C’era una volta… per davvero

«Ciò che le fiabe narrano – o, al termine della loro metamorfosi nascondono – una volta accadeva: giunti a una certa età i ragazzi venivano separati dalla famiglia e portati nel bosco (come Pollicino, come Nino e Rita, come Biancaneve), dove gli stregoni della tribù, abbigliati in modo da far spavento, col viso coperto da maschere orribili (che a noi fanno subito pensare ai maghi e alle streghe) li sottoponevano a prove difficili, spesso mortali (tutti gli eroi delle fiabe ne incontrano sul loro cammino). I ragazzi ascoltavano il racconto dei miti della loro tribù e ricevevano in consegna le armi (i doni magici che nelle fiabe donatori soprannaturali distribuiscono agli eroi in pericolo) e infine facevano ritorno alle loro case, spesso con un altro nome (anche l’eroe torna talvolta in incognito). Erano maturi per sposarsi (come nelle fiabe, che nove volte su dieci si concludono con una festa di nozze)»1.

Le parole di Gianni Rodari ci raccontano di riti divenuti fiabe. Sull’origine della fiaba, sulla sua ritualità tratterà questo promemoria filosofico.

Rodari riprende la teoria dell’etnologo sovietico Vladimir Prop secondo cui la fiaba ha cominciato a vivere come tale quando l’antico rito è caduto, lasciando di sé solo il racconto. Ciò che era presente come rito tradizionale, è diventata storia passata che gli uomini hanno trasformato in mito, fino ad abbandonarlo e lasciarlo esistere come un ricordo. Non si tratta solo di un “raccontino per bambini”, ma si tratta della nostra storia. Molti anni addietro, nelle prime comunità umane, la fiaba era un costume consolidato, un rito di passaggio che permetteva ai giovani di diventare adulti. Il caso vuole che le fiabe siano comunemente considerate adatte ai più piccoli e questo non sia del tutto sbagliato, anche se in un senso limitato. La fiaba dovrebbe essere oggetto di analisi storico-antropologica poiché ci dà gli strumenti per comprendere la storia umana in modo profondo.

Nelle tribù arcaiche la fase dalla giovinezza all’età adulta era una consuetudine sacra, che era dettata dagli déi primordiali legati alla terra. Oggi possiamo riflettere come le fiabe quindi siano nate per caduta del mondo sacro al mondo laico: come per caduta sono finiti al mondo infantile, quegli oggetti che avevano valenza culturale. Prendiamo come esempio il peluches più caro ai bimbi: l’orsacchiotto. L’orsacchiotto che stringe il bambino che vedi per strada, una volta era uno degli animali totem divinizzati dalle popolazioni antiche, come animale protettore della comunità. È assolutamente affascinante approfondire e scoprire in quello che confiniamo solo adatto ai bambini, il nucleo primitivo magico proprio e comune per l’umanità. A riguardo si ricollega il concetto di inconscio collettivo di Jung, che connette in senso meta-temporale il ragazzino primitivo che conquista la sua identità matura attraverso il rito sociale, al bambino di oggi, che mediante il racconto fiabesco entra a conoscenza delle dinamiche del mondo di cui farà parte un giorno.

Ora il mio augurio è questo: ripeschiamo tra i ricordi quella fiaba che ci faceva brillare tanto gli occhi e che abbiamo fatto nostra, e cerchiamo rileggerla con il vissuto di oggi, di vedere quanti punti di questa abbiamo realizzato o che ancora ci prefissiamo di raggiungere. Incosciamente da bambini l’abbiamo scelta anche per questo.

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto

NOTE:
1. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi, Trieste 2013, pg. 86

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Cavalli bianchi e zucchero filato

Quando sei piccola ti raccontano le favole e tu ascolteresti per ore quelle storie di amicizia, amore e allegria dove il bene vince sempre sul male. La vita sembra fatta di giostre e zucchero filato e tu giri a 1000 all’ora su quel cavallo bianco, sorridendo alla mamma che ti guarda compiaciuta e abbozzante un sorriso di orgoglio.

 
Ad un tratto esplori per la prima volta il sentimento dell’amicizia, quella pura e ingenua, che ti rende una cosa sola con l’altra persona: condividi i tuoi giochi preferiti, mangi il gelato insieme, vai su quel famoso cavallo bianco con quella persona dietro di te che ride felice di ciò che siete insieme.
 
– Io e te saremo migliori amiche per sempre!
– Sicuramente! Niente ci potrà mai dividere!
– Ok facciamo un patto: io ti regalo il mio cavallo bianco di peluche preferito e tu lo dovrai conservare fino a quando saremo amiche.
– Ma quindi per sempre!
– E certo per sempre! Tanto essendo amiche ci potrò giocare ancora lo stesso no?!
– Va bene!
 
Il mondo corre veloce e il tempo ruota attorno a quell’ansia positiva di potersi vedere, per giocare o per stare insieme a fare i compiti.
 
Il tempo da piccoli è amico: scorre veloce quando vuoi che il momento passi in fretta e si dilunga non appena è Natale.
 

Eppure esso scorre inesorabile, senza soste, senza limitazioni e soprattutto indifferente.

 
E la cosa, forse, peggiore è che ti fa crescere.
 
Un giorno, infatti, ti ritrovi cresciuta e scopri che vivere non è quella giostra,  non è il cavallo bianco e non sa di zucchero filato.
Cammini avanti e indietro per la stanza e per caso, buttato in angolo, tutto grigio, trovi il cavallo bianco di peluche.
Sì, proprio quello del patto, quello del ‘saremo amiche per sempre’.
Non ha più lo sguardo fiero, il pelo è arruffato e non ha più l’odore di nuovo di tanti anni fa.
 
– Chissà che fine avrà fatto…
 
Quell’amica con cui hai condiviso la tua infanzia, i tuoi allegri pomeriggi di merenda e compiti ad un tratto sparisce quasi senza che tu te ne accorga.
Basta cambiare scuola, mutare i propri ritmi, i propri interessi per intraprendere strade diverse che inevitabilmente allontanano.
 
E ti ritrovi amica di altre ed hai una nuova amica del cuore a cui confidi le prime delusioni d’amore e di nuovo il tempo scorre e ti sembra di avere trovato colei con cui condividere le prime esperienze adolescenziali.
La purezza del cavallo bianco però non c’è più.
L’invidia pacata, la maggiore consapevolezza ti rendono incapace di abbandonarti del tutto al sentimento semplice del bene, inteso come empatia, comprensione e ascolto.
 
Passano gli anni e ti ritrovi adulta.
Ti guardi attorno e vedi sul letto di tua figlia un cavallo bianco di peluche.
Lo afferri e lo annusi: sa di pomata per bambini.
 
– Quanto adora questo cavallo Margherita!…
Ma chissà dove sarà finita quella mia amica…
 
Ad un tratto quel vecchio cavallo ormai grigio ti lancia un indizio domandandoti: ‘Perché mi hai ancora qua, dopo che abbiamo cambiato una decina di case e di città?’
 
E tu non sai rispondergli perché hai perso la purezza di quando l’avevo ricevuto in regalo come pegno ‘d’amore’.
Pensi solo a quei giorni indelebili nella mente, a quella giostra che girava inesorabile sempre uguale e inizi a sorridere di quanto bastasse poco per essere felici.
 
Ti rendi conto di quanto quei ricordi siano importanti per sentirti sempre a casa anche quando non sei mai più a casa tua da anni perché tuo padre viaggiava e tu dovevi seguirlo; capisci che quel cavallo bianco è una delle tue radici, forte e che non ha bisogno di essere nutrita perché resistente a traslochi, lavaggi e stropicciamenti da parte di bambini.
 
Tutta la consapevolezza di non essere mai sola deriva da quel cavallo che se odori meglio sa ancora di zucchero filato e se chiudi gli occhi senti ancora quelle voci gaudenti di due bambine che sono cresciute insieme e che poi la vita ha inevitabilmente diviso arricchendosi di esperienza, sorrisi, sacrifici e ricordi.
 
In un momento tutto ti è più chiaro: l’amicizia si rinnova, di giorno in giorno, di anno in anno, e si alimenta anche col solo pensiero o, meglio, col solo ricordo.
Tu sei ancora amica di quella bambina, ovunque essa sia.
Il cavallo ce l’hai solo tu e in qualche pomeriggio nostalgico anche lei penserà a te.
 
Essere amici significa sentirsi col pensiero, ricordarsi, incontrarsi empaticamente, esserci ieri oggi domani, anche solo per pochi istanti. Il legame interno rimarrà, ieri oggi e domani; si arrugginirà, si opacizzerà, si allenterà, ma il tuo bisogno interiore di salire ancora su quella giostra con lei sarà più forte, più struggente e nemmeno la lontananza geografica potrà spezzarlo.
 
L’amicizia dei bambini è innocente, disinteressata, coinvolgente e spronante: non bisogna guidarla e men che meno pilotarla.
Il bambino sa, intuisce e percepisce l’empatia e il suo cavallo bianco lo donerà di sicuro alla persona giusta.
 
Valeria Genova
[Immagine tratta da Google Immagini]

C’era una volta…

Tutti cresciamo leggendo fiabe e favole o guardando le stesse in televisione.

Da bambini però è difficile capire l’enorme valore che esse celano dietro quegli strani personaggi che ci fanno così ridere e sognare; un valore che deriva da un significato profondo e da un messaggio che le favole e le fiabe vogliono trasmetterci.

Vi è mai capitato di osservare un bambino che guarda una fiaba in televisione o ascolta il genitore mentre gliela racconta? Che emozioni trasmettono i suoi occhi?

Meraviglia, stupore, sorpresa.

Eppure queste emozioni non nascono per caso, ma sono insite nell’essere umano da quando nasce per il bisogno di trovare il senso della sua vita, del mondo, per comprendere la realtà, per conoscerla e capirla.

Sono esigenze che necessitano di risposte e che i bambini trovano nei mondi incantati delle fiabe. Noi adulti, sempre pensando di sapere tutto, sorridiamo e proviamo tenerezza nel vedere l’attenzione incredibile con cui i piccoli guardano o ascoltano le fiabe, senza renderci conto che il loro inconscio sta assimilando esperienza di vita, principi etici e morali, educazione civica, consapevolezza e che tante di queste cose faranno parte della loro esistenza senza che nessuno se ne renda mai conto.

Le fiabe e le favole insegnano e il bambino è il migliore allievo che possano trovare, perché? Perché lui è curioso, ha voglia e necessità di conoscere, scoprire, rispondere ai più grandi interrogativi della vita, ad esempio “come sono nato?”, “dove è andata la nonna?”, “perché la mamma è diversa dal papà” ecc ma cerca risposte anche per gli interrogativi che, a nostro avviso, sembrano più banali, come “perché la Luna è gialla?”, “perché il Sole scotta?” e così via.

La fiaba e la favola permettono loro di riflettere senza snaturare la loro essenza pura e fantasiosa, mettendoli di fronte a situazioni che li inducono a pensare, ad escogitare le loro personalissime soluzioni. Con i racconti fantastici i bambini scoprono la morte, la ricchezza e la povertà, ciò che è buono e ciò che è cattivo, l’uguaglianza, la carità e la condivisione, tutti valori etico-morali che un ragazzino può ben apprendere se spiegati e raccontati in maniera fantastica perché vicina al loro modo di vedere la realtà. Tutti questi input si palesano nell’interiorità del fanciullo come conflitti (“lui è il buono, perché non lo capiscono?”, “perché il signore ha sparato all’orsetto?”, “perché il lupo ha mangiato la nonna?”) che poi cercano risposta nella sua mente e negli adulti che hanno accanto.

I libri di favole possono considerarsi i primi libri di Filosofia che un bambino può incontrare nella sua vita perché racchiudono tutte le questioni principali della nostra esistenza; ciò avveniva nel passato con le favole di Esopo e continua ad avvenire con le fiabe di Walt Disney. Basti pensare alla Cicala ed alla formica che insegna il bisogno di “guardare più in là del proprio naso”, o a Biancaneve e alla pochezza dell’esteriorità, a Pinocchio e al non dire le bugie, a Cappuccetto Rosso e al non fidarsi degli sconosciuti.

Ogni fiaba ed ogni favola racchiudono una morale, un insegnamento che attraversa il corpo fisico del bambino per arrivare a toccare le corde più profonde, smuovendo in lui un universo di emozioni e di consapevolezze; certo, un processo che è difficile che un bambino faccia da solo, ecco perché sono sempre necessari anche un dialogo ed un confronto costruttivi con gli adulti a lui vicino che lo aiutino a ragionare sul significato intrinseco di ciò che hanno letto o visto.

Questo processo mentale di acquisizione inconscia e rielaborazione logico-astratta di informazioni da parte dei bambini può considerarsi un “fare filosofia” , sicuramente grezzo, perché ancora non pienamente consapevole, ma comunque un “fare filosofia”.

Ecco che allora è necessario immergere da subito i nostri piccoli nel mondo fantastico delle fiabe, per fare loro il regalo più bello, quello del comprendere il mondo per comprendere se stessi e non viceversa: più si capisce il mondo attorno a noi, con le sue differenze, i suoi pregi e i suoi difetti, più si ha una visione di se stessi ridimensionata, come parte del tutto così come tutti gli Altri.

Valeria Genova

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