Cinema e filosofia, due strade per imparare a essere uomini

Il cinema ha cambiato per sempre il modo di rappresentare il mondo e ne è uno strumento di comprensione e di analisi, un imprescindibile dispositivo per ragionare sulla realtà e, soprattutto, su noi stessi. Ragionare, esercitare il pensiero libero e critico, saper argomentare ed essere consapevole di ciò che si pensa e che si dice dovrebbe essere il reale fondamento dell’educazione. In qualità di formatore che si occupa di educazione al cinema o, come sintetizzano gli anglosassoni di film educator, credo che questa premessa valga ancora di più se applicata alla nostra società dell’immagine e conseguentemente delle immagini.

Se un individuo del XVII secolo, nell’arco della sua intera esistenza, entrava in contatto con circa seicento immagini, oggi e specialmente per quel che riguarda le nuove generazioni, questa “scorta” iconografica si esaurisce già nel primo pomeriggio di un giorno qualunque. E buona parte di queste immagini viene fruita attraverso materiali audiovisivi.

Ma analizzare e saper riflettere su ciò che si guarda è un esercizio del pensiero che va allenato, tanto più quando riguarda il cinema e i suoi “derivati”.  Azzardando potremmo sostenere che il cinema è uno strumento filosofico per conoscere e decifrare la realtà che abbiamo intorno, per conoscerci, sperimentando vite, mondi e ipotesi di esistenza. Questo è valido da subito, sin dalla sua genesi e dalle sue origini, sin dal primo film della storia del cinema e dell’umanità, sin da quei primi 42 secondi girati con la loro nuovissima e fiammante invenzione da quei geni dei fratelli Lumière nel marzo del 1895 davanti all’uscita della loro fabbrica. Un pesante portone di legno si apre e ne escono prima un gran numero di donne vestite a festa e con degli eleganti cappelli decorati, poi un gruppo di uomini con la cravatta insieme ad un cane e ad una bicicletta.

Nessuno degli operai Lumière guarda verso l’ingombrante macchina da presa posta dall’altro lato della strada, nessuno sosta incredulo davanti all’obiettivo. Non è quindi la ripresa filmata della reale uscita dalla fabbrica ma ne è un’ordita e organizzata rappresentazione. Già dal primo film il cinema si dichiara per quello è e che sarà nei tempi a venire: non è la registrazione meccanica di ciò che è realmente accaduto, non è la fotografia del “vero” ma si riferisce sempre ad una rappresentazione del “verosimile”, di ciò che sarebbe potuto accadere. Così facendo il cinema nasce possedendo intrinsecamente le caratteristiche e le capacità che Aristotele riconosceva alla poesia. In quanto “verosimile imitazione” la poesia, in tutte le sue forme e a maggior ragione in quella che assume nelle vesti del cinema, non è legata al “particolare” di ciò che è veramente accaduto e per questo, secondo Aristotele, intrattiene con l’universale una relazione nella forma della probabilità. In altre parole il cinema, in quanto è imitazione, cioè in quanto mimesis (la più verosimile mimesis del mondo e delle cose che l’uomo abbia mai sperimentato in millenni di sforzi rappresentativi), è quindi strettamente connesso alla conoscenza. “È fonte di piacere guardare le immagini perché coloro che contemplano le immagini imparano e ragionano su ogni punto” scriveva Aristotele. Tralasciando l’incredibile fatalità del fatto che i fratelli Lumière hanno inventato il cinema in un quartiere di Lione chiamato Monplaisir (il mio piacere), guardando le immagini dunque, meglio ancora guardando le immagini in movimento si prova da un lato piacere e dall’altro si svolge un’attività filosofica.

È possibile imparare e ragionare guardando le immagini e questo, i ragazzi di oggi, che usano film, documentari, serie tv e materiali audiovisivi come ausilio quotidiano nello studio scolastico, inconsapevolmente già lo sanno. Perché il cinema, grazie al piacere aristotelico procurato dalle immagini, coinvolge emotivamente nella conoscenza e nel ragionamento. Questo coinvolgimento patetico del cinema, che tira in ballo in maniera così accentuata le emozioni, (stimolando in certo senso un’intelligenza più emotiva) dipende dagli elementi del suo linguaggio: le immagini in movimento e la loro organizzazione nella costruzione dello spazio-tempo narrativo. Cioè, esattamente come avveniva per la tragedia greca, in cui il piacere dello spettatore veniva stimolato più dal modo con cui il racconto veniva costruito che dal racconto stesso, nel cinema, il contenuto del film, ciò che genera l’immedesimazione e il coinvolgimento emotivo dello spettatore è veicolato attraverso la forma delle immagini e la relazione tra di esse.

È per la mia passione per il cinema e il lavoro di cui vivo che sono convinto che tutti dovrebbero studiare la filosofia e tutti dovrebbero studiare il cinema perché entrambi, a modo loro, fanno la stessa cosa: ci insegnano a pensare e a ragionare. Ci insegnano quindi, ad essere umani.

Simone Fratini

Dopo gli studi in Pedagogia e la specializzazione in Cinema collabora con “Cinema e Scuola” un progetto dell’Università La Sapienza e del comune di Terni. Fa parte del gruppo di Direzione Atistica del Biografilm Festival – Internetional Celebrations of Lives per tre edizioni. Dal 2011 si occupa a tempo pieno di didattica del cinema e degli audiovisivi presso il Dipartimento educativo della Fondazione Cineteca di Bologna per cui segue i progetti con le scuole, la formazione dei docenti e i progetti europei sulla film education in collaborazione con altre cineteca europee.

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Geni si diventa! Appello per lo studio della Filosofia

Oltre 100 accademici, centinaia di professori della Scuola e altri professionisti di tutta Italia vi hanno già aderito. La testimonianza di Costantino Esposito e il suo invito  alla filosofia, come firmatario del Manifesto per la filosofia.

Una volta Oscar Wilde ha scritto che a dare risposte son capaci tutti, mentre è per porre la vere domande che ci vuole un genio. Ma si può imparare ad essere un genio? Verrebbe da rispondere di no, poiché la genialità è quasi un talento naturale o una dote eccezionale del singolo individuo. Eppure, se ci pensiamo, c’è una sorta di “genialità” che appartiene quasi nativamente alla nostra intelligenza (indipendentemente dal fatto di essere poi dei “geni”). È quello di cui parla Cartesio all’inizio del Discorso sul metodo (1637): la cosa meglio distribuita al mondo, quella “naturalmente uguale in tutti gli uomini” è il buon senso o ragione, vale a dire “la capacità di giudicare rettamente, discernendo il vero dal falso”; e la diversità delle nostre opinioni non deriva dal fatto che alcuni possiedano una quantità maggiore di intelligenza rispetto ad altri, ma dal fatto che seguiamo strade diverse e non prendiamo in considerazione le stesse cose. Per questo, come avverte in maniera fulminante Cartesio, «non basta avere un buon ingegno: l’essenziale è applicarlo bene». E questo sì che lo si può imparare, nel senso che si può – e si deve anche, se non si vuol rinunciare al proprio ingegno – imparare a riconoscere la via attraverso cui esercitarlo, ossia il “metodo” richiesto per raggiungere la verità (ed evitare la falsità). Per questo non è contraddittorio dire che geni si nasce nella misura in cui lo si diventa.

Forse è a questo livello che si può tentare di rispondere alla domanda se valga (ancora!) la pena studiare filosofia. Le soluzioni tradizionali di tale quesito (soprattutto in riferimento alla collocazione della disciplina “filosofia” nei curricula scolastici) consistevano prevalentemente nel rivendicare due tipi di funzione a questo insegnamento: una funzione per così dire “architettonica”, secondo la quale la filosofia avrebbe il compito di connettere in un quadro unitario i diversi campi del sapere prospettando l’obiettivo cui tutte le conoscenze tendono; e una funzione “critica”, grazie alla quale gli studenti possano esercitare una riflessione e una valutazione del loro stesso sapere e delle motivazioni delle loro azioni. Mentre la prima funzione è oggi probabilmente molto più indebolita rispetto alla tradizione storicistica italiana; è certamente la seconda funzione quella che oggi resiste meglio e viene continuamente rilanciata. E tuttavia, se da un lato la formazione di una mentalità critica costituisce un programma condiviso e conclamato, dall’altro esso rischia sempre di dare per scontato il suo obiettivo, cioè quello di fornire un metodo per il buon uso della nostra intelligenza, o meglio ancora, quello di fornire le condizioni per poterlo trovare. Per questo mi pare che la cosa più utile possa essere proprio il non considerare come cosa ovvia la dinamica della nostra ragione e quindi la posta in gioco delle nostre conoscenze e delle nostre azioni, finendo per intenderla come il risultato di strategie di apprendimento o di tecniche retoriche.

È assai diffusa l’idea che uno studio come quello della filosofia fornisca gli strumenti più utili per i procedimenti di “problem solving”, la soluzione dei problemi che si presentano continuamente nei più diversi campi del pensiero e dell’attività umana (dall’economia alla politica, dalla gestione delle risorse umane all’ottimizzazione dei processi socio-politici ecc), proprio perché insegnerebbe a “ragionare”. Ma forse la leva della competenza filosofica, più che nel saper risolvere problemi (e proprio per poterlo fare), sta nel saper porre le domande giuste. Porre una domanda è davvero il lavoro più impegnativo per la nostra intelligenza, poiché si tratta di capire che cosa c’è al mondo, e che cos’è quello che c’è. Sembra l’attività di un notaio o di un mero registratore, mentre è l’attività di un genio (e naturalmente anche i notai sono chiamati ad esserlo!).

Proprio per imparare a porre le domande vere (cioè quelle che più “rispondono” alle cose), vale ancora la pena avventurarsi nella storia del pensiero, alla scoperta di come questa competenza del domandare sia stata esercitata. Come testimoniano le vicende straordinariamente variegate e differenziate della filosofia, ogniqualvolta la ragione umana mette in questione il reale, interrogandosi sul suo significato e provando a discutere criticamente quello che sembra ovvio o si crede per abitudine, si mette in moto un’esperienza che è realmente un’avventura, in cui per ciascuno possono aprirsi spazi di senso e possibilità inedite. Insomma, studiare filosofia non solo può essere ancora utile, ma risulta quasi necessario in un tempo tanto cangiante come quello di oggi. Per questo ho sottoscritto il Manifesto per la Filosofia assieme a decine di colleghi e merita che continui a esser sempre più condiviso.

Costantino Esposito
Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

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Di punto in punto, di istante in istante. Il tempo visto da Aristotele

Uno dei misteri più grandi, che da sempre hanno affascinato e arrovellato la mente umana, è il mistero del tempo, di quel pozzo infinito di eventi che scorrono inesorabilmente, scindendosi in un prima e in un poi. E non a caso, se si volesse dibattere di questo tema, gli aforismi e le citazioni famose (una su tutte Carpe diem) non mancherebbero affatto. Per questa ragione non avrebbe alcun significato ripeterle per dare avvio a un piccolo articolo su un grande problema, il quale non necessitando di ulteriore presentazione aspetta solo il suo inizio.Cos’è essenzialmente il tempo? Qual è il senso di questo scorrere implacabile, che detta i ritmi della nostra esistenza? E soprattutto, cos’è il tempo al di là di un essere che lo vive e che vivendolo consapevolmente lo rende tempo?

È chiaro che da un certo (e alquanto semplicistico) punto di vista il tempo è ciò che ci permette di ordinare cronologicamente le nostre azioni individuali e sociali, secondo un’unità di misura definita dal “prima” e dal “poi”. La nostra vita è comunemente misurata da un tempo cronologico-ordinario e la tradizionale interpretazione di questo tempo trova la sua più canonica formulazione in Aristotele, secondo il quale, appunto, il tempo è definibile come “il numero del movimento”.

«Il tempo, dunque, non è movimento, se non in quanto il movimento ha un numero. Eccone una prova: noi giudichiamo il più e il meno secondo un numero, e il movimento maggiore o minore secondo il tempo: dunque il tempo è un numero»1.

Seguendo alla lettera questa visione della natura del tempo, si evince che esso è sostanzialmente paragonabile ad un linea retta divisibile in segmenti di egual grandezza, rappresentanti i diversi istanti che si succedono alternativamente affinché il tempo sia. Ogni istante viene superato dall’istante successivo, giacché lo contraddice, essendo il suo non essere più, ovvero il suo essere divenuto qualcos’altro (così come ogni nuovo punto è il superamento del punto che lo aveva preceduto). Il tempo è quindi l’unità di misura di ogni cambiamento e per esserlo deve essere pensato come composto da una serie infinita di istanti, i quali sono i punti al limite della retta temporale delimitata da un punto-passato e da un punto-futuro.

Tuttavia, perché la misurazione del tempo sia resa possibile, è chiaro che sono necessari almeno due punti (ovvero due istanti), perché solamente due distinti punti liminari possono determinare la lunghezza effettiva di una certa retta (così come solo due istanti possono contrassegnare lo scorrere di un determinato tempo). Questa concezione del tempo come unità misurabile del divenire delle cose ha trovato come sua massima espressione l’invenzione dell’orologio, ovvero di quello strumento meccanico tramite cui il tempo è segmentato in istanti di egual durata ed è facilmente calcolabile nel suo fluire attraverso precise operazioni aritmetiche.

Ecco qual è fondamentalmente il nostro approccio e il nostro modo di considerare il tempo; un approccio e un modo che hanno delle conseguenze importanti sulla nostra percezione del suo scorrere. Invero, questa determinata visione rende implicitamente prioritaria una sola dimensione temporale, essendo essa “genitrice” delle altre due. Tale dimensione è chiaramente la dimensione del presente, che costituisce il magico vaso a partire da cui si potranno generare per sudditanza il passato e il futuro. In effetti, il passato è qualcosa di totalmente inesistente prima che un presente attuale sia passato e sostituito da un altro-nuovo presente. Il passato è quindi pensato alla stregua di un bagaglio in sé totalmente vuoto e perciò da riempire, gettandogli dentro l’ammasso delle esperienze di un intero viaggio. Allo stesso modo il futuro è reso possibile solamente dal sopravanzare di un nuovo presente su un vecchio presente, poiché solo nel “tra” di questi due attimi si aprono le porte al futuro, come l’altro o l’aperto verso cui ogni presente deve tendere, se non vuole immobilizzarsi e così negare il tempo stesso.

Così ci appare, in maniera alquanto ovvia, il tempo e da questo apparire deriviamo il suo funzionamento: guardare al passato ormai fisso, vivere il presente che incalza e aspettare il futuro sempre incerto. E se invece il tempo fosse altro da ciò che ci appare? E se esistesse una diversa possibile percezione di ciò che è tempo, del fluire inesorabile degli eventi, in modo che il tempo non sia suddiviso in istanti successivi, ma che esso sia come un cratere vulcanico sempre pronto ad eruttare il vecchio che ritorna? Potrebbe essere che sia possibile vivere il tempo non più come insieme di segmenti da sommare, ma come un magma di eventi che si attualizzano a partire da un immenso pozzo di virtualità infinite. Non è il presente allora che crea il passato ma il passato che produce eventi che balenano nell’orizzonte dell’ora per poi ritornare nel pozzo dell’allora.

Ma questa è tutta un’altra storia da raccontare…
TO BE CONTINUED…

 

Gaia Ferrari

 

NOTE
1. Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b b, 2.

[Photo credit Bradley Ziffer via Unsplash]

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Il tempo delle cattedrali: nostra signora di Parigi

Con la sua prima pietra posata sull’Île de la Cité nel 1163, la cattedrale di Notre-Dame de Paris è stata per quasi un millennio testimone della storia di Parigi, della Francia e dell’Europa, ne ha accompagnato le figure storiche e ispirato gli artisti, si è fatta culla di bellezza e di spiritualità, ha accolto fra le sue mura sovrani e diseredati.

Dalla cattedrale ancora in lavorazione, nel 1185, Eraclio di Cesarea ha indetto la Terza Crociata, mentre San Luigi ne fece forziere della miracolosa Corona di Spine nel 1239; Filippo il Bello la scelse come sede della prima riunione degli Stati Generali nel 1302, mentre Enrico IV d’Inghilterra volle essere incoronato Re di Francia al cospetto delle maestose vetrate gotiche di Notre-Dame nel 1431, preferendola alla tradizionale sede delle incoronazioni, la Cattedrale di Reims, come avrebbe fatto nel 1804 anche il neo-imperatore Napoleone; devastata durante la Rivoluzione Francese, Notre-Dame divenne sede del Festival della Ragione nel 1793, mentre nel 1944 Parigi vi celebrò la propria liberazione con un Magnificat e una Messa in Te Deum. Victor Hugo, nel suo Notre Dame de Paris (1831), l’ha trasformata nella casa del campanaro gobbo Quasimodo, perdutamente innamorato della zingara Esmeralda, contesagli dal bel capitano della guardia cittadina Febo e dall’arciprete Claude Frollo; Honoré de Balzac ne ha fatto la silenziosa testimone di un’avventura parigina dell’esiliato Dante Alighieri in I proscritti (1831), mentre il poeta Gérard de Nerval nelle sue Odelettes (1832) l’ha descritta come eterna sentinella dei millenni che si succedono. È stata dipinta da Jaques-Louis David e da Honoré Daumier, da Henri Matisse e da Marc Chagall, è stata cantata da Édith Piaf e da Paul Burani, da Léo Ferré e da Riccardo Cocciante. Il cinema l’ha fotografata più volte, con Un americano a Parigi (1951) o i disneyani Il gobbo di Notre Dame (1996) e Ratatouille (2007), Midnight in Paris (2011) e Before Sunset – Prima del tramonto (2004). Perfino il mondo dei videogame ha prestato il proprio omaggio alla cattedrale, che irrompe nel mondo virtuale in titoli come TimeSplitters 2 (2002), Civilization IV (2005), Assassin’s Creed Unity (2014) o Forges of Empires (2012).

Mentre Parigi cresceva e diventava uno dei centri nevralgici della vita e della cultura europee e mondiali, Notre Dame era lì, ad accompagnare e ospitare la sua storia: ha ospitato matrimoni, come quello di Maria di Scozia o di Enrico di Navarra, e funerali, come quello del Generale Charles de Gaulle o del Presidente François Mitterand, celebrando la vita e la morte dei parigini, accompagnandone i trionfi e le sconfitte, attraversando momenti di prosperità e di povertà, pesti e battaglie, occupazione e guerra, feste e rivoluzioni.

Un edificio come Notre Dame non è “solo” un monumento: è lo spirito di un popolo fatto pietra, simbolo dell’identità più profonda di una città, un paese, un continente, testimonianza incrollabile del meglio di cui l’umanità è capace, una bellezza e una spiritualità che superano le contingenze storiche e geografiche per parlare tutte le generazioni e tutte le genti, testamento di un popolo che affida la propria voce a mura e statue che abiteranno un futuro che alla carne è precluso.

L’intera umanità, non solo il popolo parigino o francese, ha rischiato di subire una ferita irrimediabile la sera del 15 aprile. Nostra Signora di Parigi è danneggiata, ma siede ancora sul suo trono, sull’Île de la Cité, dal quale veglia sulla città da novecento anni, testimone, protagonista e custode di una storia che le sarà affidata, si spera, per ancora molti, molti anni.

Giacomo Mininni

[foto di Stephanie LeBlanc tratta da Unsplah.com]

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