La scelta democratica è morale?

«La forza è la prima legge della Natura, indistruttibile. Il mondo non può essere costituito che su la forza, tanto nei secoli di civiltà quanto nelle epoche primordiali. La Natura è iniqua. Noi siamo i prodotti della Natura: non possiamo dunque aspirare alla giustizia, ribellandoci alla nostra causa stessa. Chi reclama e sogna e profetizza è un ingenuo o un retore. Se fossero distrutte da un altro diluvio deucalionico le razze terrestri e sorgessero nuove generazioni dalle pietre, come nell’antica favola, gli uomini si batterebbero tra loro appena espressi dalla terra generatrice finché uno, il più valido, non riuscisse ad imperare sugli altri»¹.

Sembra Nietzsche, ma questo breve estratto è di D’Annunzio, scritto nell’anno 1892. Il poeta italiano si sta interrogando sulla democrazia, considerata adatta solo a spiriti deboli:

«Giova forse prolungare la vita dei miserabili? A che? Preoccuparsi della folla a detrimento dei “nobili” non sarebbe come trascurare gli arbusti più vigorosi, in una selva, per curare qualche virgulto povero di linfa o qualche erba vile?»2.

Effettivamente, posta su questo piano, chiedendo ad un qualsiasi coltivatore quali piante promuove nei suoi campi e quali invece abbandona − o addirittura estirpa − la scelta sembra quasi obbligata. L’uomo occidentale, invece, ha “scelto” l’uguaglianza come base dell’organizzazione statale e la necessaria conseguenza di questa decisione è la democrazia. A questo proposito D’Annunzio ci dice:

«Per fortuna lo Stato fondato sulle funzioni del suffragio universale e dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è saltato una costruzione ignobile ma è anche precaria».
«Su l’uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia socialista e non socialista, si andrà formando un’oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e questo gruppo a poco a poco riuscirà ad impadronirsi di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia»3.

«Pillola rossa o pillola blu?»
Questa domanda, posta da Morpheus a Neo nel celebre film Matrix, può essere paradigmatica per ogni tipo di scelta a cui andiamo incontro.
Quante variabili concorrono nel momento in cui dobbiamo decidere qualcosa? Infinite, ma penso che possano essere organizzate in due categorie fondamentali: motivazioni interne ed esterne. Alcune di queste sono però singolari, poiché sfuggono a questa classificazione inserendosi in entrambi gli ambiti. In particolare, emerge prepotentemente la morale.
Quanto influisce la morale in una scelta? Se poi ci concentriamo in una di quelle decisioni che più ha influito e tutt’ora condiziona la vita degli uomini − l’organizzazione dello Stato − questa domanda assume una notevole intensità.

Può esistere un “a-priori della scelta” che non sia morale e che non sia il bisogno? Possiamo cioè configurare una qualche funzione logica che ci guidi nelle scelte, che possa essere usata come minimo comune denominatore nelle decisioni?
Mi spiego meglio con un esempio: in logica si passa da un classico e ormai nauseante sillogismo come “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; quindi Socrate è mortale” ad una formula che lo esprime formalmente, cioè che può valere non solo con questi particolari elementi ma con qualsiasi termine che configuri quella inferenza. Nel nostro caso la formula è: ∀x(U(x)→M(x)) dove “∀” significa “per ogni” e quindi “tutti”, U(x) è la proprietà di essere uomo posseduta da un x, “→” esprime la relazione “se… allora…” e M(x) la proprietà di essere mortale posseduta da un x.

Sempre D’Annunzio continua:

«L’eguaglianza e la giustizia sono due astrazioni vane, e le dottrine che ne derivano sono inaccettabili dagli uomini superiori.
L’aristocrazia nuova si formerà dunque ricollocando nel suo posto d’onore il sentimento della potenza, levandosi sopra il bene e sopra il male»4.

“Levandosi sopra il bene e sopra il male”. Proprio questo è il punto: elevarsi dalla morale, da una giudizio che sia in qualche maniera condivisibile o meno.
E cosa ha portato, secondo il poeta, a questa scelta da parte degli uomini? Qui il debito verso Nietzsche è più forte che mai:

«[…] una fra le ragioni del general decadimento sta in questo: che l’Europa intera ha ricevuta la sua definitiva impronta dalla nozione del bene e del male presa nel senso della morale degli schiavi.
Due sono le morali: quella dei “nobili” e quella del gregge servile. Ora, poiché in tutte le lingue primitive nobile e buono sono termini equivalenti e poiché la parola nobile è anche una designazione di classe, ne vien per conseguenza manifesta che la casta dei signori ha la prima nozione del Bene. Tutta la loro morale ha la sua radice nella sovrana concezione della loro dignità e tende alla glorificazione superba della vita.
La genesi del Bene è necessariamente diversa nello schiavo. Per istinto, egli diffida di ciò che il signore chiama il Bene; poiché in fatti ciò che per costui merita un tal nome è cattivo per lo schiavo e quindi rappresenta il Male.
Ma pur troppo la morale degli schiavi ha vinto l’altra»5.

Non c’è dubbio che la scelta abbia, almeno ad una prima analisi o per una sua parte, una genesi ed un lascito morali. Ciò, però, non deve farci ricadere in una valutazione su di essa se sia “giusta” o “sbagliata”, altrimenti riprodurremo una scelta morale. Il punto è che in forza di questa sua caratteristica la democrazia è l’unico ordinamento politico che permette la sua autocritica, e proprio questo è uno degli elementi da sempre sottolineati da chi vuole difenderla.
Tutto sta − a mio parere − nel tentare di “elevarsi”, appunto, per capire dove ci sta portando. Se effettivamente questa nuova oligarchia si stia impadronendo «di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia».

Siamo così sicuri che sia stato «detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora»6?

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE:
1. 25-26 settembre 1892, “Il Mattino”, ora in Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici 1889 – 1938, vol. II, pp. 86 – 94, Mondadori, Milano 2003.
2-5. Ibidem.
6. Celebre aforisma di Winston Churchill.

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Vita e Morale: una dura scelta

Recentemente mi è capitato di leggere un’ intervista di Shady Hamadi per il Fatto Quotidiano, realizzata intervistando Mazen AlHummada, ingegnere petrolifero che lavorava per una compagnia d’estrazione francese che aveva appalti a Dar Al Zour, in Siria. Nel suo triste resoconto ci racconta di essere stato arrestato due volte a causa di una manifestazione nel 2011: «In entrambe le occasioni, la prigione è stata una passeggiata: solo calci e bastonate», spiega, «per uscirne in piedi bastava la promessa all’ufficiale di non “prendere più parte alle manifestazioni dei terroristi”, così ci chiamavano le autorità». E precisa: «Noi volevamo, allora come oggi, un Paese per tutti i siriani».
Ciò che lascia senza parole sono i fatti successivi: venuto a conoscenza di un suo imminente arresto si trasferisce a Damasco. Qui si dà da fare per procurare aiuti umanitari per la popolazione e nel 2013, quando aiuta una dottoressa dei sobborghi a trovare del latte in polvere di cui aveva bisogno, viene arrestato. Senza sapere le accuse del suo arresto, per settimane condivide una cella di 12 metri per 7 con altre 170 persone fino a che non viene condotto davanti ad un ufficiale che gli intima di confessare i suoi crimini: traffico d’armi, lotta armata e terrorismo, tutti puniti con la morte.
I resoconti della sua prigionia sonno terribili: appeso a 40 centimetri da terra sotto il sole cocente per ore mentre veniva bastonato con ferri arroventati; un minuto di tempo per andare in bagno ogni 12 ore (pena la morte), per raggiungerlo dovevano attraversare due ali di guardie che picchiavano i detenuti; racconta che la tortura peggiore è stata quando «mi hanno stretto i genitali e mi hanno sodomizzato con una staffa di ferro». E ancora: «morivano almeno due persone al giorno dall’asfissia e le condizioni igieniche nella cella. A turno, dovevo tirare fuori i corpi e gettarli nell’angolo della spazzatura».
Infine, quando non riesce a mettersi sull’attenti in segno di rispetto durante una visita del capo del carcere alle celle a causa delle botte ricevute, viene trasferito nell’ospedale militare di Damasco, sezione 601, dove prenderà il nome di “numero 1858”. Un luogo in cui i prigionieri erano a disposizione di medici ed infermieri per vari tipi di iniezioni. Qui i carcerieri lo obbligarono a urinare sui cadaveri ammassati in bagno.

La prima reazione che ho avuto è stata quella di pensare: “siamo nel 2017 e ancora capitano queste cose, com’è possibile?”.
Poi mi sono reso conto di come il mio interrogativo non potesse essere posto in maniera più errata: ogni volta che pensiamo: “siamo nell’anno xxxx e…” pecchiamo di superficialità per almeno due volte. La prima, forse meno grave, è quella di preservare il gesto estraniandolo dal tempo e quindi in qualche modo − e forse paradossalmente − attenuando i fatti invece di conferire loro più gravità. La seconda, ben più pervasiva e incidente nella nostra vita, è quella di non solo dare per scontato che ci sia un progresso nella storia dell’uomo, ma che questo progresso coinvolga anche la nostra morale, la nostra etica. Come a dire che gli uomini contemporanei hanno più elementi morali a loro disposizione per capire non solo che questi fatti non dovrebbero accadere, ma che il motivo è che essi siano sbagliati.
Ma chi l’ha detto? Ogni volta che pensiamo che con lo scorrere degli anni gli uomini non solo possano ma addirittura debbano evolversi moralmente − a mio modo di vedere − commettiamo una grandissima violenza nei confronti della nostra umanità. Ed è questa una delle cause per cui, ad esempio, abbiamo dovuto aspettare fino al 5 settembre 1981 per vedere finalmente abrogate le disposizioni in merito al delitto d’onore in Italia.
Ogni volta che affermiamo “i tempi non erano ancora maturi” apriamo uno spiraglio alla possibilità che per ottenere dei diritti ci siano un tempo ed un luogo adatti. Adatti! Come un clima per una specie di animale o un colore per un mobile. Ogni tempo è adatto! E questo perché esso non esiste, almeno non nella misura in cui scandisca una fantomatica evoluzione, un dispiegarsi di possibilità che forse, magari, chissà io e te non siamo poi così diversi.
Umani, troppo poco umani, per scherzare con Nietzsche.

Andiamo ancora più in profondità: è così necessaria una morale? A guardar bene, quanto detto fin qui non fa altro che presupporre ciò che cerca di negare, perché è ancora inserito in un contesto morale. Riproduce la superficialità capovolgendola.
Detto in altri termini: necessito di una categoria in cui inserire questi fatti per non doverli compiere? Sono cioè obbligato a pensare che essi siano sbagliati per discostarmi da essi? (e viceversa, dovrò compiere solo azioni giuste perché sono tali?) E poi: giuste e sbagliate per chi? Per me? Per gli altri?
Riprendiamo Nietzsche: egli ci conduce attraverso un’analisi genealogica della morale e ne individua la natura psicologica e la genesi storica, che conducono ad una sua considerazione come evidente di per sé nella storia dell’uomo. Sono i valori etici e le motivazioni umane, troppo umane, a creare una morale che non è altro che uno strumento di dominio. Affidarsi alla morale significa negare la nostra capacità di saper scegliere sulla base dell’accettazione della vita. Sapendo che, comunque vada, panta rei.

Massimiliano Mattiuzzo

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