarsi), fu coniato dallo psichiatra Saito Tamaki per definire l’autoisolamento tipico di un giovane che sceglie un luogo sicuro come la stanza della propria abitazione per fuggire dalla società e da tutto ciò che essa rappresenta, ma che con il passare del tempo diventa una vera e propria prigione di solitudine. Un esilio volontario che può durare mesi o in alcuni casi anche molti anni, un allontanamento da tutto ciò che costituisce e scandisce la nostra quotidianità: la scuola, il lavoro e le interazioni con gli altri e che spesso comprende anche la totale mancanza di comunicazione e relazione con gli stessi membri del nucleo familiare. Un allontanamento che rappresenta e la paura del confronto con tutto ciò che costituisce l’altro da sé, che si ritiene in quel preciso momento pericoloso per la propria psiche e che dà vita a una forma di fobia sociale. È possibile rintracciare i fattori determinanti che spingono un giovane nel pieno della sua forza fisica e psicologica a isolarsi tra le mura di casa, riducendo al minimo lo scambio con il mondo esterno? Un fenomeno come quello dell’hikikomori non può essere semplicemente associato a una comune forma depressiva, dal momento che ha delle specificità che lo rendono un fenomeno complesso dal punto di vista clinico e sociale.

L’aspetto sociale, sottolineato da molti sociologi e antropologi, riveste un’ importanza fondamentale e può essere delineato nelle sue forme generali. La cultura tradizionale nipponica è costituita al suo interno da gerarchie, ruoli sociali e familiari molto ben delineati che impediscono una mobilità sociale libera da vincoli. Il conformismo e l’omologazione sembrano i caratteri dominanti, dal momento che nella società giapponese l’individualità assume valore solo in rapporto alla collettività e al gruppo di appartenenza. Da questo punto di vista l’identità del singolo dipende ed è vincolata per tutto il corso dell’esistenza all’identità sociale e al riconoscimento all’interno della scala sociale. Il confucianesimo, dove il modello di società è rappresentato dalla famiglia, fa sentire senza dubbio la sua influenza. In tal senso, lo stato si configura come una grande famiglia, dove i singoli devono adempiere ai loro compiti solo rispetto al grande meccanismo sociale.

Il ruolo che riveste la famiglia è un altro tassello importante da considerare se si vuole indagare il fenomeno dell’hikikomori. Le famiglie di origine, infatti, soprattutto nei confronti dei giovani di sesso maschile, riversano grandi aspettative in termini di progettualità futura e realizzazione professionale: lo studio e il lavoro sono aspetti determinanti nella vita di un giapponese di classe sociale medio-alta. È proprio per cercare di sfuggire alle pressioni sociali che l’hikikomori cerca di preservare la propria integrità psicologica scegliendo l’isolamento. La perdita del proprio ruolo all’interno della società e della famiglia sgretola l’identità generando ansia, stress e senso di colpa. Proprio per questo la famiglia e le mura domestiche vengono viste dall’hikikomori come un vero e proprio rifugio. Sono le stesse famiglie che spesso, a causa della vergogna generata dal bisogno di salvare a tutti i costi le apparenze e dalla paura del giudizio altrui, non chiedono aiuto, minimizzando e nascondendosi dietro a una passiva indifferenza: «Il ragazzo in hikikomori rimane in famiglia, sta uchi (dentro), dove non è mai rifiutato, dove può provare vergogna senza essere biasimato, dove la sua rabbia è consentita e persino la violenza è accettata»1.

Solo costruendosi una realtà alternativa, il giovane che ha fatto della solitudine e del silenzio la sua scelta esistenziale riesce a sfuggire allo sguardo dell’altro e alla perdita totale della propria identità che quello sguardo rappresenta. Ecco allora che l’ “altro”, da occasione di dialogo, confronto e ricchezza per lo sviluppo della personalità, diventa una minaccia da cui fuggire.

Il fenomeno dell’hikikomori getta luce sui limiti di una società che ha fatto dell’economia e del prestigio sociale fattori determinanti per lo sviluppo del singolo, in cui, tuttavia, le attitudini e i desideri dell’individuo sfumano, schiacciate da un senso di appartenenza invalidante e dal peso dell’omologazione.

Greta Esposito

NOTE:
1. C. Ricci, Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, p. 41-42

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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“I Sette Samurai”, Akira Kurosawa

La figura del samurai ha sempre esercitato un certo fascino nell’immaginario occidentale, diventando l’emblema dell’eroe immortale, silenzioso e letale come i fendenti della sua spada; un guerriero senza paura, che combatte con orgoglio e onore, ammantato di un’aura mistica.
Nel suo I Sette Samurai, il grande regista giapponese Akira Kurosawa svela un volto nuovo di questa carismatica figura, una visione cruda e disincantata del mondo dei samurai.

Questo film fu il primo di una serie di pellicole la cui trama prevede il reclutamento e l’impiego di una banda di eroi, per raggiungere un determinato scopo; basti pensare a film di Hollywood come I Cannoni di Navarone, Quella Sporca Dozzina o I Magnifici Sette, remake dichiarato e omaggio al grande maestro giapponese.

Girato nel 1954 e ambientato nel Giappone della fine del XVI secolo (epoca Sengoku), il film racconta la storia di un povero villaggio di contadini, vessato dalle continue scorribande di un gruppo di briganti che in quell’epoca devastavano le campagne giapponesi. Esasperati dalla loro tragica condizione, i contadini decidono di cercare aiuto presso alcuni Ronin, i samurai senza padrone, pregandoli di aiutarli a cacciare i briganti. Con difficoltà riusciranno ad ingaggiare sette guerrieri, disposti a fornire i loro servigi per proteggere il villaggio.

Sette guerrieri per sette diversi uomini e sette diversi modi di essere; dal carismatico e romantico Kambei, al suo allievo Katsushiro, un samurai ancora acerbo, desideroso di imparare. Da Kikuchiyo, coraggioso, matto e guascone, interpretato alla perfezione dal grande Toshiro Mifune, che con le sue improvvisazioni a tratti animalesche, regala una recitazione di una emotività commovente, passando poi da Kyuzo, ascetico e imperturbabile guerriero.

Sono semplici uomini, guerrieri di un tempo passato, un tempo fatto di gloria e grandi battaglie e che ora è solo un lontano ricordo. Sono Ronin senza padrone, senza uno scopo, alla ricerca di un nuovo posto e un nuovo ruolo nel loro mondo.
Kurosawa è abilissimo nel delinearne il ritratto; passando da toni epici ad altri decisamente più tragici e crudi, ci mostra realmente cosa significhi essere un samurai. Il senso della solidarietà permea l’intera vicenda, il sacrificio di aiutare il più debole per una tazza di riso e poco altro è centrale e presente in quasi tutte le tre ore che tengono lo spettatore incollato allo schermo. Non c’è più la gloria di combattere per un grande signore della guerra. Non ci sono più le ricchezze e i grandi castelli di pietra. C’è solo la lotta per la sopravvivenza, per la vita, che è fatta di fango, capanne e acqua.

La spada che prima era al servizio del Daimyo, ora serve il contadino, ma ad un grandissimo prezzo. Alla fine i vincitori saranno i contadini, perché appartengono alla terra e nella loro vita di perenni fatiche e patimenti, sono i nutritori di tutti; una classe sociale sempre disprezzata e maltrattata ma necessaria.
Ciò che resta al samurai è il sacrificio. Aver dato la propria vita, ancora una volta, per un’altra causa, questa volta più nobile e giusta ma impietosa nel reclamare il sangue.

In questo incomparabile ribaltamento di ruoli e regole che Kurosawa porta sullo schermo c’è un’epica nuova, una storia di un tempo quasi mitico, distante da noi, eppure ancorato alla realtà, una sorta di Iliade contadina.

Lorenzo Gardellin

[Immagine tratta da Google Immagini]

Tre tazze di tè e un cucchiaino di Filosofia

«La prima volta che bevi un tè con uno di noi sei uno straniero, la seconda un ospite onorato, la terza sei parte della famiglia» – Haji Ali, capo del villaggio Korphe, Pakistan.

Il tè è la bevanda che, in molti luoghi del mondo, viene utilizzata per socializzare, oltre che per comunicare emozioni di vario genere, per accogliere gli ospiti, per concludere trattative, per riunirsi e stare un po’ insieme, per iniziare la giornata e per concluderla, per prendersi una pausa, per fare pace, per stare meglio.
Per il tè ci vuole tempo e passione, la sua preparazione è un rito che con i suoi movimenti ed i suoi tempi precisi induce alla calma, al rilassamento; il suo profumo riempie i sensi, il suo calore scalda le mani, il cuore e l’anima, perché le sue piccole foglie, quando si aprono, fanno incontrare diverse culture e tradizioni.
È la bevanda che dalle Corti Imperiali della Cina, ai Monaci Zen alle Geisha giapponesi, dai venditori ambulanti dell’India, dall’aristocrazia Europea al popolo ancora oggi unisce e racconta leggende, riti, usanze e guerre in epoche e paesi diversi di tutto il mondo.

Il suo profumo mescolato ad aromi di frutta, fiori, radici e spezie è unico e rapisce, così va scelto e cercato tra le sue forme ed i suoi colori così diversi! C’è un tè per ogni stagione, per ogni momento, per ogni occasione, per ogni umore e raccontarlo, descriverlo e offrirlo a qualcuno è un vero onore. E’ come un gioiello prezioso che va indossato solo nel giusto luogo, nel giusto momento e nel giusto tempo, quel tempo che ci vuole, per prepararlo, gustarlo lentamente alla giusta temperatura, inalando le sue delicate sfumature di profumi che ci riportano alla mente antichi ricordi, inducendoci a parlare e ad ascoltare con calma.

Le antiche civiltà cinesi e indiane conoscevano la cosiddetta energia della luce, chiamata Qi: si pensava che fosse presente in diverse sostanze naturali sotto forma di energia curativa e queste “cellule della luce” sono presenti ancora intatte nel tè verde, il più prezioso tra i quali, il matcha, viene usato nella cerimonia del tè (Cha No Yu o Chadō), un’attività culturale dalle antichissime origini, tutt’oggi praticata in Giappone e dietro alla quale si nasconde una vera e propria filosofia di vita.

Il tè in Italia è ancora un grande sconosciuto: è ancora quella cosa che si beve quando non si sta molto bene, quella cosa che fa bene ma che non ci piace tanto, quella cosa che è legata spesso a brutti ricordi.
In Oriente invece le case da tè sono immerse nel verde e nella quiete fuori dai centri abitati: questo concede concentrazione, in assoluto rilassamento del corpo e della mente, per ritrovare pace e serenità.

Noi vorremmo, attraverso la divulgazione della cultura del tè, far conoscere le sue molteplici forme, i suoi colori, i suoi infiniti profumi, le sue storie e leggende, i Paesi da cui proviene e le tradizioni a cui appartiene, gli oggetti necessari alla sua preparazione, le cerimonie e quell’infinito mondo che appartiene alla filosofia del tè.

Gabriella Scarpa – Ar-tea Associazione culturale

Appuntamento mercoledì 22.06 ore 20.00 presso Ar.tea Associazione culturale a Treviso per l’evento Tè con Filosofia: la Filosofia nel quotidiano.

Maggiori info: qui

L’aria scolpita_Un pensiero di architettura

“- Potendo, passerei tutto il tempo a riflettere, riflettere, riflettere. Vorrei seguire liberamente i miei pensieri. Ecco cosa vorrei fare. Ma il puro ragionamento, forse è qualcosa che serve soltanto a costruire il vuoto, non trovi?
– Al mondo ci vuole anche qualcuno che costruisca il vuoto.”

[ dialogo tratto dal libro L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki ]
Non c’è nulla di più difficile da precisare del vuoto, nulla di più ambiguo da rappresentare dell’immateriale, nulla di più utopico da materializzare di un’assenza. A meno che, quella che sembra essere un’immateriale assenza, sia in realtà, materiale presenza.
Il vuoto, contenuto e definito dalla materia costruita, si presenta come un’assenza perché manca di quell’oggettualità che è propria della forma che viene associata all’esperienza dell’architettura. Pensare al vuoto nei termini dell’assenza, ci porta inesorabilmente verso un’unica direzione dove il vuoto viene ridotto ad una mancanza, ad una conseguenza, ad un risultato.
La direzione che potremmo prendere sarebbe diversa se ci trovassimo nel Jardin des Tuileries a Parigi, tra due lame di acciaio corten conficcate nel terreno; modellate, alte e vicine a tal punto da costringere l’occhio a rimbalzare da una all’altra, da spingerlo a scorrere lungo la sinuosità delle loro curve fino a prendere il volo verso l’unica porzione del mondo visibile, il cielo. Percorrendo questo vuoto ne sentiremmo la presenza. La pesantezza della materia si dissolverebbe nella potenza dello spazio da essa generato, e tutto ciò che credevamo immateriale diventa materiale, tutto ciò che fisicamente si presentava come un’assenza arriva ai nostri sensi come una presenza. Il vuoto diventa aria scolpita.
Passo dopo passo, respiro dopo respiro, quel vuoto che stiamo attraversando si fa denso e presente, caricandosi di tensioni e vibrazioni a tal punto da diventare ai nostri occhi la sola e vera materia plasmata dallo scultore: è come se Richard Serra avesse costruito quel vuoto tra le lame prima ancora delle lame stesse.
Percorro quel vuoto compresso, sento la compressione, sento la spinta delle due pareti che mi schiacciano e mi spingono avanti e in alto fino a svelare al mio sguardo ciò che prima era negato. Sento la vibrazione tra le due lame ruvide, brunite, dove la luce si increspa e le ombre si liberano; quella vibrazione che il vuoto accoglie facendo da cassa di risonanza ad una melodia che solo io posso sentire.
Lo sento sulla pelle quel vuoto, e lo sento dentro.

2_INSTALLAZIONE - Richard Serra
Costruire il vuoto significa costruire percezioni. Costruire percezioni significa costruire esperienze. E quando questo accade, i vuoti fisici diventano luoghi mentali, scrigni dove custodiamo le esperienze più profonde e dove nascono i pensieri più preziosi e liberi.
Pensare e costruire il vuoto significa dare forma ad uno spazio che riesca ad entrarci dentro con una forza tale da elevarsi a luogo mentale divenendo il terreno fertile dove coltivare la nostra anima. Perché il vuoto è l’unica condizione fisica e mentale dove tutto è libero, dove tutto accade, dove tutto cambia: “il luogo dove il pensiero può generare parole nuove” 1.
Il mio amore per l’architettura nasce dalla convinzione che essa abbia il potere di fare tutto questo.
Non c’è nulla di più entusiasmante che dare forma ai propri pensieri e alle proprie fantasie progettando qualcosa che le possa contenere: l’architettura.
Se l’architettura trova la sua consistenza e la sua staticità nella forma, essa prende vita nel vuoto che questa forma contiene. Il vuoto immaginato e costruito diventa uno spazio carico, la cui immaterialità si concretizza nelle tensioni, nelle vibrazioni e nelle relazioni che si creano al suo interno.
Il vuoto contenuto dalla materia si fa contenitore di vita: il vuoto si fa presenza. Una presenza che viene percepita in relazione al fluire del tempo accompagnato al fluire del movimento, dello sguardo, del pensiero. Una presenza che viene sentita, misurata, distillata.
L’architettura è vuoto e pieno che si generano l’un l’altro, è contemporaneamente lo spazio e il volume che lo contiene, la distanza tra le cose e le cose stesse. E’ contemporaneamente spazio e tempo, un’unità che il concetto giapponese del ma pone a principio di tutte le cose.
A me piace pensare che l’architettura sia questa unità, e per questo debba sempre incondizionatamente porsi il nobile obiettivo di tendere ad essa.
In Giappone tutte le cose dipendono sempre dal ma. L’arte del combattimento, l’architettura, la musica, l’arte stessa di vivere, l’estetica, il senso delle proporzioni, la disposizione delle piante in un giardino dipendono sempre da un insieme di significati collegati tra loro e risultanti dal ma (…) Dietro ogni cosa esiste il ma, lo spazio indefinibile che è come l’accordo musicale di ogni cosa, l’intervallo giusto e la sua migliore risonanza2.
Se il ma viene definito in termini spaziali come la distanza naturale tra due o più cose che si trovano in continuità, e in termini temporali come la pausa naturale, l’intervallo tra due o più fenomeni che si succedono in continuità, mi è inevitabile pensare alla contaminazione a cui l’architettura e la musica sono soggette nel loro processo espressivo, dal momento che modellano la stessa materia: il vuoto e il pieno la prima, il silenzio e il suono la seconda.
Ho sempre pensato che la contaminazione di queste due discipline potesse dare origine a qualcosa di puro e mistico, e che nessuno meglio di Kengo Kuma potesse raggiungerlo. L’architetto giapponese, nel suo Padiglione del Tè, spingendosi oltre i confini dell’architettura e facendo propri gli strumenti della musica, celebra la sublime unione tra queste due arti in quello che Rothko definisce lo spazio del silenzio: “Lo spazio del silenzio è luogo del pensiero. Lo spazio del silenzio è luogo dell’emozione”.
Se il vuoto in musica è l’intervallo tra due note, il silenzio necessario alla loro esistenza; il vuoto in architettura è la distanza tra due elementi, lo spazio necessario affinchè ogni singola forma viva del proprio respiro e dell’eco dell’altra, il luogo sacro dove ascoltare il nostro respiro e l’eco dei nostri pensieri.
Sì, “al mondo ci vuole anche qualcuno che costruisca il vuoto”, perché scolpendo il vuoto scolpiamo tutto ciò che al suo interno prende vita: scolpiamo i suoni e i silenzi che lo attraversano, le emozioni che lo investono, le relazioni che lo abitano, i pensieri che lo contemplano.
E’ l’esperienza del vuoto che fa di esso una presenza. Ed è nella costruzione di quel vuoto che l’architettura si fa poesia.
1 Parafrasando Adolf Loos in Il vuoto, riflessioni sullo spazio in architettura, di Fernando Espuelas
2 Michael Random, Giappone, la strategia dell’invisibile

Lisa De Chirico

www.lisadechirico.it

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Maturità artistica presso il Liceo Artistico Statale di Treviso e laurea in Architettura presso lo IUAV di Venezia. In ambito lavorativo mi occupo di progettazione architettonica e grafica, interior design e architettura del paesaggio. La mia trasversale passione per il mondo della creatività nelle sue diverse forme, dall’arte all’architettura, dalla scrittura alla fotografia, risponde ad una necessità di espressione che attinge ai diversi strumenti che questa dimensione mi offre. Un segno tracciato su un foglio, il progetto di uno spazio, l’illustrazione di un concetto, un frammento di realtà rubato da uno scatto, sono l’espressione di una ricerca continua che trova nella filosofia, nella letteratura e nella musica il suo punto di partenza.

Ogni mia espressione è una condensazione di ciò che sono, di ciò che vivo e immagino; dove ciò che viene definito arte, architettura, fotografia e scrittura, perde i propri limiti e si mescola.

[Immagine copertina: Padiglione del tè di Kengo Kuma; Immagine articolo: Installazione di Richard Serra]