Sul gender e sul neutro: avvistare una contraddizione

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Iniziamo questa riflessione sul gender1 recuperando un contributo precedente: alcuni mesi fa una nostra autrice, in un articolo intitolato Una strana idea di femminismo, faceva notare come oggi siano particolarmente in voga alcuni discorsi e alcune pratiche che, nate dal nucleo forte che è la presa di parola pubblica da parte delle donne, sono scaduti in una forma di misandria. Come ogni volta in cui si mettono in questione posizioni e tendenze che s’ispirano a qualche discorso precedente, occorre fare attenzione a non appiattire la parola originaria a quella che da essa prende le mosse: dal discorso e dalla pratica femminista, preziosi per aver aperto una possibilità di liberazione politica e filosofica anzitutto per le donne, o piuttosto dalla vulgata che se ne è fatta, si sono originate una molteplicità di posizioni che da essi si allontanano a vario titolo e con differenti sfumature.

Una di queste posizioni, quella che pare allontanarsi maggiormente dalla rivendicazione femminista, è quella che per brevità è talvolta chiamata – impropriamente – ideologia gender. Occorre essere precisi: ciò che intendiamo mettere a tema non sono i gender studies e i contributi di chi ha voluto misurare l’ingenza delle costruzioni e delle rappresentazioni sociali sulla sessualità degli individui e tentare di decostruirla. Tutte le traiettorie lungo le quali si sviluppa la persona umana possono patire, secondo un meccanismo di interpellazione e identificazione, le pressioni della società e della cultura in cui ciascun soggetto si trova a vivere ed edificarsi; e rendersi conto di tali meccanismi è un passo in più verso l’articolazione di una soggettività libera.

La posizione che ci pare problematica e che tentiamo qui di discutere2 è quella che dal pensiero di matrice femminista (da alcune delle sue determinazioni: si pensi a mo’ di esempio a Judith Butler), passando per i gender studies, giunge alla rimozione della differenza sessuale, ritenuta un che di meramente biologico, un accidente su cui si può intervenire in vario modo e, ancor di più, un’opprimente costruzione sociale. È la posizione che sta oggi portando innanzi una liquefazione del genere.

Ma il pensiero che affermi la totale insignificanza della differenza sessuale e persegua la conseguente rimozione dei due sessi in vista di un più ampio e meno costringente gender pare contradditorio almeno per un punto: si vuole liberare il soggetto da quell’ennesima costruzione sociale e culturale che è la differenza tra maschile e femminile ma si finisce per reintrodurre il dominio del neutro, ciò contro cui il pensiero della differenza sessuale si è aspramente e lungamente pronunciato. Il patriarcato opprimeva donne e uomini3 istituendo un regime di neutralità, chiaramente edificato a partire da alcuni tratti che si astraevano dall’essere umano di sesso maschile. Il pensiero della differenza sessuale ha reso possibile per il soggetto umano il progetto di un’identità libera, ha aperto la possibilità di un libero articolarsi del molteplice che evidentemente differisce. E la neutralità che viene introdotta con il gender rende impossibile qualsiasi forma di dialogo, non contempla alcuna forma di relazione poiché impoverisce l’alterità con cui ciascuna soggettività è chiamata a mediare – anche nell’esperienza di autocoscienza.

Senza differenza non può emergere alterità e, dunque, non può nascere neppure l’individuazione del soggetto. Dalla libertà in virtù della differenza si ricade ad una forma dualisticamente connotata di libertas indifferentiae: non si è liberi di vivere il proprio corpo, soprattutto quanto alla dimensione della propria sessualità, ma si è liberi di astrarne sino all’indifferenza.

L’intento di aprire al soggetto la possibilità di identificarsi con qualsiasi modello istituito sulla base dei propri e singoli desiderata prende di mira alcune condizioni che sono necessarie – ancorché non sufficienti – alla libera fioritura della persona umana. Non si è colpito davvero l’apparato di potere che esercitava costrizione sui soggetti in cerca d’identità ma si è negata la consistenza della materia che il potere tentava di informare in una certa maniera.

Se quel che si vuole è davvero la liberazione del soggetto, allora bisogna soffermarsi a problematizzare il gender e non limitarsi a giustificarlo come un discorso che rivendica diritti fondamentali per alcuni soggetti messi al margine in forza delle loro scelte sessuali: si tratta di due discorsi totalmente differenti, la sovrapposizione dei quali produce quantomeno contraddizione. L’affermazione di una differenza tra i due generi, maschile e femminile, non produce alcuna esclusione aprioristica delle identità libere, di cui conserva la possibilità di differire e, per ciò stesso, di strutturarsi. Non è riaffermando il totalitarismo del neutro che si potrà dare alle cosiddette persone LGBTqi la possibilità di non vedersi negato il riconoscimento che ogni persona merita. Soprattutto perché il riconoscimento ha bisogno dell’alterità: di ciò che il neutro, in fine, uccide.

Emanuele Lepore

NOTE:
1. Visto il tema che ci proponiamo di trattare è necessaria un’avvertenza: mettere in questione il concetto di gender non vuol dire affermare l’opportunità di quelle pratiche sociali, culturali e politiche che mettono al margine le persone che decidono liberamente della propria sessualità, anche qualora una cultura o una società dovesse classificarle come distanti dalla normalità. Quel che qui presentiamo è un pensiero in fieri, che necessita anzitutto del riscontro di chi avrà la bontà di leggere le righe in cui si articola ma che non può essere ricondotto, per i suoi intenti e per il suo contenuto, al discorso di chi promuove l’esclusione dell’alterità.
2. Assumo come guida per questo breve e minimo giro di considerazioni il volume Differenza di genere e differenza sessuale: un problema di etica di frontiera, che il Professore Carmelo Vigna ha curato per i tipi di Orthotes e contiene i contributi di differenti studiosi, tra cui Susy Zanardo, Riccardo Fanciullacci, Fabrizio Turoldo.
3. Va detto che anche gli uomini hanno patito – e patiscono ancora ora, in una maniera differente – il patriarcato quanto alla necessità di identificarsi con determinate rappresentazioni socio-culturali.

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Claude Cahun: le mille identità di un’eroina non convenzionale

Il rifiuto per ogni categoria che limita e vincola l’individualità e il suo mutare nel corso del tempo è il filo conduttore dell’opera di Claude Cahun.

In un fotomontaggio creato da Cahun e incluso in Aveux non avenus questo si fa chiaro attraverso le immagini e i simboli che l’artista sceglie. Tre embrioni campeggiano nella parte superiore del lato destro del foglio come a voler simboleggiare lo sviluppo e la crescita dell’essere umano. Su di essi si staglia una piccola piramide in cui compare un’ipotetica famiglia unita fisicamente da un cordone ombelicale. Il padre solleva il figlio tenendolo per i capelli e una piccola bandiera con la dicitura “la sainte famille” ci aiuta a comprendere come un’avversione dichiarata nei confronti dell’istituzione tradizionale della famiglia e della sua gerarchia implicita sia al centro di quest’opera dell’artista francese.

Claude Cahun, Self Pride 1929-1930

Claude Cahun, Self Pride 1929-1930

Proprio sotto a questa costruzione piramidale, troviamo un triangolo nero e all’interno tre autoritratti di Claude in maschera, in netto contrasto con la triade della “santa famiglia”, formata da padre, madre e bambino. Tra la piramide e il triangolo con gli autoritratti troviamo una statua priva di testa, dal cui ombelico cresce un albero di rami: su ogni ramo si può trovare una parte del corpo dell’artista, un chiaro riferimento ai cinque sensi.

Nell’angolo a destra un embrione sembra diventato un feto e sotto una sovrapposizione di autoritratti in maschera dell’artista dà vita a una nascita, la nascita di Claude. Evidenziando gli occhi in un primo momento e poi la bocca, la scritta “Sous ce masque une autre masque. Je n‘en finirai pas de soulever tous ces visages”, ci aiuta a fare chiarezza sull’intento di questo fotomontaggio.

Un’identità in costruzione o in dissoluzione? Claude Cahun, un’artista dalle mille forme, che ama il dinamismo e il movimento: dei corpi, delle idee e della vita. È la sua avversione nei confronti della staticità che le permette nel corso degli anni di confrontarsi con più forme artistiche, così diverse una dall’altra, ma tutte necessarie per un’espressione artistica che non tralasci neanche un aspetto della propria personalità. La scrittura, la fotografia, il teatro: tutte modalità che le permettono di concedere solo una parte di sé, un fotogramma che però non basta per comprendere la complessità della personalità e della storia che si cela dietro quel volto. Un volto che compare in quasi ogni opera, il più delle volte mascherato, truccato, travestito. Il viso che viene coperto per scoprire, un’autenticità che è stata negata, qualcosa di travagliato che l’artista vuole portare alla luce attraverso l’uso sapiente di un obiettivo che diventa una superficie riflettente, uno specchio. Dietro una maschera se ne trova un’altra e così via: l’identità è forse una chimera, il sé viene concesso un po’ per volta e mai del tutto.

Un rifiuto netto nei confronti della famiglia borghese, dettato probabilmente dalle sue vicende autobiografiche, fa di Claude Cahun un’eroina contemporanea.

Uno spirito anticonformista, animato da una voglia di ribellione e dal desiderio di affermare la propria individualità attraverso il rifiuto di ogni istituzione, convenzione o categoria che possa in qualsiasi modo vincolare e limitare la sua creatività. È proprio questo anticonformismo insieme alla curiosità e all’amore per l’arte a spingere Claude lontano dalla sua famiglia e dalla sua città di origine, Nantes.

Già a partire dal nome è evidente il gioco con l’ambiguo, che accompagnerà sempre l’opera dell’artista francese. Niente viene mai lasciato al caso, ma ogni dettaglio contiene in sé rimandi ricchi di significato, racconti sempre volontariamente scelti. All’anagrafe Lucy Renée Mathilde Schwob, Claude firma le sue opere in un primo momento come Cloude Courlis, poi come Daniel Douglas, per poi approdare a quello che l’artista sentirà come il suo vero nome, un nome “neutro”, declinabile sia al maschile che al femminile e un cognome che richiama le sue origini ebraiche, la nonna paterna a cui venne affidata all’età di quattro anni, quando la madre viene internata in una clinica psichiatrica.

Sarà l’incontro con Marcel Moore, che diventerà sua compagna di vita, a regalare a Claude Cauhn la possibilità di dare voce con ancora più forza alla sua libertà creativa e a incrementare la sua figura di outsider.

Senza farne forzatamente un’anticipatrice del gender, la metamorfosi dell’individualità con la sua moltiplicazione incessante, per Claude porta inevitabilmente con sé la demolizione delle categorie di “maschile” e “femminile”, che vengono smascherate nella loro convenzionalità.

Ecco allora che l’artista si presenta negli autoritratti con un carattere asessuato, proprio perché la sessualità, come l’identità, non può essere definita, ma solo rappresentata nella sua instabilità e inconsistenza:

«Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre».

Come riconobbe anche André Breton, poeta e teorico del surrealismo in una lettera del 1938 indirizzata a Claude, l’artista dai mille volti sembra essere dotata di un potere magico, in grado di comporre e rivelare per immagini ciò che soltanto secoli dopo troverà un corredo teorico e filosofico.

Greta Esposito

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Intervista a Laura Palazzani: l’importanza di un’interazione tra scienza e società

La bioetica tende sempre più ad essere un tema di discussione pubblica che accende molto spesso gli animi, ma al di là delle copertine e degli scontri ideologici, c’è una disciplina poco conosciuta e che vale la pena approfondire.

Per farvela ( e farcela) conoscere meglio abbiamo intervistato la professoressa Laura Palazzani, una dei massimi esperti in Italia in materia.

Dal 1999 è Professore ordinario di filosofia del diritto. Attualmente insegna presso il Dipartimento di Giurisprudenza della LUMSA biogiuridica e filosofia del diritto. È membro del Comitato Nazionale per la Bioetica dal 2002, Vicepresidente dal 2008. È stata componente dell’European Group of Ethics in Science and New Technologies presso la Commissione Europea (2010-2015). E’ membro del Comitato internazionale di Bioetica dell’Unesco (dal 2016)

Iniziamo dal principio: cosa l’ha portata ad avvicinarsi alla filosofia del diritto e alla bioetica?

Prima di tutto mi sono avvicinata alla filosofia perché sentivo l’esigenza di rispondere alle domande ontologiche ed esistenziali e avvertivo la necessità di studiare gli autori che avevano dato queste risposte, leggere i loro testi, riflettere sulle loro risposte al fine di trovare una mia risposta, che potesse essere adeguatamente e dialetticamente argomentata, consapevole, critica. Inoltre sono sempre stata convinta che la filosofia non sia un pensiero solo astratto e speculativo e che il pensiero astratto e speculativo ci aiuti nell’affrontare le scelte, a livello macro e micro, che in ogni momento caratterizzano la nostra esistenza. La scelta di dedicarmi alla bioetica nasce proprio dall’interesse che ho maturato nel corso degli studi filosofici per la filosofia applicata: ho scelto di occuparmi della bioetica quando in Italia si iniziava a parlare di questa disciplina e ne avevo intuito la rilevanza e la probabile crescente diffusione in relazione all’inarrestabile progresso scientifico e tecnologico in biomedicina. L’interesse per la filosofia del diritto è nato parallelamente, nella presa di coscienza che la discussione filosofico-morale in bioetica, per quanto rilevante, rischiava di rimanere ‘aperta’ nella conflittualità delle teorizzazioni e argomentazioni eterogenee del dibattito pluralistico oggi. La riflessione filosofica sul diritto, alla ricerca della elaborazione di norme di comportamento per la collettività, costituiva una sfida alla ricerca della convergenza nel pluralismo morale, al bilanciamento tra i diversi valori, al fine di offrire regole ed orientamenti ai cittadini.

È stata per motivi di ricerca in molti paesi tra cui l’ Inghilterra e gli Stati Uniti. Quali sono le differenze più significative riguardo la visione della bioetica e la sensibilità medica tout court tra Italia e questi paesi?

La prima distinzione che emerge è l’approccio filosofico: nell’area anglo-nordmericana l’approccio è in prevalenza pragmatico e meno speculativo, prevalentemente orientato alla ricerca di principi che possano funzionare come ‘griglia’ concettuale di riferimento per risolvere problemi concreti, se non addirittura alla ‘casuistry’ nella mera collezione di casi risolti dalla discussione come esemplificazioni di modalità di discutere. La bioetica europeo-continentale è più attenta alla giustificazione teorica della presa di posizione morale rispetto ai temi in discussione (siano essi di inizio vita che di fine vita).  Una seconda distinzione è la prevalenza nell’area anglosassone dell’approccio pragmatico di tipo libertario e utilitaristico, che tende a privilegiare il principio di autonomia inteso come autodeterminazione individuale delle scelte e il principio di convenienza, nella ricerca della massimizzazione delle preferenze individuali e/o collettive, rispetto al principio personalistico della difesa della integrità fisica e psichica dell’essere umano e della sua dignità.

È nello spirito della Chiave di Sophia tentare di rivolgere la filosofia alla dimensione pratica, Lei attraverso l’insegnamento e la partecipazione di comitati etici a livello locale, nazionale, europeo e -con il suo recente ingresso al comitato internazionale di bioetica mondiale, è un esempio di come ciò sia possibile.  Cosa ne pensa del rapporto tra filosofia e prassi, tra filosofia e quotidianità?

La bioetica in generale è un esempio chiaro di filosofia pratica, applicata a problemi emergenti oggi. Un esempio di una filosofia che può contribuire a indicare soluzioni in vista di decisioni individuali (dei singoli cittadini, di pazienti, di ricercatori, di medici, di operatori sanitari) e di scelte legislative, giurisprudenziali e politiche, a livello nazionale ed internazionale. La bioetica è imprescindibilmente connessa alla biogiuridica e alla biopolitica.

La partecipazione di filosofi ai comitati etici locali è un esempio chiaro della rilevanza della riflessione morale per contribuire, nell’ambito di una discussione interdisciplinare, alla ricerca di risposte a problematiche e a volte a dilemmi emergenti dalla prassi (ad esempio, la sperimentazione di farmaci, la discussione di casi clinici complessi, quali il limite di accettabilita del rifiuto di terapie salvavita o la distinzione tra interventi medici proporzionati e sproporzionati). La partecipazione di filosofi a organismi di bioetica nazionali ed internazionali (a livello europeo e mondiale) mostra come la riflessione di senso sia indispensabile nella ricerca, nel contesto del dibattito interdisciplinare e pluralistico, di minimi condivisi o del massimo possibile di condivisione, per cercare linee di orientamento morale e giuridico, negli Stati, nei Continenti e nel mondo. In ogni Stato i governi si trovano, oggi, di fronte a problemi in biomedicina che necessitano di una risposta e a questioni che esigono una disciplina sociale (es. tecnologie riproduttive, test genetici, eutanasia); a loro volta gli Stati avvertono la rilevanza di un confronto internazionale di fronte a problemi globali, che superano i confini politici (si pensi alla manipolazione genetica, alla sperimentazione internazionale, alle pandemie, al problemi ambientali). La riflessione filosofica offre e può offrire un contributo prezioso di riflessione per un inquadramento del problema, per la comprensione del senso, per la discussione dialettica tra tesi contrapposte, per la giustificazione di una spiegazione convincente.

In un’intervista da Lei rilasciata ha affermato che “Vi deve essere una maggiore comunicazione tra scienza e società, perché in fondo la ricerca scientifica deve essere orientata al bene della società e al tempo stesso la società deve sempre più conoscere la ricerca scientifica”. In che modo la Filosofia può intervenire fornendo strumenti e mezzi affinché questo dialogo tra scienza e società possa essere sempre fecondo?

L’importanza di una interazione tra scienza e società è evidente: da un lato perché il sapere scientifico deve rivolgersi alla società e pertanto deve conoscere le esige della società e dall’altro perché la società deve sempre più essere coinvolta, informata e consapevole degli orientamenti del sapere scientifico. La filosofia può avere un compito: quello di fare comprendere la necessità, le ragioni e gli scopi del dialogo tra scienza e società, per evitare che la scienza rimanga chiusa in modo autoreferenziale e la società esclusa dal dialogo con la scienza; aiutare la scienza a interrogarsi sulle potenzialità e i limiti teorici e applicativi della disciplina; aiutare la società ad acquisire una coscienza critica dell’importanza dei problemi morali e giuridici emergenti dal progresso tecnoscientifico. Alcuni strumenti potrebbero essere mezzi tradizionali (l’educazione, ad es. mediante l’inserimento di moduli di bioetica nei corsi di filosofia già nelle scuole) e l’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (con la costituzione di piattaforme di dialogo tra scienziati  e filosofi, forum di discussione rivolti ai cittadini).

Nel secolo scorso la tecnica sembra essere stata un incubo ricorrente della filosofia. Una profonda riflessione etica coniugata al diritto è sufficiente ad indirizzare lo sviluppo tecnico in modo responsabile e umano?

La riflessione etica e la regolazione giuridica possono indubbiamente contribuire ad orientare la scienza e la tecnica alla presa di coscienza delle loro responsabilità rispetto all’uomo, ma non sono sufficienti per garantire la effettiva responsabilizzazione di scienziati e tecnologi.

Va precisato che per etica si intende la riflessione che si interroga in modo critico sulla liceità del progresso, in contrapposizione al tecnoscientismo, ossia alla permissiva liberalizzazione di ogni ricerca scientifica e applicazione tecnologica sull’uomo, ritenuta un bene in sé, non suscettibile di essere limitato. E’ questa la visione di chi percepisce ogni limite come un ostacolo al progresso della tecnoscienza che comunque deve andare avanti per il bene dell’umanità.

L’orientamento etico che offre un contributo alla responsabilizzazione della scienza è l’orientamento anti-tecnoscientifico, che tematizza la priorità della dignità umana sul progresso della ricerca: un percorso che è stato incluso in molti documenti normativi internazionali (ad es. la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina del Consiglio d’Europa, 1997; la Dichiarazione sui diritti umani e la bioetica dell’ Unesco, 2005). E’ questa la riflessione etica e giuridica che offre un prezioso contributo alla presa di coscienza, in un dialogo interdisciplinare, dei problemi morali emergenti dal progresso e della rilevanza della responsabilità degli scienziati.

page_FOTO PALAZZANINello specifico un suo libro recente tratta il tema del potenziamento umano attraverso la tecnica (“Il potenziamento umano. Tecnoscienza, etica e diritto”). È possibile un equilibrio? Quali sono i rischi?

Oggi nel contesto del rapido sviluppo della tecno-scienza si aprono nuove possibilità di interventi finalizzati all’enhancement o potenziamento della salute e della vita dell’uomo e della stessa umanità. Il “potenziamento” è l’uso intenzionale di farmaci e tecnologie per interventi sul corpo umano in condizioni di salute al fine di modificarne, in senso quantitative e qualitatico, il normale funzionamento. Si tratta quindi di interventi non terapeutici, volti a migliorare le capacità umane (fisiche, mentali e/o emotive) o, nella versione più estrema, ad introdurne di nuove.

Il volume dedicato a questo tema analizza l’argomento in due parti. Una prima affronta il dibattito sul piano teorico mettendo a confronto gli argomenti favorevoli e contrari all’enhancement in senso generale, allo scopo di delineare una riflessione critica ponderata che giustifichi i requisiti etici minimi per una regolamentazione che non ostacoli l’innovazione ma al tempo stesso sappia tutelare i valori e i diritti fondamentali dell’uomo. La seconda parte analizza i principali ambiti applicativi oggi in discussione: dalle tecnologie esistenti (chirurgia estetica, doping sportivo), alle tecnologie emergenti (potenziamento genetico, biologico, neuro-cognitivo) fino alle tecnologie convergenti (nanotecnologie, biotecnologie, informatica e scienze cognitive) e agli scenari radicali che si prefigurano nel transumanesimo e postumanesimo.

Emerge anche in questo ambito la rilevanza della riflessione filosofica che contribuisca a comprendere le ragioni delle diverse teorie (perfezioniste e anti-perfezioniste) e possa offrire un contributo per giustificare una visione bilanciata, contro una visione pessimistica del potenziamento, ma anche contro un’opposta visione ingenuamente ottimistica. Si tratta di mettere in luce i rischi insiti nel potenziamento stesso, connessi soprattutto all’incertezza delle nuove tecnologie e alla sproporzione rispetto ai benefici ottenibili (che non sono la guarigione, ma l’attuazione di desideri soggettivi). Si tratta di interventi che mettono in pericolo la sicurezza, la libertà umana (fino a che punto saremmo liberi di farne uso, in una società competitive ed efficentista?) e la giustizia, facendo aumentare le disegueglianze già esistenti.

Cautela e precauzione sono allora criteri fondamentali per regolare e giustificare certe pratiche, accanto all’obbligo di acquisire correttamente il consenso informato della persona interessata.

Fondamentale è la consapevolezza che il potenziamento non potrà mai portare alla perfezione, né al superamento di alcuni limiti caratteristici della condizione umana, quali l’invecchiamento e la limitata capacità cognitiva. Inoltre, l’artificialità del potenziamento rischia – offrendo ‘scorciatoie biotecnologiche’ – di far passare in secondo piano l’autenticità del divenire umano e delle sue faticose acquisizioni, che rimangono alternativi alla tecnica.

Un altro tema che molto ha fatto discutere recentemente è la questione gender, a questo proposito Lei parla di equivoci dell’uguaglianza. Può spiegarci cosa intende?

Nell’ambito del dibattito anglosassone è emersa la questione sex/gender: con sex si indica la condizione biologica dell’essere maschio o femmina (come si nasce); gender si riferisce alla condizione psico-sociale e culturale acquisita (come diveniamo) o l’identità scelta dall’individuo. Il problema filosofico è costituito dal rapporto tra sex e gender. Il dibattito è estremamente complesso e rimanda ad un’articolata discussione filosofica tra moderno e postmoderno: le teorie gender, in modo più moderato o radicale, affermano la separazione tra sex e gender, ritenendo che il gender sia il prodotto dell’educazione o il prodotto della volontà individuale, a prescindere dalla nascita. In questo senso il gender potrebbe non essere corrispondente al sex: con la conseguenza non solo della legittimazione del transessualismo, ma anche della condizione intersex (di chi nasce con ambiguità sessuali) e transgender (di chi vule oscillare tra una identità maschile e femminile). Il dibattito si estende anche al c.d. ‘orientamento sexuale’, ossia alla rivendicazione dell’equivalenza della condizione eterosessuale, omosessuale, bisessuale.

Dietro le teorie che esaltano la liberalizzazione della identità gender e della sexual orientation vi è la visione relativistica che ritiene equivalente qualsiasi opzione individuale e ritiene che il diritto debba legittimare, sullo stesso piano, qualsiasi richiesta della comunità LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex). In questo senso l’appello all’uguaglianza risulta equivoco: non è certo in discussione il rispetto dovuto ad ogni essere umano in quanto umano (a prescindere dalla identità gender e dall’orientamento sessuale), ma la equiparazione indifferente di diritti, con il riconoscimento del diritto ad una iscrizione anagrafica intersessuale e transgender (tra maschile e femminile; maschile e femminile o né maschile né femminile), il matrimonio tra persone omosessuali, e il loro accesso alla adozione e procreazione assistita. La filosofia è chiamata ad interrogarsi  sulla differenza sessuale come costitutiva della identità e della socialità. Il rischio delle teorie gender è l’omologazione indifferenziata di qualsiasi scelta, senza considerare che l’identità sessuale è costitutiva della persona umana e non può essere modificata a piacimento e che la diversità sessuale nella famiglia (avere un padre e una madre) costituisce la condizione di principio migliore per un bambino per una crescita equilibrate nel processo di identificazione sessuale ed esistenziale.   

Emerge una tendenza molto forte degli ultimi decenni alla spettacolarizzazione della bioetica. Come interpreta questo fenomeno?

Se per spettacolarizzazione si intende la strumentalizzazione di casi di bioetica provocatori o pietosi per persuadere i cittadini a certi orientamenti bioetici, esprimo una presa di distanza da questa modalità di divulgazione della bioetica. A mio parere il vero contributo alla discussione bioetica può essere dato da una riflessione critica pacata, dialettica e razionale, senza provocazioni, estremismi, emozionalismi. Le posizioni bioetiche a favore o contro certe tecniche o pratiche non posssono essere solo suscitate da emozioni, ma anche e soprattutto giustificate da ragioni. In questo senso la filosofia offre un contributo alla discussione oggi.

Infine, cosa consiglia ai giovani che vogliono intraprendere lo studio della filosofia?

E’ una scelta difficile oggi, ma va valorizzata e sostenuta. La filosofia fa parte implicitamente se non esplicitamente di ogni essere umano che si pone la domanda sul ‘perché: chi la studia ha compreso la sua rilevanza e può, con impegno e dedizione, attraverso uno studio approfondito affrire un contributo in tanti settori della nostra società (economia, diritto, politica, biomedicina, informatica, biologica ecc.).

E’ importante non perdere di vista la motivazione di chi intraprende questo percorso: la meraviglia rispetto all’esistere, la ricerca della risposta ai perché, lo sforzo di ricercare la ragione dei fatti, la disponibilità al confronto dialogico e dialettico, la ricerca della giustificazione razionali delle proprie posizioni. Il presente e il futuro della filosofia è tra speculazione ed applicazione: il confronto con la complessità reale sta rivitalizzando la filosofia, costringendola a ripercorrere strade del passato per interpretare il presente ed anticipare gli scenari futuri. E’ questa la strada che si presenta come piena di opportunità per chi non si accontenta di accettare passivamente ciò che accade, ma chi avverte dentro di sé la spinta a interrogarsi sul senso e a costruire un senso nella nostra società. Il consiglio è continuare con tenacia il percorso intrapreso, studiare i classici, tenersi informati sui problemi emergenti anche nella letteratura internazionale e identificare l’ambito di maggiore interesse, rispetto al quale convogliare le proprie energie intellettuali ed esistenziali.

 

La filosofia quindi deve mantenersi sulle orme di Socrate, critica e vigile per potersi opporre a forme di degradazione dell’ essere umano. Al contempo però non può deve eccedere e incorrere chiusure acritiche verso il cambiamento. Insomma ha bisogno di trovare il giusto equilibrio tra conflittuali eccessi opposti.

Ringraziamo la Professoressa Palazzani per averci dedicato il suo tempo e per averci aiutato a riflettere in modo lucido e razionale su temi spesso scivolosi e opachi.

Francesco Fanti Rovetta

Profilo Laura Palazzani: qui

Famiglia tra ieri e oggi

Davanti alle nuove frontiere di carattere sociale in passato mi è capitato spesso di prendere decisioni piuttosto drastiche.
E’ accaduto anche in relazione al tema della famiglia, un argomento oggetto di lunghi dibattiti tra tradizionalisti e ‘genderiani’ che, dietro il loro voler essere intellettuali, nascondono entrambi tanto estremismo e pregiudizio.

 
Molte persone cercano l’opinione da vetrina, quella da sfoggiare se nella classica conversazione del più e del meno compare la domanda a bruciapelo: “Tu che cosa ne pensi?” Per alcuni anni posso confermare di averne fatto largo uso, e nello specifico ripetevo sempre la stessa cosa: gli omosessuali dovrebbero potersi sposare, ma per crescere un figlio ci vuole un padre e una madre.
Coscienza pulita, conversazione salva e archiviata.

 
Volgendo il mio interesse sempre più verso gli studi storico-antropologici ho progressivamente immerso la riflessione su persone, categorie, comportamenti e fenomeni sociali. La mia curiosità in tutto questo reclamava maggiori quantità di informazioni.
Iniziava l’ossessionata ricerca alle conclusioni profonde e dopo aver trovato quelle relative alla famiglia cambiai nettamente la mia opinione.
Gli aggettivi ‘tradizionale’ e ‘naturale’ sono incompleti e usati impropriamente. Ma andiamo con calma e vediamo il perché.

Articolo 29 della Costituzione:

“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.”

La famiglia non ha sempre avuto le caratteristiche che oggi diamo per scontate, inizialmente si riferiva all’insieme di sottoposti, ovvero moglie, figli, servi o schiavi, protetti… insomma tutti coloro che direttamente o meno avevano un legame con il pater familias, generalmente il membro più anziano del gruppo con o senza prole, che esercitava su tutti un potere illimitato: la patria potestas. Nel tempo cambiò forma, restò patriarcale ma assunse una forma sempre più gerarchizzata e
sfaccettata, livellandosi solo recentemente con la parità giuridica tra uomo e donna. Non dimentichiamoci che l’articolo 587 del Codice Penale, il famoso delitto d’onore, venne abolito solo nel 1981.

 
La famiglia è quindi nata all’interno di una gamma di strumenti necessari ( ma non esclusivi ) ad ordinare la vita, ha una sua funzione sociale ed è stata creata dall’Uomo… di naturale ha solo l’ideatore, ma non la forma standard che tutti noi conosciamo, poiché comparsa solo negli anni ’70-’80 del XX secolo. Allo stesso modo il matrimonio è un artificio, in cui al centro vi è un’anima contrattuale attorno alla  quale, sempre con il tempo dettato dalla Storia, si è sviluppato un insieme di rituali religiosi e consuetudinari. Per moltissimo tempo restò comunque un accordo di carattere economico o politico tra i padri degli sposi, al posto del parroco vi era un notaio e solo in un secondo momento, decisamente marginale, entrava in gioco il classico celebrante clericale.
Tradizionale è un termine quindi un po’ vago per definire famiglia, se dovessimo prenderlo alla lettera dovremmo dimenticare molti successi sociali raggiunti negli ultimi anni e accettare una condizione che affonda le sue radici nella figura del marito-padrone e della moglie-serva, o nella poligamia ufficiosa praticata, nel tacito comune assenso, dal marito. Sarebbe senza dubbio una forte scelta coraggiosa, alla quale però personalmente non aderirei.

Alla luce dell’immenso relativismo storico-sociale, e dal mosaico di casistiche che ci raccontano di figli abbandonati a loro stessi, di padri violenti o di genitori assenti, è difficile dal mio modesto punto di vista poter giudicare negativamente – perché non ‘tradizionale’ – una coppia omosessuale che, non avendo figli, decide di costruire una famiglia basata su quel complesso sentimento chiamato amore.

Inoltre, trovo difficile, poter affermare che la famiglia classica è l’unica depositaria della naturale felicità.
Oggi le imposizioni gerarchiche, la patria potestas e la famiglia come ‘Stato in miniatura’, sono caratteristiche scomparse dal nostro immaginario collettivo, ma dall’altra parte sembra che manchi il coraggio di fare quel passo che ci conduce nella nuova interpretazione della realtà.
Passo che prevede anche la precarietà di un equilibrio apparentemente ancestrale, sebbene figlio di interminabili assestamenti.
Un dato di fatto è che alcune persone, pur vivendo nel pieno rispetto della legge, cercano il riconoscimento di alcuni diritti giuridici fondamentali non ancora riconosciuti, a differenza del diritto di libertà di opinione, garantito costituzionalmente nonostante la minaccia del pensiero unico.
Pare che lo scontro sia comunque molto distante dalla risoluzione.
Probabilmente gli ingredienti mancanti rimangono la comprensione e il rispetto, dimenticati troppo a lungo nel furore della pòlemos ideologica che attanaglia i giorni della nostra traballante contemporaneità.

 

Alessandro Basso

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