Sparatutto e GTA, nuove frontiere del terrorismo

<p>The truck which slammed into revelers late Thursday, July 14, is seen near the site of an attack in the French resort city of Nice, southern France, Friday, July 15, 2016.  France has been stunned again as a large white truck mowed through a crowd of revelers gathered for a Bastille Day fireworks display in the Riviera city of Nice. (AP Photo/Luca Bruno)</p>

Ricordo bene l’arrivo del Natale quando si era ragazzi. Ricordo bene quel senso di eccitazione che ruotava attorno all’attesa dei regali, che per i più fortunati significava un gioco nuovo per la Play Station. Ma in un modo o nell’altro quel gioco sarebbe arrivato tra le mani di ognuno di noi, a casa di un amico o magicamente scaricato dal web. Andava di moda GTA, in una delle tante versioni passate alla storia. Un gioco a dir poco irriverente e per questo spopolava: si trattava di fare tutto quello che nella realtà le leggi e il senso etico ci impediscono. Possiamo sparare a tutti, investire persone in auto, andare a puttane in pieno giorno e picchiare, picchiare a sangue chiunque si metta in mezzo tra noi e la nostra onnipotenza.

Non scandalizzatevi! È solo un gioco!”, ripete ogni ragazzo come un mantra, mentre la mamma lo guarda preoccupata, sperando che almeno i compiti per il giorno dopo siano stati fatti.

Nel frattempo il mondo è stato messo a ferro e fuoco da notizie di cronaca nera e di terrorismo, di stragi e di tutto quello che quotidianamente ci fa storcere il naso, quanto più accade vicino ai nostri confini. Il nostro radar del disgusto e del ribrezzo sociale si attiva ogni giorno accendendo il telegiornale, eppure c’è un altro meccanismo che ormai è costantemente attivo in quasi ognuno di noi.

La disinibizione.

Siamo disinibiti di fronte alla violenza, dopo esserci allenati per anni con un joystick in mano; non ci sembra in fondo così strano se qualcuno spara all’impazzata e senza un motivo per strada.
Sì sì, ci scandalizziamo per quei cinque minuti dopo aver sentito la notizia, ma l’informazione in entrata rientra comunque in una gamma di possibilità (cioè di azioni fattibili, possibili) anche perché le abbiamo già esperite virtualmente. È solo un gioco, quello di GTA, certo, ma ci introduce in un climax sinaptico che rafforza nella nostra testa certe connessioni. Strada? Camion? Sì, se scaviamo tra le possibili azioni combinando questi due elementi, ci troviamo anche quella di stendere passanti e polizia, roba da una sola stella tra l’altro (per gli intenditori).

Gli scopi del gioco sono sicuramente quelli di far divertire e sfogare anche con ciò che abitualmente non possiamo fare. Il gioco virtuale potenzia nell’immaginazione le nostre possibilità e ci regala qualche ora di gloria incontrastata. L’effetto però non si ferma qui, il potenziamento a lungo termine dei neuroni (LTP) non guarda in faccia alla morale e rafforza nel nostro bagaglio esperienziale anche l’intera gamma di azioni che abbiamo compiuto giocando. Virtuali o tangibili il cervello le ha esperite, ci siamo macchiati di un peccato da poco, apparentemente, ma che non si può lavare con l’oblio o con una risata.

Scappando dalla polizia o tirando sotto i passanti il nostro cervello ha messo in atto quel meccanismo tanto straordinario quanto delicato della plasticità del sistema nervoso. Addestrando i collegamenti sinaptici che riguardano un determinato comportamento, le connessioni tra i neuroni e il verificarsi di certe condizioni si intensificano, modificando permanentemente la nostra struttura. Il cervello non è elastico, non ritorna allo stato di quiete iniziale dopo aver passato il pomeriggio a sparare e investire persone (virtuali), anzi si modifica e rimane marcato.

Se infatti diamo un I-phone in mano ad un indigeno, non lo userà certo per cercare Pokemon, al massimo proverà a spaccare noccioline, perché nel suo ventaglio di azioni concepibili con un oggetto di quella consistenza, si dipana solo qualche simile possibilità. Per noi, invece, il camion era sempre stato un mezzo di trasporto: me lo ricordo quando ci giocavo da piccolo, per non aver  ricevuto in regalo GTA. Il mio cervello non aveva ancora vagliato una possibilità diversa perché il mio avere-a-che-fare (l’Umgang heideggeriano) con quell’oggetto si nutriva di altre finalità.

Ormai invece siamo immersi in una quotidiana violenza con ogni oggetto che ci capiti tra le mani, vediamo obiettivi da sterminare ad ogni difficoltà o fastidio. Non diventeremo tutti assassini, certo, ma abbiamo inserito nel nostro mondo del possibile anche atrocità che ora iniziano a presentarsi sempre più frequenti.

Non sono azioni isolate di persone disturbate, ma alcuni tra gli esiti e le conseguenze della cultura della violenza, che addestra miliardi di neuroni a disinibirsi di fronte alla brutalità e a uccidere non più per fame, non più per protezione di un confine, ma per un’idea, per uno sfizio che ci si voleva togliere, o per passare un pomeriggio di svago al centro commerciale…

Giacomo Dall’Ava

La coscienza: un altro me stesso

La coscienza è il caos delle chimere, delle brame, dei tentativi; la fornace dei sogni; l’antro delle idee vergognose; il pandemonio dei sofismi; il campo di battaglia delle passioni.

Victor Hugo

La coscienza è senza dubbio uno dei concetti più difficili nel vocabolario dell’etica. Se chiediamo a noi stessi cosa la coscienza possa significare, questa ci appare già così viva e presente, come lo è la stessa sensazione di esserci. Non vi è dubbio che ciascuno di noi sente e percepisce di essere gettato, situato, presente all’esistenza, molto più difficile risulta sentire di essere presenti a se stessi, o meglio essere coscienti di sé e delle proprie azioni.

Quello che sembra essere un elemento condiviso quando si parla di coscienza è l’idea che questa sia il prendere consapevolezza di qualcosa o qualcuno, l’essere consapevoli di, rendersi conto di; molto spesso utilizziamo i due concetti come se fossero sinonimi, tant’è  sottile la differenza tra i due.

Penso sia necessario recuperare un significato di coscienza che non sia ridotto a semplice ‘capacità’ o ad una ‘facoltà’ della mente umana e componente parziale dell’uomo.

Molto spesso anche in ambito filosofico la coscienza viene ridotta a proprietà dell’uomo, in particolare a quella facoltà di conoscenza o autocoscienza; se pensiamo al Novecento il problema della coscienza si è allargato ulteriormente con l’introduzione dell’approccio psicanalitico di Freud: non è possibile ridurre la coscienza a consapevolezza di sé.

A questo si aggiunge poi il contributo in ambito scientifico ad opera delle neuroscienze e della psicanalisi, portando la questione sul piano ‘meccanicistico’ della dinamica della vita mentale e psichica. Per non rischiare che la questione si mantenga esclusivamente in ambito epistemologico o che venga ridotta all’analisi della relazione tra mente e corpo, dobbiamo porre attenzione più che alla conoscenza dei processi mentali, all’interpretazione dell’esperienza che viviamo, esperienza che rivela la sua natura di attività-passività; secondo la prospettiva fenomenologica infatti, ciò che è importante è che la prima attività del soggetto consiste nell’essere passivo rispetto all’oggetto. Sembra che la passività, intesa come alterità, come altro rispetto a noi, sia a fondamento delle nostre molteplici esperienze e così anche della nostra identità. Se la coscienza è sempre ‘coscienza di’, essa è sempre in rapporto ad un qualcosa che le è dato nella polisemia delle esperienze di vita.

Paul Ricoeur in Sé come un altro, individua tra le diverse figure di ciò che altro rispetto a noi, anche la coscienza: la coscienza come luogo del dialogo tra sé e se stessi, espressa dalla metafora della voce, è una passività senza paragone poiché essa è interiore e superiore a me. Ciò che per Ricoeur caratterizza la coscienza è il suo manifestarsi sia nella forma dell’attestazione sia in quella dell’ingiunzione morale. La coscienza proietta sulle diverse esperienze di passività che il soggetto incontra nel suo cammino, la sua forza di attestazione. Dal punto di vista ontologico, l’attestazione è la testimonianza ad opera del soggetto della sua radicale passività, del suo essere originariamente gettato nel mondo. L’ingiunzione morale invece costituisce

il momento di alterità propria al fenomeno della coscienza, conformemente alla metafora della voce. Ascoltare la voce della coscienza significherebbe essere ingiunto all’Altro ”

Paul Ricoeur – Sè come un altro

Altro che richiama il soggetto alla sua responsabilità morale attraverso la voce della coscienza.

Per Ricoeur questa passività che la coscienza incarna “consiste nella situazione di ascolto che a lui è rivolta alla seconda persona”.

Se la nostra identità è originariamente costituita di passività, proprio perché da sempre viviamo nel rapporto con ciò che altro rispetto a noi, la coscienza è la figura di passività più alta, poiché attesta, nel tessuto della nostra vita, ogni nostro modo di rapportarci all’altro, alle relazioni che instauriamo, alle situazioni che viviamo, attesta come percepiamo e riviviamo le esperienze, come affrontiamo i problemi, come giudichiamo le nostre azioni e quelle degli altri. Coscienza è molto più di consapevolezza o di autoconsapevolezza, la coscienza identifica ciò che siamo, identifica il soggetto nella sua totalità e nella sua unicità singolare.

Coscienza come Sé, come il racconto della nostra storia.

Elena Casagrande

[Immagini tratte da Google Immagini ]