Filosofare con Game of Thrones: la guida di Tommaso Ariemma

Game of Thrones (targata HBO e andata in onda dal 2011 al 2019, in Italia su Sky) è una serie tv imbevuta di filosofia. Filosofia politica, ma anche sociale, o più semplicemente una filosofia sistematica sull’essere umano, sulla sua malvagità e pietà, sull’utilitarismo e sull’eterna lotta fra ragione e cieca emozione. A prescindere dal finale di serie, che ha generato polemiche che ancora non si sono placate, resta il fatto che Game of Thrones è stata rivoluzionaria, e non solo per la televisione. Lo è stata da un punto di vista culturale, è entrata nelle nostre vite e ci ha uniti in dibattiti, esortato a tifare, ci ha fatto piangere e arrabbiare.

Tutto questo Tommaso Ariemma, già autore di La filosofia spiegata con le serie tv (Mondadori, 2017) e La filosofia degli anni ’80 (Il Nuovo Melangolo, 2019), lo coglie alla perfezione nel suo ultimo libro, Game of Thrones. Imparare a stare al mondo con una serie tv (Il Nuovo Melangolo) uscito a novembre 2020. Scritto con la tecnica che lui stesso definisce la migliore in termini filosofici, ossia un misto di autobiografia e autofinzione, con una buona dose di (sempre parole sue) “immaginazione didattica” tra lui e i suoi studenti, che hanno il merito di avergli fatto scoprire la serie, il libro parla di questo enorme fenomeno mediatico da angolature insolite e inedite. Ariemma racconta la sua iniziale indifferenza nei confronti della serie (l’aveva iniziata ma non ne era rimasto colpito), per poi passare ad un vero e proprio attaccamento, quello che tutti i fan hanno provato. Un attaccamento ancestrale, che, come nota Ariemma, viene dal passato, dalla tradizione orale, da quei canti (non a caso la serie è tratta dalla saga letteraria di George R.R. Martin, intitolata A Song of Ice and Fire) dal sapore epico, dove la morte è centrale. Morti ingiuste, morti calcolate, morti machiavelliche: Ariemma nota quanto sia presente, nella serie, la filosofia di Machiavelli. La raffigurazione del potere, un potere cieco che vede e sente (e vuole) solo se stesso, proprio come Cersei Lannister sa bene. Un potere che si costruisce dietro le quinte, tramando e tradendo, come fanno Ditocorto alias Petyr Baelish e Lord Varys. Ma anche un potere arguto, tutto intellettuale: come quello incarnato da Tyrion Lannister, il nano, il mezzo-uomo che combatte con la saggezza acquisita dai libri.

Game of Thrones ha dato ad Ariemma lo spunto per una didattica diversa (finalmente!), che si serve delle serie tv per arrivare alle menti degli studenti e delle studentesse delle scuole superiori. Perché le serie tv sono per davvero “il mezzo del futuro”, un futuro che è già qui, in cui le guerre sono tante e su vari livelli, in cui il clima ci si rivolta contro, un futuro fatto di alte barriere di ghiaccio, che non si possono, però, nemmeno buttare giù a suon di fiamme. Perché il fuoco e il ghiaccio sono due estremi che in Game of Thrones portano alla morte, ma la vita sta sempre nel mezzo. Magari in una delle tante storie di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, narrate per dissipare quel caos in cui ci troviamo, come ricorda Ariemma citando il celebre dialogo tra lord Varys e Ditocorto: “Il caos è una scala” dice quest’ultimo. Un caos che non ci resta che salire: solo così possiamo abitare davvero il mondo, cercando di capirlo attraverso i tanti racconti, di finzione e non. E se saliamo, non è per ergerci sopra a quel caos, ma semplicemente per goderci meglio il suo panorama.

Per i fan di Game of Thrones il libro di Ariemma sarà una piacevole compagnia e una valida guida. Per affrontare anche le nostre sfide quotidiane — perché non è necessario essere i personaggi di una saga fantasy per ritrovarsi a combattere draghi o pericolosi non-morti: anche i professori di filosofia hanno le loro battaglie da combattere. Ma se ci sono le armi giuste, ossia la filosofia e le serie tv, allora si è in buone mani.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit Tommaso Ariemma]

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Una citazione per voi: de Beauvoir e l’essere donna

 

• NON SI NASCE DONNE, SI DIVENTA •

 

Tra le personalità e le autrici che nel Novecento hanno contribuito allo sviluppo dei movimenti femministi e delle rivendicazioni sociali e politiche delle donne è impossibile non ricordare Simone De Beauvoir. Filosofa e pensatrice controversa di estrazione alto-borghese, nasce a Parigi il 9 gennaio 1908 e si laurea alla Sorbona, dove conosce quello che diventerà il compagno e l’amico di una vita, Jean Paul Sartre. È nel 1930 che inizia ad insegnare, per poi lasciare la cattedra ed entrare nel comitato di redazione della rivista Les Temps Modernes.

È nel Secondo Sesso che Simone De Beauvoir ci lascia in eredità la sua citazione più famosa: Non si nasce donne, si diventa. Un’opera che viene pubblicata nel 1949 e concepita come una trattazione teorica, ma che presto diventò uno dei testi di riferimento per le attiviste e i primi movimenti di emancipazione femminile. L’obiettivo di Simone è chiaro: per pensare l’uguaglianza in un contesto di dominazione maschile, è necessario appellarsi all’universalità della ragione. “Diventare” donne significa che “per natura” non lo siamo: quello che ci rende tali non è una presunta essenza innata con caratteristiche e “virtù” ben definite, ma la nostra storia, l’infanzia e le cicatrici che portiamo sul corpo. E quindi quel che definiamo “natura femminile” con tutti i suoi “valori” cos’è? È una categoria che nasce in seno alla società, frutto di secoli di dominazione maschile e di una tradizione filosofica millenaria, che vede “uomo” e “donna” come due essenze radicalmente distinte. In tal senso la donna ha giocato il suo ruolo solo in relazione all’uomo, come “secondo” sesso. Così scrive Simone: «la donna si determina e si differenza in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei; è l’inessenziale di fronte all’essenziale. Egli è il Soggetto, l’Assoluto: lei è l’Altro»1.

Non esiste quindi alcun destino biologico o psicologico che possa definire una donna in quanto tale, essa costruisce sé stessa solo attraverso la sua vita e i suoi desideri. È innegabile che ci siano delle differenze biologiche tra uomo e donna, ma ciò che afferma la filosofa è diverso: l’insistenza con cui sono state affermate queste differenze nel corso della storia ha fatto sì che elementi sociali e culturali venissero letti come qualcosa di innato da accettare solo passivamente. È su questo pretesto che si è costruita la condizione femminile nel corso dei secoli.

Se l’opera e il pensiero di Simone porterà con sé critiche, discussioni teoriche e rotture in seno ai movimenti femministi, è innegabile che il suo contributo sia stato fondamentale per ripensare la donna “libera” dalla subordinazione al “primo sesso”. La sua battaglia contro gli stereotipi di genere ha aperto la strada alla costruzione di una nuova soggettività autonoma e consapevole.

Cosa ci lascia in eredità oggi? In una conferenza del 1966 Simone sottolineava come il problema della disparità tra uomo e donna non fosse solo culturale, ma anche politico. La democrazia borghese rivela in sé una grande contraddizione che coinvolge la donna: se da una parte vuole essere un regime dove vige perfetta uguaglianza (il diritto di voto rappresenta l’espressione di questa), dall’altra l’ordine borghese si fonda sulla disuguaglianza ed è in questo senso (disparità salariale, disoccupazione femminile) che le donne vengono mantenute in uno stato di inferiorità. Il discorso aperto da Simone è più attuale che mai, basti considerare oggi l’occupazione femminile e il gender pay gap: in Italia, infatti, la differenza in busta paga fra uomo e donna è del 23,7%2.

 

Greta Esposito

 

NOTE:
1. S. De Beauvoir, Il Secondo Sesso, p. 22
2. Analisi Eurostat che tiene conto del numero di ore lavorate sulla retribuzione mensile lorda

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Come Carroll a caccia di Snark

Quando una valigia si riempie di parole, l’assale una gran voglia di parlare. Questa valigia, per l’appunto, è piena di ritagli di cartoncini su cui sono impresse parecchie parole. E sta per aprirsi e parlare.

Ecco che un’onda di ritagli si infrange sul pavimento. Per terra ora c’è un mare di parole. Sono tutti sostantivi, alcuni molto lunghi, altri più corti, ognuno con un significato diverso. Le mani dei bambini come vascelli solcano in ascolto questo mare, è un’esplorazione semantica in cui ritrovano parole note e ne scoprono di ignote.

Ci sono nomi che portano significati concreti e quotidiani, ce ne sono altri più strani e lontani. E poi ci sono nomi un po’ particolari che non sembrano avere un riferimento nitido, ma che hanno un significato un po’ a metà strada tra quello di altre due parole.  Come “mandarancio”: chi è che sa dove finisce il mandarino e dove incomincia l’arancio?

Di parole un po’ sfocate ne esistono a bizzeffe, sia per un uso consueto e concreto – come “mandarancio” – sia con riferimento più strano e desueto. In francese questo tipo di parole si chiama mot-valise, che letteralmente si traduce con “parola-valigia”.

Se è vero che ne esistono in grande quantità, quelle che non esistono sono certamente la maggior parte. Le mani dei bambini esplorano questo misterioso, ignoto mare. Navigando trovano un “mandacchio”, un curioso frutto tra il mandarino e il pistacchio, un “perancio” e un “kakiwi”: avete capito di quali due frutti sono frutto questi due frutti?

Ma le parole-valigia più fantasiose arrivano col mare mosso. Quando i frutti si mescolano con le verdure e gli insetti coi mammiferi, quando i fiammiferi e le briciole si mescolano con gli astri e i pianeti, quando le possibilità del quotidiano si mescolano con l’invenzione.

Il gioco di scoprire parole-valigia affascinava Lewis Carroll talmente tanto da dedicare un poemetto epico proprio a una di queste parole: Snark. È difficile dire cosa sia uno Snark: probabilmente ha qualcosa del serpente (snake) e qualcosa dello squalo (shark), ma non è detto che non abbia anche parti lumacose (snail) e tratti ringhiosi, cortecciosi e aggrovigliati (bark, snarl). Sicuramente non è un essere innocuo.

Per amplificare la potenza immaginativa del suo Snark, oltre a questi giochi polisemici, Carroll ricorre anche ad altre strategie. Innanzitutto ne proibisce qualsiasi illustrazione ed evita descrizioni dettagliate: questo perché qualsiasi contorno, figurato o verbale che sia, che vada oltre una bozza della figura fantastica ne inchioderebbe la libertà immaginativa. Rappresentare l’indescrivibile, particolareggiare l’ineffabile disambiguando il mistero, tradisce le possibilità della fantasia e ne imprigiona il senso.

In secondo luogo Carroll impregna i personaggi e le dinamiche narrative di nonsense. I dialoghi, nel loro succedersi, non hanno senso compiuto, i legami di causa-effetto sono derisi, le abituali correlazioni cadono. L’irragionevole irrompe nel quotidiano, l’assurdo prevale sulla coerenza e lo straniamento non ha scopo, ma è legge del quotidiano. E questa è una difesa senza compromessi della potenza caleidoscopica dell’immaginazione, un elogio senza mezzi termini della fantasia che si fa regola suprema della narrazione.

Infine, il culmine del genio fantastico è raggiunto da Carroll al termine del poemetto quando uno dei membri della ciurma impegnata nella caccia allo Snark, lo incontra. E quando vede la sua forma e i suoi colori, quando il fantastico diventa ai suoi occhi reale, ecco che l’osservatore sparisce. Come a confermare, nei fatti narrati, che la fantasia muore se costretta entro troppi dettagli che ne indispongono la libertà.

Allenare l’immaginazione, oltre che un gioco, è un esercizio prefilosofico e filosofico utile ai bambini. E figurarsi uno Snark, a partire dalle parole che Carroll usa per tratteggiarne la figura e dalle situazioni narrate nel poemetto, oppure inventare altre figure fantastiche a partire da una parola-valigia, sono strade possibili per incontrare la filosofia e imparare a navigare in un nuovo, diverso, mare.

 

La valigia del filosofo

 

[Photo credit La valigia del filosofo]

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Cronache dall’era (post)ideologica

Poche parole hanno un significato così vago e dai contorni così sfumati come quello di ideologia. Da un lato, tale caratteristica potrebbe apparire normale per un termine che nasce, di fatto, verso la fine del Settecento in ambiente illuministico e attraversa i secoli mutando il suo statuto: esso passa dall’indicare, letteralmente, lo studio della storia delle idee, a essere caricato dispregiativamente di un senso antifilosofico e antiscientifico. Con l’avvento del marxismo, la nostra parola ideologia si orienta a indicare l’insieme di dottrine etiche, religiose, politiche e filosofiche adoperate dalla classe borghese per esercitare il dominio sui rapporti di produzione e regolarne le dinamiche. Nel Novecento, poi, diventa senso comune utilizzare ideologia per indicare le grandi visioni del mondo contrapposte, nonché per riferirsi a ciò che i complessi apparati propagandistici dei regimi totalitari tentavano di inculcare nelle popolazioni loro sottomesse.

Oggi, se parliamo di ideologia, pur volendo indicare in maniera neutrale e generica un insieme di valori e credenze appartenenti a un determinato gruppo sociale o politico, sottintendiamo, inevitabilmente, un giudizio negativo nei confronti dell’argomento che stiamo trattando. Questo è, in parte, dovuto a un residuo inconscio che il termine in questione porta con sé; d’altro canto non manca la presunzione di definire dispregiativamente ideologico un atteggiamento da cui ci siamo assicurati di essere a debita distanza: serpeggia, infatti, tra pensatori e gente comune, la percezione e l’idea di essere, finalmente, in un’epoca che si potrebbe definire post-ideologica. Pare che con l’avvento della post-modernità, ci si sia liberati dalle catene delle grandi narrazioni, dai macigni delle complesse impalcature di pensiero e che tutta la fluidità dell’identità relativista scorra come un fiume in piena, diramandosi in effluenti di molteplici visioni che spiegano parti della realtà in cui viviamo oggi.

Con una certa dose di kinismo1, per dirla alla Sloterdijk2, siamo convinti di agire in maniera composta e distaccata a ciò che ancora si propone sotto forma di pensiero ideologico, spesso facendoci beffe di coloro i quali ci appaiono come ingenui e creduloni. Lo stesso Sloterdijk, però, ci fa notare come oltre ad essere soggetti kinici, siamo soprattutto soggetti cinici: sappiamo benissimo, in realtà, che l’ideologia (o le ideologie?) non sono assolutamente sorpassate, che in realtà siamo immersi fino al collo in qualcosa che ci governa e ci manipola, e nonostante ciò, lasciamo a questo qualcosa le redini, quasi rassegnatamente.
Se consideriamo il punto di vista di un altro grande pensatore contemporaneo, Slavoj Žižek, che ha fatto della critica all’ideologia uno dei suoi vessilli filosofici, potremmo persino arrivare ad ammettere che non accettiamo l’ideologia perché ne siamo semplicemente sopraffatti, ma viviamo costantemente in essa poiché è il solo modo, per noi, di vedere e interpretare la realtà. Tutto intorno a noi è ideologico, poiché tutto il nostro mondo risponde a una necessità di simbolizzazione e l’entrata nell’Ordine Simbolico presume un prezzo da pagare.

Secondo Žižek, inoltre, la modalità ironica che utilizziamo per prendere le distanze dalla dinamica ideologica, non solo è già contemplata e accettata in questa stessa dinamica (quindi è ideologia anch’essa!), ma contribuisce ad avvilupparci ancora di più nel gomitolo ideologico, rendendo non solo vano, ma addirittura dannoso il nostro tentativo di fuga.
In questa prospettiva viene da chiedersi: si potrà mai uscire dall’ideologia e vedere le cose come realmente sono? Se vogliamo fidarci della risposta dello stesso Žižek, alquanto pessimisticamente, dovremmo affermare che non è per niente facile o scontato cambiare prospettiva. Uscire dall’ideologia significa anche essere disposti ad abbandonare il nostro terribile quanto rassicurante orizzonte di senso e fronteggiare quello che Žižek, sulla scia di Lacan3, individua come il Reale delle cose, ossia quel nocciolo angosciante e terrificante che si cela dietro la fantasia inconscia della nostra realtà quotidiana.
La passione per il Reale è un atto eroico e, in quanto tale, comporta il rischio di ricevere una sferzata mortale: quanto coraggio abbiamo per imbarcarci nell’impresa e quanto non-senso siamo in grado di sopportare?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- Con questo termine si vuole indicare l’insieme di comportamenti che mirano a canzonare l’autorità, rispondendo ai suoi dettami con sarcasmo e ironia; il kinismo vero e proprio affonda le sue radici nell’omonima scuola filosofica dell’antica Grecia, il cui capostipite fu Antistene.
2- Peter Loterdijk è un filosofo tedesco contemporaneo, autore della “Critica della Ragion Cinica”, uno dei saggi filosofici che ha riscosso il maggior successo mondiale, a partire dal secondo dopoguerra.
3- Jacques Lacan è stato un filosofo e psicoanalista francese, che contribuì allo sviluppo della psicoanalisi con le sue teorie sul godimento, il linguaggio e i tre Ordini secondo cui sarebbe strutturata la realtà umana. DI difficile interpretazione, dato il suo stile ermetico e oscuro, è ancora molto controverso, benché goda di importanti interpreti, tra i quali spunta, per l’appunto, anche Slavoj Žižek

[Photo credit pixabay]

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Etica della salute pubblica in emergenza sanitaria

Le istituzioni sanitarie sono gli organismi responsabili della tutela della salute degli individui presenti, permanentemente o temporaneamente, all’interno dei propri confini territoriali. Il sistema di sorveglianza territoriale deve essere eticamente bilanciato: le disposizioni da attuare devono avere carattere di necessità, ragionevolezza, proporzionalità, equità e trasparenza. Oltre a dover essere in linea con il quadro normativo vigente a livello nazionale e internazionale. Poi, ci sono contingenze sanitarie emergenziali che rischiano di compromettere la salute collettiva ed in questo frangente le misure di controllo delle istituzioni sanitarie possono imporre restrizioni al singolo individuo, stabilendo limiti temporanei all’esercizio della libertà individuale.

Nel corso della pandemia da COVID-19, le misure necessarie per arginare la diffusione del contagio spaziano da indicazioni che rientrano nell’ambito delle ordinarie politiche di sanità pubblica, non in contrasto con l’autonomia del singolo (adozione di presidi sanitari utili, distanziamento fisico, ecc…), fino all’emanazione di disposizioni restrittive eccezionali (lockdown e limitazione di determinati comportamenti e servizi) adottate nelle fasi più acute della pandemia e giustificati dalla necessità di tutelare la salute pubblica di fronte alla gravità dell’emergenza sanitaria in corso. Nelle diverse fasi dell’emergenza è stato necessario disporre di una rigida sorveglianza territoriale, nonché raccogliere e utilizzare dati personali dei cittadini avvalendosi, se necessario, di strumenti invadenti rispetto alla sfera del singolo per il tracciamento degli spostamenti fisici quotidiani.

L’ineluttabilità di tali misure straordinarie è stata dettata dalla scarsa disponibilità di informazioni scientifiche in merito all’infezione da SARS-CoV-2 e alla sua evoluzione epidemiologica. In un Paese democratico, la fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini è il presupposto fondamentale per raggiungere un livello di aderenza confacente alle disposizioni emanate dagli organi preposti, nonché per sviluppare un’assunzione di responsabilità personale e sociale. E tuttavia, per il loro carattere di eccezionalità, dette misure dovrebbero rispondere a criteri di proporzionalità, di efficacia, di limitazione nel tempo, di possibilità di ricorso giurisdizionale. Al contempo, è di cruciale rilevanza etica che il rispetto verso i diritti, delle singole persone in quanto tali e della collettività in quanto insieme di individui, sia garantito anche e soprattutto nel contesto emergenziale, dove le criticità non rimangono mai limitate agli aspetti sanitari, ma inevitabilmente hanno risvolti sociali ed economici.

Dal punto di vista giuridico, i divieti alla libertà di circolazione, di assembramento, di iniziativa economica, di religione sono da ritenersi non in contrasto con la Costituzione, quando si tratta di fronteggiare una minaccia grave alla salute pubblica.

Sul piano etico, le misure adottate hanno origine dalla consapevolezza della forte interdipendenza tra salute individuale e collettiva, con l’obiettivo risvegliare nel singolo l’istanza etica della solidarietà, soprattutto in tempi di pandemia. Infatti, spesso, il singolo riconosce e mette in atto un alto livello di responsabilità individuale verso i membri della sua famiglia, mentre il dovere civico e la solidarietà non sono sempre percepiti come istanze morali fondamentali e assumono un valore secondario. Invece, l’etica della sanità pubblica ci chiede di ragionare in una prospettiva meno egocentrica, nella quale il bene di cui si va alla ricerca è non solo il bene del singolo, ma anche il bene della comunità. Non siamo responsabili soltanto delle conseguenze delle nostre azioni, ma dobbiamo farci carico e prenderci cura delle conseguenze sugli altri. Questo è il fulcro della responsabilità collettiva: la solidarietà, frutto di una presa di coscienza dell’interdipendenza di tutti gli esseri umani tra loro.

Norberto Bobbio diceva che «i nostri diritti non sono altro che doveri degli altri nei nostri confronti»; l’atto del singolo diventa concretamente significativo solo se collocato nel quadro generale di un’azione collettiva. È la stessa etica della sanità pubblica che interpella il cittadino affinché, da soggetto egocentrico ed individualista, “si evolva” in una persona portatrice di valori solidali e capace di cogliere nel bene della collettività il suo stesso bene.

 

Silvia Pennisi

 

[Photo credit pixabay]

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Entrare in crisi. Quel cammino dall’io al noi

Da qualche giorno si sente nuovamente parlare, nel panorama politico italiano, di una “crisi di governo”, la cui importanza dipende fortemente dal punto di vista secondo cui ciascuno, sulla base delle proprie idee e dei propri valori, osserva la realtà in cui ci si trova.

Ma cosa si intende, propriamente, con il concetto di crisi? Solitamente l’etimologia di questa parola viene ricondotta al termine greco krisis, dal verbo krino, con cui si indica il saper distinguere, prendere una scelta o, più in generale, una situazione di cambiamento.

Spesso temiamo la crisi, specie a livello personale, perché ci rimanda ad una percezione di instabilità, di sconvolgimento che implica il passaggio da ciò che è a ciò che sarà. Psicologicamente parlando, alcuni autori, delineando lo sviluppo psico-cognitivo della persona, sono soliti indicare la crescita come un continuo passaggio tra età stabili ed età critiche, dove si apprende e si consolida tutto il percorso personale.

Se nessuno è esule dallo sperimentare una crisi, tanti invece risultano inadatti ad accompagnare e sostenere colui che la vive. Alcuni per mancanza di strumenti professionali – in situazioni di particolare fragilità -, altri per personalità o per carattere, molti poiché pretendono di dover necessariamente fare, agire, intervenire, quando spesso il modo migliore per restare accanto a chi è in crisi è semplicemente esserci. Magari anche in silenzio, puntando tutto su quella presenza che non sempre ha bisogno di parole per esprimersi.

La crisi a volte capita, a volte è voluta, premeditata, provocata. A volte la subiamo, altre volte la inneschiamo e, in questo caso, forse bisognerebbe fare particolare attenzione, pensando prima agli eventuali effetti che essa possa provocare, poiché se da un lato essa racchiude in se stessa sempre l’opportunità di crescere, di prendere decisioni che ci rendano migliori, dall’altro lato se non si riesce a gestirla può trasformarsi in una sorta di boomerang che, tornando indietro, può soltanto provocare molti danni.

Karl Popper, ad esempio, nella propria visione epistemologica, ha sostenuto che la validità di una teoria scientifica dipende da quanto essa possa essere falsificabile, confutabile. Quanto più essa viene messa in discussione, analizzata, verificata di continuo, tanto più essa si avvicinerà ad assumere una validità quasi assoluta. Per Popper, la crisi è non solo necessaria, ma addirittura indispensabile per determinare quanto la teoria sia valida e, di conseguenza, poter segnare il confine tra il metafisico e lo scientifico. Parafrasando le idee di Popper e tentando di applicare lo stesso principio alla realtà, ogni vera crisi può allora essere anche l’occasione di rendere sempre più autentico ciò che essa stessa coinvolge, che sia un individuo, una comunità, una teoria, un concetto.

A livello sociale e politico, il concetto di “crisi di governo” indica certamente una situazione di cambiamento in quello che è da sempre indicato come il punto fermo di ogni Stato durante una determinata legislatura. Il ruolo cruciale che determina tale tipologia di crisi è fortemente legato al venir meno di quella che è la fiducia tra gli organi di Stato ed i relativi membri. Anche nei rapporti umani accade. In coppia, tra amici, in famiglia, se manca la fiducia inevitabilmente si incorre in una forma di crisi che può facilmente determinare una rottura nella relazione. Una ferita, la cui profondità è direttamente proporzionale all’affetto messo in questione.

Cosa accomuna tutte queste tipologie di crisi? La soluzione. Perché nessuna crisi può essere affrontata e risolta in quell’individualismo che ci caratterizza negli ultimi tempi, in quella solitudine che il lockdown rende sempre più arida. La crisi ha bisogno del noi per salvare l’io. E se questo vale a livello personale, relazionale, professionale, vale anche a livello politico e sociale.

Ci farà bene allora ideare una sorta di teleologia della crisi, ovvero la ricerca del fine, dello scopo, di ogni evento critico. Da dove parte questa crisi? Dove può condurmi?

Che ben venga l’atteggiamento critico, di indagine, di ricerca, di riflessione andando in profondità di ciò che accade. Ma attenzione a non cadere in quella che i filosofi definirebbero la doxa, l’opinione distaccata che ha come unico interesse quello di gettare sentenze, di dare soluzioni del tutto improvvisate e inadeguate, specie quando si pretende di invadere con forza l’intimità personale e la sofferenza degli individui. Perché la fine ed il fine di ogni crisi dipendono molto da come essa viene affrontata. Se alla fase iniziale di smarrimento ed immobilismo non segue un sano discernimento, nonché una scelta, una decisione, un passo per uscire dall’ipotetico stallo, si sarà probabilmente persa l’occasione di crescere. Di diventare una persona migliore, una comunità migliore, uno Stato migliore.

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit unsplash.com]

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Dalla letteratura alla filosofia: intervista a Adone Brandalise

Cultura,  letteratura e filosofia, tre parole che in un periodo di pandemia, come quello che stiamo vivendo, si fanno spazio con difficoltà tra le molte esigenze quotidiane. La necessità umana di riflessione sul reale, ci spinge tuttavia ad interrogarci su questo momento storico e a chiederci che valore possano avere queste entità, quale sia il legame tra filosofia e letteratura e quale compito spetti all’intellettuale nel mondo odierno.

Ne abbiamo parlato con Adone Brandalise, filosofo, studioso e professore di Teoria della Letteratura presso l’Università degli Studi di Padova, che ha gentilmente ed esaustivamente risposto ad alcune nostre domande, abbandonando le etichette e i pregiudizi che spesso abbiamo quando si parla di questi temi. Oggi più che mai c’è bisogno di libertà, afferma il prof. Brandalise, e forse proprio la Cultura, in particolare la Poesia, ci permettono di sognare e attraverso l’immaginazione di avvicinarci a questa esigenza.

L’intervista al professor Brandalise prosegue nel numero 14 della rivista cartacea La Chiave di Sophia (in uscita a fine febbraio 2021), con alcune considerazioni e riflessioni riguardanti il tema della complessità. Buona lettura!

 

Quale ruolo può avere la letteratura oggi, in un mondo in cui il linguaggio prediletto è quello tecnico-scientifico e non quello evocativo, che crea sensazioni o emozioni diverse e permette di connettere realtà e mondi possibili? Quale ruolo può avere invece il poeta, o più in generale l’uomo di cultura?

Credo non convenga cedere senza riserve alla suggestione di uno schema anche eccessivamente collaudato che vede opporsi irrimediabilmente l’orizzonte del linguaggio poeticamente ricco con quello disincantato ed anaffettivo della scienza. Ai livelli più elevati e quindi necessari dell’esperienza culturale le diverse forme della creatività intellettuale si mostrano, al di là dei diversi apparati in cui si fissa la loro dimensione istituzionale, assai più affini e interagenti di quanto le ideologie, scientiste come umanistiche, propendono ad affermare.

Esiste una classe di pratiche del pensiero che esercitano, per così dire, radialmente la loro utilità, proprio perché non deterministicamente votate a servire a uno scopo prefissato, ma per questo capaci di produrre concretissimi effetti complessivi.

Viene quindi da chiedersi se i processi che stanno così rapidamente ridefinendo la fisionomia di un mondo che si è tentati di ritenere tendenzialmente post-umano, non siano destinati a decidere la complessiva qualità dei loro esiti proprio in ragione della rilevanza che sarà accordata a questa modalità, più spregiudicata e flessibile, della pratica intellettuale.

 

Secondo lei la filosofia cosa è? Cosa significa “fare filosofia”?

Non mi avventuro a proporre definizioni, ma solo provo a evidenziare quanto mi suggerisce il contatto con ciò che avverto come filosofia e che mi si presenta come una disposizione del pensiero e del linguaggio non ostile al prodursi della verità come evento, in cui il sapere si mostra animato da un movimento che lo sospinge ma anche lo supera. Ciò appare quando il pensiero e le parole del filosofo non si riducono alla registrazione di un’opinione o alla compiuta architettura di una esposizione dottrinale, perché in essi si apre un effettivo presente in cui il confronto con il reale va oltre l’istanza conoscitiva che vorrebbe fissarlo in una rappresentazione della “realtà”. La filosofia quindi come pratica del pensiero che non rinuncia a perseguire quanto gli esiti del suo procedere gli indicano come sviluppo necessario in omaggio a limiti che ne caratterizzino un presunto oggetto, dato come un presupposto e come fonte di una legalità disciplinare. Ciò che, a mio avviso, la rende utilmente capace di dialogare con i diversi saperi quando questi, con un moto che è di per sé stesso filosofico, mettono in questione il rapporto tra i propri fondamenti e le proprie prassi.

 

Non sempre ci ricordiamo che la filosofia non si misura in termini di scrittura soltanto con il saggio; la filosofia può essere epistolare (pensiamo per esempio a Seneca) o teatrale (ricordiamo tra gli altri Camus) ed essere veicolata anche tramite il romanzo (tra gli altri citerei Sartre). Lei,professor Brandalise, ritiene che ci siano autori della letteratura che possano essere considerati, per la loro visione di mondo e il modo di tradurla, dei filosofi?

Se ben ricordo Mallarmé sosteneva che là dove vi era sforzo stilistico vi era versification, ovvero linguaggio poetico. Anche limitandoci allo scenario della modernità possiamo riconoscere che quello stesso pensiero che rende tale la filosofia si può manifestare al di fuori di quanto corrisponde ad una identificazione tecnico-disciplinare di questa. In tal modo esso per un verso si può sviluppare secondo sue forme dotate di una propria logica e d’altro lato e contemporaneamente interrogare la filosofia ed esserne interrogato.

Proprio per questo sono soprattutto autori che non si riducono a decorare artisticamente precostituiti contenuti “filosofici”, ma che implicano per propria intima necessità effetti di pensiero nelle loro elaborazioni che divengono luoghi rilevanti e a volte inaggirabili per la filosofia. E ciò riguarda  la poesia, la narrativa ma anche il cinema ( penso a questo proposito alla riflessione deleuziana) o le arti visive e performative.

 

In base alle recenti misure governative nell’ambito del contenimento della pandemia, le librerie sono tra gli esercizi rimasti aperti anche all’interno delle cosiddette “zone rosse” in un’ottica in cui il libro viene considerato un bene essenziale. Professor Brandalise, come giudica questa decisione? In che modo ritiene che la letteratura possa essere un valido aiuto in un periodo così difficile come quello di una pandemia globale, quale quella che stiamo vivendo?

Si sarebbe tentati di applaudire senza riserve. Eppure considerando, per dire così, con una formula assai semplificatrice, il posto che la complessiva organizzazione sociale, quello che  un tempo si poteva chiamare – supponendo ottimisticamente con ciò di avvicinarsi ad una comprensione “forte” delle cose – il “sistema”, tende a destinare a quanto di vitale si apre nella pratica della lettura, si potrebbe sospettare di trovarci di fronte ad una sorta di flebile risarcimento simbolico, a uno di quegli omaggi che “il vizio rende alla virtù”, come proponeva La Rochefoucauld, così definendo l’ipocrisia. 

Comunque la letteratura – e il suo cuore poetico in particolare – possono rendere percepibile l’intreccio di tempi che si concentra nel nostro presente, e così avvicinarci ad una libertà paradossalmente non immaginaria proprio perché affidata alla “materia di cui sono fatti i sogni”, se, come non  smettono di suggerirci antiche filiere simboliche, sognare “sapientemente” è il vero modo di essere desti, così da poter guardare ai nostri incubi senza sottostare al loro fascino.

 

Anna Tieppo

 

[Photo credit adonebrandalise.it]

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Una citazione per voi: Socrate e la conoscenza

 

• SO DI NON SAPERE •

 

Questa frase, attribuita a Socrate (469-399 a.C.), è certamente una delle asserzioni più note, citate e riportate della storia del pensiero occidentale, al punto da essersi ormai inserita da tempo nel linguaggio quotidiano. Filosoficamente è utile comprenderne il senso originario in vista di una maggior consapevolezza teorica e conseguentemente di una maggior puntualità d’utilizzo.

Platone nell’Apologia di Socrate1 – resoconto che è una libera rievocazione del processo del tribunale ateniese al proprio maestro – principia con il responso dell’oracolo di Delfi il quale, dopo essere stato interrogato su chi fosse l’uomo più sapiente del tempo, aveva risposto facendo propriamente il nome di Socrate. Platone racconta che il maestro, non completamente persuaso da tale affermazione, si era recato presso gli uomini che erano ritenuti sapienti, come per esempio politici, poeti, artisti, intrattenendosi con loro in lunghi dialoghi, scoprendo infine che costoro, pur ritenendosi saggi, non lo erano affatto. Riconoscendo che tutti erano meno savi di lui e attirandosi per questo non poche ostilità, Socrate era dovuto convenire con il responso dell’oracolo: proprio lui era l’uomo più saggio.

Ma in che cosa consiste effettivamente la sua sapienza? Quali sono i caratteri di tale saggezza? Socrate sostiene di aver capito di essere il più saggio proprio perché sa di non sapere, riconosce dunque che la fonte della conoscenza risiede unicamente nella divinità. «Unicamente sapiente è il dio»2, si legge nel racconto platonico. Il filosofo ateniese afferma costantemente di non sapere: riconosce che nel mondo circostante non vi è nulla che gli consenta di sapere, proprio perché il sapere nel senso pieno del termine è legato alla conoscenza ferma, incontrovertibile e rimanda dunque alla verità. Leggi, abitudini sociali, credenze, dottrine filosofiche, principi morali, non sono per Socrate occasioni per “sapere”. In merito Emanuele Severino scriveva che: «dichiarare di non sapere significa dunque che nessuna delle convinzioni umane a lui note gli si presenta come verità»3. La novità intellettuale che l’oracolo gli aveva anticipato e che egli stesso riconosce dopo una accurata ricerca e numerosi confronti, consiste nel fatto che mentre i più non sanno di non sapere, lui lo sa, ne è consapevole. I più vivono scambiando per verità contenuti, credenze, idee che non hanno i caratteri propri della verità che i primi pensatori hanno portato alla luce. Pur non sentendosi “arrivato”, Socrate ha ben chiara l’idea forte della verità che si collega con la ricerca interminabile, con la messa in discussione di tutto ciò che si tende a dare per scontato, con l’analisi e la critica della società4 e il «rifiuto di tutto ciò che si va scoprendo privo di verità»5. Quel saper di non sapere, in cui è radicata la sua sapienza, è il motore del dubbio, del domandare, del porre in questione, del problematizzare ciò che viene smerciato come verità a buon mercato.

Quanto la figura di Socrate e il suo insegnamento in questo senso possono comunicare anche all’uomo del tempo presente. L’intramontabile eredità socratica può ancor oggi stimolare un atteggiamento di ricerca interiore, di parola ragionata, analisi critica del proprio tempo al fine di non rimanere ostaggio delle interpretazioni dominanti. Socrate ci invita ad essere persone che all’ideologia dei punti esclamativi, delle vane certezze, delle illusorie verità del mercato e della demagogia politica, preferiscono i punti interrogativi, l’inesauribile domandare che solo può mantenere vigili le coscienze e attive le menti di ciascuno.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., Platone, Apologia di Socrate, tr. it. di M. Valgimigli, Laterza, Roma-Bari, 201818.
2. Ivi, p. 17.
3. E. Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo. La filosofia antica e medioevale, Rizzoli, Milano, 201710, p. 109.
4. Scrive Severino: “la critica di Socrate alla società è ancor più radicale di quella dei sofisti; e la condanna di Socrate da parte della società ateniese è la naturale reazione e difesa di una società che si sente minacciata nel modo più pericoloso”, Ivi, p. 110.
5. Ibidem.

[Immagine rielaborata da Google Immagini]

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