Come canne (pensanti) mosse dal vento

Ci si potrebbe chiedere perché a scuola si studino tutti i Nobel per la letteratura italiani – Montale (Nobel nel 1975), Pirandello (nel 1934), Carducci (nel 1906) e Quasimodo (nel 1959) – tranne due: Dario Fo (nel 1997) e Grazia Deledda (nel 1926). Per il primo la risposta è abbastanza semplice: Fo è vissuto troppo recentemente perché i programmi scolastici di letteratura arrivino a lambirlo. Ma che dire di Deledda, deceduta nel 1936 ovvero lo stesso anno di Pirandello? Qualcuno a volte mi accusa di voler essere femminista a tutti i costi, ma a me la faccenda puzza un po’ tanto di maschilismo.

Non è questa la sede per approfondire il tema, ma è il motivo per cui ho deciso di andare in libreria e comprare uno dei romanzi più noti (all’epoca) dell’autrice, Canne al vento. Sono arrivata a Deledda tramite un altro personaggio femminile italiano di mastodontica portata, Eleonora Duse, attrice geniale di fama internazionale il cui nome ormai passa tra i banchi di scuola con l’appellativo di “l’amante di Gabriele D’Annunzio”: come se il suo nome da solo non fosse abbastanza, come se non sia stata lei (o per lo meno anche lei) ad aver dato a D’Annunzio tutta quella fama recitando come protagonista nei suoi drammi. Mentre non mi resta che augurarci una rivalutazione della donna e attrice Eleonora Duse nel 2024, centenario della morte, torniamo dunque a Grazia Deledda, il cui romanzo Cenere del 1904 fu scelto proprio dall’attrice come sceneggiatura per l’unico film in cui abbia mai recitato, nel 1916. Olì, protagonista della storia che ha luogo in Sardegna, è una donna delusa dall’amore, tradita dall’uomo amato, che partorisce in solitudine un figlio che è costretta a lasciare da bambino.

Anche in Canne al vento, pubblicato nel 1913, i personaggi sono dei miserabili della sorte, né buoni né cattivi ma costantemente in balìa di una forza più grande di loro, proprio come delle canne mosse dal vento. Questa immagine torna più volte all’interno dell’opera, il cui protagonista è Efix, servo fedele delle tre dame Pintor cadute in disgrazia, nella cornice di un paesello rurale sardo la cui pesante immobilità è scossa dall’arrivo di Giacinto, giovane nipote delle nobildonne. La precarietà dell’esistenza umana, il tentativo vano di resistere alla sorte, il sentirsi soccombere a un destino ineluttabile: questi i temi che sottotracciano il romanzo, capitolo dopo capitolo, e di cui si fanno portatori tutti i personaggi ma più di tutti forse proprio Giacinto, che continua a perdere al gioco senza riuscire a smettere, nella speranza – vana – che la sorte prima o poi giri in suo favore. Come se non fosse chiaro, tra le ultime pagine del romanzo viene riassunto il messaggio dell’autrice:

«Non è una gran cattiva sorte la nostra? […] Perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?»
«Sì,» egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento».
«Sì, va bene: ma perché questa sorte?»
«E il vento, perché? Dio solo lo sa».
«Sia fatta allora la sua volontà», ella disse chinando la testa sul petto […]1

L’immagine della canna piegata dal vento in verità stuzzica da secoli e forse millenni la fantasia umana. È attribuita a Esopo una favola in cui una canna e un ulivo discutono la reciproca forza, con l’albero che si fa vanto della resistenza del suo tronco; con il passaggio di una forte tempesta, tuttavia, secondo la storia la canna continua a piegarsi sotto le sferzate del vento mentre l’ulivo resiste, resiste, resiste fino a spezzarsi. Scemata la tempesta e passato il vento, invece, per quanto forte sia stato, la canna si risolleva.

Come non pensare poi al filosofo francese Blaise Pascal, per il quale l’individuo non è altro che «una canna pensante»? Lo scrive in un famoso frammento dei suoi Pensieri (1670) con l’intenzione di esaltare invece l’umano nel paragonarlo a una canna. Come per i personaggi di Deledda, non c’è un reale giudizio etico – non importa che l’individuo sia buono o cattivo – ma la semplice constatazione che, per quanto fragile sotto i colpi del vento (è l’Universo per Pascal a schiacciarlo), trova proprio nel suo accorgersi di essere colpito tutta la dignità dell’essere umano:

«Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale»2.

Una conclusione piena di speranza per tutti coloro che, prima o poi nella vita, arrivano a sentirsi come i protagonisti di Grazia Deledda.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1. G. Deledda, Canne al vento, Garzanti, Milano 2022, p. 195

[Photo credit: unsplash.com]

copertina-abbonamento2021-ott

L’origine del male secondo Hannah Arendt

Nel 1961 Hannah Arendt chiese esplicitamente al settimanale New Yorker di essere inviata come corrispondente a Gerusalemme per seguire il processo al funzionario e militare nazista Otto Adolf Eichmann (1906-1962). La pensatrice politica seguì con attenzione tutte le centoventi sedute del processo al gerarca nazista che era stato catturato dai servizi segreti del neonato stato di Israele a Buenos Aires dove si era rifugiato con una nuova identità sfuggendo al processo di Norimberga del 1946.

Eichmann era stato responsabile dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich. Con questa funzione aveva coordinato l’organizzazione dei trasporti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Processato e poi condannato a morte per impiccagione, nella sua difesa tenne a precisare che, in fondo, si era occupato “solo di trasporti”. Il resoconto di quel processo e le riflessioni che Arendt fece in presa diretta, vennero poi raccolte – con ampliamenti e leggere revisioni – nel celebre libro La banalità del male. Un testo che ha avuto un grande successo internazionale e che è stato altresì contestato – con sommo dispiacere di Arendt stessa – la quale ha lottato strenuamente a livello intellettuale, per far comprendere le sue tesi anche a coloro che non ne avevano colto fino in fondo la profondità.

In questo testo Arendt ha proposto la nozione di “banalità del male” evidenziando il tratto più pericoloso di Eichmann: la sua assenza di pensiero e l’implosione della coscienza. Quest’ultima, nel gerarca nazista, si era assopita non lasciando spazio alla consapevolezza, allo scrupolo, al senso di colpa. È qui che si gioca quella che Arendt ha definito la “banalità del male”. Obbediente allo spirito della storia Eichmann era diventato un esecutore meccanico di ordini, un piccolo ma fondamentale ingranaggio di una macchina infernale che altrimenti non avrebbe potuto funzionare così “bene”.

L’autrice rimase colpita dall’assoluta mediocrità di Eichmann, dalla sua superficialità. Le azioni compiute dal funzionario tedesco erano mostruose, ma l’agente era ordinario, non aveva alcunché di demoniaco. Era un animo semplice che obbediva, in maniera a-critica, allo spirito della storia. Scrive Arendt: «Quando io parlo della “banalità del male”, lo faccio su un piano quanto mai concreto. Eichmann non era uno Iago né un Machbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo III – per fredda determinazione»1. Punto focale della riflessione dell’intellettuale tedesca è la constatazione del fatto che il criminale nazista non aveva nulla di malvagio e non aveva nei suoi gesti precipue intenzioni di compiere il male. «Egli non capì mai che cosa stava facendo […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo»2.

Facilmente fanno qui capolino le critiche all’analisi proposta da Arendt che viene accusata di assolvere, di giustificare, di svalutare quanto accaduto per opera dello stesso Eichmann. Niente di più distante dal pensiero e dagli intenti della pensatrice tedesca. La sconvolgente lezione che Arendt sostiene di aver appreso dal caso Eichmann e che ci ha tramandato è lì ad ammonirci che la “banalità del male” è quanto di più pericoloso possa presentarsi per l’uomo sul palcoscenico della storia. I piccoli complici che non pensano e obbediscono supinamente allo spirito del tempo sono il vero pericolo. Eichmann era un uomo assolutamente normale sostiene Arendt ma «questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica […] che questo nuovo tipo di criminale […] commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male»3.

Parafrasando Arendt possiamo dunque affermare che il suddito ideale di un regime totalitario non è il comunista convinto o il nazista convinto, ma l’individuo per il quale non esiste più la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso. Abdicare al pensiero critico, rinunciare a interrogarsi, escludere la vigilanza interiore, finisce per impedire di riconoscere il male, estromettendo l’uomo dall’orizzonte etico. Di Eichmann, Arendt mette in risalto la peculiare superficialità, lo iato fra azione e pensiero, fra emozioni e razionalità. Quest’ultima ridotta a mero ossequio di ordini giunti dall’alto. Al quale si aggiunge la totale incapacità di percepire e sentire l’altro da sé come un essere umano dotato di medesima dignità.

La lezione senza tempo del messaggio arendtiano è quella di non abdicare all’esercizio del pensiero critico, non tanto come mero processo cognitivo ma come pratica di vita. Affinché il vuoto dal quale Eichmann era attraversato non diventi la regola che preannuncia tragedie umane, è necessario educarsi al pensiero autonomo e riattivare la vigilanza della coscienza. Sono questi gli unici antidoti al cedimento morale e all’allineamento dilagante che permea la nostra società. Scrive Arendt: “La manifestazione del lieve vento del pensiero non è la conoscenza: è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. Il che, forse, nei vari momenti in cui ogni posta è in gioco, è realmente in grado di impedire le catastrofi, almeno per il proprio sé”4.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1.H. ARENDT, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, tr. it. P. Bernardini, Feltrinelli, Milano, 201423, p.290
2. Ivi, p. 291.
3. Ivi, p. 282
4. H. ARENDT, La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 2009, p. 289.

[Immagine tratta da Unsplah.com]

copertina-abbonamento2021-ott

Lo scopo da ritrovare nella vita

Senza uno scopo della vita non si può fare alcunché: non vi è terra per coloro che salpano senza una meta. Non si intende, con ciò, lo scopo dell’esistenza in senso assoluto ma piuttosto il nostro personale scopo che deriva dai nostri desideri: arricchirsi, scoprire nuovi luoghi, porre fine alle guerre etc.

Ma tutti questi pensieri, secondo l’insegnamento di Gurdjieff, finirebbero per essere vuoti e inutili a meno che non abbiano come base una certa  qual padronanza di sé stessi. Dal momento, infatti, che i desideri sono generati anche dall’influenza che cose esterne hanno su di noi, ciò su cui possiamo lavorare è in prima istanza proprio il nostro atteggiamento interno; è questo nostro lato interiore che ci permette di lavorare per questa vita1. La marcia della liberazione deve cominciare dentro di noi poiché la consapevolezza di sé conduce alla libertà dal giogo dell’ignoranza. “Conosci te stesso” è un principio senza tempo, valido ieri come oggi, lo scopo degli scopi; difficile da mettere in pratica dal momento che la “macchina umana”, nelle sue parti reciprocamente dipendenti, è qualcosa di estremamente complesso. Uno studio corretto di sé è la via che ci permette di rendere possibile, vero e autentico, uno qualunque dei nostri scopi esterni. Parte fondamentale dello studio di noi stessi è l’osservazione, un processo  sia analitico che percettivo che ci erudisce in merito ai “meccanismi” con i quali funzioniamo e ai “dati” che essi producono. Una corretta e costante osservazione su di noi rende meno frequenti gli errori che, quando si verificano, creano caos, sconsideratezza e superficialità.

Gurdjieff cerca di fare chiarezza su ciò che ci muove  interiormente distinguendo 4 funzioni principali: intellettuale, emozionale, motrice e istintiva, le quali, alla luce di studi più moderni, possiamo ricondurre all’attività della neo-corteccia, del sistema limbico, dei moto-neuroni e del tronco dell’encefalo. Le diverse reazioni che abbiamo di fronte ai fatti esterni sono originate da questi “quattro cervelli”, ognuno indipendente e allo stesso tempo connesso a tutti gli altri: a partire da un pensiero astratto fino a un riflesso incondizionato, ogni piccolo ingranaggio interno si muove e contemporaneamente muove gli altri. Capire bene da dove hanno origine i nostri pensieri e reazioni è il passo importante.

«Alcuni trovano difficile comprendere la differenza tra pensiero e sentimento, altri distinguono a stento tra sentimento e sensazione, o tra pensiero e impulso motore. […] La difficoltà di distinguere le funzioni è accresciuta dal fatto che le persone le sentono in modo molto diverso. È ciò che generalmente non comprendiamo. Noi crediamo le persone molto più simili tra loro di quanto non lo siano in realtà. […] alcuni percepiscono principalmente attraverso il pensiero, altri attraverso le emozioni, altri attraverso le sensazioni» (P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, 1976).

Detto ciò, quando ci prefiggiamo un nuovo scopo è implicito che questo abbia di riflesso un cambiamento interiore e dunque rompiamo l’equilibrio che sussiste tra tutte e quattro le nostre funzioni ed i modi con le quali le utilizziamo. Ogni singola variazione interiore ci costringe, pena il fallimento del nostro sforzo, a diventare uomini nuovi.

Il perché finiamo per compiere queste variazioni è presto detto: esse sono il segno di una lotta contro le abitudini e conditio sine qua non del rinnovamento degli scopi esterni. Ogni percorso di vita è guidato dal proprio scopo e questo a sua volta è rinnovato dalla crescita dell’esperienza. Mutamento e Abitudine giocano così al “gatto col topo” in un circolo virtuoso che noi non dovremmo mai spezzare, quanto piuttosto conservare e gestire. Parafrasando Dewey, non dobbiamo accontentarci delle sole azioni meccaniche ma al contrario dovremmo creare le situazioni che esigono la riflessione al fine di scoprire quali possano essere le eventuali conseguenze. Ogni scopo infatti, se fa realmente parte di noi, cela dietro di sé risvolti sempre inaspettati che sono la linfa per ulteriori cambiamenti.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. Cfr. P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, 1976.

[Photo credit Javier Allegue Barros via Unsplash]

copertina-abbonamento2021-ott

 

Una riflessione sulle feste natalizie

È risaputo che recentemente l’Unione Europea ha proposto di sostituire l’augurio di “buon Natale” con quello di “buone feste”: questo per essere più inclusivi e rispettosi di ogni percorso di vita e credo religioso. Tale proposta è stata però subito ritirata a seguito delle dure reazioni dei partiti di destra e della chiesa cattolica, il cui Segretario di Stato Parolin ha affermato che non si possono dimenticare le radici cristiane su cui l’Europa si è andata costruendo.

Si cercherà dunque di argomentare che la proposta dell’Unione Europea era quanto mai appropriata e che, anche se ritirata, segna comunque un primo passo verso una prospettiva sempre più affrancata dal potere religioso e dai reazionismi contraddittori delle destre.

Si veda in primo luogo cosa significa “buone feste”. L’espressione è formata da un aggettivo, “buone”, e da un sostantivo, “feste”. Non si nega dunque che vi sia qualcosa per cui festeggiare ed essere felici e speranzosi, e che questo qualcosa sia “buono”, ovvero portatore di armonia e serenità. Semplicemente si prende atto che queste feste non corrispondono per tutti alla venuta di Gesù sulla terra. Ma non si nega che anche un ebreo o un islamico o un buddista possano trovare dei motivi di gaudio, che però non coincidono con quelli del cristianesimo. E naturalmente poi vi sono gli agnostici e gli atei, che vanno ovviamente rispettati nelle loro posizioni: per loro le feste possono essere gioiose poiché hanno più tempo da trascorrere con famiglia e figli, e per dedicarsi ai propri studi e interessi. Non si dimentichi inoltre che un ateo può avere un sistema di credenze morali estremamente ricco, sofisticato e stringente, poiché basato sulla sola ragione e sulla propria coscienza individuale, anche se non sui valori religiosi. Per questo motivo, non solo le religioni che non credono nella venuta del Cristo, ma anche chi non crede nell’esistenza di un mondo diverso da quello della materia, vanno rispettati.

Le critiche del Segretario Vaticano sono oltremodo fuori luogo e contraddittorie. Innanzitutto si vorrebbe ricordargli che ad esempio gli ortodossi festeggiano il Natale in una data diversa rispetto a quella dei cattolici. Ma gli ortodossi non sono pur sempre cristiani? Eppure augurare ad un ortodosso il “buon Natale” al 25 dicembre non ha per lui senso alcuno e può addirittura essere offensivo. Relativamente alle radici cristiane dell’Europa, il fatto di augurare “buone feste” non significa negare tali radici cristiane (infatti se per i cattolici le feste coincidono con il “Natale”, va benissimo, dove è il problema?), bensì prendere atto che, come già mostrato, non per tutti i motivi di festeggiamento coincidono con la celebrazione della venuta del Salvatore.

Relativamente alle critiche delle destre, si vorrebbe prendere atto che tali destre che difendono a spada tratta i valori cristiani, sono le prime a negare l’accoglienza degli immigrati e dei profughi, di fatto contraddicendo quello spirito di fraternità universale e solidarietà che dovrebbe contraddistinguere il cristianesimo.

In questa epoca storica così complessa e difficile, parrebbe opportuno riprendere quell’atteggiamento deista di matrice illuminista, per cui si parla della necessità per ogni essere umano di costruire un altare nel cuore. Ciò significa che quello che conta non è tanto il culto esteriore fatto di riti e formule spesso svuotati di significato perché recitati velocemente, distrattamente e per abitudine, bensì quello che vi è nel cuore umano, ovvero i sentimenti di solidarietà, fraternità e apertura verso tutti.

In conclusione, pare che la proposta dell’Unione Europea non sia affatto peregrina. È sotto gli occhi di tutti che ci stiamo avviando velocemente e progressivamente verso una società non solo laica, ma anche atea. Infatti, le giovani generazioni fanno sempre più fatica a credere in sistemi dogmatici e religiosi calati dall’alto per autorità sacerdotale. Piuttosto rivendicano il diritto ad esprimere liberamente le proprie emozioni, i propri pensieri e ragionamenti, il proprio orientamento sessuale, qualunque esso sia, senza futili preconcetti.

È dunque solo questione di tempo. Prima o poi, infatti, il “buon Natale” sarà sostituito con “buone feste” in maniera del tutto naturale e senza che nessuno si senta offeso, come si fa già nei paesi anglosassoni con il “Season’s greetings” al posto di “Merry Christmas”.

 

Francesco Breda

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

copertina-abbonamento2021-ott

La droga fa male. E allora?

Una lezione su Pascal per parlare di droga senza retorica e moralismo.

“Prof, è stata la lezione più bella dell’anno.”
Al liceo scientifico di Cinisello Balsamo oggi si è parlato di droga.
Ma perché tanto successo?

Ogni volta che a scuola si parla di droga, i ragazzi sono costretti ad ascoltare le prove medico-scientifico-etiche che dimostrano che le droghe fanno male e che la droga è brutta. Che palle.

Invece la lezione di oggi è iniziata con due premesse:

  • La droga è bella. Altrimenti perché la gente si drogherebbe?
  • La droga fa male, ma non è un problema. Cioè, se la droga mi accorciasse la vita ma mi rendesse felice, tutto sommato sarebbe un buon affare. Chi non scambierebbe una breve vita davvero felice con una lunga vita di sofferenza? Se tu potessi ricevere l’illuminazione come Buddha, ma in cambio dovessi di vivere dieci anni di meno, accetteresti? Io ci metto la firma subito.

Ma allora qual è il problema della droga?

Per questo serviva Pascal.

Blaise Pascal, nel Seicento, osservava che l’uomo sta nel mezzo tra una vita grandiosa e una vita miserabile. Egli è in grado di conoscere come la terra gira intorno al sole, di mandare gli uomini sulla luna e forse anche su Marte, di creare in pochi mesi il vaccino per un virus planetario. Ma, come dissero anche Galilei e Newton, la scienza può conoscere il come, non il perché: che senso ha tutto questo? Perché io sono qui? Chi sono io? Che cos’è la morte? Perché sono sempre insoddisfatto?

Pascal si accorge che l’uomo ha in sé un desiderio di felicità infinita che non riuscirà mai a raggiungere in quanto essere finito.

Allo scopo di fuggire dalla consapevolezza di questa condizione insopportabile, l’uomo ricorre al divertissement: la distrazione, l’oblio, l’evasione, cioè la droga.

Ogni attività dell’uomo è droga: il cibo, il sesso, le serie tv, YouTube, Facebook, Instagram, Whatsapp, l’eroina. Sono tutte cose belle, che ci fanno stare bene perché ci permettono di non rimanere soli con la nostra verità.”

All’inizio della lezione i ragazzi erano interessati, ma, appena ho detto “droga”, da diciassettenni si sono trasformati in cinquenni ammutoliti di fronte a Peppa Pig.

Mi scappa una domanda retorica: “volete che parliamo di droga?”.

Vado alla lavagna. Adesso vi spiego tutto:

Terence McKenna, nel libro “Il nutrimento degli dei”, distingue tre tipi di droghe e i loro effetti sull’individuo e sulla società.

  • Eccitanti: zucchero, cacao, caffè, tè, cocaina, alcool. Queste sostanze danno all’individuo la sensazione di essere separato dal resto del mondo. Sono le droghe del dominio. Le conquiste e le stragi in sud America e in ogni parte del mondo sono state perpetrate dalla cultura dell’alcool. La cocaina è la droga preferita dei capitalisti arrivisti, ma oggi anche dei poveracci che si illudono di essere per qualche ora Scarface.
  • Allucinogeni: cannabis, LSD, funghetti, DMT. Queste droghe, al contrario, danno alla persona la sensazione di connessione con tutto il resto: dissolvono l’ego. Proprio come descritto da tutti i grandi mistici di ogni tempo. Queste droghe, per McKenna, sono benefiche per l’uomo.
  • TV, Intenet, cibo, pornografia, e tutto quello che potete usare per fuggire dalla realtà.”

Suona la campanella. Fino ad ora ho mandato il messaggio che le droghe allucinogene sono buone e non vorrei chiudere così in fretta la mia carriera. Quindi prometto che continueremo a parlarne alla prossima lezione.

Perché le aragoste non si drogano.

“Buon giorno, seduti.”

Sì, ancora oggi, quando entra il prof. si alzano in piedi e tu devi dire “seduti”. Forse è per questo che, solo a scuola, in un’aula con 24 persone, il virus non si trasmette. Perché qui siamo ancora negli anni novanta. Ma con YouTube.

“Prof, oggi parliamo di droga?”

Sulla lavagna multimediale lo psichiatra dott. Abraham J. Twerski spiega come crescono le aragoste: l’aragosta è un animale morbido che vive all’interno di un guscio rigido.

Quando l’aragosta cresce sente dolore perché spinge contro il guscio, finché questo non si spacca. Poco a poco si formerà un nuovo guscio, fino alla prossima crescita.

Morale: se l’aragosta potesse andare dal medico per avere un Valium o un Percocet, l’aragosta si calmerebbe e non crescerebbe più. Il disagio ci fa crescere.

“Quando uscite la sera con gli amici e andate in corso Como, spesso vi annoiate. Quindi bevete: lo sballo dell’alcool vi permette di poter rimanere in una situazione che non vi piace. Se invece provate a non bere o a non farvi una canna, a un certo punto sarete costretti dalla vostra stessa noia ad andarvene in un posto che vi piace di più, con persone più interessanti. Potete andare a casa a suonare la chitarra se vi va, o a leggere quel libro che volete iniziare, andare a farvi una corsa se ne sentite il bisogno, o semplicemente andare a letto perché siete semplicemente stanchi. Le droghe ci impediscono di scoprire quello che vogliamo davvero, perché quando siamo fatti stiamo bene comunque e ovunque. Invece dovremmo accettare di essere diversi dagli altri e fare scelte che siano davvero nostre.”

Dopo aver visto il loro entusiasmo ho pensato che, se nella mia vita non mi fossi distratto così tanto, forse sarei arrivato prima a fare questo lavoro meraviglioso.

 

Davide Valenti

Matteo Davide Valenti nasce ad Agrigento nel 1978.
Si laurea in Filosofia a Palermo con una tesi su Baruch Spinoza e si traferisce a Milano.
Segue un Master in Ideazione e produzione di audio-visivi all’Università Cattolica.
Lavora come stagista in una casa di produzione di cartoni animati.
Lavora come assistente in una galleria d’arte.
Lavora come barista presso la discoteca Plastic.
Viene assunto come Copywriter presso le agenzie di pubblicità DDB, Saatchi&Saatchi, Leoburnett, Tita Milano.
Espone come artista visivo presso diverse gallerie d’arte italiane e straniere.
Insegna nelle scuole primarie di Milano.
Insegna Filosofia e Storia presso un liceo scientifico di Milano.
I suoi interessi attuali sono la scrittura, la psicologia e la spiritualità.

 

[Immagine tratta da Pexels.com]

copertina-abbonamento2021-ott

Viaggio a Kos, alle origini della medicina ippocratica

Visitare delle rovine antiche richiede un certo slancio di immaginazione quando i millenni passati le hanno messe a dura prova. Molti siti, tuttavia, hanno una caratteristica che difficilmente può subire l’oltraggio del tempo: la vista panoramica. I Greci, in particolare quando edificavano siti pubblici, sceglievano spesso di collocarli in cima a un promontorio e rivolti verso il mare. L’Asklepieion di Kos non fa eccezione, solo che questo non era un luogo di intrattenimento, ma di cura, anzi, potremmo dire il luogo in cui la medicina occidentale è stata inaugurata e consolidata. Kos, infatti, è l’isola dove nacque e visse Ippocrate (circa 460-370 a.C.), considerato il fondatore della medicina. Approcci terapeutici ne esistevano già molti all’epoca, così come medici, ma a Ippocrate si deve certamente il merito di aver reso la professione della cura qualcosa di più scientifico e di più umano in un colpo solo. Innanzitutto, grazie all’utilizzo sistematico della scrittura, le conoscenze di Ippocrate e dei suoi allievi sono conservate nel Corpus Hippocraticum, un cospicuo trattato su diversi temi di medicina redatto probabilmente da diversi autori. Possiamo così sapere che fu allora che si iniziò ad annotare tutti i sintomi riportati dai malati, intervistati (ecco l’anamnesi) per poter creare dei database su cui confrontare le conoscenze. La raccolta dati mediante osservazione è alla base del metodo scientifico, messo a punto molti secoli dopo da Galileo. Allo stesso tempo, Ippocrate rivolgeva le sue attenzioni a tutti i bisognosi, indipendentemente dalle loro condizioni economiche o politiche (come non pensare a Gino Strada, recentemente scomparso, e alla sua inestimabile opera di carità medica). Soprattutto, l’approccio ippocratico fu rivoluzionario perché mise in discussione tutte le superstizioni che inquinavano un approccio terapeutico razionale condannando molti malati a purgare le proprie malattie mediante pratiche insensate, spesso nocive e dolorose. Ippocrate predicava di avvalersi della ragione perché le malattie non erano punizioni divine, ma rotture di equilibri nelle dinamiche naturali dei corpi. La ricerca delle cause poteva aiutare a ristabilire certi equilibri, in continua negoziazione con la natura, che molto dà, ma che poi tutto si riprende. 

La sua intuizione più celebre riguarda la natura dell’epilessia, nota allora come morbo sacro, proprio perché era vista, data la sua forma, come una manifestazione di possessione malevola e punitiva. Ippocrate, pur in assenza di prove anatomiche, ha invece intuito il coinvolgimento del cervello nello scatenamento di tali fenomeni. 

Ippocrate ha sì esercitato l’arte medica in modo innovativo, ma pur sempre nei limiti della sua cultura e del suo tempo. Per quanto riguarda la questione della cura al femminile, data la visione maschilista del tempo, Ippocrate ha consegnato alla medicina una pesante eredità anche per i secoli a venire. La visione delle femmine come esseri deficitariamente razionali ed esclusivamente votati alla riproduzione ha fatto sì che tutti i loro disturbi fossero catalogati come conseguenza dell’organo che dava loro ragione di esistere: l’utero, in greco hystera, da cui il termine isteria con cui, appunto, si è spesso proceduto a etichettare svariate manifestazioni sintomatiche nelle donne. 

Fino a noi è arrivato anche il giuramento di Ippocrate, con cui i medici hanno giurato sul loro codice deontologico, anche se oggi non è più d’obbligo la recitazione delle parole testuali, che trovano alcune difficoltà con questioni ardue del nostro tempo, in particolare in merito alla possibilità di interrompere la vita, che si tratti di aborti o malati terminali.

Ma torniamo all’Asklepieion di Kos, il luogo dove persone malate si recavano in cerca di cure e conforto. Questo luogo, edificato tra il IV e II secolo a.C., nacque prima come altare, perché rifiutare la superstizione non significava trascurare la preghiera, nel rispetto delle divinità e nella consapevolezza che devozione e raccoglimento potevano solo giovare ai malati. Successivamente fu costruito anche un imponente tempio dedicato ad Asclepio, il semidio per eccellenza della medicina, abile guaritore che scelse di dedicarsi alla cura dei mortali. Il tempio svettava in cima al promontorio, sotto c’era la parte dedicata all’ospedale, dove i malati venivano visitati, con le stanze di degenza e i luoghi in cui gli studenti venivano addestrati all’arte medica. Successivamente, i Romani vi costruirono anche le terme. 

Sostanzialmente, questo luogo contiene la miscela di complessità che la medicina ippocratica era riuscita a immaginare per la cura. Un luogo dove i malati venivano ascoltati, visitati, curati, cullati da un magnifico panorama verso il mare azzurro e la vicina costa (oggi Turchia), confortati da un magnificente luogo di devozione, rassicurati da una moltitudine di medici che erigevano assieme le basi di un sapere sempre più forte. 

 

Pamela Boldrin

 

[immagine dell’autrice]

lot-sopra_banner-abbonamento2021

Una citazione per voi: il Panta Rhei di Eraclito

 

• TUTTO SCORRE •

 

Ogni volta che la nostra mente si fissa sul cambiamento di qualcosa – una stagione, una situazione, un momento che dà il via al successivo – siamo testimoni del divenire. Pur trattandosi del più comune degli eventi (non c’è appunto momento che non lo riguardi), pensare il divenire non è la più comune delle cose. 

L’espressione che la cultura antica ci ha tramandato per descrivere inarrestabile divenire delle cose è pánta rhei, “tutto scorre”. Questo detto viene attribuito ad Eraclito, riconosciuto universalmente come il filosofo del divenire, colui che nel modo più preciso e potente è riuscito a cogliere l’essenza di quel divenire che per lui era fuoco eterno. 

Pur non essendo stato scritto da lui – sarà Simplicio ad attribuirgli l’espressione – è a Eraclito che questo detto viene associato, proprio al filosofo che vide l’assolutezza del divenire come essenza del cosmo. Nessun aspetto della realtà può sottrarsi al cambiamento e per questo «nello stesso fiume non è possibile entrare due volte», come recita un suo celebre frammento

Ma cosa si indica di preciso con pánta rhei? Il pánta indica il Tutto, mantenendo nella parola il riferimento alla molteplicità e distinguendo altre accezioni della totalità che invece risaltano l’unità assoluta. È corretto dunque tradurre il pánta di Eraclito con “tutte le cose”, un molteplice che è «un insieme comprensivo» caratterizzato proprio in questo rapporto di «appartenenza dell’uno al molteplice». Di questo pánta cosmico Eraclito ne predica il rhein, lo scorrere. Il verbo greco che il filosofo usa non è casuale e rimanda a uno scorrere perpetuo, calmo, ciclico, come quello di un fluido che mantiene il liquido sempre in movimento e al contempo sempre lo stesso. Un fluido si dà come un movimento stabile, che non perde nel cambiamento la propria essenza e per questo lo stesso concetto è attribuito all’essere in generale, che cambia senza compromettersi. Il mutamento porta le cose fino al loro limite, oltre il quale divengono altro per tornare eternamente al punto precedente, fedelmente all’eterna natura che per Eraclito e la cultura greca in generale, costituiva uno sfondo immutabile e immodificabile.

Pensare il divenire significa allora non solo pensare al mutamento, alle sue conseguenze o agli autori che meglio lo hanno guardato in faccia, ma pensare l’essere stesso cercando di afferrarne l’ineffabile centro.

 

Luca Mauceri

 

NOTE:
1. Eraclito, Dell’Origine, fr. 30, DK 22 B 91, Feltrinelli, 2012, p. 78.
2. M. Heidegger, E. Fink, Eraclito, Laterza, 2010, p. 20.

Luca Mauceri è anche autore del saggio proprio dedicato al Panta rei di Eraclito nella nostra ultima pubblicazione con Nodo Edizioni, Dodici filosofi Dodici massime. Potete sfogliarla a questo link.

[Immagine rielaborata da Google Immagini]

copertina-abbonamento2021-ott

Parole, parole, parole soltanto parole? Intervista a Vera Gheno

La giornata internazionale contro la violenza sulle donne è il 25 novembre ma dovremmo portarne un pezzetto anche nella nostra quotidianità, quegli altri 365 o 364 giorni dell’anno. Purtroppo non si ricorda mai troppo spesso che la violenza di genere passa anche per le parole, che sono in grado di ferire, sminuire, annientare. E così abbiamo chiesto a una esperta di parole, la sociolinguista Vera Gheno, qualche delucidazione al riguardo e soprattutto qualche risposta alle domande linguistiche più mainstream. Poi come spesso succede siamo finite anche un po’ a divagare…
Buona lettura!

 

Giorgia Favero – Per iniziare vorrei farti tanti complimenti per il tuo libro “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (Effequ 2019, nuova edizione 2021): è chiaro, piacevole, scorrevole, convincente. Ma come spiegare alle donne che non l’hanno letto che le professioni al femminile sono un riconoscimento della loro esistenza? Perché ci sono donne (pensiamo al caso sanremese di Beatrice Venezi, orgoglioso direttore d’orchestra) che pensano di potersi dare più valore e serietà facendosi chiamare come gli uomini?

Vera Gheno – Non so; c’è sempre bisogno di spiegare alle altre donne come dovrebbero comportarsi? Io penso che questo sia uno di quei casi in cui conviene prima di tutto lavorare sulle proprie abitudini linguistiche, dando il buon esempio. Certo, si possono citare studi, libri, statistiche eccetera, ma alla fine fa molto di più l’esempio che non il resto. Per quanto riguarda Beatrice Venezi, come ebbi da commentare all’epoca, trovo che sia libera di chiamarsi come desidera. Solo, non dovrebbe giustificare la propria scelta dicendo “il nome della mia professione è direttore d’orchestra, quindi io mi definisco direttore d’orchestra, perché il fatto di usare il maschile in maniera sovraestesa in assenza di neutro non implica che poi una persona, a seconda del suo genere, non la si possa appellare in maniera diversa dal maschile. Se poi molte donne sentono il femminile della loro professione come degradante, meno onorifico del maschile, il problema non è linguistico, ma di (auto)percezione di cosa sia il femminile. 

 

GF – Professioni al femminile, uso dello schwa (nel tuo libro è presente e vorrei sottolineare per gli scettici che non disturba affatto), toponimi dedicati alle donne e così via. C’è chi dice che “ci sono cose più importanti” per cui affannarsi nella lunga strada verso la parità dei diritti. Come potremmo rispondere a questa osservazione?

VG – Che occuparsi di un’istanza non vuol dire non occuparsi delle altre. Scherzosamente, dico sempre che noi esseri umani, per fortuna, non siamo degli iPad di prima generazione e possiamo permetterci il lusso di essere multitasking. Poi, ogni persona può contribuire al dibattito secondo le sue possibilità. Io sono una sociolinguista, il mio focus è sulla lingua, ma questo non mi impedisce di vedere tutti gli altri problemi. Di solito, chi invoca il benaltrismo alla fine non fa assolutamente nulla su nessun fronte, si tratta piuttosto di una sorta di reazione istintiva e di fastidio davanti a un’istanza che in alcuni casi, magari, non si condivide, ma che più spesso non si conosce proprio.

 

GF – Sempre in “Femminili singolari” racconti come la tua posizione sulla questione del femminismo nel linguaggio sia cambiata nel corso degli anni. Oltre a dare uno spiraglio di fiducia a quanti/e si trovano accerchiati/e da sordi/e – e non solo in merito alle questioni di genere – dimostrando la pericolosità dell’arroccarsi in una posizione e buttare via la chiave, è interessante sottolineare la sua presa di coscienza sulla “necessità del femminismo”. Cosa ti ha convinta del fatto che anche la lingua può contribuire al riconoscimento delle donne?

VG – Il fatto di subire il patriarcato nella mia vita di tutti i giorni. L’aver notato che a certe persone dà fastidio la parola stessa, perché sottintende una presenza femminile che prima non c’era. Per me, usare i femminili prima di tutto per riferirmi a me stessa è un modo per mettere il dito nell’occhio di chi non solo non vuole usare i femminili, ma avrebbe pure piacere non vedere proprio le femmine. Quindi sì, la mia scelta è politica e ci sono arrivata schifata dal maschilismo insito nel mio quotidiano.

 

GF – Piccola parentesi: lo sapevi che se cerchi il tuo nome su Google, la prima ricerca correlata proposta è “Vera Gheno marito”?

VG – AHAHAHA che curiosità morbosetta! Chissà se lo fanno più per capire se sono libera o per ricostruire il mio albero genealogico!

 

Giorgia Favero – In più occasioni e in diverse pubblicazioni ha sottolineato l’importanza del dibattito in rete, anche quando lo sconforto nel notare aggressività, sordità e frustrazione si fa più difficile da sopportare. Quali consigli ti sentiresti di dare a chi fa uso dei social network per partecipare al dibattito con fiducia e in maniera costruttiva? 

Vera Gheno – Ultimamente anche io perdo più spesso di prima la pazienza. All’aumentare del mio piccolo pubblico, infatti, è anche aumentato il numero dei messaggi di odio che mi arrivano, ed effettivamente è un po’ fastidioso. Diciamo che a parte i casi in cui perdo la pazienza, preferisco cercare di spiegare, a beneficio delle persone che attorno stanno assistendo allo scambio; e poi, ricorro al metodo DRS, dubbio-riflessione-silenzio: mi accerto di aver capito bene quello di cui si parla, mi chiedo se riesco a reggere le conseguenze di ciò che sto per scrivere o dire, rimango in silenzio quando non sono competente o non ho nulla di rilevante da dire.

 

GF – Come il termine “sociolinguistica” suggerisce, la lingua, le parole e il loro uso possono offrirci molti elementi di riflessione sulla società in cui viviamo e che siamo. Un tema recentemente chiacchierato è quello della cosiddetta “cancel culture”, che va a braccetto con il politicamente corretto e con la libertà d’espressione, quest’ultima baluardo – ironicamente – di molti odiatori (soprattutto delle minoranza). Puoi aiutarci a fare un po’ d’ordine tra questi concetti?

VG – Penso che la verità, come quasi sempre, stia nel mezzo. Esiste il rischio di una cultura della cancellazione? Indubbiamente, se non si studia a sufficienza, perché si rischia di diventare fanatici, e questo è un male quale che sia l’idea propugnata. Detto questo, noto anche come chi si lamenta di non poter dire più nulla lo fa da programmi radio e tv e tramite paginate di giornale. Qualquadra non cosa, come diceva il tale. Si può dire tutto, mi sa, ma più di una volta le parole generano conseguenze. Il pubblico, nel nuovo sistema mediale, non è silente, ma risponde, protesta, fa notare le incongruenze. Questo dovrebbe essere un invito a parlare meglio, non a non parlare. Comunque, per me la prova del fuoco è chiedere a una persona che dice “Basta con questo politicamente corretto!”: “Scusa, mi spieghi cosa intendi per politicamente corretto?”. Sovente, le persone non mi sanno rispondere.

 

GF – Oltre a scendere nell’arena del dibattito pubblico contro i “difensori dell’italiano” a oltranza sei traduttrice dall’italiano all’ungherese, merito di un bilinguismo che ha a che fare con il tuo DNA visto che sei per metà italiana e metà ungherese. Pensi che si abbia una marcia in più a osservare una lingua utilizzando uno sguardo (anche solo al 50%) esterno? In altre parole, è utile fare uno sforzo di osservazione dall’alto anche della propria lingua? E come potremmo farlo se non siamo bilingui?

VG – Una marcia in più non credo. Credo che sia una marcia diversa, rispetto a chi ha accesso al patrimonio di un solo idioma. Però consoliamoci: in Italia, considerato che quasi la totalità della popolazione ha un background dialettale (o di lingua areale), siamo di fatto già bilingui. Quindi, potremmo diventare trilingui con l’inglese o con altre lingue straniere, magari coltivando e preservando quel bilinguismo che già possediamo, spesso senza accorgercene.

 

Giorgia Favero – Ogni lingua ha le sue caratteristiche distintive, il suo retaggio culturale, le sue “storie” del passato che portiamo inconsapevolmente nel presente. Proviamo a metterci per un attimo nei panni dei difensori dell’italiano, della “lingua pura”, e facciamo finta di essere totalmente incapaci di accettare il fatto che la lingua cambia continuamente e che tra l’altro è anche questo che la rende interessante e vitale. C’è qualche parola, espressione, costruzione e così via che ti dispiacerebbe veder scomparire dall’uso comune nei prossimi dieci, venti o trent’anni?

Vera Gheno – Poiché penso che la lingua sia sempre espressione dei “mondi” di chi la parla e la scrive, la “agisce”, no, non ci sono parole particolari di cui piangerei la scomparsa. Semplicemente, vorrebbe dire che la comunità dei parlanti non le ritiene più utili, e a questo parametro è difficile opporre resistenza con la malinconia o con il buonsenso. Parole escono dall’uso, altre entrano nell’uso… l’importante sarebbe ricordarci sempre di quanto sia prezioso il raffinatissimo strumento di comunicazione che abbiamo a disposizione in quanto esseri umani.

 

GF – Nel salutarti e ringraziarti per questa bella chiacchierata, non posso resistere dal chiederti: ho passato il test di italiano?

VG – Ma che domande, io mica sono grammarnazi! 😀

 

Grazie dottoressa Gheno, continua così!

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook.com]

copertina-abbonamento2021-ott