Marx e la finanza tra fragilità, contraddizioni e ipocrisia

Qual è il rapporto tra l’economia reale – il luogo natale di tutti noi, dove è possibile vivere in società – e la finanza? E quest’ultima cosa ha a che fare con Karl Marx?

Un pensatore che con le sue opere di tutto ha parlato e ogni cosa ha criticato del proprio tempo. Un uomo che ancora oggi viene ricordato, essendo stato capace con la sua perspicacia di rivoluzionare, o quanto meno di cambiare, non solo la filosofia ma il nostro modo di stare al mondo. Seppur infatti le istanze economiche, come la forza lavoro, furono fortemente criticate dagli economisti con l’accusa di essere infondate, nella politica – senza intenzione – rappresentò uno spartiacque tanto forte che fu fondato in suo “nome” un partito, protagonista sulla scena politica fino alla fine del secolo scorso.

Marx è indubbiamente un simbolo, un’icona ancora ingombrante nel nostro tempo. Nonostante siano passati duecento anni dalla sua nascita, il suo nome è sinonimo di garanzia e affidabilità, almeno per chi ne sostiene fermamente le idee pratico-filosofiche. La sua barba è usata ovunque e se ne avesse i diritti d’autore oggi forse sarebbe più ricco di Bill Gates.

Ma la finanza è un altro mondo, spietato e apatico. Non c’è tempo per filosofeggiare e anche se piace pensare che non abbia alcuna influenza sulla nostra vita le dinamiche sono altre. Se la Borsa sale, infatti, non ci sono grandi effetti sull’economia – prova ne sono i salari medi rimasti eguali a trent’anni fa, nonostante i mercati finanziari abbiano toccato i loro massimi storici. Eppure, se crollassero l’economia ne patirebbe gli effetti, come avvenne nel 2008. 

Un nesso perverso che molti economisti hanno cercato di indagare.

Keynes, ad esempio, tra i maggiori economisti del ‘900, mette in evidenza come le quotazioni di un’azienda siano legate non tanto alla realtà effettiva dei bilanci o alla crescita materiale della stessa, ma alla storia che riesce a raccontare. L’immagine e il logo riconosciuti socialmente ne rappresentano il fulcro e se esse si tramutassero in montature troppo sovrastimate nascerebbe il cosiddetto “effetto bolla” con il conseguente crollo vertiginoso. Casi realmente accaduti, come nel 2000 con l’apparato tecnologico o l’anno scorso per i Bitcoin. Una realtà parallela, poco incline alla vita reale.

Friedman – altro economista novecentesco – dal canto suo sostenne come l’azionista possegga l’azienda e non gli operai che la fanno progredita o i dirigenti che la guidano. Tutto si limita nell’azione di vendita e compravendita tra investitori, miliardi di operazioni distinte al giorno, in tutto il mondo, da Shangai a Francoforte, passando per New York e Hong Kong.

Nonostante ciò, il meccanismo risulta genuino alla radice: semplificando un po’, inizia con un IPO (offerta pubblica iniziale), gli investitori che ci credono comprano e l’imprenditore in questo modo ottiene maggiore profitto per ampliare la propria azienda e per assumere nuovo personale. Le cose iniziano a complicarsi quando gli stessi vendono ad altri investitori a prezzo maggiorato per poterci guadagnare e le quotazioni cominciato ad assumere vita propria, non più curanti del fine iniziale. Il resto è storia.

Nonostante sia vissuto nella metà dell’Ottocento, quando la finanza appena camminava, Marx cercò di delinearne gli effetti. Oggi lo potremmo criticare per la previsione fallace di un capitalismo destinato all’auto-implosione, anche se alcuni ancora ci sperano; oppure per le radicali posizioni riguardanti una storia ancora da iniziare e una divisione sociale da fare invidia a Platone. Ma a sorpresa, sul sistema finanziario, ha ancora voce in capitolo.

Nel terzo libro del Capitale scrive:

«Esso riproduce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forza di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori semplicemente nominali; tutto un sistema di frodi e di imbrogli relativi alle fondazioni, alle emissioni di azioni e al commercio di azioni»1.

Il filosofo descrive come, con il sistema in esame, si crei un nuovo transito: da una società industriale a quella propriamente finanziaria, da una ricchezza produttiva e imprenditoriale a quella parassitaria dei finanzieri. Non si potrà parlare più di lavoro ma di sola rendita, con il conseguente dissolvimento della classe media. Anche la proprietà privata dei singoli produttori verrà a svanire e assisteremmo all’annullamento dell’industria privata capitalistica.

L’aspetto curioso è come Karl Marx sia stato molto duro nei confronti degli imprenditori – detti capitalisti – e allo stesso tempo idealizzi un loro dissolvimento, rendendo la situazione economico-sociale ancora più drammatica. Non gli bastava delineare il mondo nella sua corruttibilità, ma volle persino prevederne la totale venalità. Un circolo vizioso di collassi e rinascite che costituiscono il paradigma caratteristico del capitalismo e che le innumerevoli crisi che dal 1637 – anno della speculazione dei tulipani – passando per il 1797, 1819, ’57, ’84, 1901, ’29, ’74, ’87, si sono susseguite fino all’ultima di dieci anni orsono, e che ne cementificano l’indistruttibilità.

Londra, città che per anni lo ospitò e dove redasse le sue principali opere, fu la culla di questo modo di valutare e vivere il mondo, progenitore dell’economia contemporanea. La tentazione, all’interno di questo magma incandescente, fece scottare pure colui che ci viene raccontato come il puritano, l’intollerabile, l’ultimo difensore della genuinità umana. Infatti Marx cercò di mantenere un tenore di vita borghese, pagando le lezioni di danza alle figlie, e ammise di aver addirittura speculato in alcune occasioni in Borsa.

Sembra quasi, paragonando il suo lavoro filosofico con la vita pratica, che Marx volesse dirci indirettamente: questa realtà così come si prospetta è impura, l’uomo ha intrapreso una strada sbagliata, l’alienazione deve essere risolta, il lavoro – come anche il suo prodotto – ricondotto alla nostra essenza di uomini e che i mezzi di produzione debbano appartenere a tutti liberamente, non solo a un gruppetto di individui. Comunque sia siamo uomini, deboli e spesso prigionieri dei nostri bisogni, e chiudere un occhio talora per distrarci dalla nostra contraddittorietà risulta necessario, nonostante possa indurci o trascinarci nell’ipocrisia.

 

Simone Pederzolli

 

[Photo credit M. B. M.]

Le maddalene, i fish and chips e la principessa Sissi

“Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

La sensazione che Marcel Proust ci descrive (Dalla parte di Swann) ciascuno di noi la ha più volte provata. La cioccolata da spalmare venduta in enormi barattoli di latta, la pasta sfusa, acquistata a peso, estratta da cassetti di legno con il frontale di vetro, disposti in fila in una sorta di libreria alimentare. Si uniscono aspetti diversi: il ricordo, la genuinità, la specificità; tutti elementi che spingono a rimpiangere e difendere il piccolo mondo antico.

Una sensazione analoga deve avere provato il pensionato britannico che ha votato per la Brexit. A Lazzaro Pietrangoli, che cercava di convincerlo del contrario, ha risposto che avrebbe votato LEAVE per difendere i “pub” e i “fish and chips”.

Specificità e tradizioni sono spazzate via dalla globalizzazione. E’ un processo inarrestabile e, in molti casi, è anche un bene. Ben venga il piccolo supermercato aperto anche la domenica, a spazzare via il negozio che vende merce scadente a caro prezzo; come pure ben vengano principi universalmente riconosciuti, che bandiscono e perseguono pratiche degradanti come l’infibulazione.

Le specificità utili e le tradizioni buone si possono difendere stabilendo delle regole, e impedendo che il mercato decida ogni cosa, senza alcun limite, rispondendo unicamente ai propri “spiriti animali”. E questo nel mondo attuale, lo possono fare solo grandi entità federali, come l’Unione Europea. Per questo è necessaria un’Unione più grande e più forte.

Come ci ha spiegato Jurgen Habermas, uno dei maggiori filosofi viventi, è necessario salvaguardare una “solidarietà tra estranei tra i popoli e garantire la giustizia tra gli individui”. “In questo modo si potrà realizzare una democrazia pluralistica che includa l’altro senza assimilarlo, preservando, anzi, il suo essere diverso”.

Tornare agli stati nazionali è illusorio. I dati parlano chiaro: nel 2050 l’Europa rappresenterà solo il 7 per cento della popolazione mondiale (era il 20 per cento fino al 2050); il PIL europeo sarà il 10 per cento di quello mondiale (rispetto al 30 per cento del 1950); nessun paese di quelli attuali, neppure la Germania, farà parte del G8. “Nel concerto di potenze indiscutibilmente mondiali come USA, Cina, Russia, Brasile e India, la crisi demografica sta spingendo l’Europa delle micro-nazioni ai margini della storia mondiale, privandola di ogni residua facoltà d’intervento”.

Senza l’Europa non c’è futuro, siamo destinati a finire nella scenografia arcadica e bucolica della Principessa Sissi, con lo svantaggio di avere, oltre all’irrilevanza politica, fiumi inquinati e vegetazione devastata dalle piogge acide.

Marcello Degni

Professore a contratto presso le Università di Roma 1 (master in economia pubblica) e di Pisa (Accademia navale di Livorno), dove insegna  contabilità pubblica. Si è laureato con lode in Scienza delle finanze  all’Università La Sapienza. Collabora come esperto con il ministero della  Funzione pubblica e con la società in house del ministero dell’economia e finanze Studiaresviluppo. È assessore al bilancio del comune di Rieti. Come consigliere parlamentare del Senato ha lavorato per molti anni al servizio del bilancio. Ha partecipato all’attività della commissione tecnica della Spesa pubblica presso il ministero del Tesoro negli anni dell’ingresso nell’euro e  all’unità di valutazione finanziaria della Presidenza della Repubblica (presidenza  Ciampi). Ha diretto il centro studi di Sviluppo Lazio e collaborato con l’assessorato al bilancio della regione Lazio. Dal 1995 ha svolto una costante  attività accademica nelle Università di Napoli (Federico II), Roma e Pisa. È autore di numerose pubblicazioni di finanza pubblica.

[Immagine di Rieti Life]

L’essenza della nazione nella contemporaneità

La contemporaneità. Un’epoca relativamente semplice. Un’epoca che usa gli specchi sociali, la credenza più ignota ed il miglior Napoleone sul campo per manifestarsi sulla terra. La potenza di una nazione, oggi, è ben rappresentata dal mercato e della finanza: perché prendersi la briga di un travaglio, quando si può rendere un po’ più “Comune” ogni diversità?!

L’essenza della nazione sfuma per mezzo della materia: l’immagine, il make-up e gli stereotipi sono le leve che azionano la produzione post-idealistica e post-moderna di uomini del futuro. L’equilibrio dell’economia sollazza e decanta la classe politica; tutto il corpo dirigenziale si rende amabile, sempre relativo e sempre meno universale.

Il contrappeso alla spersonalizzazione soggettiva è un livellamento oggettivo: la realtà muta così velocemente rendendosi invisibile al soggetto, svuotandolo di ogni virtù elitaria, livellandolo al suo prossimo. Il soggetto, forzato o corrotto dai suoi bisogni sociali e materiali, muterà per spirito d’adattamento. Ogni tensione sociale all’interno del tessuto post-statale, viene consacrata ad una guerra: il Bene fornisce aiuti umanitari, il Male bombe e pugnali.

Ah l’umanità di oggi! Senza pudore né morale, né filosofia; realtà e rappresentazione concertano con le belle parole che abbiamo in bocca. Il grasso cola da ogni immagine dell’uomo: la bellezza è tangibile; riconosciamo in essa sia tragicità che comicità.

Grasso che cola dai nostri occhi e dai nostri sogni ad occhi aperti. Il grasso della contemporaneità non sta sulla brillantina sulla giacca, né in un colpo di tosse, né nell’improvvisazione; la parola d’ordine è “niente emotività”: ogni opportunità che si presenta va studiata, calibrata e dissolta.

Il fallimento è bandito dalla contemporaneità, non vi è spazio per i sogni e tutto deve compiersi nell’immediato. In questa epoca tutto è sia Bene che Male e i “Perché” non si esprimono ma si confutano ed il tuo problema non sarà mai il mio fintanto ho legna da ardere. Il mondo non è più manicomio, ma ospedale.

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google Immagini]