Le stelle di Talete: l’oroscopo filosofico del vostro 2019!

È tristemente noto l’aneddoto riguardante Talete che, mentre camminava guardando le stelle, cadde in una fossa e fu deriso da una servetta. Noi de La chiave di Sophia abbiamo deciso di correre lo stesso il rischio di osservare il firmamento per scorgervi il futuro e poter così dare ai nostri lettori alcuni consigli utili, e rigorosamente filosofici. Nella speranza che questi possano aiutarvi a passare un anno saggio e felice.

 

oroscopo-filosofico-2019-la-chiave-di-sophia-01-01ARIETE (21 marzo – 20 aprile): Per criticare il metodo induttivo Bertrand Russell racconta la storiella di un tacchino che cerca di capire quando gli viene portato da mangiare. Prima di trarre conclusioni affrettate, il tacchino osserva l‘arrivo del mangime per diversi giorni consecutivi e nota che, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, l’allevatore arriva sempre puntuale alle 9 del mattino. Da qui trae la ferma conclusione che le 9 del mattino siano l’orario in cui mangiare. Certezza che dura fino alla vigilia di Natale, giorno in cui alle 9 l’allevatore viene con ben altri propositi… Se non volete fare la stessa fine del tacchino nduttivi sta, sarà meglio che anche voi, miei cari ma testardi arieti, iniziate a mettere in dubbio alcune delle vostre più incrollabili certezze.

 

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TORO (21 aprile – 20 maggio): L‘esteta secondo Kierkegaard è caratterizzato da una continua insoddisfazione, un passare sopra ai piaceri senza mai soffermarsi ad assaporarne nessuno. Al punto che se gli fosse data una bacchetta magica capace di poter esaudire ogni suo desiderio la userebbe solo per pulirsi la pipa. E se invece a voi, miei cari Tori, capitasse tra le mani questa potente bacchetta? Pensate a come farne un uso più produttivo dell’esteta kierkegaardiano, chissà che questo 2019 non vi regali un pizzico di magia.

 

oroscopo-filosofico-2019-la-chiave-di-sophia-03GEMELLI (21 maggio – 20 giugno): Si sa che voi gemelli avete una grande capacità di adattamento e nelle occasioni pubbliche ve la cavate in scioltezza. Non trascurate però la vostra interiorità, un altro lato importante della vostra personalità, e riprendete la pratica dell’anachoresis eis heauton, il ritorno in voi stessi consigliato anche da Marco Aurelio. Concedetevi più spesso una serata in solitudine in cui ripensare alla giornata trascorsa e isolarvi dalle preoccupazioni quotidiane. Del resto come diceva l‘imperatore stoico «In nessun luogo più tranquillo e calmo della propria anima ci si può ritirare. Concediti quindi questo ritiro e in esso rinnovati». Non è facile in una quotidianità piena di impegni, ma se se lo permetteva un imperatore potrete trovare anche voi il tempo, no?

 

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CANCRO (21 giugno – 22 luglio): «Felicità che potrebbe risvegliare in noi l’invidia c’è solo nell’aria che abbiamo respirato, con le persone a cui avremmo potuto parlare, con le donne che avrebbero potuto darsi a noi».  Su noi malinconici cancerini questa frase di Walter Benjamin esercita un grande fascino. È ora però di smetterla di crogiolarci nel passato incompiuto e di comprendere questa frase in senso attivo e propositivo: ossia andare alla ricerca di quella felicità perduta nel passato per portarla oggi a compimento.

 

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LEONE (23 luglio – 23 agosto): «Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo”?» Provate anche voi leoni a rispondere a questa difficile domanda posta da Nietzsche. Suppongo che qualche brivido vi attraverserebbe la schiena, perché è impossibile essere così fieri e convinti di ogni nostra azione passata da volerle ripetere tutte all‘infinito. Concentratevi dunque su ciò che vorreste cambiare per capire quali sono gli errori da non ripetere e gli atteggiamenti da abbandonare in questo nuovo anno.
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VERGINE (24 agosto – 22 settembre): Voi vergini siete famose per essere delle rimuginatrici tendenti al pessimismo, passate cioè fin troppo tempo a immaginare il peggio invece di godervi la vita. Difficile che nel 2019 possiate abbandonare questo vostro tratto caratteristico e trasformarvi in sfrenate edoniste, meglio cercare di volgere a vostro favore questo aspetto della vostra personalità. Gli stoici parlavano di praemeditatio malorum, ossia immaginare possibili mali futuri per neutralizzare la paura dell’ignoto che ci attende e al contempo renderci conto che anche ciò che temiamo di più può essere superato. Vi renderete così conto di essere forti e attrezzate anche agli scenari più bui e verrete sorprese quando le cose andranno meglio di quanto previsto.

 

oroscopo-filosofico-2019-la-chiave-di-sophia-10BILANCIA (23 settembre – 22 ottobre): Parlo a voi, Bilance alla ricerca dell’amore, convinte che solo trovando la vostra dolce metà potrete sentirvi appagate e in equilibrio: smettetela subito! Il mito degli androgini raccontato da Platone nel Simposio è uno dei passaggi più famosi, ma purtroppo più incompresi, della storia della filosofia. Questo ha avuto svariate conseguenze nefaste, come convincere voi Bilance che solo trovando l’anima gemella potrete raggiungere la felicità. Quel che il mito platonico significa è invece che ciascun uomo originario era composto da una parte maschile e una femminile (o talvolta due parti dello stesso genere). Ciò di cui dovete andare alla ricerca è quindi la metà nascosta dentro di voi: la serenità, care Bilance, sgorga dalla vostra capacità di sentirvi complete anche quando siete sole. Solo a questo punto potrete andare alla ricerca del vostro partner.

 

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SCORPIONE (23 ottobre – 22 novembre): Per scrivere Il Capitale Karl Marx passò anni a fare ricerche nella sala lettura della British Library di Londra e si racconta che dopo qualche tempo iniziò ad avvertire un forte dolore al sedere. Invece di fermarlo, questo gli diede nuova carica. Marx era infatti determinato a portare a termine un’opera capace di mettere in crisi il capitalismo e farla così pagare al sistema per ogni malefatta, compreso il suo dolore al fondoschiena! A voi scorpioni fumantini consiglio nel 2019 di prendere ispirazione da Marx, così da convogliare l’energia dei vostri momenti di irritazione in un’opera capace di cambiare il mondo (o anche qualcosa di meno grandioso, dai…)

 

oroscopo-filosofico-2019-la-chiave-di-sophia-05SAGITTARIO (23 novembre – 21 dicembre): Dal 1920 al 1926 Ludwig Wittgenstein si ritirò a fare il maestro elementare a Trattenbach, Puchberg e Otterthal, tre paesini sperduti tra le montagne austriache. Si dice che l‘esperienza, pur riservando momenti difficili e incomprensioni con i genitori dei bambini, aiutò Wittgenstein a formulare la teoria dei giochi linguistici. L‘esigenza di insegnare ai bambini un linguaggio reale lo portò infatti ad abbandonare l‘idea di una struttura logica uniforme del linguaggio per sostenere invece che il linguaggio sia costituito da un insieme di pratiche diverse comprensibili solo nel loro utilizzo pratico.  Voi Sagittari, amanti delle avventure, dovreste impegnarvi in un progetto estremo che aiuti a chiarirvi le idee e abbia un influsso positivo nel modo di guardare il mondo.

 

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CAPRICORNO (22 dicembre – 20 gennaio): «Di quale libertà godiamo se non quella di fantasticare?» si chiedeva Gaston Bachelard. La  rêverie, il sogno ad occhi aperti, è secondo il filosofo francese l’unico momento di completa libertà, in cui il soggetto, emancipatisi dai vincoli logici, può ridisegnare il mondo così da renderlo conforme ai suoi desideri. In questo 2019 Capricorni abbandonate più spesso la logica e cullatevi in fantasticherie dove sospendere quel principio di realtà così saldo in voi. Potreste rendervi conto che questi sogni ad occhi aperti non sono affatto infantili, ma da essi si impara quali sono le vostre aspirazioni più autentiche. 

 

oroscopo-filosofico-2019-la-chiave-di-sophia-06ACQUARIO (21 gennaio – 19 febbraio): Anche voi Acquari siete alla ricerca dell’amore in questo 2019? Ottimo proposito, ma prima dovete imparare a concentrarvi un po’ meno su voi stessi. Vi potrebbe essere utile la lettura di L’elogio dell’amore di Alain Badiou, dove il filosofo francese insegna che l‘amore è la «scena del Due». Non quindi fusione romantica di anime e neppure prevalere delle proprie esigenze, bensì faticoso percorso di costruzione di una visione, finanche di un‘esperienza, condivisa: «il vero soggetto dell’amore è il divenire della coppia e non la soddisfazione degli individui che la costituiscono». Un insegnamento prezioso per capire che costruire un amore comporta anche fatica e rinunce.

 

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PESCI (20 febbraio – 20 marzo): «Wie man wird, was man ist“, ossia «come si diventa ciò che si è“. Così recita il sottotitolo di Ecce Homo di Nietzsche. Ma come si può diventare ciò che già siamo? Portando a compimento i talenti ancora a uno stato latente dentro di noi. Perciò il filosofo tedesco usa spesso la metafora della pianta, che cresce rigogliosa fino a fiorire, e quella di un vulcano ribollente e pronto ad eruttare. Progetto ambizioso? Di sicuro, ma è ora di abbandonare la timidezza e sbocciare, per far vedere a tutti quella „stella danzante“ nascosta dentro di voi.

 

Lorenzo Gineprini

 

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Quel “particolare immenso e ineffabile”, raccontato da Claudia Scattolini

Tra le cose più belle ed interessanti che ci capitano ci sono quelle che si trovano per caso. Io ho scoperto il mestiere del fragrance designer e nello specifico la bella realtà creata da Claudia Scattolini a Cassola (VI) mentre facevo alcune ricerche per la mia tesi di laurea, che si lega al mondo del profumo. Ho scoperto così questo mondo curioso e affascinante di “sartoria profumata” in cui il profumo non viene trattato come un accessorio di serie B. Anzi, tutt’altro: è un “particolare immenso e ineffabile”, per riprendere una bella definizione di Gaston Bachelard.

È stato molto bello per me conoscere Claudia e la sua storia. Speziale per tradizione familiare – generazioni di farmacisti sul lago di Garda –, ha scelto di profumare vite e mondi frequentando, prima italiana, l’EFCM presso l’ISIPCA, la prestigiosa scuola parigina fondata da Jean-Jacques Guerlain. Oggi vive tutti i giorni in contatto diretto e denso con le più avanzate tendenze dell’architettura, del design, del fashion system e ha potuto creare fragranze su misura per privati, loghi olfattivi per aziende come Geox ma anche città come Jesolo (VE), arredamento e scenografie olfattive per brand, designer, hotel, eventi, spazi. Ogni persona e ogni spazio sono descritti da un profumo: il lavoro di Claudia è quello di creare quel profumo che rispecchi l’essenza, una sorta di “distillato di anima”. In questo modo ad essere riscoperto (o piuttosto finalmente esaltato) è il valore del profumo come mezzo di comunicazione e l’importanza dell’olfatto (per molti secoli maltrattato dai filosofi) come mezzo di conoscenza della realtà e delle cose.

Colgo anche l’occasione per ringraziare ancora una volta Claudia per essersi lasciata un po’ conquistare da noi come noi siamo rimasti conquistati da lei e dal suo lavoro. Potete leggere l’articolo che Claudia ha scritto per noi sul valore del profumo nella nostra rivista #4: lasciatevi conquistare!

 

Secoli ed anni di filosofia occidentale (da Platone a Cartesio, da Kant a Simmel e Freud) hanno relegato l’olfatto al ruolo di senso meno nobile e più animalesco. Quali argomentazioni utilizzerebbe per difenderlo da tali accuse? Sotto quali aspetti dovrebbe essere (e in effetti è stato) rivalutato?

Considerato per secoli il senso più legato alle voglie terrene e ai bisogni più bassi, l’olfatto è oggi grandemente rivalutato. La sensazione che percepiamo con il naso, anche inconsciamente, quando entriamo in un luogo, incontriamo una persona o utilizziamo un oggetto, ci fa tagliare il primo giudizio, che lo vogliamo o no.

Avendo scoperta quanto importante può essere il profumo in ogni occasione, il mondo moderno e soprattutto l’industria di oggi lo stanno portando alla ribalta e prendendo in altissima considerazione, come leva di marketing e motivo di acquisto.

Risulta un gioco facile innalzare il senso dell’olfatto in questo momento di esplosione di tutto ciò che è esperienziale: il mondo di oggi è talmente sfuggevole e ci propone così tante insicurezze da rendere maggiormente sicure e desiderabili le esperienze, la conoscenza, tutto ciò che possiamo imparare e vivere con i sensi, momenti che nessuno potrà mai toglierci, nemmeno nella crisi più profonda.

 

Tutti noi abbiamo degli odori che amiamo e tutti sappiamo trarre del piacere da un buon profumo; tuttavia li consideriamo più spesso come semplici sottofondi e parentesi delle nostre vite. Quale aspetto del profumo l’ha convinta a dedicare alle fragranze la sua carriera?

La nostra vita è avvolta saldamente dai profumi del mondo circostante, degli attimi di vita, delle persone che claudia-scattolini-fragrance-designer-intervista-1_la-chiave-di-sophiariempiono o solamente sfiorano la nostra esistenza: se penso intensamente a qualcuno che conosco e che mi è lontano, chiudo gli occhi e sento il suo profumo, le note olfattive che lo caratterizzano, e mi sembra di averlo vicino.

Questa mia attenzione verso gli odori del mondo, dopo la laurea in farmacia, mi hanno portato ad approfondire al massimo fino a sprofondare nella culla della profumeria mondiale: la scuola di Guerlain a Parigi.

 

Considerando la peculiarità del lavoro che svolge, la curiosità è tanta. Ci può descrivere brevemente il processo creativo che conduce alla realizzazione di una fragranza su misura?

Creare la propria eau de parfum personale significa creare quell’aura che voi desiderate che il mondo senta o, meglio, rappresenta come voi volete farvi annusare/sentire dal mondo esterno: potrebbe rivelare come siete oppure raccontare come vorreste essere, rimane comunque ciò che desiderate far sentire di voi.

Io mi pongo come traduttrice del vostro animo in un profumo, vi prendo per mano e sarete voi stessi a creare.

È un’esperienza unica, per questo è un regalo dedicato a sé o a chi davvero amiamo molto.

Attraverso un percorso introspettivo, capiremo insieme quali materie prime scegliere, dando un senso ad ognuna, scopriremo quale tipo di profumo rappresenta la vostra anima e costruiremo la sua piramide olfattiva.

Alla fine avrete in mano la tua vostra eau de parfum e la formula sarà custodita per sempre esclusivamente per te.

Quando vorrete potrete farvelo fare di nuovo uguale o con qualche variazione, per esempio secondo la stagione o l’umore del momento.

 

Qual è per lei (se esiste) la domanda chiave che pone ai suoi clienti e che risulta determinante nel delineare la figura da tradurre in profumo?

La domanda chiave è “come vuoi che il mondo ti percepisca in una sola parola?”: qui si apre davvero un universo e la persona si deve guardare dentro e poi fuori e prendersi il tempo di capire. Non è facile e spesso non ci abbiamo mai pensato, non ci siamo fermati a riflettere su come vorremmo che il mondo ci “sentisse”.

 

Quando scegliamo un abito, un accessorio o un profumo esercitiamo una scelta su un’ampia gamma di proposte con lo scopo di esprimere anche attraverso tali oggetti la nostra identità. Lei che valore dà all’identità della persona in un mondo influenzato da ogni lato da scelte indotte dalla globalizzazione e dalle leggi di mercato?

Oggi vedo persone che per sentirsi “diverse” scelgono look che alla fine si incanalano in filoni che li rendono tutti uguali, banalizzano la cosa. purtroppo è una verità che siamo bombardati da stimoli di ogni genere, una specie di violenza sulle nostre scelte di vita, chi ne è più influenzato e chi meno. l’identità di una persona chiaramente non è il suo aspetto e nel percorso di creazione della propria fragranza ho l’onore di vedere le persone “nude”, nel loro profondo.

È una esperienza molto profonda anche per me, alla fine si trasmette talmente tanta energia tra me e il soggetto che sono stanchissima.

 

Un abito viene definito “bello” mentre un profumo “buono”, dunque sembrerebbe che la bellezza abbia a che fare con la vista più che con le altre sfere sensoriali. Lei si trova d’accordo con questo? Qual è la sua concezione di bellezza?

claudia-scattolini-fragrance-designer-intervista-2_la-chiave-di-sophiaUltimamente i critici di profumi hanno iniziato a definirli “belli” anziché “buoni”: forse i sensi si stanno sovrapponendo? la multisensorialità sta prendendo il sopravvento?

Personalmente credo che un profumo sia un’opera d’arte, in quanto creato da un artista con funzione estetica e come tale possa essere considerata, nella sua armonia di note olfattive, “bella” oltre che “buona”.

Bellezza in senso assoluto è per me tutto ciò che, stimolando i miei sensi, mi dà piacere: può essere un concetto, un oggetto, una persona, un animale, un suono, non importa di quale materia sia costituita, la bellezza dà piacere e se non lo dà non è bellezza.

Quindi è molto soggettiva.

 

Gli ambienti all’interno dei quali viviamo, lavoriamo, studiamo, dormiamo e così via hanno influenze profonde sulla nostra psiche e sulla nostra salute, ma anche sul nostro umore. Tali ambienti si costruiscono di spazi ed oggetti, luci e temperature, colori ma anche profumi. In che modo dunque il profumo influisce sull’esperienza che abbiamo di un determinato ambiente? Come si sposa all’arredamento e alla moda?

Mi piace definire il profumo come “la IV° dimensione” dell’architettura.
Il mio ufficio e la mia casa sono stati concepiti per il benessere della persona: colori, luci, spazi e profumi sono accostati sapientemente per far trascorrere ore in armonia. e il tempo passa veloce senza accorgersi, nell’equilibrio.

Ogni ambiente ha bisogno del suo profumo, come ogni persona.

E che dire della moda? il gesto incantato, l’ultimo tocco fatato, dopo essersi lavati e ben vestiti, è lo spruzzo del giusto profumo: ogni occasione può avere il giusto abito e il giusto profumo.

 

Noi de La chiave di Sophia promuoviamo una visione della filosofia che ne riscopre l’origine, ovvero quella di un semplice interrogarsi sulla vita e sul mondo che ci circonda. Qual è la sua concezione di questa disciplina?

Ho sempre amato la filosofia da quando ero al liceo: la vedo come qualcosa che aiuta ad aprire le menti e metterci ordine, ad aiutarci a dare un significato alla vita e all’esistenza intera.
Alla fine tutti ci chiediamo da dove veniamo e dove andremo, tutti filosofeggiamo anche senza volerlo: la vita e il mondo che ci circonda hanno un significato troppo profondo ed enorme per non considerarli e dargli il giusto spazio che si meritano. e questa la trovo già filosofia.

Se tutti si rendessero conto di questo e si fermassero un attimo a rifletter sulla realtà, penso che il mondo sarebbe migliore. E in questo la filosofia aiuta.

 

Vorrei concludere con una piccola curiosità: considerando che lei ha ed è un naso fine e ben allenato, quali sono secondo lei la nota profumata e il profumo migliore che esistano?

La rosa. Anche se è soggettivo perché è come chiedere ad un cuoco quale è il cibo migliore, mi sento di primo acchito di rispondere : la rosa.

L’olio essenziale di rosa, preziosissimo nettare che distilliamo da tonnellate di piccoli petali raccolti a mano, ci regala un profumo rasserenante, riequilibrante, afrodisiaco, intensissimo, dalle mille sfaccettature: fiorito di donna, verde più maschile, mieloso, fresco, speziato…

Quando annuso la rosa, chiudo gli occhi, e sono felice.

 

Giorgia Favero

 

 

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Sulla fiamma di una candela

Ha comprensibilmente destato preoccupazione, qualche tempo fa, l’affermazione dell’arci­ve­sco­vo Georg Gänswein per la quale Benedetto XVI si starebbe «spegnendo serenamente, come una candela». L’apprensione era tuttavia almeno in parte ingiustificata, perché Gänswein, pronunciando tali parole, non aveva tanto l’intenzione di alludere a una qualche repentina e preoccupante forma di decadimento fisico del pontefice emerito, quanto piuttosto quella di sottolineare che, nonostante gli acciacchi dell’età, Benedetto XVI è comunque ancora in grado di essere una preziosa “fonte di luce” per i cristiani. Se si legge con attenzione il contesto in cui l’affer­ma­zio­ne è stata pronunciata, e non solo i titoli dei giornali, appare chiaro, infatti, che ciò che l’arci­ve­sco­vo intendeva sostenere era che la grande luce di Benedetto XVI, per quanto vada per ovvi motivi progressivamente indebolendosi, brilla ancora intensamente e rimane un punto di riferimento per tutti i fedeli. Resta il fatto che l’espressione utilizzata, soprattutto se letta alla svelta, dava la possibilità di equivocare sul reale stato di salute del pontefice emerito, dato che essa, in italiano, viene per lo più usata per indicare la debolezza, la consumazione, la fragilità, l’estrema prossimità alla morte di chi si trova in tale condizione di “affievolimento”.

In questa più comune accezione, tale espressione non è peraltro qualcosa di sensazionale o di assolutamente inaudito. Si può anzi dire che la nostra cultura abbia da sempre fatto più o meno esplicitamente riferimento a essa quando si è trovata a dover descrivere la natura di ciò che appartiene alla dimensione della temporalità. L’Occidente non afferma infatti forse da secoli e millenni che tutti noi “abitatori del tempo”, in fondo, non siamo altro che “esili fiamme di una candela”? Ciò che accade ogni giorno nel mondo non ci ricorda inoltre costantemente che ogni essere umano, anche se è nel fiore degli anni e nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e mentali, rimane comunque una luce fragile e indifesa, che anche un semplice “soffio di vento” può spegnere all’improvviso e per sempre? E da un paio di secoli a questa parte la nostra cultura non aggiunge forse, e con sempre maggior forza, che a trovarsi in tale precaria situazione non sono solo gli esseri umani, ma sostanzialmente tutte le cose di questo mondo, persino gli “dèi” e i valori supremi che finora erano stati ritenuti stabili, granitici e assolutamente inscalfibili?

Può essere allora interessante tornare a leggere il libro di Gaston Bachelard intitolato La fiamma di una candela, che è tutto dedicato all’esplorazione del significato che ha avuto per letterati e poeti quella straordinaria lingua di fuoco che splende tremante e solitaria sulla sommità dei ceri, che, come già diceva l’antico filosofo greco Eraclito, i mortali accendono per avere «un lume nella notte, quando la vista dei [loro] occhi si è spenta» (fr. 26 B DK). Il proposito del filosofo francese è infatti quello di «meditare sul destino della fiamma» e, così facendo, su quello dell’uomo, della cui vita terrena la vibrante ma vulnerabile fiamma è un grande e potente simbolo. Bachelard riporta a questo proposito una bella poesia di Martin Kaubish, che suona: «Fiamma, alato tumulto, / oh soffio, rosso riflesso del cielo / – chi svelerà il tuo mistero / saprà che cosa è la vita / e la morte».

Certo, ricorda Bachelard, ormai «il mondo va in fretta, il secolo […] accelera. Non è più tempo di lucignoli e candelabri», che erano invece una «coppia indispensabile in una dimora degli antichi tempi». Eppure, ancora oggi, il loro surrogato moderno, la lampada, è «il centro di ogni dimora» e «lo spirito che veglia su ogni stanza». Perché allora voltare impunemente le spalle alla candela, che della lampada è il passato non poi così tanto remoto? Tanto più che – sostiene Bachelard – al cospetto della sua luce tremolante le cose ci appaiono diversamente: la luce della candela, che per poeti e scrittori è l’«astro della pagina bianca», «ci chiama a vedere le cose come se fosse la prima volta». Il potere di attrazione che tale donatrice di luce ha sulla fantasia dell’uomo è tale da poter perfino rapire la mente di chi perde il proprio sguardo in essa e proiettarla nel passato, verso gli antichi bagliori dei primi fuochi che furono accesi nel mondo.

Bachelard sa benissimo che oggi «siamo entrati nell’era della luce amministrata» e che attualmente il «nostro unico ruolo [nei suoi confronti] è girare un interruttore»; ma egli ci vuole trasportare in un tempo lontano, «un tempo dimenticato dagli stessi sogni», in cui «la vecchie domestiche [di casa] custodivano le lampade degli antenati» e «sapevano trovare per ogni grande evento della vita domestica la giusta lampada». In quel tempo, «la fiamma di una candela faceva meditare i sapienti: donava sogni infiniti al filosofo solitario». «Sul suo tavolo», – continua Bachelard – «accanto agli oggetti prigionieri della loro forma, accanto ai libri che istruiscono lentamente, la fiamma della candela richiamava pensieri senza misura, evocava immagini senza limite».

Posare lo sguardo sulla fiamma, oltre che sui libri, consente di comprendere meglio il mondo, perché che cos’è l’universo per la cultura occidentale se non una fiamma che continuamente consuma e rigenera se stessa, e che sprigiona luce finché riesce ad alimentarsi con lo “stoppino” fornitole dai dinamismi della materia? «Dentro una fiamma» – si chiede Bachelard – «non vive forse il mondo? […] Non contiene forse, questa fiamma, tutte le contraddizioni interne che conferiscono a una metafisica elementare il suo dinamismo? Perché cercare dialettiche di idee quando si hanno, nel cuore di un semplice fenomeno, dialettiche di fatti, dialettiche di esseri?».

A Bachelard non sfugge che nella fiamma brillano in piena luce i più antichi problemi ontologici evocati dalla filosofia. Già Roger Asselineau aveva scritto in una poesia che la fiamma è un «ponte di fuoco gettato tra reale e irreale / dell’essere col non essere ogni momento coesistenza», e Bachelard è perfettamente d’ac­cor­do: «i giochi di pensiero dei filosofi che conducono le loro dialettiche dell’essere e del nulla su un tono di pura logica diventano davanti alla luce che nasce e che muore drammaticamente concreti».

Metafora degli sforzi che la luce dell’essere fa per vincere il buio del proprio non essere, la fiamma della candela è anche immagine della lotta che la coscienza umana mette costantemente in atto per fuoriuscire (ed evitare di riprecipitare) nelle tenebre dell’ignoranza. Scrive Bachelard: «il mondo è per me […] il libro difficile rischiarato dalla fiamma di una candela. Perché la candela, compagna della solitudine, è soprattutto la compagna del lavoro solitario. La candela non rischiara una cella vuota, rischiara un libro. Solo, di notte, con un libro rischiarato dalla candela – libro e candela, doppia isola di luce, contro le tenebre doppie dello spirito e della notte».

Sennonché, per il filosofo francese, sembra che da ultimo siano proprio il buio e le tenebre a dover prevalere. Al termine del passo egli scrive infatti: «ma la candela [della coscienza] si spegnerà prima che il difficile libro [del mondo] venga capito». Con questa frase, Bachelard sembra allinearsi alle più pessimistiche correnti di pensiero che trovano posto all’interno della sapienza occidentale. Si pensi ad esempio a Leopardi, che nel maestoso Cantico del gallo silvestre afferma che l’universo farà in tempo a venir distrutto dalle forze che si agitano in esso prima che l’enigma «mirabile e spaventoso dell’esistenza universale» possa venir pienamente compreso dall’uomo.

Eppure queste tonalità cupe sembrano smorzarsi e quasi venir meno quando Bachelard offre al lettore questo tenero ricordo della sua infanzia: «a volte la mia cara nonna riaccendeva, con un fusto di canapa, al di sopra della fiamma, il fumo lento che risaliva il focolare nero. […] E quando la sovrafiamma riprendeva esistenza: “Vedi, piccolo mio”, mi diceva la nonna, “sono gli uccelli del fuoco”. E allora io, che sognavo sempre al di là delle parole della nonna, credevo che quegli uccelli del fuoco avessero il nido nel cuore del ceppo, ben nascosti sotto la scorza e il legno tenero. L’albero, questo custode di nidi, aveva preparato, nell’intero corso della propria crescita, l’intimo nido in cui gli splendidi uccelli del fuoco si sarebbero nascosti. Nel calore di un grande focolare, viene il tempo di schiudersi e di volare via».

Proponendo questo aneddoto, Bachelard sembra infatti quasi voler suggerire la possibilità che anche la fiamma dell’anima umana, dopo la morte, possa rinascere dalle proprie ceneri e librarsi sopra le braci annerite del proprio cadavere, rifulgendo di uno splendore forse anche maggiore di quello che aveva perduto. E, certo, sarebbe davvero magnifico se il fuoco che splende nel profondo di ognuno di noi non fosse spento del tutto dal gelido soffio della morte, ma covasse ancora, nascosto sotto le nostre ceneri, in attesa di esser riacceso e di poter spiccare verso l’alto, in un tripudio di scintille, quello stesso volo liberatorio e vittorioso che Bachelard aveva visto eseguire alle “Fenici domestiche” che da piccolo egli credeva che facessero il loro nido nel caldo cuore della casa di sua nonna, tra i ceppi fiammeggianti del focolare.

Gianluca Venturini

BIBLIOGRAFIA:
G. Bachelard, La fiamma di una candela, trad. di G. Alberti, SE, Milano 2005 (1a ed. it. 1996; 1a ed. franc. 1961)

[Immagine tratta da Google Immagini]