I primi giorni di scuola (Part. I)

Per un bambino, i primi giorni di scuola sono fondamentali. A sei anni, infatti, non possiede ancora un’identità matura e questo lo espone a dei rischi. È importante aver cura del bambino, senza esagerare nelle preoccupazioni, ma senza neppure commettere troppe leggerezze. Anzitutto, occorre aver ben presente che il bambino passerà a scuola una quantità di tempo più che considerevole, (parliamo di circa 200 giorni l’anno per cinque anni) in uno dei momenti fondamentali del suo sviluppo e della sua vita. Farsi prendere dal panico non serve. Tuttavia, conoscere bene la scuola, la classe e l’insegnante che passerà tutto quel tempo col bambino è necessario. Il rischio di dare importanza a cose che non ne hanno, sottovalutandone altre è sempre dietro l’angolo. Consapevoli di non padroneggiare appieno lo sviluppo e di non poter avere controllo su tutto possiamo, però, allenare il nostro sguardo alle profondità di cui l’ambiente scolastico è costellato.

Cominciamo ad analizzare un antro ancora poco esplorato prendendo avvio dalle parole del grande sociologo Erving Goffman che nel suo testo fondamentale del 1959, La vita quotidiana come rappresentazione (Il Mulino, 1969), introduce e definisce il termine “équipe di rappresentazione” e chiediamoci poi come questo concetto possa aiutarci a comprendere meglio ciò che accade nella classe di nostro figlio o figlia. Anzitutto, Goffman ci dice che col termine équipe intende «un qualsiasi complesso di individui che collaborano nell’inscenare una singola routine» (ed. it., p. 97) e a noi viene subito in mente la classe: un complesso di individui che collaborano nell’inscenare una routine educativa, la routine dell’apprendimento, estremamente precisa e complessa. Una consuetudine fatta di banchi, seggiole, compagni di banco, matite da temperare, grembiuli, verifiche, maestre, ricreazioni, prese in giro, campanelle, quaderni e così via, talmente stereotipata da essere pressoché diffusa ovunque, da Nord a Sud, da Est a Ovest, nell’immaginario artistico e perfino nel sogno. Pensare alla classe, insomma, significa pensare a quello e non a qualcos’altro. Rispetto alla classe la nostra immaginazione risulta a dir poco bloccata, come se non potessimo pensarla altrimenti. In parte perché non l’abbiamo guardata a sufficienza, in parte perché forse non abbiamo mai veramente provato a cambiarla. Fatto sta che la routine è lì davanti ai nostri occhi, giorno dopo giorno, in attesa che ce ne preoccupiamo.

Basta poco per accorgersi che la classe è un’équipe estremamente sofisticata. Un’équipe che contempla la sua stessa distruzione, nonché i meccanismi di sopravvivenza che la possano contrastare, in una sorta di meta-rappresentazione o di finzione nella finzione. Se è vero, come ci ricorda Goffman, che «durante lo svolgimento di una rappresentazione di équipe, ogni membro ha la possibilità di far fallire lo spettacolo o di disturbarlo con un comportamento inappropriato» (ed. it., p. 100), ebbene, ciò non sembra valere per la classe, la quale riesce persino nell’intento di regimentare quest’eventualità. Il bambino che disturba, il monello, fa parte dello spettacolo. La routine contempla e addirittura richiede la presenza dell’elemento che la disturbi, che cerchi di opporvisi con tutte le sue forze. La maestra, i bambini, i genitori dei bambini, tutti si aspettano che la rappresentazione inciampi o venga ostacolata da qualcuno: come ho già detto, fa parte dello spettacolo dell’educazione! Nessuno ne rimane veramente colpito e la rappresentazione in questo modo si tutela da ogni reale fallimento assumendo le componenti negative che le garantiscono la necessaria protezione e il suo sereno perpetrarsi.

Ecco allora che i ruoli, all’interno di una classe, andranno distribuiti con accortezza, senza lasciare nulla al caso. Scrive Goffman a questo proposito che «il compagno d’equipe è una persona sulla quale si conta per una collaborazione sul piano drammaturgico». È certo allora che i ruoli più difficili, quello del monello da una parte e quello del primo della classe, non potranno mancare e dovranno essere obbligatoriamente ricoperti da qualcuno. Già, ma da chi? Beh, i primi giorni di scuola, importanti per tante ragioni, hanno in scaletta proprio la tacita assegnazione dei ruoli.

Per il momento basti sapere che se, da un lato, appare difficile sfuggire del tutto alla rappresentazione e a ciò che le garantisce la sopravvivenza, ovvero i caratteri principali dell’azione, dall’altro è possibile tenerla sotto controllo, a patto di vedere attraverso i personaggi, attraverso la routine. Come? Mantenendola in movimento, parlandone e facendola parlare, offrendole nuove soluzioni e portandola su terreni di cui anche lei ignora la geografia (come quello filosofico).

Continua…

Carlo Maria Cirino

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C’era una volta…

Tutti cresciamo leggendo fiabe e favole o guardando le stesse in televisione.

Da bambini però è difficile capire l’enorme valore che esse celano dietro quegli strani personaggi che ci fanno così ridere e sognare; un valore che deriva da un significato profondo e da un messaggio che le favole e le fiabe vogliono trasmetterci.

Vi è mai capitato di osservare un bambino che guarda una fiaba in televisione o ascolta il genitore mentre gliela racconta? Che emozioni trasmettono i suoi occhi?

Meraviglia, stupore, sorpresa.

Eppure queste emozioni non nascono per caso, ma sono insite nell’essere umano da quando nasce per il bisogno di trovare il senso della sua vita, del mondo, per comprendere la realtà, per conoscerla e capirla.

Sono esigenze che necessitano di risposte e che i bambini trovano nei mondi incantati delle fiabe. Noi adulti, sempre pensando di sapere tutto, sorridiamo e proviamo tenerezza nel vedere l’attenzione incredibile con cui i piccoli guardano o ascoltano le fiabe, senza renderci conto che il loro inconscio sta assimilando esperienza di vita, principi etici e morali, educazione civica, consapevolezza e che tante di queste cose faranno parte della loro esistenza senza che nessuno se ne renda mai conto.

Le fiabe e le favole insegnano e il bambino è il migliore allievo che possano trovare, perché? Perché lui è curioso, ha voglia e necessità di conoscere, scoprire, rispondere ai più grandi interrogativi della vita, ad esempio “come sono nato?”, “dove è andata la nonna?”, “perché la mamma è diversa dal papà” ecc ma cerca risposte anche per gli interrogativi che, a nostro avviso, sembrano più banali, come “perché la Luna è gialla?”, “perché il Sole scotta?” e così via.

La fiaba e la favola permettono loro di riflettere senza snaturare la loro essenza pura e fantasiosa, mettendoli di fronte a situazioni che li inducono a pensare, ad escogitare le loro personalissime soluzioni. Con i racconti fantastici i bambini scoprono la morte, la ricchezza e la povertà, ciò che è buono e ciò che è cattivo, l’uguaglianza, la carità e la condivisione, tutti valori etico-morali che un ragazzino può ben apprendere se spiegati e raccontati in maniera fantastica perché vicina al loro modo di vedere la realtà. Tutti questi input si palesano nell’interiorità del fanciullo come conflitti (“lui è il buono, perché non lo capiscono?”, “perché il signore ha sparato all’orsetto?”, “perché il lupo ha mangiato la nonna?”) che poi cercano risposta nella sua mente e negli adulti che hanno accanto.

I libri di favole possono considerarsi i primi libri di Filosofia che un bambino può incontrare nella sua vita perché racchiudono tutte le questioni principali della nostra esistenza; ciò avveniva nel passato con le favole di Esopo e continua ad avvenire con le fiabe di Walt Disney. Basti pensare alla Cicala ed alla formica che insegna il bisogno di “guardare più in là del proprio naso”, o a Biancaneve e alla pochezza dell’esteriorità, a Pinocchio e al non dire le bugie, a Cappuccetto Rosso e al non fidarsi degli sconosciuti.

Ogni fiaba ed ogni favola racchiudono una morale, un insegnamento che attraversa il corpo fisico del bambino per arrivare a toccare le corde più profonde, smuovendo in lui un universo di emozioni e di consapevolezze; certo, un processo che è difficile che un bambino faccia da solo, ecco perché sono sempre necessari anche un dialogo ed un confronto costruttivi con gli adulti a lui vicino che lo aiutino a ragionare sul significato intrinseco di ciò che hanno letto o visto.

Questo processo mentale di acquisizione inconscia e rielaborazione logico-astratta di informazioni da parte dei bambini può considerarsi un “fare filosofia” , sicuramente grezzo, perché ancora non pienamente consapevole, ma comunque un “fare filosofia”.

Ecco che allora è necessario immergere da subito i nostri piccoli nel mondo fantastico delle fiabe, per fare loro il regalo più bello, quello del comprendere il mondo per comprendere se stessi e non viceversa: più si capisce il mondo attorno a noi, con le sue differenze, i suoi pregi e i suoi difetti, più si ha una visione di se stessi ridimensionata, come parte del tutto così come tutti gli Altri.

Valeria Genova

[Immagini tratte da Google Immagini]

Caro Babbo Natale…

Era stata una di quelle giornate fredde ma che regalano il sole per qualche ora. Un sole che fa fatica a scaldare, ma che ci prova lo stesso perché non incontra nessuna nuvola nel cielo. Una di quelle giornate in cui puoi vedere nitidamente le montagne innevate dalla finestra. Una di quelle giornate in cui appena esci inizia a pizzicarti il naso, le guance ti si colorano subito di rosso e le mani ti si ghiacciano all’istante. Una di quelle giornate in cui ti senti quasi obbligata a fermarti in pasticceria a prenderti una cioccolata calda per scaldarti, magari anche con un po’ di panna. Era stata una perfetta giornata di Dicembre.

Era uscita subito dopo pranzo, Laura. Lei e il suo pancione per le vie della città. Le luci, gli addobbi, gli odori, le musiche. Non sapeva spiegare perché, ma il Natale le aveva sempre messo una gran allegria addosso. Avere le persone amate riunite attorno a un tavolo, i preparativi, la ricerca del regalo perfetto. Il Natale era il suo periodo magico. Laura e il suo pancione si erano lasciati travolgere dal Natale per quasi tutto il pomeriggio. Laura e il suo pancione. Erano sempre in due. Da quando era rimasta incinta non si era sentita mai sola. Neanche dopo aver ricevuto la notizia.

Era stata una splendida giornata. Degna di Dicembre. Degna del Natale. Pensava Laura quella sera, accoccolata sul divano vicino al marito che dormiva, lasciandole una mano sulla pancia. Tra qualche anno, in una giornata così, aiuterà Giulio a scrivere la letterina per Babbo Natale. Lo aiuterà a posarla tra i rami dell’albero. Lo guarderà rimanere incredulo e stupito la mattina dopo nel non trovarla più. E si era ricordata di quando era bambina lei. Dell’emozione nello scrivere la lettera con i suoi desideri e della speranza tutta infantile che si realizzassero. Perché scrivere la letterina a Babbo Natale non è solo fare una lista delle cose che si vogliono; è consegnare i propri sogni, i propri desideri, le proprie speranze a qualcuno e credere che si possano avverare, senza dubbi, senza paure.

È ricordando questo che Laura, quella sera, nonostante i suoi trent’anni, si trova a scrivere la sua letterina.

Caro Babbo Natale,

questo 25 Dicembre sotto l’albero vorrei trovare:

  • Un contenitore in cui mettere tutte le mie paure. Paura per la salute di Giulio. Paura di non essere una mamma adeguata. Paura dell’accoglienza che il mio bambino riceverà dalla società e dal mondo.
  • Un vaso in cui trovare tutta la forza di cui necessiterò per aiutarlo a sfruttare appieno tutte le sue potenzialità, a raggiungere i suoi grandi traguardi, a conquistare la sua identità. La forza di non arrendermi mai, ma di provarci e di amarlo nonostante tutto, nonostante il senso di impotenza che forse spesso mi assalirà. La forza di vederlo cadere e rialzarsi, senza proteggerlo troppo.
  • Un mondo pronto per il diverso. Un mondo che non si dichiari aperto alle differenze e alla diversità solo a parole e che poi nella quotidianità risulti esserne distante.
  • Un futuro in cui mio figlio riuscirà a realizzare le sue aspirazioni, la sua autonomia, la sua vita. Che possa studiare, avere una famiglia, avere un lavoro: avere quello che desidera.
  • Un manuale d’istruzioni per essere dei buoni genitori. Per insegnare a Giulio a guardare oltre i commenti e le azioni in cui si imbatterà e per insegnargli a trattare gli altri con rispetto e dignità.
  • Un libro in cui trovare le risposte a tutte le domande che mi farà ingenuamente e a cui, a me, mancheranno le parole per rispondere.

Caro Babbo Natale, quest’anno e per i prossimi della mia vita voglio che solo che il bambino che sta per nascere e a cui hanno già diagnosticato la Sindrome di Down, il mio bambino rida, canti, salti, balli. Come una futura mamma qualsiasi voglio solo che il mio bambino sia felice.

Giordana De Anna

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[Immagini tratte da Google Immagini]

Storia di un genitore che ama troppo

Poco prima di spararsi un carrozziere di sessantacinque anni in pensione, ha chiamato le sorelle per comunicare loro il gesto disperato che aveva compiuto.

Ho ammazzato tutti, e ora mi ammazzo io.

La tragedia familiare è avvenuta a San Fele, un paesino lucano nella provincia di Potenza.

Il pensionato ha ammazzato nella mattina del nove agosto scorso la moglie e i due figli, una ragazza di ventisette anni, e il primogenito di trentadue, portatore di handicap.

La motivazione che avrebbe spinto l’uomo a compiere questo gesto estremo è ancora incerta, tuttavia l’ipotesi emersa nelle prime ricerche sarebbe quella della sua incapacità di sopportare la diversità di un figlio disabile, destinato a continuare la sua vita senza alcuna speranza di miglioramento. Read more