Sulla maternità surrogata e il concetto di dono

Sulla questione della maternità surrogata ho già dato un mio contributo con l’articolo del mese di settembre: “La maternità surrogata e il turismo procreativo dell’occidente”, ma le affermazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane, relativamente alla possibilità di considerare la maternità surrogata un dono, hanno alimentato il mio desiderio di riproporre l’argomento.

Sono due le dichiarazioni che prenderò in considerazione; la posizione espressa all’AdnKronos Salute dall’oncologo Umberto Veronesi in data 19 febbraio 2016: «l’utero in affitto è un gesto nobile, è una donazione», alla quale è seguita dieci giorni dopo quella della senatrice Emma Bonino a Bergamonews: «Posso fare una domanda: se posso donare un rene in questo Paese perché non posso donare un utero? Io non lo farei, ma non capisco perché non si deve fare».

Se rifletto sull’utilizzo della parola donazione nelle due dichiarazioni ritrovo un forte legame con l’intenzione di esercitare un gesto solidale e il proporsi di portare avanti una gravidanza per altri è una generosità che forse, ripeto forse, posso comprendere quando riguarda persone che sono legate da una profonda amicizia o che intrattengono tra loro legami di sangue (sorelle). In questi casi ci si offre di aiutare una persona cara a realizzare un desiderio di genitorialità che altrimenti non potrebbe concretizzarsi.

Ritengo alquanto difficile poter fare la stessa valutazione qualora si tratti della decisione di una donna di mettere il proprio corpo a disposizione di sconosciuti senza richiedere nulla in cambio.

Di sicuro si tratta di una tipologia di generosità e solidarietà che difficilmente concorderebbe con studi antropologici, psicologici e sociologici che, a partire da Marcel Mauss[1] si sono dedicati allo studio delle dinamiche della fenomenologia del dono.

Questi studi sostengono che il dono sarebbe uno dei modi più comuni ed universali per creare legami sociali e relazioni umane.

Il meccanismo del dono si articolerebbe in tre tappe fondamentali basate sul principio della reciprocità: dare, ricevere (l’oggetto deve essere accettato) e ricambiare; di conseguenza, il dono davvero gratuito non esisterebbe. In questa prospettiva, il dono comporta sempre l’aspettativa e l’obbligo morale di una restituzione. Il valore del dono ricevuto sta proprio nell’assenza di garanzie per il donatore, un’assenza che richiede una buona dose di fiducia negli altri.

Alla luce di tali considerazioni, può rientrare in questo schema la maternità surrogata a favore di terzi, estranei, spesso destinati a rimanere tali?

La donazione del rene, chiamata in causa dalla senatrice Bonino, con tutte le distinzioni del caso, può aiutare ad orientarci.

In Italia, dal 2010, il Consiglio Superiore di Sanità ha autorizzato la cosiddetta “donazione samaritana”, ovvero la possibilità di donare un rene ad una persona sconosciuta che verrà ovviamente sottoposta a tutti gli accertamenti fisici e psicologici del caso. Il parere del Consiglio Superiore di Sanità prevede che il donatore ed il beneficiario rimangano nell’anonimato sia prima che dopo l’intervento.

Difficile da immaginare l’identità della persona tanto generosa da farsi espiantare un organo vitale e che agisce solo per un dovere morale senza nulla in cambio (un autentico soggetto morale kantiano).

Da ritenersi fondamentale la valutazione psicologica e psichiatrica del donatore per evitare che dietro tale aspirazione si nascondano la necessità si espiazione, spesso diffusa tra i soggetti subalterni (uno dei primi a proporsi per un espianto di rene fu un detenuto), o la pulsione narcisistica a compiere un atto eroico in grado di riscattare una vita “sbagliata”. Mi chiedo se anche i casi di maternità surrogata per solidarietà verso estranei non si prestino ad un simile lettura.

Ritengo che il problema stia a monte e riguardi la moralità del gesto che si va a compiere. A differenti livelli e con differenti implicazioni, sia donare un rene, sia portare a termine una gestazione per terzi sono esperienze non prive di conseguenze sul piano fisico e psicologico. La grande differenza tra le due pratiche risiede nel fatto che la donazione di un rene salva vite umane, la maternità surrogata soddisfa un desiderio, non si tratta di un’esigenza vitale e avere un figlio non può essere risolto nel desiderio e nel capriccio dell’io individuale costi quel che costi.

Silvia Pennisi

NOTE

[1] MARCEL MAUSS, Saggio sul dono. Forma e natura dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, 2002.

Sei mio, nonostante tu non ci sia più

“Dicono che scrivere sia utile per esorcizzare i propri fantasmi…io ho sempre visto la scrittura come l’unico strumento in grado di darmi la forza di affrontare la realtà degli accadimenti della mia vita.

E tu sei la mia realtà inaccettata, per me inaccettabile ieri, oggi e, se nemmeno scriverti ciò mi aiuterà, anche domani.

Mi sono sempre auto-proclamata difensore delle libertà personali inalienabili, ma a te posso confidare che non è vero: sono stata l’ennesima ragazzina che, spaventata e soggiogata, ha ceduto e ha perso.

Perso. Perso si, ma cosa? Perché non credo che nessuno, tranne noi, potesse immaginare quale legame si fosse creato, non dal giorno del test, ma appena l’ho percepito, l’istante dopo io, in cuor mio, sapevo che c’eri, eri li, mio.

E io adesso ti devo una spiegazione, un qualcosa che sappia anche solo vagamente spiegare i perché di tutto ciò, della tua assenza oggi, del tuo non essere più mio.

Ci si fida ciecamente di chi chiamiamo “mamma”, anche se tu non potrai mai conoscere questa sensazione di infinita protezione che si prova accoccolati tra le braccia di chi ti ha dato la vita…e non sai quando vorrei che tu potessi sentirla pervaderti ogni istante tu lo voglia, tu ne abbia bisogno…beh io della mia genitrice mi fidavo, lei era ciò che di più reale avessi, il mio faro nella notte.

Quella notte fu la più buia, malgrado le lucciole illuminassero il sentiero del percorso.
Lei non comprese, lei fu la ragione per cui io non mi misi ad urlare, la ragione per cui non feci sentire né la mia né la tua dolce voce. Lei mi coprì gli occhi, così dovetti farmi guidare senza possibilità di scegliere da sola. E, forse, per me è stato bene così, in parte.

Potevo incolpare altri per il nostro distacco, senza assumermene le colpe…”è piccola, la sua vita sarebbe rovinata”…ero piccola solo quando lo volevo io, altrimenti mi giudicavo abbastanza grande per sbagliare, per scivolare…ma poi urlavo, finché qualcuno non accorreva al mio capezzale.

I mesi insieme sono stati i più gratificanti, belli, motivanti che io abbia mai avuto l’onore di vivere.

Averti, portarti con me è stata la gioia più grande che mai mi investirà, perché neanche chi verrà dopo potrà prendere il tuo posto dentro di me…e questa è una promessa che io faccio a te, mio piccolo amore.

Mio. Tu. Lui. Non mi ha mai sorvolata il pensiero di una lei, come se già ti vedessi stringermi la mano, guardarmi per dirmi con gli occhi che hai bisogno di me.

La sera prima avevo pianificato di non presentarmi, con la tua foto stretta al petto, la mia mano a cullarti i sonni, non volevo andare…ma lei, non accorse al mio capezzale, mi gettò tra i leoni, CI gettò tra i leoni.

Non ebbi la più remota via di fuga…non ebbi nemmeno il coraggio di salutarti…sono una codarda, ancora oggi rifuggo la tua essenza, quasi la sentissi librarsi nell’aria che respiro…oggi abbasso lo sguardo, schifata dalla mia codardia e dal sacrificio che tu sei diventato per dare a me la possibilità di crescere senza conseguenze.

5 anni dal giorno in cui saresti diventato la mia realtà, il mio per sempre. 5 anni.

Io ti sento, in casa, nel lettone. Lungo la strada per casa cammiamo insieme, ti percepisco durante la pioggia leggera in primavera, quella profumata…tu corri in giardino e io ti osservo mirando il capolavoro che sei.

Per me sei, non saresti, tu sei.

Sei la motivazione per cui cercherò di aver una vita piena, perché io possa essere il tuo canale per raggiungere la vita, farò si che che la mia esistenza sia un elogio a te e non potrei mai contemplare la mediocrità per te.

Sederemo sempre accanto, perché quello che fa una mamma è garantire alla propria creatura sempre un posto protetto accanto a sè, per far si che il male non lo tocchi.

E io mi sento mamma, non da 5 anni, ma da quando ti ho sentito.
Io sono mamma, perché tu per me non sei mai stato un accumulo di cellule, tu sei il mio bambino.
Io sarò sempre mamma, perché vivrò in tua memoria qualsiasi cosa accada.
Ero, sono e sarò mamma anche se me ne è stata tolta la possibilità tangibile. Io porterò la tua intangibilità nel mondo, ad ogni mio passo se ne affiancherà un altro.

Saremo noi.”

La violenza ha mille sfaccettature, è perpetuata attraverso mille forme, da milioni di persone che celano la loro crudeltà dietro una maschera di buonismo e ipocrisie.
La costrizione e il soggiogamento non possono essere contemplate come gesti d’amore, in nessun caso, per nessuna ragione credano d’aver gli individui che li manifestano.

Sono sempre stata contro l’aborto, non chiedetemi perché, non essendo credente o simili, ma sono sempre stata contro. Per la prima volta in vita mia, ho compreso come un gesto tanto forte  possa essere più doloroso per chi resta, che per chi non c’è mai stato…e non per propria volontà.

Non essere vittime significa anche poter scegliere. Essere vittime prescinde dalle violenze di un uomo. Si può essere vittime in milioni di modi, è come guardare la realtà col caleidoscopio…troppe versioni di un’unica immagine.

#IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google immagini]

Papà, che cos’è la Shoah?

“Papà, che cos’è la Shoah?”

Interrompe così Giulia la cena tranquilla con suo padre. Proprio stasera non doveva essere a casa sua moglie? pensa, mentre intanto maledice di aver tenuto la televisione accesa durante la cena. Lo dice sempre Giovanna che bisogna mangiare con la televisione spenta.

“Papàààà, mi hai sentito?”

La voce della bambina lo richiama alla realtà, respira a fondo e inizia a rispondere, prendendola un po’ larga.. perché non ha idea di come spiegare a una bambina di sette anni una delle pagine più buie della nostra storia. E si sente quasi in colpa a dover spalancare gli occhi ancora così innocenti di sua figlia sulla più grande tragedia dei nostri tempi. Una tragedia che ha portato il mondo a dire MAI PIU”. Ma gli tornano in mente le parole di Primo Levi

se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare

e capisce quanto sia importante spiegare a sua figlia quel che è successo, anche se terribile, per crearle il ricordo di qualcosa che non le è accaduto. Così, respira a fondo e comincia:

“Beh, Giulia, Shoah intanto è una parola ebraica che vuol dire “catastrofe”. Ed è una parola utilizzata per riferirsi all’Olocausto.”

“Cos’è l’olocausto papà?”

“L’olocausto è una parola utilizzata per descrivere la persecuzione e lo sterminio del popolo ebraico.”

“ E perché il popolo ebraico è stato sterminato?”

“Questa è una bella domanda Giulia.. se la pongono ancora in molti senza riuscire a darsi una vera risposta.. accade che a volte si abbia paura della diversità di un uomo rispetto a te stesso. Accade che a volte l’uomo abbia paura di se stesso e delle sue stesse diversità. E succede che allora inizi una guerra. E in ogni guerra Giulia ci sono sempre uomini contro uomini. E ci sono bambini separati dai loro genitori, uomini e donne che non hanno più forza, hanno solo occhi vuoti, senza vita né espressione, occhi pieni di paura e privi di speranza..”

“Papà basta.. mi viene da piangere.. mi è anche passata la fame.. non voglio più sapere.. e se succede che divento anche io così?”

“No bambina mia.. non diventerai così. Basterà che tu abbia il rispetto per le idee degli altri, anche quando non ti piaceranno. Basterà che non cercherai di cambiarle con la forza. Basterà che tu veda sempre che dietro a quell’idea c’è un altro uomo che è proprio come te. E il fatto che stasera ne parliamo, io e te, è già un passo avanti sai.. è molto importante Giulia la domanda che mi hai fatto, perché, in una civiltà come la nostra che tende a vivere solo l’immediatezza del presente, ricordare serve proprio a evitare che queste mostruosità si possano ripetere. Ricordare vuol dire essere attivi, vuol dire porsi delle domande. Ricordare sollecita il cuore e la mente. Ogni 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria perché si ricordi sempre quello che è successo. Ogni 27 gennaio si ricordano le sofferenze che hanno subito uomini, donne e bambini come noi. E ogni 27 gennaio ci si sentirà sempre un po’ colpevoli, Giulia, per non aver potuto impedire, per aver ignorato, per essere uomini. Ma tutto questo dolore lo dobbiamo proprio ricordare per imparare a scegliere oggi di evitare nuovamente quell’errore in qualsiasi parte del mondo. Ora finisci la cena amore, un primo piccolo passo per oggi l’abbiamo fatto.”

Oggi, 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, lo Stato italiano celebra il “Giorno della Memoria“. Si spezza il silenzio che tesse una ragnatela così sottile e insidiosa che rischia di cancellare la memoria dell’orrore. Un silenzio pericoloso che è importante infrangere, anche solo con un pensiero.

Giordana De Anna

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Equilibrati, equilibristi e squilibrati.

Coinvolgete Dio. Scomodate il prete. I fiorai. Gli srotolatori di tappeti bianchi. Le risaie. Lo zio d’America. Il centrotavola di calle in tinta con quei 12 giri di tulle in cui siete immerse dalla vita in giù. Coinvolgete noi. Che dobbiamo comprarci vestiti che non metteremo mai più, scarpe col tacco che da ubriache togliamo perdendole e tornando a casa scalze. Noi che mentre voi con passo fiero da “ce l’ho fatta” percorrete quella navata, pensiamo soltanto ad una cosa: “ Sei una meringa ambulante”.

Ci date bomboniere che verranno buttate appena dietro l’angolo della sontuosa villa con arazzi, palme e colonne doriche, ioniche e corinzie in cui siamo stati sequestrati da cascate di prosciutto, canzoni da esterna di Uomini e Donne, lancio di bouquet e vino scadente.
Ci ammazzate con foto di voi in viaggio di nozze mentre fate quell’attività adrenalinica chiamata snorkeling.
E poi? Dopo manco tre mesi, ancora con la fede giallo Puff Daddy larga 5 centimetri al dito, cominciate la vostra vita da equilibristi.
Lui che mette e toglie la fede che manco Copperfield. Lei che se la guarda compiaciuta mentre il marito le ha appena comunicato un’ennesima fondamentale riunione alle 23. Lei che appena lui si butta sotto la doccia per eliminare tutte le prove olfattive di consumato adulterio, passa a setaccio tasche, trolley, spazzole, cellulari, tablet, pc. E ci becca sempre qualcosa. Quasi sempre un capello lungo e nero corvino. Ma lei è bionda e col caschetto. Giorno dopo giorno il capello diventa una parrucca. Le riunioni finiscono alle 4 del mattino. Lui, sospettoso dell’altrui sospetto, comincia a spostarsi tra gli ambienti di casa portandosi dietro una carriola con dentro tasche, trolley, spazzole, cellulari, tablet, pc. D’altronde, chi è che non ha bisogno di spazzolare un tablet in corridoio? Mese dopo mese lei, sagace come un mandrillo, comincia a notare che il marito fa più riunioni di Obama, che ogni volta che entra dalla porta d’ingresso lascia una scia di vaniglia, cocco e iris, che la schiena è piena di graffi che lui farà passare per sante stigmate, e che forse, ma forse, anche se “ieri mi ha detto ti amo togliendosi la ruchetta dall’incisivo”, “sente ogni tanto” un’altra. Sono passati mesi. Lui nel frattempo si è fidanzato con tutta Milano, Londra, Miami e zone limitrofe. Ha le chat intasate di emoticon che fanno occhiolini, cuori pulsanti e frasi da picco glicemico. Ha cambiato più letti di una hostess dell’Alitalia. E lei si è illuminata: “ Ti stai sentendo con una”.

La genialità, a volte.

A questo segue la fase della negazione di lui. Dei ricatti di lei, che credendo di essere una fine stratega, non lascia ma fa scontare. Dei continui ed indisturbati tradimenti di lui. Che credendo di essere un fine stratega non lascia ma cerca di farsi lasciare.

Scopo: procacciarsi/evitare  il mantenimento. A seconda del ruolo.

Segue l’autoconvincimento di lei che le cose si siano messe apposto. Segue, esattamente in questo frangente, come da protocollo, la nascita di un figlio. passa qualche mese di finto equilibrio. E poi ciak, si ricomincia. Continui ed indisturbati tradimenti di lui. Autoconvincimento di lei. Ricatti. Bugie. Squallore. Nascosto squilibrio. Quotidiano equilibrismo.

Questi appena descritti, sarebbero per la società, anche ed ancora del 2015, “equilibrati”, in quanto sposati, con figli, casa e magari un cane.

Poi ci sono quelli che vengono visti come “squilibrati”.
Sono quelli che al massimo coinvolgono l’Ikea, per una convinvenza.
Sono  “single”, “soli”, “zitelle”, “scapoli”, “un po’ strani”, “frivoli”.
Sono quelli il cui mantra è “no non sono sposata, no non sono divorziata, no non sono lesbica”.
Sono quelli che si sono sposati a 38 anni per convinzione e non a 25 per convenzione.
Sono quelli che non fanno figli per risolvere una crisi coniugale.
Sono quelli che non dicono “mio figlio” ma “nostro figlio”.
Sono quelli che non dicono “la madre di mio figlio”, ma “Lei”, con la L maiuscola.
Sono quelli su cui gli equilibristi si appoggiano senza pietà per trovare l’equilibrio della loro squilibrata coppia.
Sono quelli che non è che fino ad ora non si siano sposati perché nessuno se li è caricati. Ma perché sposarsi è una roba seria. Come i figli. Come l’amore. Come il tradimento. E proprio perché è una roba seria, non si calcola, non si analizza, non si programma. Non si finge. Sono quelli che potrebbero sposarsi in due mesi, e per questo “squilibrati”. Perché loro l’amore lo riconoscono a chilometri. Così come riconoscono quelli che non sanno stare soli.

Sono quelli che hanno scelto. E che non si sono fatti scegliere. Sono quelli che non generalizzano. E che chiedono che non si generalizzi.

Donatella Di Lieto

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Storia di un genitore che ama troppo

Poco prima di spararsi un carrozziere di sessantacinque anni in pensione, ha chiamato le sorelle per comunicare loro il gesto disperato che aveva compiuto.

Ho ammazzato tutti, e ora mi ammazzo io.

La tragedia familiare è avvenuta a San Fele, un paesino lucano nella provincia di Potenza.

Il pensionato ha ammazzato nella mattina del nove agosto scorso la moglie e i due figli, una ragazza di ventisette anni, e il primogenito di trentadue, portatore di handicap.

La motivazione che avrebbe spinto l’uomo a compiere questo gesto estremo è ancora incerta, tuttavia l’ipotesi emersa nelle prime ricerche sarebbe quella della sua incapacità di sopportare la diversità di un figlio disabile, destinato a continuare la sua vita senza alcuna speranza di miglioramento. Read more