Lo sport come rilettura della realtà

Per ogni individuo lo sport è una possibile fonte di miglioramento interiore.

Pierre de Coubertin

Dopo le importanti vittorie riportate dai nostri sportivi italiani, a partire dalla tennista Flavia Pennetta per arrivare alle atlete di ginnastica ritmica passando per il Basket Italia, non si può non immaginare un collegamento tra la ricerca teorica astratta tipica della filosofia e la manifestazione puramente fisica del corpo attraverso lo sport.

La Filosofia dai più è considerata come un ‘esercizio’: per Dewey è l’esercizio del “metodo dell’intelligenza”, per Herbart è l’“elaborazione dei concetti” con il compito di mettere ordine e connessione tra i concetti e le idee fondamentali delle scienze.

La filosofia risulta, dunque, un esercizio alla vita che può  raggiungere lo scopo di conoscere la realtà abbracciando e connettendosi con tutti gli aspetti della conoscenza umana, dalla politica alle scienze, all’arte, alla religione e perché no alle discipline più pratiche come lo sport.

Non è una coincidenza se sia lo sport che la filosofia hanno visto la loro nascita dalla stessa cultura, quella della Grecia in cui lo sviluppo dell’uomo doveva considerare sullo stesso piano il corpo e la mente.

Anche lo sport, come la filosofia è un linguaggio ed un’espressione universali, rispetto a quelle attività elettive, identificabili con l’arte, la religione e la scienza, perché risulta immediato ed efficace, basandosi sui semplici concetti di spazio e tempo.

E la filosofia non si interroga anche su questo due concetti?

Pensiamo a Cartesio secondo cui gli elementi costitutivi della natura dei corpi sono l’estensione (quantità di materia e spazio che essa occupa) e il movimento, oppure Kant che considera spazio e tempo come “forme a priori” della conoscenza sensibile e molti altri ancora.

Per questo è da considerare il fatto che lo sport porta alla conoscenza e all’interpretazione della realtà umana perchéè in grado di mette a confronto l’istinto e la razionalità, lo spirito e la materia.

Lo sport è l’insieme di tutte le attività elettive dell’essere umano ed è quindi collegato alla filosofia da un invisibile filo che altro non è se non l’uomo stesso inteso come ‘misura di tutte le cose’.

Lo sport diventa così uno strumento nelle mani dell’uomo per liberarsi dalla condizione di schiavitù in cui si ‘auto’-limita, cercando di esplorare se stesso; infatti non appena l’uomo fa sport dimentica i suoi problemi che affiggono la sua vita e quella degli altri,  tutto questo perché lo sport ha delle regole per regolamentare i rapporti e queste sono valide universalmente.

Sport ed etica rappresentano un connubio imprescindibile, senza il quale il primo non potrebbe essere riconosciuto ed efficace in tutto il mondo.

Lo sport insegna a non odiare l’avversario ma a rispettarlo ‘nella buona e nella cattiva sorte’, accettando la sconfitta e apprezzando la vittoria meritata.

Ecco che allora si può intravedere il collegamento imprescindibile tra la ricerca attratta della filosofia e l’attività concreta dello sport: quest’ultimo è da considerarsi come la metafora della vita però basata su precise regole cui non si può sfuggire.

 Valeria Genova

[immagine tratta da Google Immagini]

Günter Grass: tra la razionalità delle parole e la passionalità

Ieri mattina si è spento all’età di 87 anni, lo scrittore tedesco e drammaturgo Günter Grass, Nobel per la letteratura nel 1999.

Con lui ci ha lasciato un intellettuale controverso, scomodo forse nel senso pieno del termine che per molto tempo è stato considerato la ‘coscienza morale’ di una Germania che era chiamata a fare i conti con il proprio passato. Ci lascia colui che ha fatto della propria esistenza una battaglia morale contro l’oblio del passato nazista e delle sue colpe, lottando contro la rimozione della memoria.

Non solo uno scrittore ma anche pittore, grafico e sculture, autore del più importante romanzo tedesco del dopoguerra: Il tamburo di latta, inserito insieme a Gatto e topo e Anni di cani nella Danzige Trilogie (Trilogia di Danzica) nella quale Grass, a partire dai ricordi d’infanzia nella sua città Natale, rileggeva la storia tedesca, osteggiando quella “fuga dalla storia” esplicitata dalla teoria dell’anno zero, o meglio teoria dell’ora zero, che prevedeva l’annullamento dell’esperienza di terrore che era ancora presente nelle loro menti. Così scriveva in un suo passo: «Si cercava di dare alla fine del ter­rore il signi­fi­cato di ora zero, come se si potesse rico­min­ciare tutto da capo, come se bastasse rimuo­vere le mace­rie, come se fosse con­sen­tito cavar­sela impuniti».

Scoppiò poi lo scandalo, nel 2006, quando Grass confessò nel suo libro Sbucciando una cipolla e un’intervista, di aver fatto parte della Waffen SS, arruolandosi a 17 anni. Molti si chiedono perché, per oltre 60 anni, sia rimasto in silenzio su quella che potremmo considerare l’esperienza più importante della sua vita. Quello che è certo, è che Grass ha cercato per tutta la vita di emendarsi da quell’errore, sia attraverso i suoi libri sia attraverso il suo attivo impegno politico come militante. Nell’intervista del 2009 dell’Espresso, in riferimento al perché della scelta di parlare della sua reale esperienza solo in tarda età, Grass così dichiara:

«dovevo diventare vecchio per poter rivivere la mia biografia. Solo ottantenne mi è stato possibile rivedermi ragazzino di 14, 15 anni».

Aldilà della questione del suo arruolamento al nazismo, Günter Grass fu uno di quegli autori che non ebbe paura di esporre i suoi testi e metterli al confronto con coloro invece che volevo nascondere e occultavano le atrocità del nazismo. Noi vogliamo ricordarlo con queste parole:

la società ha bisogno di una letteratura che si immischi nei discorsi quotidiani, che faccia vedere senza pietà i misfatti dei potenti e mostri ai giovani i limiti delle utopie radicali. C’è sempre bisogno dell’arte che, come Oskar col suo tamburo, svegli le coscienze intorpidite”

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini]