Evoluzione del rapporto tra uomo e progresso scientifico

Il progresso scientifico è stato osteggiato, osannato, incoraggiato. Il tema dello sviluppo della scienza è sempre stato parte attiva della vita dell’uomo, si potrebbe partire dalle prime speculazioni scientifiche dei presocratici sino ad arrivare alla rivoluzione scientifica e industriale. La scienza è un’ancella fedele della vita dell’uomo, ma c’è un confine molto labile che non deve essere valicato pena la distruzione stessa della vita umana. Qual è il confine che rende immorale e pericoloso il progresso della scienza nella vita dell’uomo? È una domanda complessa a cui sarebbe difficile rispondere. Si potrebbe dire che bisogna porre dei limiti, analizzarli. Non si può osteggiare il progredire delle ricerche scientifiche e viviamo in una società in cui risulta essere necessario.

Sono celeberrimi gli esperimenti sulla genetica condotti durante la seconda guerra mondiale, proprio dalle conseguenze di queste sperimentazioni nel dibattuto filosofico a metà Novecento inizia a fare capolino la parola bioetica. L’uomo sente il bisogno di tracciare i confini dell’etica moderna, di capire gli effetti sulla sua stessa vita di queste sperimentazioni. Etica, medicina, scienza e filosofia si incontrano per la prima volta in un dibattuto tuttora acceso e che non riesce a vedere fine. Ci si chiede che valore ha la persona all’interno di questo panorama e ci si interroga sui suoi diritti, su come essa debba essere rispettata. Quanto vale la vita del singolo in vista di una scoperta più grande? Hugo Tristram Engelhardt Jr, filosofo e medico, uno dei padri della Bioetica moderna – nei suoi testi più noti si è occupato del concetto di persona, etica e morale in campo medico e filosofico – lucidamente, analizza il profilo dell’uomo moderno e si pone una domanda: l’uomo può passare da una fase in cui è considerato tale ad una fase in cui non lo è più? Che ruolo deve avere l’uomo nello sviluppo delle scienze e nella sperimentazione?1 Rispondere a questa domanda è una dirompente presa di posizione.

Ci troviamo dinanzi alla figura di un uomo che governa il destino dell’uomo stesso, è carnefice e artefice. L’uomo moderno è stato assimilato a Prometeo, essendosi emancipato dai dogmi e fattosi simbolo del progresso nell’epoca moderna sembra aver perso la sua direzione. Il Prometeo moderno è colui che crede di potersi elevare al di sopra dei suoi limiti non capendo che privandosi di ogni limite ricade in un vortice che lo distrugge. Nel 1800 John Stuart Mill, padre della filosofia della scienza moderna ed economo di inizio Ottocento, ha affermato che «l’uomo è sovrano sulla sua persona, sul proprio corpo e sulla propria mente»2, ma l’assoluta libertà della persona deve avere un vincolo: la salvaguardia della libertà e del benessere altrui. L’uomo ha responsabilità dirette su sé stesso e sugli altri.

Il compito dell’etica sta nel valutare i mezzi e i fini con cui tali scoperte vengono adoperate e si sente sempre più il bisogno che tale compito sia adempiuto.
La scienza deve essere un progredire dell’uomo sempre e solo a beneficio della comunità umana, come sosteneva Francis Bacon, filosofo e scienziato simbolo della rivoluzione scientifica con Cartesio e Galileo, già agli inizi del Seicento nel Novum Organum. L’uomo deve farsi portavoce e profeta di un’idea di scienza nuova che ha riconsegnato all’uomo una posizione centrale nella storia della sua evoluzione.
Come non cadere vittime di questo libero arbitrio di cui siamo dotati all’interno dell’incessante progredire delle scienze? È interessante osservare che non vi è una definizione univoca di progresso della scienza: il progresso della scienza ha così tante sfaccettature che non si riesce a raccoglierle in una unica definizione.

Il progresso della scienza appare come un diamante dai mille riflessi al cui centro, però, deve soggiacere un principio di responsabilità per la società di cui si fa parte.
Il principio di responsabilità sembra essere l’unica possibilità, per Jonas, a cui rivolgersi: questo deve essere un punto di riferimento nell’uomo che, previdentemente, con attenta analisi dei costi e benefici riesce a valutare lucidamente cosa è capace di arricchire la società. L’uomo dovrà rivolgere uno sguardo al passato e uno al futuro, farsi detentore delle esperienze passate e, mettendo in atto il concetto di storia critica, analizzare la direzione della società di cui fa parte.

 

Francesca Peluso

 

NOTE:
1. Cfr. D. Engelhardt, Etica e Medicina
2. C. Pievatolo, H. Jonas un’etica per la civiltà tecnologica, da “Il Politico”, Università degli studi di Pavia, 1990, pp. 337-349.

[Photo credits by pixabay]

copertina-abbonamento-2020-promo-primavera

Io, corpo mostruoso. Perfezione e grottesco nell’arte e nella vita

Per anni mi sono sentita, e a tratti continuo a sentirmi, un corpo mostruoso.

Osservando le modelle, le pubblicità più o meno patinate e i film americani non posso far altro che sentirmi così, piccola e mostruosa in un mondo di gente perfetta. In passato ci pensava l’arte a proporci modelli di perfezione inarrivabile: dal canone policleteo alle Madonne medievali e poi le vergini rinascimentali, passando per le donne formose di Rubens e per contro poi il corpo snello Art Déco. Ma la cosa peggiore è che oggi la bellezza viene sbandierata come il frutto di un duro lavoro: “A lovely girl is an accident; a beautiful woman is an achievement” è lo slogan che Vogue ha lanciato addirittura negli anni Trenta e che ancora oggi ci annichilisce. Se non sei bello, insomma, è colpa tua e della tua pigrizia. Non puoi nemmeno mettertela via.

 

Si diventa un ibrido. Che però è anch’esso mostro. E si torna al punto di partenza.

orlan_la-chiave-di-sophiaÈ evidente che se la società ha da sempre ricercato la perfezione, come conseguenza ha anche da sempre scacciato i cosiddetti mostri, i “freaks”, gli altri-da-sé. Lo racconta già Mary Shelley quando scrive Frankenstein nel 1816: ciò che è diverso da noi è brutto e ci fa paura; per questo lottiamo così strenuamente per scacciarlo (a volte anche solo inconsapevolmente). Alterità e bruttezza vanno di pari passo e la loro conseguenza è la paura. Secondo il semiologo Jurij Lotman, infatti, l’Altro è ciò che irrompe negli schemi del consueto e che si colloca al di fuori delle funzioni chiare e consolidate, “costringendo” ogni società culturale a creare un proprio sistema di marginali. Eppure, quasi paradossalmente, sarebbe proprio questa interruzione degli schemi e della consuetudine a trasformare il nostro modello di appartenenza, a metterlo in moto, a renderlo dinamico. Il mostro, l’ibrido, l’Altro, avrebbe dunque una valenza del tutto positiva1, ci renderebbe in qualche modo migliori.

Un pensiero consolante.

Del resto, il nostro mondo è completamente multiforme, un’accozzaglia di aspetti, suoni, menti, ondate e risucchi di opinioni e di forme. Inutile uniformare, ancora più inutile uniformare sotto l’egida della perfezione. Un mondo incasinato, poi, non può che ispirare un’arte incasinata: ed ecco allora che la forma artistica sbriglia totalmente la fantasia sui corpi, nasce un groviglio di alterità e deformità esagerate che riempie l’arte. Il grottesco, da sempre resistito nella storia dell’arte, trovando espressione in meno note opere di artisti come Dürer e Raffaello e attraversando il Rococò, ha raggiunto anche le stampe di Odile Redon. Nel grottesco dell’arte oggi si superano i limiti della sessualità, si scardinano gli ideali di bellezza, mutano e si ridefiniscono le dinamiche di appartenenza, perché secondo il filosofo russo Michail Bachtin «il corpo grottesco è un corpo in divenire. Non è mai dato né definito: si costruisce e si crea continuamente, ed è esso che costruisce e crea un altro corpo»2.

jenny-saville_la-chiave-di-sophiaLe figure visionarie del Cremaster Cycle di Matthew Barney, le mutazioni genetiche di Patrizia Piccinini tra animale e umano, i corpi deformi di Jenny Saville, le creature di Karin Andersen, i personaggi silenziosi di Korzhev, ma anche i corpi menomati di Marc Quinn e i volti non-volti di Francis Bacon, che anelano a rivelare qualcosa che sembrava non potesse essere detto. Adesso si può dire tutto: tormento, esclusione e dolore possono essere espressi e possono diventare protagonisti di uno slancio di forza e di speranza, di accettazione.

Cerco allora di osservare questi corpi grotteschi dell’arte, di arrivare alla loro dignità espressa, all’essenza che emerge dall’apparenza, e tento di vedere in essi la mia immagine. L’immagine di chiunque si guardi e si veda sbagliato nel mondo dei perfetti. Penso che è nei mostri che pulsa la vita, che si nasconde la vera bellezza, che è insito il senso del nostro esistere. E che quindi forse, ma solo forse, sono quei corpi perfetti a essere profondamente imperfetti e che è nel “normale” a nascondersi ciò che dobbiamo tentare di evitare.

 

Giorgia Favero

NOTE
1 J. Lotman, La caccia alle streghe. Semiotica della paura, in Incidenti ed esplosioni, Aracne Editrice, 2010
2 M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare

[Immagine di copertina: un famoso frame dal Cremaster Cycle di Matthew Barney;
prima immagine interno articolo: l’artista Orlan (da notare le protesi sulle tempie);
seconda immagine interno articolo: opera di Jenny Saville.
Tutte le immagini sono tratte da Google Immagini]

 

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

Dobbiamo parlare di ciò che non conosciamo

Il ‘900 con tutte le sue contraddizioni e due guerre mondiali è stato il secolo dell’ascesa della democrazia, i Paesi occidentali hanno approvato il suffragio universale, il voto alle donne e movimenti politici a crescente partecipazione hanno segnato importanti battaglie sociali e ideologiche plasmando di fatto il mondo contemporaneo.

Il ‘900 è stato anche il secolo di Internet che ha spalancato le porte dell’E-Democracy, ha reso più fruibili le informazioni, ci ha resi tutti connessi e interdipendenti come non siamo mai stati in passato. Eppure l’alba del nuovo millennio è sempre più drammaticamente segnata dalle contraddizioni della democrazia, l’esplosione delle Fake News, il conflitto intestino tra democrazia e partecipazione. Infatti anche di fronte a individui che non sono correttamente informati o che sono in forte asimmetria informativa rispetto alle questioni il motto del nuovo millennio è: «ho diritto a dire la mia, anche se di quella cosa non so assolutamente nulla». Possiamo esprimerci ormai su tutto, i nostri social media riportano le nostre opinioni su tutto, possiamo dire la nostra e quindi ci sentiamo in dovere di farlo, anzi ci viene sempre più chiesto, basti pensare a quante piattaforme sono sorte mettendo l’utente nelle condizioni di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, dal ristorante a un luogo.

Si sta consumando una battaglia che seppur meno epica di Star Wars ha origini lontane, parte dall’Antica Grecia e giunge fino ai giorni nostri. Se in Star Wars l’eterno conflitto è tra Sith e Jedi ai giorni nostri si sta consumando un conflitto tra Sofisti e Filosofi, cioè tra coloro che ricercano il consenso fine a se stesso e dove l’argomentazione è il fine e non il mezzo e coloro che invece restano fedeli alla Verità.

L’intera partita si gioca nel campo delle opinioni: da un lato c’è l’idea che tutti abbiano diritto di esprimersi su tutto dall’altro una dimensione tecnocratica per cui solo gli esperti sono chiamati a decidere per la collettività.

Tutta questa vicenda non è nuova alla storia dell’umanità. Per secoli la Chiesa Cattolica Apostolica Romana con le sue messe in latino e la proibizione di interpretare in autonomia i testi sacri era diventata l’unica realtà a detenere la Verità sino alle derive più estreme dell’Inquisizione. Essa sapeva che l’informazione non è solo potere e potenzialmente controllo, ma anche che se avesse lasciato ognuno libero di interpretare i testi sacri in autonomia, soprattutto senza gli adeguati strumenti teologici, si sarebbe verificata una proliferazione di eresie. Ma torniamo ancora più indietro: la stessa religione Cattolica Apostolica Romana in fondo non è che una eresia del giudaismo, motivo per cui i Farisei perseguitarono Gesù.

Un ulteriore problema è costituito dal fatto che in fondo la realtà non è oggettiva e, come scrive Nietzsche, «non esistono fatti, ma solo interpretazioni»; l’implosione del sogno positivistico di determinare la realtà in senso oggettivo appare oggi un progetto in declino, ma se la realtà in fondo non esiste, se non è altro che una narrazione che facciamo sul mondo, emerge in tutta la sua problematicità il tema di cosa sia vero e cosa sia falso.

Di sicuro ha influito sulla messa in discussione della Verità e dell’oggettività tutta una serie di autori e correnti di pensiero che ha avuto il suo culmine in Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer; abbiamo instillato in intere generazioni l’idea che in fondo la realtà non fosse che una mera rappresentazione, del resto lo stesso Kant ci dice che noi non sappiamo nulla del Noumeno, ma che la realtà non è altro che qualcosa di generato da un sistema di categorie del soggetto, dunque è il soggetto a determinare la realtà.

I social media, il digitale e internet in generale hanno contribuito alla disgregazione dell’Autorità; il lato positivo è che vi è una maggiore democratizzazione dell’informazione: sappiamo che i regimi di tutti i tempi hanno sempre manipolato l’informazione, ma dall’altro hanno anche comportato la proliferazione di notizie false che ormai permeano la vita delle persone. L’umanità non era preparata a questo cambio di paradigma.

Negli anni si è enfatizzato eccessivamente il concetto di rappresentazione, basti pensare la moda crescente per lo storytelling che ci ha indotto a credere che le cose, la realtà, alla fine sia solo il frutto di come la raccontiamo; in parte questa idea risponde al vero. Milioni di esseri umani hanno vissuto tranquillamente le loro esistenze nella convinzione che la Terra fosse piatta o credendo nel geocentrismo: questo non faceva di certo girare il Sole intorno alla Terra, né ci poneva al centro dell’Universo e la Terra non per questo era piatta, ma la credenza induceva le persone a interpretare la realtà seppur attraverso un paradigma erroneo.

Il punto è proprio questo: seppure non accediamo al noumeno, la scienza ci permette di costruire modelli che ci approssimano alla realtà delle cose, il Metodo tanto enfatizzato da Cartesio e poi da Bacon ci consente di approssimarci alla Verità e di realizzare la sperimentazione per creare degli standard che possono essere intersoggettivamente condivisi e controllati.

Quindi è chiaro che lo storytelling va bene, va bene la narrazione, va bene la democratizzazione dell’informazione, ma non possiamo nemmeno escludere del tutto che esistano dei fatti al di fuori di noi, che possiamo provare ad analizzare, a modellizzare, a capire per approssimarci sempre di più al vero che non è assoluto, ma dinamico, eppure raggiungibile per quanto in maniera imperfetta.

«Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!»1.

Dobbiamo parlare di quello che non conosciamo perché parlarne ci dona l’illusione di controllarlo; mai come oggi bisognerebbe recuperare un po’ di umiltà socratica sapendo di non sapere, recuperare la capacità di ascoltare gli altri, soprattutto chi magari ha speso anni della propria vita per acquistare quella conoscenza. Ma in un tempo in cui i nonni vengono trattati come “ferri vecchi” e l’esperienza è sempre messa in secondo piano rispetto all’innovazione siamo condannati a nuove forme di “dispensiero”.

Forse sarò elitario io, ma sono ancora convinto che la Terra non diventa piatta perché facciamo un referendum: per fortuna la realtà ha ancora la capacità di affermarsi, come la gravità continua a tenerci ancorati al suolo anche se decidiamo per alzata di mano che gli uomini possono volare o che essa non esiste.

 

Matteo Montagner

NOTE
1. Da Ecce Bombo di Nanni Moretti.

[Immagine di Gerrie van der Walt]

banner-pubblicitario-abbonamento-rivista-la-chiave-di-sophia-03-03

 

About M: l’Arte originale di Massimiliano Zinnanti

I love to be disturbing.

Terror alone scares and make people’s eyes run away, draw in molded beauty make them fall in love…

the best way is to freeze them with the orbitoclast of unsureness, in the distorted iris of the doubt.

This is the poison soaked in a kiss of sacred fear.

 

Quando ho chiesto a Massimiliano Zinnanti di parlarmi di sé, con lo scopo di scrivere questo articolo, ha esordito con delle parole che mi dispiacerebbe non citare: «Non nasconderò i difetti che non vanno nascosti perché parte di me quanto il segno, i miei manierismi prolissi o insaporiti di inutile horror […], ma nell’ammettere questo ancora non vi è vera umiltà ma un complimento celato perché nell’autodistruzione ironica c’è la peggior arma: la prevenzione della potenzialità di essere feriti da fuori poiché lo si è già fatto nel proprio ego. Nudi al punto da poter solo mostrare le ossa. Criticarsi è la capacità di ridere di sé, forse, di spiegare le labbra in un sorriso rivolto ai propri denti, sorriso che nel quadro odierno ferisce più della penna che feriva più della spada. Amo l’amarezza del riso, la lama tagliente delle ossa più scoperte dell’anatomia umana. Tutto muore distrutto in un comico rantolo, niente è più pericoloso di quella morbida curva specie in un’epoca così esposta, così debole, così falsa. Perché oggi è tutto talmente fragile e arrogante, un teatrino di finti ubriachi, specie nell’arte, che basta inclinare leggermente lo sguardo per sviscerare il risibile dall’uomo che si mostra più serio. Trovo che palesare la difficoltà sia parte della bellezza, se è uno stratagemma fatto con intelligenza, mentre quando il risultato devia orribilmente dal baccello originale, per mancanza di capacità, volontà, talento o intelligenza, allora non è giustificabile ma semplicemente malriuscito. Le cose facili sono brutte, se sono fatte per mascherare incompetenza. È quindi un atto di preservazione anche l’automutilazione se fatta con uno scopo, e il mio scopo ora è darvi un assaggio di me nel modo che meglio mi riesce, cioè un linguaggio distruttivo, poco chiaro ma ricco, contraddittorio ma passionale. Almeno credo. E mi trovo quindi qui, in un periodo decisamente travagliato della mia vita, ma che contiene in sé un potente contrasto di dolore e umorismo, ed amo questi contrasti, a parlare male di me e del mondo perché possiate pensare bene».

Maxereffect

Massimiliano è una persona singolare e un artista originale, di quelli che non incontri tutti i giorni. Il suo percorso artistico è cominciato recentemente, presso l’Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove è riuscito a trasportare nell’embrione del foglio bianco ciò che per anni era rimasto prigioniero nei suoi sogni. «Accidentalmente quanto accidentale» è stata la sua scelta dell’Arte a scapito della Scienza, concludendo che la prima poteva contenere la seconda, trovando il suo “fuoco” grazie alla lotta contro i canoni artistici che gli sono stati presentati dal mercato dell’arte, che da interiore si è incarnata nelle sue creazioni.

«Il passaggio, fondamento e vera lezione che si deve trarre da soli e in assoluto non necessariamente da un’istituzione (ma possibilmente sfruttandola), è che i limiti imposti dagli altri e da se stessi quando si parla di fantasia, creatività e del veleno delle nostre muse, sono falsi e cedevoli. È vera la povertà, la miseria della società che ci strappa infinite possibilità, costringe alla sopravvivenza e all’accettazione di ideali vuoti e stili di vita impersonali […].Se non hai il fuoco, se lo spegni per vantaggi che non ti appartengono, sei un debole, un viziato, schiavo dei limiti imposti, dei cordoni ombelicali a cui la società ti incatena alla nascita, preda delle mode, di etichette di idee non tue, di nomi più grandi di te, di una vita che non ti corrisponde. Ed è per questo che i più scompaiono o nella loro accondiscendenza verso la strada facile ce la fanno, e scompaiono ugualmente, senza aver cambiato nulla»

afferma il giovane artista che di forza e voglia di fare e andare contro corrente ne ha da vendere. Massimiliano vive in una continua ricerca, da ciò che legge a ciò che vede, tutto diventa ispirazione che lo orientano verso un vero e proprio studio che è parte anche del suo creare. Sebbene lui odi le citazioni e il plagio e infatti le ispirazioni tratte da altri devono sempre essere messe in discussione.

Il lavoro di Massimiliano Zinnanti verte sulla nudità della donna e l’orrore miscelati all’unisono, raggiungendo la vetta dell’inquietudine, ecco che quindi in molti, quando vedono le sue opere, le avvicinano al gotico o ad artisti come H. R. Giger o Francis Bacon, attribuzione che si stacca enormemente dalla realtà. «La mia strada è e deve essere solamente mia». E così spiega le sue donne: «voglio ammantare donne che sono bambole della loro stessa algida contraddizione, iridi di smalto di una dea che sarà sempre meno di qualsiasi donna. Sono le mie sirene di perla, belle come idoli e sventrate, rotte nelle giunture rosee per mostrare la loro finzione e l’odio del mondo, l’ipocrisia del mio essere quasi femminista nella lode che proclamo per loro ma comunque uomo nella presunzione di riuscirci».

Ora Massimiliano si sta cimentando nell’esplorazione medica dell’anatomia umana, nell’anatomia microscopica «dei piccoli veri dèi biologicamente eterni», nel raggiungimento di una matrice unica dall’umano che possa poi diventare arte.

M

Massimiliano Zinnanti ha inventato una tecnica pittorica in grado di fondere arte materica e digitale, ha vinto riconoscimenti nazionali in diversi campi quali lo storyboard di video, è stato selezionato per mostre di pittura ai Magazzini del Sale a Venezia, quest’anno ha avuto un’occasione a livello mondiale con la prima edizione del FISAD di Torino dal titolo The Sense of the Body, evento incentrato sull’anatomia umana, e correlato anche con l’EXPO. Fra le altre cose la sua tesi di laurea riguardante i Final Boss videoludici contrapposti alle religioni e al deicidio è stata riconosciuta nel 2014 come miglior tesi a livello nazionale sui videogiochi, uno dei temi più cari all’artista, dall’Archivio Videoludico di Bologna.

Concludo il mio articolo con una citazione, sicuramente molto esplicativa del carattere dell’artista:

E per adesso so ancora cosa voglio. Libertà.

La parola d’ordine per creare, evadere da un paese che ha sempre e solo fatto da ostacolo, abbattere il più possibile un sistema di mercato sporco e cieco, e sempre con la libertà intendo procedere nel modo più indipendente possibile, camminando assieme ai miei migliori amici di cui conosco il valore, fondare con loro un gruppo ma contando solo sui miei denti disillusi per andare avanti nella mia battaglia, forse presentare la fine di tutto come un altro ipocrita manifesto, mostrarmi al mondo, a malincuore, molto più di quanto ho fatto e arrivare a finanziare da me quando ne avrò la possibilità i progetti a cui tengo di più ma che so non essere vendibili.

Per ora. E un giorno poter dimostrare più di qualcosa.

 

Per ammirare e conoscere meglio le sue opere, questo è il suo sito.

Ilaria Berto

[Immagini concesse Massimiliano Zinnanti, informazioni e citazioni ottenute dall’artista stesso]