Il futuro della riproduzione umana: più tecnica e meno sesso?

La scienza ci informa che ora è possibile la vita, almeno nei topi, a partire da due individui dello stesso sesso, unendo i cromosomi provenienti da due maschi, ma anche unendo i cromosomi provenienti da due femmine1. Ma andiamo per gradi, ripercorrendo velocemente i presupposti di questa possibilità.

PMA è un acronimo di tre lettere che apre un universo di opportunità con conseguenze imponderabili. PMA sta per procreazione medicalmente assistita ed è entrata nel panorama delle nostre possibilità grazie all’interesse della scienza verso la risoluzione dell’incapacità riproduttiva negli esseri umani. Non sempre dietro l’infertilità ci sono vere e proprie malattie, spesso i problemi sono legati a questioni ignote, potenzialmente dipendenti da variabili come l’età o il livello di stress; tuttavia è riconosciuto che l’incapacità di avere figli si ripercuote sulla sfera psico-affettiva degli aspiranti genitori. Questo trova soluzione nel fatto che il concetto di salute si è ampiamente allargato negli ultimi anni, tanto che la medicina fornisce strategie di successo anche al di fuori del concetto di malattia organica. In questo contesto si inserisce anche la PMA, che è una tecnica con cui non si cura l’infertilità ma si ovvia agli impedimenti di questa. Genericamente si procede a prelevare i gameti, sia maschili (spermatozoi) che femminili (ovuli) e si fanno incontrare in laboratorio, di solito si fa in modo che ci siano più tentativi a disposizione, perché le percentuali di successo non sono molto alte e per la coppia si tratta di percorsi molto impegnativi e sofferti. Quando tutto va bene si formano più embrioni, se ne scelgono uno o due per procedere all’inserimento nell’utero materno, nella speranza che prosegua tutto verso una gravidanza a buon fine. Era il 1978 quando nacque la prima bambina con l’aiuto della fecondazione assistita e da allora sono stati fatti tantissimi passi nel supporto della procreazione.

Una volta che l’embrione è in laboratorio è possibile controllarne il DNA per cercare alcune malattie, ma in futuro sarà verosimile poter verificare anche altre caratteristiche ed è già possibile vedere il sesso (di solito non si può rivelare per non indurre a discriminazioni di genere nella scelta dei genitori). Una volta estrapolati i gameti possono essere congelati, donati, o, in alcuni Paesi, ceduti dietro compenso. È chiaro che, una volta esternalizzata la fecondazione, è possibile attuare tutte le combinazioni; è per questo che sono possibili pratiche come la fecondazione eterologa (con gameti di terzi), la gestazione per altri (la donna “surrogata” porta a termine la gravidanza per altri) o il congelamento per lunga data di embrioni2. Ci sono già molte questioni etiche su queste possibilità perché in USA e Australia, ad esempio, ci sono persone nate con queste tecniche che hanno più di 30 anni. Il problema principale, secondo i nati da donazione, è il desiderio di recuperare, o almeno conoscere meglio la storia, di un legame interrotto, qualunque sia stata la tipologia. Non sempre è possibile ricostruire la storia dei legami interrotti, ciò dipende dal livello di anonimato garantito a coloro che hanno prestato le proprie risorse biologiche. Questo aspetto di cura e attenzione verso il legame è piuttosto trascurato in quello che è un iter molto spesso di tipo esclusivamente sanitario, atto ad espletare gli aspetti più tecnici della riproduzione, trascurando quelli più etici. Ma i quesiti etici, già attualmente poco destinati a trovare attenzioni e risposte, sono sicuramente in crescita. Di questo siamo certi perché possiamo vedere come la ricerca stia incredibilmente ampliando il potere di intervento attraverso la sperimentazione sugli animali e, appunto, di qualche giorno fa è la notizia che si è riusciti a far nascere dei topolini utilizzando il patrimonio genetico di due madri in un gruppo, di due padri nell’altro.

Per capire come questo sia possibile dobbiamo considerare l’importanza delle cellule staminali, di cui tutti abbiamo sentito parlare; si tratta di cellule non ancora differenziate in cellule specifiche, che possono essere forzate dalla tecnica a diventare qualunque tipo di cellula, anche ovuli e spermatozoi. Dato che un ovulo è sempre fondamentale per ottenere un embrione, si può anche sostituire il DNA dell’ovulo originario con quello di un altro individuo (maschio o femmina). Si capisce che le combinazioni possibili aumentano ulteriormente. Questo genere di ricerche non mirano di principio a cambiare le modalità riproduttive tra gli umani, ma a comprendere il ruolo delle istruzioni contenute nei geni maschili e nei geni femminili rispetto alle malattie che possono presentarsi nell’embrione. Eppure, la possibilità di utilizzare le staminali implica che invece di dover prelevare i gameti, che nel caso degli ovuli attualmente implica per le donne un processo lungo, faticoso e non privo di sofferenza, potremmo cercare le staminali nel corpo, o ancora meglio, produrle! Infatti, nel 2007 Shinya Yamanaka, ricercatore giapponese, è riuscito a indurre una cellula comune della pelle a “tornare” staminale. Ci sono dunque i presupposti per ampliare ancora le possibilità di manipolazione e, anche se non è detto che riusciremo a rendere efficaci tutte queste possibilità, è sicuramente verosimile che il nostro potere aumenterà. Il professor Henry T. Greely3 sostiene che il futuro sarà in mano alla PMA, che, resa più facile dall’uso delle cellule staminali, favorita dall’aumento dell’infertilità delle popolazioni occidentali, incoraggiata dalle possibilità delle diagnosi pre-impianto dell’embrione utile a evitare orribili malattie e forse a consentire la scelta di alcuni tratti genetici che ci piacciono di più, insomma, tutto ciò renderà la procreazione senza sesso molto più appetibile.

Che cosa può dire la bioetica? Non è verosimile fermare la ricerca se ha di mira la cura di malattie infauste, ma sappiamo anche che una volta che una tecnica è disponibile tendiamo a usufruirne sempre in più contesti. E indietro non si torna mai. La domanda, difficile, che ognuno di noi dovrebbe porsi, ormai in molti ambiti, è: quanto sono disposto a manipolare la natura per ottenere ciò che voglio?

NATURA, TECNICA E LIMITE: alla prossima puntata…

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Qui la notizia.
2. Si veda a questo proposito questo articolo.
3. Cfr H. T. Greely, La fine del sesso e il futuro della riproduzione umana, Codice Edizioni, Torino 2017.

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LA TECNICA DEL GENE EDITING E LA SUA APPLICAZIONE SUGLI EMBRIONI

È di qualche settimana fa la notizia secondo la quale l’HFEA (Human Fertilisation and Embryology Authority) avrebbe autorizzato un gruppo di ricercatori del Francis Crick Institute di Londra a manipolare ed alterare geneticamente embrioni umani attraverso la metodologia del gene editing1, per scopi di ricerca.

La tecnica permette di modificare selettivamente il doppio filamento del Dna, andando a “tagliare e cucire” il genoma in punti prestabiliti con lo scopo di eliminare in maniera mirata specifiche sequenze genomiche d’interesse ed eventualmente sostituirle con altre. In particolare, la metodologia in questione si chiama CRISPR/Cas9, un sistema che utilizza molecole di RNA per riconoscere e localizzare la sequenza bersaglio del Dna umano che verrà poi cancellato, sostituito e riscritto utilizzando la proteina naturalmente presente in un batterio (chiamato Cas9 endonucleasi). Si tratta di vere e proprie microforbici molecolari che permettono di tagliare l’elica del Dna nel punto desiderato e sostituirne un tratto. L’obiettivo è lo stesso della terapia genica tradizionale, ovvero, correggere le anomalie del Dna responsabili di patologie genetiche attualmente incurabili. Finora, con la terapia genica tradizionale, si potevano solo inserire nelle cellule versioni funzionanti dei geni difettosi che sono direttamente responsabili delle patologie senza, però, poter controllare precisamente dove finisce il gene terapeutico, ora, attraverso l’editing del genoma, i geni possono anche essere disattivati, corretti e sostituiti attraverso microforbici che permettono di raggiungere il punto preciso della doppia elica del Dna in cui intervenire.

Quello londinese non sarebbe il primo tentativo di editing del genoma su embrioni umani; la scorsa primavera ci fu un esperimento da parte di ricercatori cinesi e fu talmente fallimentare che le riviste Science e Nature si sono rifiutarono di pubblicarne i risultati.

In seguito a questa vicenda la comunità scientifica internazionale ha chiesto, nella condivisione di una preoccupazione comune, di fermarsi a riflettere prima di applicare la tecnica su gameti ed embrioni umani, in quanto utilizzare la metodologia del gene editing per modificare il Dna di esseri umani appena concepiti, o per “scrivere” un nuovo Dna per vite umane ancora da concepire, rende queste modifiche irreversibili nei nati ed ereditabili dai discendenti.

All’International summit on human gene editing2, fortemente voluto da studiosi nel campo della genetica umana e tenutosi a Washington nel mese di dicembre, nella dichiarazione finale si definisce “irresponsabile” un intervento di gene editing su gameti ed embrioni, almeno finchè non verrà raggiunto una soglia sufficiente di sicurezza sanitaria e di consenso sociale sull’appropriatezza di tali applicazioni. Per questi ed altri timori è stato inoltre istituito un gruppo di lavoro che nei prossimi mesi si preoccuperà di tracciare alcune linee guida per la comunità scientifica.

Suscita quindi molte perplessità il caso britannico dell’HFEA che ha autorizzato i ricercatori a condurre esperimenti di alterazione genetica sugli embrioni, soprattutto dopo il tentativo di gene editing della Cina che ha prodotto, negli embrioni, mutazioni impreviste ed imprevedibili e dopo le raccomandazioni in merito dell’International summit on human gene editing.

Inoltre, vorrei menzionare un’ulteriore perplessità: attraverso la tecnica di editing del genoma i diversi geni verrebbero alterati uno ad uno per determinare quali possono interferire negativamente nello sviluppo degli embrioni stessi. Tali embrioni potranno essere modificati fino a sette giorni di vita, ma successivamente non potranno essere trasferiti in utero e verranno distrutti. A questo proposito credo sia da precisare che, da un embrione geneticamente modificato di sette giorni di vita non è possibile dedurre con certezza se l’editing sul genoma sia riuscito o meno e se il nascituro sarà sano, per saperlo è necessario trasferire gli embrioni manipolati in utero, condurli alla nascita e seguirne lo sviluppo per alcune generazioni, pena l’inutilità della manipolazione genetica dell’embrione o del gamete. C’è da chiedersi se interventi del genere possano essere realmente utili, se il gioco vale la candela. Credo sia fondamentale indagare e valutare concretamente già allo stadio della ricerca i problemi etici, sociali, economici, sanitari e giuridici dell’utilizzo della tecnica del gene editing su embrioni e cellule germinali auspicando, inoltre, di poter mantenere sempre la tracciabilità del limite fra modifica del Dna a scopo terapeutico – eliminare le anomalie genetiche responsabili di patologie ereditarie – e manipolazione genetica a scopo migliorativo, confine sempre estremamente labile e facilmente superabile nell’applicazione di tali interventi manipolativi.

Note:

1] Ewen Callaway (2016), Embryo editing gets green light. UK decision sets precedent for research on editing genomes of human embryos, “Nature”, vol. 530, p.18.

2] Per ulteriori delucidazioni http://www.nationalacademies.org/gene-editing/Gene-Edit-Summit/index.htm

Silvia Pennisi

[immagine tratta da www.geneticliteracyproject.org]