Lettera ad un uomo che mi ha cresciuto.

“Il tempo è labile…il confine tra ieri e oggi è così sottile…un filo, pronto a spezzarsi alla prima brezza di vento del Nord..e si ricade indietro, incoscienti del momento che si vive…di dove si è…se è la realtà o solamente ricordi troppo vividi per essere riposti nel proprio spazio di quello scaffale immenso chiamato memoria…

Sto correndo verso il cordless…quell’azzurro fastidioso è davanti ai miei occhi, mentre lascio il telefono e la prima lacrima marchia il mio viso indelebilmente.

Prendo la mano di mia sorella, ci sediamo accanto al tuo letto e ci stringiamo la mano, fino a lasciar i segni delle unghie l’una sulla mano dell’altra, consapevoli che è realtà, è successo, sei morto.

Ripercorro la vita insieme, tu con la settimana enigmistica, tu che la mollica del pane la riducevi in piccole palline per gli uccellini…le tue polo e i tuoi pantaloncini…il tuo guardarci quando il pomeriggio correvamo in bici per tutto il cortile…

Dopo la tua scomparsa, ho ritrovato per mesi le barrette di cioccolato che, di nascosto da mamma e papà, mi regalavi…però, è strano sai, non le ho mangiate…

Ho talmente tante storie da raccontare di te, di quanto eri rompiscatole, amorevolmente rompiscatole..

Ma come si può raccontare la straordinaria anima di un uomo in poche righe? Come si può descrivere il tuo essere padre per noi, in uno spazio così ridotto?

Ho deciso di non raccontare ieri, ma oggi…oggi, dopo 10 anni, non avrei immaginato potessi mancarmi più di ieri.

Dopo dieci anni, vorrei averti qui, per riuscire a renderti fiero di me, per dimostrarti che quell’amore non è andato sprecato, che tutto quello che i tuoi immensi occhi mi hanno insegnato, giorno dopo giorno, è rimasto con me…perché tu sei il buono che mi porto dentro.

Per mesi, anni, dopo la tua morte, ho aspettato che tu tornassi, che aprissi la porta di casa, ti ho sognato e pianto così tanto da logorarmi dentro, da non poter credere di riuscire a sopravvivere senza di te.

Per quanto cerchi di negarlo a me stessa, ti vedo. Apro la porta e sei ancora seduto al tuo posto, con le gambe accavallate, ti volti e mi chiedi se tutto è andato bene oggi.

La parte più dura dell’andarmene è stata la consapevolezza che non ti avrei più visto…e ho paura sai? Di non riuscire più a ricordare le tue mani, quel sorriso che se chiudo gli occhi brilla nella mente, quel tuo accavallare le gambe a letto…le notti passate abbracciata a te…il tuo ultimo sguardo..il tuo odore…e allora corro e spezzo il filo, corro da te, per vivere ancora noi…

Marzo non è la primavera, marzo è il buco nero che ti ha portato via.

Sono stata per molti versi sfortunata, ma se rifletto un istante in più, mi rendo conto che nulla importa, io ho avuto te come padre per i primi 14 anni della mia vita, tutto il resto scivola via, incapace di intattare il ricordo di te.

Quando la notte ho paura, guardo la tua foto sul mio comodino.

Mi interrogo su quanto l’amore possa far male…quanto distaccarsi permanentemente da chi ami possa essere in grado di sgretolare l’animo a tal punto da non poterlo ricomporre.

Nel corso del tempo, ho compreso che ci sono diversi modi di soffrire…perché si è vittime di abusi, perché l’indipendenza ha un prezzo molto diverso da quello stabilito dall’economia, perché la forza costa caro, anche se nessuno lo dirà mai…

La sofferenza più grande, tuttavia, é quella a cui non si può porre rimedio…che bisogna inevitabilmente accettare.

Tutto ha un tempo e un modo…io allo step dell’accettazione devo ancora arrivare, vagante nei meandri della mente che custodiscono te…

È questo è l’unico modo che ho trovato consono per sopravviverti ogni giorno.

Sembra strano, perché ancora ora, dopo 10 anni, inconsciamente mi ritrovo davanti alla camera d’ospedale in cui eri ricoverato, prima di ricordarmi che non ci sei più.

Al cimitero non riesco a realizzare che l’uomo che mi ha cresciuta non sia più con me.

Uno dei motivi per cui le persone ci mancano è perché abbiamo dei rimpianti…beh, tu sei l’unica parte della mia vita, del mio IO, che non porta con sè rimpianti o rimorsi.

Mi hai insegnato ad amare davvero, vivendo qui ed ora, assaporando ogni attimo che ci viene regalato, senza riserve, senza paure.

Le lacrime continueranno a scorrere, non lo posso negare, ma il più delle volte il ricordo di te dà vita al sorriso più puro che mai potrò avere…il sorriso con il quale mi hai lasciata, il sorriso con il quale mi alzo la mattina, un sorriso che mi fa amare la vita, malgrado le difficoltà…quel sorriso che mi ha fatto amare te ieri, che mi fa amare te oggi, che mi farà amare te per il resto della mia vita.”

Al miglior uomo, padre e nonno che potessi avere, all’unico amore che mi fa sentire al sicuro in ogni istante, all’unico uomo al quale apparterò per sempre, nel quale mi riconoscerò, il quale sarà il mio porto sicuro, malgrado gli occhi non lo possano più scorgere tra la folla.

Lui sarà accanto a me, passo dopo passo.

Nicole Della Pietà 

 

I cinque passi

Passo 1: la negazione
È quasi un mese che sono seduta accanto al tuo letto, in questa sterile camera d’ospedale che abbiamo cercato di rendere insieme un po’ più calda, un po’ più familiare. Una nostra foto, le tue creme, il tuo pupazzo portafortuna vicino alle tante, troppe medicine.
È quasi un mese che sono seduta costantemente accanto al tuo letto, ma un’ora fa ho deciso di andare a casa a fare una doccia. Sarà passata forse mezz’ora e mi hanno chiamato dall’ospedale: mi hanno detto che sei morta.
Ho ringraziato e ho riagganciato. Mi sono vestita, mi sono truccata e sono venuta in ospedale. Le infermiere mi sono venute incontro, mi hanno detto che erano dispiaciute, perché ormai a te erano affezionate, e mille altre cose che non ricordo o che forse, semplicemente, non ho ascoltato. Ho sorriso, ho annuito. Non ho versato neanche una lacrima. E poi mi hanno portata da te. E adesso mi ritrovo, esattamente come tutti gli altri giorni, seduta accanto a te, seduta accanto a un letto di ospedale, solo in una camera che non ha niente di personale.

È tutto così irreale.

Ti guardo e non ti vedo, ti tocco ma non ti sento. Forse questa non sei neanche tu.

Passo 2: la rabbia
Ho dormito come non dormivo da settimane. È stata una notte buia, profonda. Non ho sognato. Questa mattina mi sono svegliata e senza pensarci mi sono vestita, ho preso la macchina e sono venuta in ospedale. Ho parcheggiato e sono salita in reparto. Sono arrivata davanti alla tua camera.
Non c’era più niente. Non c’eri più tu.

È in quel momento che ho realizzato che te ne sei andata, che mi hai abbandonato. Ho iniziato a sentire dentro di me un vuoto incolmabile. Un vuoto che fa male. Il dolore si è localizzato nel petto. Una fitta che mi ha tolto il fiato. È passato allo stomaco. Credo che le mie interiora si siano attorcigliate tutto d’un tratto. E poi… poi semplicemente si è diffuso a tutto il corpo. E sono rimasta immobile, davanti a quella porta, stretta in una morsa, fino a quando non mi sono abituata a quel dolore.

Ed è esplosa la rabbia. Violenta. Improvvisa. Inaspettata.

Mi si è avvicinata un’infermiera, che mi ha guardato con una tale pena negli occhi da farmi vergognare. E ho iniziato a urlare. Ho chiesto di essere lasciata in pace, in fondo ero solo passata a vedere se avevo dimenticato qualcosa la sera prima. Ma che mondo è questo? Siamo state un mese in quella stanza e adesso che sei morta non mi ci fanno neanche avvicinare? È una vergogna. E me ne vado. Salgo in macchina e inizio a correre, senza sapere dove andare, smarrita.
Sono arrabbiata. Arrabbiata con l’ospedale che ha già riempito la tua stanza. Arrabbiata con me stessa per essere venuta lì, convinta di trovarti. Arrabbiata con tutto il resto del mondo, che continua ad andare avanti come se nulla fosse successo. Mi guardo intorno e vedo la gente ridere, sbuffare, parlare al telefono. E tutto questo mi fa arrabbiare ancora di più. Sono talmente arrabbiata che stringo il volante fino a farmi male alle mani. Sono talmente arrabbiata che non so neanche quello che sto facendo o dove io sia.

Sono talmente arrabbiata che penso di odiarti.

Come hai potuto? Perché sei stata così egoista da lasciarmi? Mi hai abbandonata. Qui. Immobile. Sospesa. Non mi hai spiegato come fare ad andare avanti. Non mi hai spiegato come affrontare tutto questo. Non mi hai neanche aspettato per andartene. Lo hai fatto quando io non c’ero. E non me lo perdonerò mai. Perché mi hai fatto questo? Perché non sei andata prima dal medico? Perché hai voluto fare tutto da sola?

Sono arrabbiata. E sono arrabbiata proprio con te. Ma la verità è che la rabbia non mi impedisce di amarti e di sentirmi meno sola.

Passo 3: la negoziazione
È passato un mese. La rabbia è stata la mia compagna quotidiana. Ho mangiato rabbia. Respirato rabbia. Vomitato rabbia. La rabbia ha assorbito e bruciato tutte le energie che avevo. Ho provato a seminarla. Ho cercato di reagire alla sensazione di impotenza che provavo. Ho cercato delle risposte. Ho cercato giustificazioni. Mi sono detta che non eri più tu. Mi sono detta che è stato un bene. Per te, che non avresti più sofferto. Per me, che non ti avrei più vista soffrire, che avrei potuto riprendere il lavoro, che avrei potuto riprendere la mia vita da dove l’avevo lasciata quando avevo capito che non ci sarebbe stato più molto tempo per noi. Mi sono detta che qualcosa dopo la morte ci deve pur essere. Mi sono detta che mi saresti stata sempre vicino. Mi sono detta tante cose e mi sono arrabbiata tante volte. Ho fatto tutto questo per avere uno scudo dal dolore. E forse è vero, con lo scudo della rabbia e delle giustificazioni si soffre in modo diverso, ma si soffre lo stesso. E la cosa più difficile è dire a me stessa che tu non tornerai più. Che l’ultimo abbraccio è stato veramente l’ultimo. Che l’ultima risata è stata veramente l’ultima volta in cui ti ho visto sorridere, l’ultima volta che ne ho sentito il suono.

Ma tu non tornerai più.

Questa è la realtà.

Passo 4: la depressione
Ed è arrivato il momento in cui ho ammesso che eri morta. Che non potevo farci niente. Che non potevo scappare da quella che era la realtà. E sono caduta. Nella disperazione. Nella depressione. Non mi sono alzata dal letto per una settimana. Non mi sono lavata. Non ho mai aperto le finestre per guardare se pioveva o se fuori c’era il sole. Ho pianto e dormito. E ho pianto ancora. Ho digiunato. E poi ho mangiato chili di biscotti, gelato, patatine. Anche in quest’ordine. E ho annusato i miei cattivi odori. Non ho mai acceso il telefono o risposto al citofono. E quando mi è sembrato di non soffrire abbastanza ho spruzzato il tuo profumo sul cuscino. E ho ricominciato a piangere. Fino a quando non ho iniziato ad alzarmi e a fare qualche passo, prima incerto, poi più deciso.

Passo 5: l’accettazione
E sono sopravvissuta. Pensavo che non ce l’avrei fatta. Pensavo che non sarei mai più uscita da quel letto. Pensavo che non sarei riuscita a sopportare tutto quel dolore. Ho avuto paura di vivere e ho sperato di morire, per non provare più niente. Ma non sono morta, sono viva. E sono in piedi. Un po’ azzoppata forse. Ma in piedi. Ho affrontato tutto il dolore che avevo, non sono scappata.
Ho negato la tua morte, mi sono arrabbiata, ho cercato delle spiegazioni, mi sono abbandonata al dolore e adesso sono qui, ad accettare tutto questo. Anche se non mi piace. Ho accettato di dirti addio. Ho accettato il vuoto che mi hai lasciato. E ho accettato di dover riprendere la mia vita.

Soffro meno?

No. Il dolore ancora mi accompagna silenzioso. E a volte, quando mi distraggo, mi colpisce. Una canzone, un profumo, un luogo: un ricordo. E mi devasta. Ma poi si ritira. Per poi ritornare. Ma lo so, le ondate saranno sempre meno frequenti, sempre meno violente, fino a quando la cicatrice nel mio cuore si rimarginerà del tutto e pensarti non mi farà più così male.

Quanto ci può mettere un cuore a guarire? Un tempo “giusto” non c’è, ci sono “solo” cinque passi [₁].. il tempo dipende da quanto ci impieghiamo a mettere un piede davanti all’altro. È come imparare di nuovo a camminare. È come imparare di nuovo a vivere.

[₁]ELISABETH KÜBLER ROSS. Sulla morte e sul morire, 1969.

Giordana De Anna

[Immagini tratte da Google Immagini]

Lettera a mia figlia

Anche l’uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l’enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte Arthur Schopenhauer

“Cara Sofia,

questa volta il tuo papà forse ti deluderà, questa volta il tuo papà ti farà soffrire come non avrebbe mai voluto fare. Spero solo che, una volta lette queste poche righe, la delusione e la sofferenza lasceranno spazio a un po’ di comprensione.

Scusami bambina mia (perché per me, lo sai, sarai sempre la mia bambina), questa volta non ce l’ho più fatta a combattere, questa volta il male di vivere ha preso il sopravvento.

Negli ultimi dieci anni non sono stato più un uomo, negli ultimi dieci anni intorno a me era tutto buio. Sono precipitato in una prigione di tenebre da cui non sono più riuscito a fare ritorno. Read more

Montagne russe

“Mamma, mi racconti cos’è l’amore?”

“Qualcosa che ti fa sentire estremamente felice o terribilmente triste. Qualcosa che prende lo stomaco, il cervello, le mani e le gambe al tempo stesso. Qualcosa che aiuta e scoraggia. Qualcosa che fa vivere e fa morire. Qualcosa che non si racconta, nonostante tutto”.

Inspiegabile cosa si provi. Irriconoscibile quale sia l’amore provato per davvero: ognuno lo sente a modo suo, ognuno di noi lo vive. Oppure, in moltissimi casi, si lascia trasportare al suo interno.

Ho ascoltato, in uno dei miei numerosi viaggi in treno, un dialogo tra una madre e una figlia. Avrà avuto più o meno sette anni: quell’età piena di domande e con la voglia di ascoltare le risposte, quell’età in cui non hai ancora paura né troppa angoscia di scoprire cosa sia l’amore.

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