Una citazione per voi: Socrate e la ricerca di sé

 

• CONOSCI TE STESSO •

 

Conosci te stesso (gnōthi seautón) è una delle espressioni filosofiche più conosciute e diffuse. Sebbene lo si riconduca spesso a Socrate, che incitando a conoscere e seguire il proprio daimon ne fece un vero e proprio stile di vita, il detto risale a ben prima e non se ne conosce la vera origine.

Si dice che conosci te stesso fosse l’iscrizione del Tempio di Delfi in cui chiunque nell’antica Grecia poteva cercare consiglio dall’oracolo sulle azioni migliori da intraprendere. Conosci te stesso è però attribuita anche ad alcuni dei primissimi saggi e filosofi: Talete, Biante, Chilone (che l’avrebbe ricevuta in risposta a una sua domanda proprio dall’oracolo) e altri.

Ciò che resta sicuro di fronte a questi confusi elementi storici è che “conosci te stesso” ha trasceso questo o quel filosofo o e i relativi pensieri. L’espressione non solo si è diffusa nella cultura greca classica ma ne ha plasmato l’identità, permeandone ogni aspetto e mostrandoci ancora oggi quel volto della grecità.

Anche la cultura romana se ne ispirò: nosce te ipsum divenne presto il suggerimento di pensatori e autori per iniziare il percorso verso la verità (pensiamo a quanto ci tramanda sant’Agostino: «è nel profondo dell’uomo che risiede la verità»).

Conoscere se stessi sin dalle origini ha comportato molti altri pensieri ed atteggiamenti ad esso connessi: il vivere secondo misura, la ricerca della realizzazione personale, della connessione con la spiritualità e molto altro. Per questo non mancano nemmeno oggi i riferimenti a questa massima, che continua a ispirare e incoraggiare qualsiasi ricerca verso la verità non solo interiore, ma del mondo stesso.

 

Luca Mauceri

 

[Immagine modificata tratta da Twitter]

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Socrate in Hannah Arendt: perché la politica si è allontanata dalla riflessione filosofica?

Sembra essere quanto mai un problema attuale il progressivo allontanarsi della filosofia dalla politica e dalla vita pratica, assistiamo alla messa in disparte di una riflessione che nasce dal singolo uomo e che mira alla sua emancipazione.
La filosofia occidentale sembra sia pensata come mera speculazione lungi dal poter essere presa in considerazione per un’analisi politica, poiché sembra non possa offrire alla vita pratica soluzioni contingenti.

Nel 1956 ci troviamo solo a pochi anni dalla caduta di un regime che aveva negato ogni tipo di riflessione intellettuale al singolo, se non quella imposta dal regime. È proprio in questo anno che la filosofa Hannah Arendt si immette in un complesso dibattito sul ruolo della filosofia nella pratica della politica e tiene un ciclo di lezioni dedicate alla figura di Socrate. Socrate sosteneva che ogni cittadino ha una sua opinione che è germinale e trova il suo fiorire grazie al confronto con la società che lo circonda. Questa opinione non deve essere oscurata, anzi deve essere guardata da più punti di vista grazie al dialogo con gli altri portando ad avere uno sguardo d’insieme sulle opinioni altrui. Il compito della politica per Socrate è contribuire allo sviluppo dell’opinione del singolo in vista della crescita della società, la politica deve favorire il confronto di idee. L’opinione vera non è unica, normativa e riposta in un singolo individuo, ma ogni opinione è preziosa per la costruzione di una verità collettiva. La condanna di Socrate per la Arendt segna il definitivo distacco dell’ambito politico dalla riflessione filosofica mettendo in luce una falla nel sistema giudiziario che è costituito da opinioni di singoli.

Platone ne L’apologia di Socrate, secondo la Arendt, si ripropone di cambiare rotta rispetto al maestro. Il filosofo non si fida più delle leggi dello Stato, delle opinioni dei singoli che avevano causato l’ingiusta condanna. Dal momento che le opinioni portano ad errori, a queste viene sostituita l’idea che è normativa, unica.
Si assiste così all’omicidio del dialogo.

Una riflessione del genere porta la Arendt a vedere lo stretto collegamento con l’epoca in cui ha vissuto.Il pensiero socratico per un regime totalitario è pericoloso, deve essere osteggiato, perché in tal modo ogni cittadino è consapevole, ha peso all’interno dello Stato. Ogni cittadino è parte della coscienza comune dello Stato per Socrate. Tutto questo non poteva essere funzionale ad un regime che mira alla censura, alla cancellazione di ogni tipo di diversità. La politica del regime totalitario non è più al servizio del singolo, ma è una politica che paralizza, stereotipa il singolo. Il singolo non ha la possibilità di sopraelevarsi attraverso il dialogo, gli viene negata la formazione della sua stessa coscienza. Dal processo ad Eichmann la Arendt aveva potuto appurare che i singoli che facevano parte del regime lavoravano costantemente eseguendo degli ordini, non veniva lasciato loro il tempo di chiedersi cosa effettivamente stessero facendo e soprattutto perché. Ciò è dimostrato emblematicamente dalla risposta di Eichmann alla domanda sul perché si fosse reso parte di un genocidio, la sua risposta fu: “ho eseguito gli ordini”. Il male sembra derivare da una mancata riflessione sul proprio agire e da una mancata formazione di una coscienza personale.

Ancora oggi dinanzi a genocidi recenti come quello dei Curdi si parla di una mancata formazione di coscienza comune. Perché il quadro storico sociale descritto dalla Arendt continua a perpetrarsi nella storia come una sorta di eterno ritorno di eventi? La risposta può essere trovata nel pensiero di Bauman che afferma di trovarsi in un momento in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere»: cioè un momento storico in cui è impossibile il miglioramento perché sono le istituzioni stesse a negarlo. Ancora una volta i cittadini non riescono a trovare spazio e voce e se la trovano vengono osteggiati. Non ci resta che trovare una soluzione nell’educare i futuri membri della società alla riflessione e alla politica intesa come riflessione stessa sulla vita dell’individuo, educarli al confronto ed al dialogo. La speranza è che i futuri influenzino le istituzioni e le sensibilizzino ad un futuro diverso e ad una creazione di una società più umana.

 

Francesca Peluso

 

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Jan Palach, ovvero la filosofia incarnata

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«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo».

Comincia così la lettera di un ventenne studente di Filosofia alla Univerzita Karlova di Praga. È datata 16 gennaio 1969. Poche ore dopo averla scritta, Jan Palach – questo era il suo nome – si diede fuoco in piazza san Venceslao. Il suo obiettivo era svegliare le coscienze: dopo le aperture democratiche della “primavera di Praga”, il tentativo di «dare al socialismo un volto umano» era stato stroncato dall’occupazione militare sovietica. Jan morì in ospedale dopo tre giorni di agonia.

Benché spesso espunto dalle ricostruzioni storiografiche, o dalla memoria collettiva1, quello di Jan Palach non è semplicemente un episodio collaterale delle sollevazioni sessantottine in Cecoslovacchia. Né si tratta di una mera bandiera politica in funzione anticomunista2. In Palach è profondamente radicato un sentimento di responsabilità morale nei confronti della propria comunità, che si traduce in una lucidissima visione politica; due sono gli obiettivi concreti che individua come vitali e che ribadisce più volte: l’abolizione della censura e la proibizione di Zprady, il giornale delle forze d’occupazione filosovietiche.

Durante la “primavera” praghese, molte voci di intellettuali si levarono per il rinnovamento del socialismo. Lo scrittore Ludvík Vaculík (1926-2015) «propose una democrazia socialista che trovasse nel potere decisionale dell’uomo-cittadino il suo momento caratterizzante». Analogamente, Radovan Ritcha (1923-1983) era convinto che l’uomo potesse «superare l’inversione fra soggetto e oggetto», divenendo «un fattore decisivo nella previsione dell’avvenire». Significativa è anche la posizione del militante socialista Antonio Cassuti, espressa nel 1973: «allo stato delle cose in Cecoslovacchia”, il «ripristino delle libertà espressive», benché importante, non avrebbe garantito una fonte di «esercizio reale del potere» da parte della classe operaia3.

Queste affermazioni, seppur animate da sincere intenzioni riformiste, mostrano quanto intellettuali – anche di rilievo – fossero avulsi, scollati dalla società, non in grado di incidervi concretamente. Al contrario, l’immolarsi di Jan Palach, scalfì la coscienza collettiva. Con il suo atto, con le poche lettere pervenuteci, questo giovane studente dimostrò di aver compreso l’essenza della riflessione politico-filosofica, molto più profondamente sia dei filosofi che dei politici, protagonisti di quella stagione. Aveva compreso che la riflessione, l’analisi critica, l’opposizione intellettuale, da sole non erano sufficienti. Soltanto un gesto, tangibile quanto estremo, avrebbe avuto un impatto sulle coscienze sopite dei cecoslovacchi. Jan Palach fu emblema ideale del «nuovo corso»: il prototipo di intellettuale che avrebbe dovuto guidare la Cecoslovacchia verso il superamento del comunismo «burocratico».

Nessun compromesso, nessuna resa: il martirio fu una vittoria totale sulle potenzialità coercitive del regime. Pagando, però, un prezzo altissimo. Dandosi fuoco, Jan Palach impartì una delle più nobili lezioni di filosofia pratica del ‘900; le sue fiamme colmarono in pochi attimi l’abisso storicamente problematico fra il discorso filosofico e l’azione. Il suo gesto fu disinteressato, al pari della più elevata ricerca filosofica, per puro amore della libertà. Novello Catone Uticense, diede adito a una riflessione critica e a una conseguente azione-reazione con la stessa, indomita e coraggiosa coerenza.

Per questo motivo, Jan Palach rappresenta la stessa Filosofia incarnata. Si fece martire, nell’accezione letterale, “testimone” del superamento della teoria con la prassi, della vita contemplativa con la vita attiva. Proprio quel necessario passaggio – da riflessione ad azione – astrattamente abusato dagli intellettuali marxisti. Il suo non fu solo un “suicidio stoico”, privata indisponibilità a scendere a compromessi intollerabili col potere. Il suo fu un gesto, allo stesso tempo, politico e prepolitico. Politico, in quanto sancì la sua incolmabile distanza dal regime totalitario, la sua dissidenza. Prepolitico poiché l’atto di bruciare se stesso, apparentemente irrazionale, non nasconde quei tatticismi insiti nelle logiche politiche. Non fu un’abiura di facciata, per poter così continuare a resistere nella clandestinità: Jan Palach non diede le dimissioni morali, uscì dal grigiore conformista inculcato dal partito. Portò a definitivo compimento le topiche riflessioni sulla libertà, sul diritto di ribellarsi al tiranno, sul ruolo dell’intellettuale, con il più indefesso rigore. «Non vogliamo essere presuntuosi – dichiarò agonizzante in ospedale – semplicemente, non dobbiamo pensare troppo a noi stessi. L’uomo deve lottare contro il male che riesce ad affrontare».

 

Edoardo Anziano

 

NOTE
1 http://prague-correspondent.fsv.cuni.cz/?p=3190
2 https://ilmanifesto.it/palach-celebrato-dallestrema-destra-fascista/
3 Per l’intero paragrafo si veda A. Cassuti, La primavera di Praga, Nuove Edizioni Operaie, 1978

[In copertina il monumento a Jan Palach, foto dell’autore]

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Dalla parte di chi prende una parte

Da qualche tempo a questa parte è diventato una specie di mantra: “Smetta di occuparsi di politica e si limiti a fare x”, dove “x” è volta volta scrittore, giornalista, magistrato, capitano navale, attore, storico, presentatore televisivo, calciatore e chi più ne ha più ne metta. Il punto è sempre lo stesso: la politica, a quanto pare, è appannaggio esclusivo dei suoi protagonisti, e chiunque non rientri nella specifica categoria professionale (ma anche in quel caso sono necessari dei distinguo) deve astenersi da qualsivoglia commento e ancor più critica (sono curiosamente ben tollerati invece i plausi).

Intellettuali e figure pubbliche, insomma, devono astenersi dall’influenzare le opinioni dell’elettorato usando la propria autorità per entrare in un ambito che non compete loro. Il problema della politica, però, è che non si tratta di un ambito in senso stretto, ma piuttosto di un macro-contenitore, in cui rientrano economia, scienza sociale, comunicazione, psicologia, e soprattutto etica. Vietare, più o meno ufficialmente, prese di posizione pubbliche nei confronti della politica da parte di personalità più o meno esperte, vuol dire di fatto proibire qualsiasi voce contraria che richiami a un bene e a un male, a un giusto e a uno sbagliato, che esulino dalla dimensione partitica e si ricolleghino invece a un ambito più umano e universale. Quando poi manovre, leggi e provvedimenti sono controversi e rischiano di marginalizzare o addirittura danneggiare parti della popolazione, l’imparzialità non solo è impossibile, ma diventa criminale: come diceva Elie Wiesel, «la neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato»1.

La principale falla logica, però, è un’altra: i personaggi pubblici richiamati alla mitologica neutralità sono invitati non tanto a non parlare di politica in senso assoluto, quanto piuttosto a non esprimere dissenso nei confronti di una determinata politica. Quello che si vuole evitare non è una sbandierata invasione di campo da figure professionali esterne, ma un dissenso che possa fregiarsi di un’autorevolezza e una competenza pari se non superiore a quella dei funzionari criticati. In questi casi, il silenzio non è affatto definibile “imparziale”, ma assume anzi in sé una forte presa di posizione. Già nel 1932 Gaetano Salvemini aveva capito che la tanto invocata neutralità, semplicemente, non esiste, e che l’unica forma di imparzialità possibile in chi si rivolge a un qualsivoglia pubblico è quel tanto di onestà intellettuale sufficiente a mettere subito in chiaro le proprie posizioni: «Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere»2.

Questo tipo di imparzialità, che sia sbandierata, richiesta o imposta, non è che una trappola: parlare di etica, di società, di relazionalità, non può essere accomunato a fare propaganda, proprio perché i temi in questione sono e devono essere trasversali a qualsiasi programma partitico. La coscienza critica, unita a un minimo senso di responsabilità, porta inevitabilmente a prendere posizione, che non vuol dire automaticamente sfociare nella faziosità, ma semplicemente rivelarsi capaci di pensiero autonomo e coscienza morale.

Tutto quello che si può pretendere da qualunque giornalista, persona di spettacolo, sportivo, intellettuale che voglia affacciarsi sulla scena pubblica, è la stessa promessa trovata al punto 184 delle Massime e riflessioni di Goethe: «Posso impegnarmi a essere sincero, ma non a essere imparziale».

 

Giacomo Mininni

 

NOTE:
1. In REGAN Tom, Gabbie vuote, Ed. Sonda, 2005, p. 6.
2. G. Salvemini, Mussolini diplomatico, ed. Laterza, 1952, Prefazione

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Perché l’uomo compie il male in modo volontario?

Per secoli grandi filosofi e teologi si sono confrontati sulla vecchia domanda: Unde malum? Il loro fu un tentativo di giustificare Dio, l’Uno, l’Assoluto, trasformando le azioni umane malvagie in una colpa da ricercarsi nel peccato originale o nella degradazione di bene, come disquisiva già Plotino1, ma partecipante di un disegno divino da compiersi alla fine dei tempi, o in costruzione, mai comprensibile. Il male fu definito come inesistente. Non fecero di meglio i filosofi metafisici che, pur arrivando a vette razionali straordinarie, non seppero precisare la provenienza del male  relegandolo ad altrettanta degradazione finendo per assecondare la visione teologica.

Questo costante e incisivo supporto al male, attraverso la sua negazione, ha permesso la giustificazione costante di ogni atto malvagio fino a quello che viene definito da Hannah Arendt, il peggiore di tutti, cioè quell’atto che tentò di cancellare il concetto di uomo: il genocido nazista2. La seconda guerra mondiale, per questo,  fu una cesoia decisiva. La responsabilità umana e la libertà delle proprie scelte, che diventano azioni, doveva essere affrontata in modo diretto. Tutto ciò fu spinto dai lavori della Arendt che, attraverso il suo libro La banalità del male, Eichmann a Geruslamme, rivitalizzò l’interesse per un tema sempre scansato dai più. Seppur in modo involontario, la teorica politica tedesca obbligò a riprendere in mano il vecchio tema del male radicale di Kant e a svilupparlo in maniera moderna, fino a definirlo banale dando priorità alla questione della libertà e responsabilità3, ma anche a quello dell’incomprensibile, che si palesò  già nelle opere di Dostoevskij4 e di Schelling5.

Le varie diatribe e studi sorti  dagli anni Sessanta in poi, hanno portato ad una visione più ampia  del male. Attraverso gli esperimenti di Zimbardo e Milgram, messi a confronto con la filosofia e le teorie antiche – moderne, il male pare essere diviso in due grosse macro categorie: quella degli “istigatori” e quella dei “perpetratori” ed entrambi sono definiti come assolutamente liberi nell’attuazione delle proprie scelte. Gli “istigatori” sembrano essere  quelle persone che hanno una innata predisposizione al male. Non solo a compierlo in modo subdolo, ma attraendo individui e indirizzandoli a piacimento. Questo tipo di persone possono essere leader carismatici, ma possono essere anche persone comuni che agiscono all’interno del proprio ambito sociale, lavorativo e familiare6. Questi istigatori, però, non avrebbero forza, se ad agire non ci fossero altri, in maggior numero: i “perpetratori”. Essi, secondo Hannah Arendt e Joseph Conrad, non sono nient’altro che uomini comuni legati in modo viscerale alla vita come sua depauperazione; non hanno empatia, parlano per clichés, sono sprovvisti di pensiero critico e subordinati al sistema dominante, che sono felici di servire. Necessitano di fare parte di un gruppo, di essere riconosciuti e accettati a tutti i costi. Sono disposti a far qualunque cosa per perseguire il proprio interesse, vivono nell’autoinganno e non sanno stare con se stessi. La comunità umana è piena di questo tipo di personalità, mentre il numero degli istigatori pare essere inferiore. Ciò rappresenta una speranza ma anche una condanna. Il “maggior numero” può esser guidato verso una maggior coscienza di sé ma, allo stesso modo, essi sono più attratti da quell’oscuro che, all’interno del sistema umano, sembra essere una necessità. I soggetti che tendono alla scelta del bene sono pochi e spesso ostracizzati.  Il male, perciò, può essere controllato? Secondo Arendt, si: seguendo il modello socratico attraverso uno sviluppo della propria conoscenza del sé, cioè dialogo con se stessi, del pensiero critico, che apre le porte ad una capacità di giudizio di tipo kantiano tale da rendere il soggetto empatico, di mentalità aperta e disinteressato (cioè non ricercatore del proprio inter-esse ma di armonia) da ritrovare nel senso comune, cruciale per costruire una società libera e in equilibrio all’interno di una “necessità” che spinge inevitabilmente verso l’opposto7.

La risposta alla domanda dovrebbe essere, quindi: l’uomo compie il male perché sembra necessitato a prendere una decisione. La libertà pare essere il suo dramma e la sua opportunità. La sua scelta (responsabilità) è decisiva all’interno della mondanità. In quanto tale, il male morale potrebbe essere controllato ma egli è, allo stesso modo, costantemente in pericolo in quanto parte di un contesto “oscuro” imperscrutabile. Se per secoli, dunque, la risposta alla domanda sembrava essere “Necessità”, l’ago della bilancia, nel XX secolo, si è spostato su “Libertà”. Si potrà mai avere una risposta definitiva? Necessità O libertà oppure Libertà E Necessità?

 

Luca Cerardi

Luca Cerardi, 42 anni, docente di Lettere presso la scuola superiore di I grado di Grumolo delle Abbadesse (Vi). Laureato magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Padova (2019) e in Storia, vecchio ordinamento, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia (2004) con master in Educazione audiovisiva e multimediale presso l’Università degli Studi di Padova (2006). Maestro di batteria dal 2012 e musicista dal 1995 con esperienza nazionale – internazionale in produzione discografica, management, organizzazione eventi e concerti. Giornalista per il magazine statunitense Steel Notes Magazine in cui si occupa di far conoscere i musicisti sotto un profilo umano più che tecnico – musicale. Amante della natura, ha costruito un giardino “filosofico” su un vecchio campo coltivato intensivamente, bonificandolo. Attualmente impegnato nella specializzazione in consulenza filosofica e in filosofia per bambini (philosophy for children).

 

NOTE:
1. Cfr. Plotino, Enneadi, a cura di Giuseppe Faggin, Bompiani, Milano, 2010, p. 151.
2. Cfr. H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, Introduzione di Alberto Martinelli, Edizioni di comunità, Milano, 1996, p. 628.
3. Cfr. I. Kant, La religione nei limiti della ragione, a cura di Vincenzo Cicero e Massimo Roncoroni, Rusconi libri, Milano, 1996, p. 19.
4. Cfr. S. Forti, I nuovi demoni. Ripensare oggi  male e potere, Feltrinelli, Milano, 2012, p. 142.
5. Cfr. H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1927-1975 e altre testimonianze, Einaudi, Torino, 2007, p. 16.
6. Cfr. M. Ravenna, Quando individui ordinari compioni atti “mostruosi”. Relazioni tra banalità del male, obbedienza all’autorità, realizzazione della Shoah, Rivista internazionale di filosofia e psicologia, Vol. 2 (2011), n. 2, pp. 96-113, p. 100.
7. Cfr. H. Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 1987.

[Photo credit Arisa Chattasa su unsplash.com]

Manuale per genitori cercasi? No grazie! Riflessioni di una futura mamma

«Essere informati ci rende più forti, ma di tutti gli strumenti che posso darvi, la fiducia in voi stessi in quanto genitori sarà quello più utile. Ogni bambino è un individuo, e così ogni mamma e ogni papà. Perciò ogni famiglia è diversa. Più vi accorgerete che siete in grado di capire e soddisfare i bisogni di vostro figlio, più migliorerete in questo senso. E vi assicuro, sarà sempre più facile».

T. Hogg, Il linguaggio dei neonati

Sono ormai otto mesi che io e mio marito Antonino viviamo l’attesa della nostra bimba Diana. Un cammino costellato di tante emozioni, sensazioni nuove, talvolta paure e insicurezze, che ha portato in me, come donna in primis e ora come futura madre, ma anche in noi come coppia, già grandi cambiamenti.

Manca pochissimo all’arrivo della piccola, e dopo questo primo viaggio di nove mesi, la sua presenza nella nostra vita sarà sicuramente l’inizio di una nuova, straordinaria avventura.

I mesi di gravidanza rappresentano un tempo prezioso per i genitori, per la mamma in particolare, da investire nell’ascolto di se stessi, in esercizi di consapevolezza corporea e rilassamento. Occorre però fare molta attenzione a tutto quello che viene proposto: oggi in commercio esiste una miriade di libri, manuali, corsi, associazioni, siti web, format televisivi, che ti insegnano a fare il genitore.

Peccato che nessuno può insegnarti questo! E meno male, sottolineo io!

Ogni famiglia è unica, ogni mamma e papà sono unici, come il loro bambino. Non può esistere un protocollo uguale per tutti. I consigli, che così facilmente vengono dispensati, possono essere validi per un bambino, ma non per l’altro, per una famiglia, ma magari non per la tua tua. Mi sono piano piano resa conto che la normalità, oggi, è quella di ricorrere all’esperto per qualsiasi cosa riguardi i bambini, o comunque di ascoltare più gli altri che noi stessi. Come se il rapporto tra genitori e figlio dovesse essere mediato sempre da qualcuno di più autorevole e più competente di loro stessi.

In questo cammino che mi condurrà alla nascita di mia figlia, mi sono dedicata alla lettura di due libri molto diversi tra loro, ma concordanti su un punto: recuperare l’unicità e l’individualità di ogni famiglia, per contrastare la tendenza dei genitori a delegare il proprio ruolo agli esperti e diventarne quindi dipendenti.

I due testi sono Il linguaggio dei neonati della puericultrice inglese Tracy Hogg, e E se poi prende il vizio? della psicologa perinatale Alessandra Bortolotti. Se è vero che i due volumi discordano profondamente su come crescere il neonato (ad esempio sull’allattamento a richiesta) entrambe le autrici sottolineano già nelle prime pagine l’importanza di rispettare il proprio bambino come individuo.

«Considerare il bambino come una persona fin dal suo concepimento e sua madre tale già dai primi istanti di gravidanza può, a mio avviso, restituire dignità a entrambi fin dall’inizio e facilitare l’elaborazione della perdita o della nascita prematura nel caso in cui queste purtroppo avvengano».

A. Bortolotti, E se poi prende il vizio?, 2010

Dall’altro lato:

«Se vi ricorderete di pensare al vostro bambino come a una persona sarà facile avere per lui il rispetto che merita. Sul vocabolario la definizione del verbo rispettare è evitare violazioni o interferenze. Come vi sentireste se qualcuno parlasse mentre voi parlate o vi toccasse senza il vostro permesso? […] I bambini i cui genitori fanno del loro meglio per riconoscerne e rispettarne i bisogni crescono sicuri: non piangono quando vengono messi giù, perché si sentono tranquilli anche da soli».

T. Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati, 2004

Questo aspetto, per quanto possa sembrare scontato, non lo è affatto nella nostra società. Noi neo genitori veniamo inondati di continuo da messaggi promozionali che insistono nel dire che un bambino non può nascere e crescere senza pappe pronte, biberon, ciucci, sdraiette e contenitori vari. Si pensa che il neonato sia un piccolo consumatore di gadget indispensabili, quando invece, i suoi veri bisogni sono ignorati dalla maggior parte delle persone e, per interesse, dal mercato. Ci si dimentica facilmente, che in realtà, è appena nato un mammifero che necessita soltanto di latte, calore e amore.

Come spiegava Maria Montessori servono davvero poche cose ad un bambino, a partire dai mobili della cameretta fino ai giochi: oggetti semplicissimi, fatti in casa, che aiutano il neonato a sviluppare i suoi sensi in maniera graduale e soprattutto evitano di stimolarlo eccessivamente e nel modo sbagliato. Il bambino non ha necessità di girelli, sdraiette, ninnoli e chi più ne ha più ne metta, chiede semplicemente, come Maria Montessori scrive più volte di essere guardato, ascoltato, capito, di sentirsi al sicuro tra le braccia di noi genitori, di sentirsi rispettato e accompagnato nella sua crescita con gradualità, delicatezza e attenzione.

 

Martina Notari

 

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